Una bella mostra su Giuseppe Graziosi. Magari nel 2019

Adesso che la mostra “Giuseppe Graziosi il mondo degli affetti familiari” ha chiuso i battenti (ultimo giorno domenica 2 agosto), acquisita la soddisfazione per il plausibile successo, è opportuno guardare con occhio critico a quell’evento. Non è in discussione la rappresentatività delle opere esposte, ottenute grazie alla disponibilità degli eredi, di Assicoop, BPER banca ed altri privati (“la mostra raccoglie una delle più ampie selezioni di opere di Giuseppe Graziosi mai realizzate” – così sul sito del Comune di Vignola: vedi). E bisogna anche riconoscere che è del tutto apprezzabile quest’inedita collaborazione tra Vignola e Savignano – tra i principali promotori stanno infatti due delle più importanti realtà associative locali (il Centro di documentazione “Mezaluna” di Vignola e l’Associazione culturale Ponte Alto – Giuseppe Graziosi di Savignano). Ed è grazie all’opera dei volontari, supportati da un contributo della Fondazione di Vignola (che pure ha messo a disposizione i locali espositivi) e di altri, servito essenzialmente per la realizzazione del catalogo (circa 14mila euro), che la mostra è stata possibile. Però, riconosciuto tutto questo (e non è poco) bisogna anche avere il coraggio di dire ciò che non è andato, ciò che è mancato. Perché se è vero, come afferma il sindaco di Savignano Germano Caroli nella prefazione al catalogo, che “da tempo era avvertita l’esigenza di rendere omaggio, anche a livello locale, al nostro illustre concittadino”, bisogna anche dire che Giuseppe Graziosi meritava di più. E’ mancata indubbiamente l’ambizione (prima ancora che le risorse). E con essa un modo “moderno” di intendere la mostra d’arte. Ed essendo Giuseppe Graziosi l’artista probabilmente più importante del XX secolo non solo di Savignano e Vignola, ma di tutta la provincia di Modena (vedi), meritava davvero di più. Anche con l’intento di dare lustro a questo territorio – non solo agli occhi di turisti e visitatori, ma innanzitutto a quelli dei cittadini che vi abitano.

Giuseppe Graziosi, La cena, 1905 (opera esposta nella mostra vignolese) (foto del 13 giugno 2015)

Giuseppe Graziosi, La cena, 1905 (opera esposta nella mostra vignolese) (foto del 13 giugno 2015)

[1] Il primo handicap della mostra è stato l’allestimento, nella sua basica materialità. Passi che le due sale espositive vignolesi (la sala della Meridiana, di proprietà della Fondazione di Vignola) fossero prive di impianto di condizionamento – un fatto che ha messo a dura prova la benevolenza dei visitatori, con il mese di luglio più caldo degli ultimi 150 anni. Ma realizzare un’esposizione di dipinti e di sculture senza un adeguato impianto di illuminazione questo è davvero un delitto. Visto che costringe il visitatore alla ricerca dell’improbabile punto in cui la superficie del quadro non sia colpita dal riflesso delle lampade. Senza garanzia di riuscita nell’impresa. A sua volta, la disposizione delle sculture prevalentemente su un’unica tavolata (no comment sul copritavola) non consentiva di apprezzarle nella loro interezza, visto che la visuale era comunque costretta dall’impossibilità di girare attorno alle opere. Per non dire, infine, delle soluzioni ancora più disturbanti adottate nel piccolo spazio espositivo di Savignano, con le litografie ed acqueforti tutte ricoperte dal vetro che rendeva praticamente impossibile ammirarle in quelle condizioni di illuminazione. Insomma, se davvero si vuol “rendere omaggio” si deve fare di più.

Giuseppe Graziosi, L'automa, 1902-1903 (opera esposta nella mostra vignolese) (foto del 19 luglio 2015)

Giuseppe Graziosi, L’automa, 1902-1903 (opera esposta nella mostra vignolese) (foto del 19 luglio 2015)

[2] Ma anche se guardiamo alla dimensione “immateriale”, ovvero al progetto espositivo, c’è da rimanere perplessi (per usare un eufemismo). L’esposizione vignolese era corredata di un solo pannello informativo! A Savignano nemmeno quello (lì c’era un video realizzato da studenti delle scuole medie anni prima, inguardabile). Forse è il caso di mettere in discussione l’impostazione, certo ancora oggi maggioritaria, per cui l’opera d’arte “parlerebbe da sé” (bufala). Espressione con cui si intende semmai il fatto che l’essenziale è il suo puro godimento estetico. Certo, se vogliamo ridurre l’apprezzamento artistico ad un solo fatto dell’esperienza ovvero del sentimento va bene così. Ma ci sarebbe, in verità, anche un aspetto cognitivo pure nell’apprezzamento artistico. Detto altrimenti, l’apprezzamento implica anche una dimensione della conoscenza. Conoscenza che l’esposizione stessa dovrebbe supportare (ed oggi le tecnologie per fare ciò sono diverse: dal testo scritto su un pannello che accompagna l’esposizione, ad un’audioguida, a video, ipertesti, app, altre tecnologie digitali). Per questo anche l’allestimento ed il percorso espositivo dovrebbe riflettere un progetto non solo esperienziale, ma anche cognitivo. Vi sono, ad esempio, episodi nella vita di Graziosi che possono bene illustrare e dunque far comprendere aspetti dell’artista e dell’epoca in cui operava – dal catalogo della mostra ne ho enucleati due: la sua impoliticità (che lo ha portato ad accettare senza problemi committenze “fasciste”) ed il conflitto che nella società d’allora un’opera d’arte “audace” collocata pubblicamente poteva innescare (è il caso della “Giuditta” di Bazzano) (vedi). O, per stare strettamente sul piano di una realizzazione artistica, un’opera ardita come La lupa (antecedente al 1912) meriterebbe davvero un approfondimento ad hoc ed una ricostruzione della sua genesi e dei suoi riferimenti (vedi). Sono episodi di questo genere che andrebbero presentati ai visitatori per consentire loro di comprendere l’arte di Giuseppe Graziosi (1879-1942), ovvero di un’artista attivo nella prima parte del XX secolo.

Giuseppe Graziosi, Casa Mombrina a Savignano, 1906-1914 (opera esposta nella mostra vignolese) (foto del 13 giugno 2015)

Giuseppe Graziosi, Casa Mombrina a Savignano, 1906-1914 (opera esposta nella mostra vignolese) (foto del 13 giugno 2015)

[3] E pure la collocazione di Graziosi nel “campo artistico” dell’inizio del XX secolo meriterebbe di essere sviluppata e di essere messa a disposizione dei visitatori. Posto che suoi riferimenti sono lo scultore Auguste Rodin (1840-1917) ed il pittore Jean-François Millet (1814-1875), di cui aveva apprezzato le opere in un breve soggiorno parigino, oltre a Giovanni Fattori (1825-1908), suo maestro all’Accademia di Belle arti di Firenze, è vivificando queste ed altre relazioni (od anche contrapposizioni) con gli artisti della generazione precedente o suoi contemporanei che si può “comprendere” la produzione artistica di Graziosi, il “valore aggiunto” che la sua creatività apporta, la collocazione nel panorama artistico del suo periodo, contrassegnato anche da profonde innovazioni da cui lui rimane volutamente estraneo. Senza pensare di risolvere ogni interpretazione nella collocazione di un autore in un “sociogramma artistico”, però qualcosa andrà pur detto circa il perché delle opere “naturaliste” di Graziosi mentre attorno a lui il mondo della scultura cambia. Eppure Medardo Rosso (1858-1928) e Adolfo Wildt (1868-1931) appartengono alla generazione precedente. E tra i suoi contemporanei: Amedeo Modigliani (1884-1920) realizza le sue teste nel 1911; Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni (1882-1913) è del 1913. Ed anche senza scomodare questi casi “estremi”, con cui evidentemente Graziosi non ha nulla da spartire, le opere del faentino Domenico Baccarini (1882-1907) si fanno apprezzare oggi assai di più rispetto a quelle di Graziosi. Insomma, ci sarebbe un po’ di decentramento della visione da incentivare, altrimenti si finisce con l’apprezzare (sic) Graziosi solo perché è nato qui e perché ha raccontato con la sua arte quella che era, più di un secolo fa, la vita contadina in questo territorio.

Giuseppe Graziosi, La battitrice di grano, 1902-1903 (opera esposta nella mostra vignolese) (foto del 19 luglio 2015)

Giuseppe Graziosi, La battitrice di grano, 1902-1903 (opera esposta nella mostra vignolese) (foto del 19 luglio 2015)

[4] Rendere omaggio a Graziosi con una mostra come si deve vorrebbe anche dire dare cognizione delle numerose sue opere ancora oggi collocate in luoghi pubblici. In effetti la mostra qualcosa del genere ha provato a farla, ricordando le opere monumentali accessibili a Savignano (almeno 3: il compianto nella chiesa parrocchiale; il redentore al cimitero; il monumento ai caduti in municipio – quello nei pressi del cimitero è una copia) ed a Bazzano (monumento ai caduti e la Bagnante-Giuditta). Pazienza l’aver trascurato la lapide in bronzo dedicata a Barozzi e posta sulla facciata di Palazzo Barozzi. Ma forse “rendergli omaggio” vorrebbe dire realizzare una mappa dei monumenti di Graziosi pubblicamente accessibili non solo qui da noi, ma in provincia di Modena o anche altrove. Per Modena l’hanno fatto gli studenti dell’Istituto Venturi con un bel progetto – Graziosi Around – di cui esiste una breve presentazione video (vedi). A dimostrazione che il network delle collaborazioni per la realizzazione di una mostra come si deve può essere ulteriormente ampliato.

L'unico pannello informativo alla mostra vignolese (foto del 19 luglio 2015)

L’unico pannello informativo alla mostra vignolese (foto del 19 luglio 2015)

[4] Appuntamento al 2019, dunque? In quell’anno cadono i 140 anni dalla nascita di Giuseppe Graziosi. Sarebbe una buona cosa se i comuni di Savignano e Vignola, assieme al comune di Modena e magari a quello di Maranello (dove Graziosi comprò il castello per casa), sotto la regia della Provincia di Modena (se ci sarà ancora) organizzassero una mostra come si deve su Giuseppe Graziosi, collocando questo autore nel panorama artistico del suo tempo ed aiutando i visitatori a comprenderne le caratteristiche ed il – sì diciamolo – valore artistico. Ma questo territorio dovrebbe arrivare preparato ad un tale appuntamento. Non è pensabile che a Savignano non vi sia un minimo di spazio museale a lui dedicato! Ovviamente a mio modo di vedere dovrebbe essere assai di più un “museo della narrazione” che un “museo degli oggetti” – un po’ un ausilio per comprendere un artista che, certo, ha sempre mantenuto un legame d’affetto con il luogo dell’infanzia, ma la cui carriera si è svolta altrove. D’altro canto è dai tempi della presidenza di Giorgio Cariani che la Fondazione di Vignola non organizza più una mostra di alta qualità – e forse questa impostazione dovrebbe essere rimessa in discussione. Insomma, si tratta di vedere se davvero si ha ambizione e capacità oppure no.

Giuseppe Graziosi, La Lupa (ante 1912), Gipsoteca Graziosi Modena (foto del 28 giugno 2015)

Giuseppe Graziosi, La Lupa (ante 1912), Gipsoteca Graziosi Modena (foto del 28 giugno 2015)

PS Qui, sul canale flickr, alcune foto di opere di Giuseppe Graziosi realizzate in occasione della mostra o nel corso di visite a Savignano, Bazzano ed alla Gipsoteca Graziosi di Modena (vedi).

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5 Responses to Una bella mostra su Giuseppe Graziosi. Magari nel 2019

  1. Ivo ha detto:

    Puó darsi che mi sbagli ma questa organizzata tra Vignola e Savignano é forse la quarta o quinta mostra dedicata all’artista savignanese Giuseppe Graziosi in provincia di Modena.
    Ricordo una mostra sul naturalismo europeo a Savigano sul finire egli anni 90, una del 2003 credo a Modena, un’altra a Maranello poco dopo e infine questa. Forse dimentico un’ulteriore mostra degli anni duemila sempre a Savignano. Questo a memoria.
    Ora, volendo evitare qualsiasi argomento polemico mi chiedo se è davvero questa la strada che vogliamo percorrere. Poniamoci qualche domanda, davvero serve un polo museale a Savigano dedicato a Graziosi? Con quali fondi e con quale attenzione nel tempo da parte di amministrazioni sempre meno ricche di disponibilità e personale? Con quali risorse e attori raccogliere opere e allestire uno spazio permanente pur modellato su visioni moderne di museo?
    Anche immaginando spazi, disponibilità e attenzione, mi domando: é davvero questa via che vogliamo seguire, ovvero la celebrazione continua (quattro mostre in quindici anni) al netto dei limiti e dei meriti di questo, pur importante, artista? Siamo sicuri che non valga la pena investire risorse economiche e intelligenze per promuovere percorsi innovativi anche in ambito artistico?
    La mia personale impressione é che questo tipo di mostre, con l’insieme di valori che sono in esse rappresentati – gli affetti appunto, il mondo contadino, la nostalgia, il paesaggio com’era, la famiglia etc..- siano anche funzionali ad una mentalità diffusa che fatica a dotarsi di una visione per il futuro culturalmente parlando. Mi sbaglierò ma ci vedo anche l’autorappresentazione di una comunità e di una realtà politica e culturale che “si ritrova” trascurando sensibilmente ciò che potrebbe essere e che é stato dopo Graziosi

  2. Luciano Credi ha detto:

    Ma il problema non è Graziosi, ma il riquadro espositivo a lui dato, quindi i termini critici per definire il suo lavoro; tenendo conto che l’Italia, non è più il primo paese al mondo per la capacità di organizzare questi eventi, come lo era solo 20 anni fa, non per cause politiche, ma per motivi legati a questa forma di globalizzazione. Nel campo della cultura si è diventati molto settoriali: vedere la Francia del Sud molto Lepenista, ma attualmente specializzata nei festival del multiculturalismo…

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Ivo, ciao Luciano, aggiungo qualche considerazione. I personaggi importanti (ovvero noti al di fuori dell’ambito locale) che la storia di questo territorio (il territorio del distretto o dell’Unione, per intenderci) ci ha consegnato non sono molti: Jacopo Barozzi, Ludovico Antonio Muratori, Giuseppe Graziosi. Barozzi noto più per le sue “Regole” che per le opere. Muratori presente in tutti i manuali di storia e letteratura. Si potrebbe aggiungere, forse, Pompeo Vecchiati, ma alla “cultura di massa” è anch’egli (come Graziosi) praticamente sconosciuto. Magari dimentico qualcuno (Jacopo Cantelli, geografo, è anch’egli sconosciuto), ma insomma parliamo di pochi nomi. La particolarità, inoltre, essendo questo un territorio di periferia nella periferia dell’Italia fino al ‘900 (dopo la portentosa crescita economica dell’Emilia ci ha avvicinati al “centro”) ed essendo i nostri comuni di piccole dimensioni (Vignola, oggi il più grande, aveva meno abitanti di Castelvetro a fine ‘800) è che questi personaggi da noi sono nati, ma poi, grazie alle loro qualità, sono stati attratti dai centri importanti di allora (Barozzi se ne andò all’incirca diciottenne da Vignola per Bologna, poi a Roma a servizio dei Farnese; Graziosi approdò a Firenze; Muratori a Modena). Questo anche per dire che la loro eredità è contesa da più comuni (in effetti Graziosi e Muratori, sono tanto nostri, quanto modenesi; Barozzi è di fatto un “senza patria”, se si esclude Vignola, visto che a Bologna stette pochi anni, mentre a Roma compete con una lista di artisti assai più grandi di lui). Ma succede in molti casi. Gioachino Rossini, un caso di cui mi sono incidentalmente occupato, di famiglia originaria di Lugo, nasce a Pesaro dove il padre si era trasferito per lavoro e lì vi sta solo pochi anni, poi va a Bologna a studiare musica. Vera star dei primi dell’800 giustamente Pesaro lo ricorda con un importantissimo ROF – Rossini Opera Festival:
    https://amarevignola.wordpress.com/2015/02/01/attorno-a-gioachino-rossini-spunti-per-buone-pratiche-culturali/
    Un modo intelligente (certo non l’unico) per ricordare la propria storia è a partire dai personaggi importanti, anche per capire un po’ meglio “chi siamo”, ovvero i caratteri storici che hanno dato luogo alla comunità di oggi. Insomma, questo “volgersi al passato” non sarebbe né troppo dispendioso (si tratta di 3-4 personaggi), né intellettualmente inopportuno. E’ vero che una parte forse consistente di cittadini di questi territori apprezzano questi letterati ed artisti solo perché sono … “nostri”, ovvero nati qui. Ed è vero, purtroppo, che spesso gli organizzatori di mostre ed eventi a loro dedicati, qui da noi, fanno leva su questo sentimento (a scapito di altri elementi, come ho cercato di mettere in luce anche in questo post). Ma questo non è un destino! E’ una scelta progettuale (sempre ammesso che ci sia un vero progetto culturale dietro). Comunque a me sembra davvero singolare che nessuno di loro abbia uno spazio culturale (museale?) dedicato. Una forma di rimozione della storia? Forse di semplice disattenzione. Invece abbiamo poi un tentativo di “museo del cinema” che con il nostro territorio c’azzecca come i cavoli a merenda. Comunque, sarebbe interessante provare ad immaginare un “museo del territorio”, come museo diffuso, che tesse assieme in modo organico più episodi della storia culturale, economica e sociale di questo territorio. In ogni caso sarebbe opportuno recuperare un po’ di visione strategica sulla cultura. Dopo venti anni di chiacchiere a vuoto non potrebbe essere il momento?

  4. Giuseppe Barbieri ha detto:

    A proposito degli illustri personaggi del passato venuti alla luce in centri situati nell’attuale Unione Terre di Castelli, segnalo che nell’ultimo numero di “Gente di Panaro” e dell’Annuario della Festa della fioritura sono stati pubblicati diversi articoli – scritti da giovani studiosi e ricercatori del nostro territorio – dedicati a personaggi illustri nati nei territori dell’Unione, ma di rilevanza nazionale: Agostino Paradisi il Giovane, Veronica Cantelli, Pietro Antonio Bernardoni, Francesco Selmi, Giuseppe Barbanti Brodano, Celestino Cavedoni e Arsenio Crespellani. Oltre a questi personaggi (e a intellettuali di statura gigantesca quali Muratori e Barozzi), in realtà ve ne sono molti altri che meriterebbero di essere ricordati: Jacopo Cantelli, Giuseppe Soli, Luigi Gazzotti, Giovanni Fontana, ecc…Per rimediare alla mancanza di attenzione verso questi personaggi sarebbe importante che le amministrazioni non dimentichino che si sta avvicinando l’anniversario della nascita di Francesco Selmi (1817-1881), chimico, patriota, letterato, personaggio di caratura internazionale che molto si prodigò per i suoi territori (fu autore, tra l’altro, dell’Iconografia dei celebri vignolesi, raccolta di profili bio-bibliografici dedicati ai suoi grandi conterranei del Cinque, Sei e Settecento). A riprova dell’interesse che la figura di Selmi riscuote al di fuori di Vignola, segnalo che, nell’ambito del prossimo Convegno Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica (che si svolgerà a Rimini, nel settembre 2015), ci sarà una relazione dedicata proprio alla sua opera.

  5. Luciano Credi ha detto:

    Si Andrea ciao, ti do ragione sulla notorietà. Ma a volte in qualche pubblicazione mi proposi come conosciuto, ma non nel senso di noto, ma nel senso di meteora pop, se vuoi proprio essere terra a terra per sbarcare il lunario. Vedi l’ottima pensione del mio povero papà da una quasi pensiona dignitosa alla mia mamma, vedi il fatto che non ho ancora venduto case vecchie ereditate, completamente da rifare, mi tengono, mi mettono nelle condizioni di non pagare anche affitti in Emilia. Pubblicazione come conosciuto intendo catalogo premio Dams 2002, con gente su Wiki come Luca Trevisan, Riccardo Benassi, in Usa, a Berlino… mia tesi di PhD, in molte università francofone, pubblicazione 2014 io la intendo invece come piccola piattaforma di assestamento come lo è dialogare anche in questo interessante blog ( ma non con ancora tutte le potenzialità espresse a parer mio…). Insomma essere meteore una volta ogni tanto in senso contadino vuol dire mettere il fieno in cascina senza non pensare alla gloria personale. Prodi che mi da del mercenario, non posso escludere che il mio povero padre e suo fratello non abbiano prese vie simili a quelle di Tullio Moneta x un bienno in Congo nel ‘ 60 ( dato che so x certo che attuali residenti vignolesi di quella generazione lo fecero), in via del fatto del fatto che da Balilla a partigiani erano persone estremamente addestrate, ma era un’altra epoca, e forse il loro modo di reperire denaro paradossalmente mettiamo anche x il PCI non veicolava tangenti. Vedi Andrea se nelle critiche fortissime che ho fatto all’amministrazione precedente di.. Non ho passato guai peggiori a quelli “percepiti”… Lo devo a pochi fattori, la giovane età, quindi forza fisica che ho avuto, all’impegno, al fatto che ero assistente di baroni Univ… Potenti… A capire le cose in senso cognitivo… Ma soprattutto al fatto che anni prima… Insomma si ricordavano di me come leader giovanile alle superiori… Insomma quella piccola notorietà eredità dall’adolescenza mi ha un poco protetto. Ti posso assicurare che il livello di odio di alcuni della sinistra x qualche post su questo blog è stato fortissimo… Credere nelle rendite è da montanaro, perché sebbene lui non compri un pantalone tutti i giorni come lo fanno i cittadini, lui crede che la sua terra sarà x sempre, poi se comprata tramite esperienze alla Tullio Moneta, questa è questione di dolore personale… Quando hai il vento in poppa se sei montanaro ragioni in termini di meteora e non di notorietà… Mi ricordo uno degli Equipe84 amico di mio cugino, che ha passato il resto della sua vita in montagna potendo pagarsi le bollette x 2 quasi note accordate in gioventù… Poi questa gente, gli amici di Tullio Moneta, almeno tornati a casa non hanno disturbato nessun loro compaesano, sbronze di guerre a parte ( oggi sono arrabbiato x gli immigranti visti davanti la Madonna della neve a Pavullo, della mia parrocchia parco wwf Sassoguidano, riportati nel 1990 nel comune dopo un ventennio di pinacoteca Estense… Non x avermi chiesto l’elemosina, ma x gesti tipo la pancia piena… Cose vergognose… Che voglio dimenticare…)… Insomma un vero montanaro sarà sempre montanaro…

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