Il museo archeologico A.Crespellani a Bazzano

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Ad Arsenio Crespellani (1828-1900), nato a Modena da una possidente famiglia di Savignano sul Panaro (vedi), è dedicato il museo archeologico che ha sede presso la Rocca di Bazzano. Fatto non casuale. Il 22 settembre 1873, su iniziativa di diciotto privati (tra cui Crespellani), venne costituita a Bazzano la “Società per scavi archeologici a scopo scientifico”, una società che mirava a fondare, tramite gli scavi, un museo archeologico “inalienabile” ed “a lustro del paese” (ottenendo il plauso del bolognese Giovanni Gozzadini, presidente della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna: vedi). Nella società bazzanese Arsenio Crespellani assunse la carica di direttore del museo sociale e soprintendente agli scavi. Negli anni 1873-1876 la società realizzò diversi scavi archeologici (il primo e più fruttuoso di questi al pozzo di età romana del fondo Casini a 200 metri a sud-est della Rocca) accumulando un importante patrimonio di reperti archeologici, accresciuto in seguito anche tramite donazioni private. La defezione di soci portò poi ad una situazione di stallo che si concluse con il trasferimento del “museo sociale” all’amministrazione comunale di Bazzano nel 1887. Ancora oggi il nucleo principale del museo archeologico è costituito dal lascito della società bazzanese dell’800, con i reperti provenienti dal “pozzo Casini” e dal “pozzo Sgolfo” (scavato in precedenza, nel 1841) in primo piano. Tra questi, vasi in bronzo di straordinaria bellezza. Ma a dispetto del contenuto il museo archeologico bazzanese non è affatto un “museo di qualità” essendo rimasto sostanzialmente allo stile espositivo ottocentesco. E soffrendo anche della situazione di degrado del bellissimo contenitore: la Rocca dei Bentivoglio. Prosegue con questo post il nostro viaggio nella non esaltante realtà dei musei locali.

Una veduta aerea della Rocca di Bazzano e della adiacente chiesa di Santo Stefano (prima metà XX secolo).

Una veduta aerea della Rocca di Bazzano e della adiacente chiesa di Santo Stefano (metà XX secolo circa).

[1] Il Museo Civico Archeologico “Arsenio Crespellani” è una delle istituzioni culturali che trovano sede nella Rocca di Bazzano e che sono gestite dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio (vedi). Riallestito negli anni ’80 ha ancora oggi come nucleo centrale (e come complesso di reperti di maggior pregio ed interesse) i reperti rinvenuti nei pozzi “Sgolfo” e “Casini” nel XIX secolo. Il museo è ospitato in cinque sale al primo piano della Rocca (l’intero fronte Nord) per circa 200 mq complessivi (qui le foto di un sopralluogo effettuato il 16 maggio 2015: vedi). Le sale ospitano idealmente cinque sezioni. Una sala è dedicata agli Etruschi (con corredi funebri della vicina Valle del Reno, Casalecchio) ed è stata allestita pochi anni fa. Le altre quattro sale hanno allestimenti degli anni ’80: armi e divise del periodo risorgimentale; neolitico ed età del bronzo; età romana e altomedioevale. Nelle sezioni archeologiche vi sono pannelli didattici con una presentazione delle epoche storiche e relativi materiali in mostra. Sono inoltre disponibili audioguide. Nonostante questi (limitati) interventi di ammodernamento dei “supporti” alla fruizione l’intero allestimento e le tecnologie comunicative apprestate sono assolutamente obsolete. L’intero percorso espositivo è ancora troppo centrato sugli oggetti e quelli davvero distintivi (i “vecchi” materiali dei pozzi “Sgolfo” e “Casini”) non sono adeguatamente valorizzati. Nonostante l’impegno della Fondazione Rocca dei Bentivoglio (ed a dispetto di materiali di grande interesse) il museo Crespellani rimane uno dei tanti musei locali insoddisfacenti che punteggiano la provincia italiana (vedi).

Pianta del museo archeologico

Pianta del museo archeologico “A.Crespellani” al primo piano della Rocca di Bazzano.

[2] Eppure, come detto, alcuni dei materiali esposti sono di grandissimo interesse. Si tratta dei materiali trovati nei cosiddetti “pozzi-ripostiglio” (pozzi risalenti alla prima età imperiale poi utilizzati come deposito) del podere “Sgolfo” e del podere “Casini”, scavati nel XIX secolo. 120 vasi di terracotta e 15 di bronzo vennero rinvenuti nel pozzo “Sgolfo”. Un centinaio di vasi di terracotta, due recipienti metallici, 8 vasi di bronzo ed altri oggetti ancora vennero invece rinvenuti nel pozzo “Casini” (quello scavato da Crespellani & C.). Sono vasi di diversa foggia, tra cui anche olle in terracotta di impasto rozzo che consentono di datare i depositi al VI-VII secolo d.C. (mentre i vasi in bronzo riflettono tipologie in uso dall’I al IV secolo d.C.). Diverse caratteristiche dei manufatti fanno inoltre pensare ad “un momento di completa decadenza dell’apparato produttivo” (p.86). I più raffinati vasi di bronzo sembrano essere stati prodotti nel III o IV secolo d.C. per poi essere rimasti in uso per parecchio tempo ancora (alcuni sono grossolanamente rattoppati). Insomma si tratterebbe perlopiù di materiali “barbarici ed altomedioevali, databili dal VI secolo in poi” (p.93). La disposizione dei vasi nei pozzi (scavati plausibilmente nel I secolo d.C. ed usati qualche secolo più tardi come ripostigli-rifugio) fa pensare che coloro che li collocarono pensassero di provvedere al loro recupero anche molto tempo dopo (cosa che evidentemente non avvenne). E’ plausibile ritenere dunque un abbandono completo della zona da parte di un gruppo di famiglie lì residenti. “Il pozzo Casini (…) nascondeva l’attrezzatura domestica e agricola di una famiglia rurale che non è più riuscita a ritornare sulla sua terra, e testimonia perciò, insieme allo Sgolfo e agli altri pozzi analoghi della fascia pedemontana, un momento di grave sconvolgimento demografico della zona, una fuga collettiva senza ritorno” (p.92). Rare testimonianze degli sconvolgimenti provocate dalle “invasioni barbariche” (Goti e poi Longobardi), eppure non adeguatamente valorizzate nel percorso espositivo. Nulla infatti si dice, nei pannelli informativi, circa la “catastrofe” rappresentata dalle “invasioni barbariche” (una terminologia che in realtà si riferisce ad un mix di processi migratori, di “invasioni” progressive, con alcuni momenti particolarmente traumatici e violenti) con quanto ne seguì in termini di interruzione dell’organizzazione sociale ed economica romana, con conseguente grave impoverimento della popolazione (sul tema si veda il magistrale Bryan Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza, Bari, 2008: vedi). Mentre invece è di questo che “parlano” i pozzi-deposito bazzanesi!

Attacco dell'ansa di un vaso di bronzo, con scena di sacrificio animale: un uomo (a dx) tiene un maiale e lo sgozza; una donna ne raccoglie il sangue con un catino. Provenienza pozzo Casini (foto del 16 maggio 2015).

Attacco dell’ansa di un vaso di bronzo, con scena di sacrificio animale: un uomo (a dx) tiene un maiale e lo sgozza; una donna ne raccoglie il sangue con un catino. Provenienza pozzo Casini (foto del 16 maggio 2015).

[3] Un’istituzione museale svolge più funzioni. In primo luogo quella di tutela e conservazione dei materiali. Ma fosse solo questo basterebbe un magazzino climatizzato. Ogni museo, in effetti, ha anche l’ambizione di “produrre cultura”. Più precisamente: strumento di comunicazione e dunque di produzione culturale, sussidio didattico, centro di attività di ricerca. Come giustamente è affermato nella guida al museo realizzata trent’anni fa, “vivere per un museo significa anche saper trasformare i risultati di questa ricerca scientifica e specializzata in informazioni fruibili per il più vasto pubblico attraverso appropriate forme di comunicazione” (così nel saggio di Sara Santoro Bianchi, pp.13-14). Solo che nel frattempo le appropriate forme di comunicazione sono evolute radicalmente (nell’epoca del digitale e dei social network), mentre il museo di Bazzano, come tanti altri, è “rimasto indietro”. Lo è innanzitutto dal punto di vista del progetto: non è un “museo della città” e del territorio (esempi interessanti sono invece presenti a Bologna, Carpi, Rimini, Urbino), visto che vi sono periodi storici non adeguatamente narrati e visto che ospita materiali di altri territori (i reperti Etruschi provengono da Casalecchio di Reno); non è un museo archeologico, visto che ospita anche una sezione risorgimentale. Ma soprattutto è “rimasto indietro” – cosa evidentissima – dal punto di vista della comunicazione e delle tecnologie di supporto. Pannelli informativi fitti di dettagli tecnici e per questo eccedenti le capacità cognitive del visitatore medio ed incapaci di focalizzare l’attenzione sugli aspetti davvero importanti (manca completamente un’adeguata narrazione degli sconvolgimenti del VI e VII secolo che possa introdurre ad una comprensione dei pozzi-deposito e dunque dei materiali di maggior valore conservati nel museo!). Manca infine completamente l’impiego di tecnologie digitali che potrebbero, se ben congegnate, offrire supporti informativi al tempo stesso di grande ricchezza e di facile fruibilità.

Vasi in bronzo (in primo piano un vaso con ansa decorata con testa di satiro) dal pozzo Sgolfo (foto del 16 maggio 2015).

Vasi in bronzo (in primo piano un vaso con ansa decorata con testa di satiro) dal pozzo Sgolfo (foto del 16 maggio 2015).

[4] Eppure questo è il museo archeologico di maggiore importanza non solo in Valsamoggia, ma anche al di qua del Panaro, nel territorio dell’Unione Terre di Castelli (con l’unica eccezione del Parco archeologico della terramara di Montale – che ha però caratteristiche assai diverse). Che però soffre non solo della mancata manutenzione del suo contenitore (la Rocca di Bazzano – doveroso un confronto con la diversa traiettoria della Rocca di Vignola), ma anche della inadeguata capacità di investimento della Fondazione Rocca dei Bentivoglio e dell’amministrazione comunale (prima Bazzano, ora Valsamoggia). E’ così che il museo svolge (neppure adeguatamente) una funzione essenzialmente “didattica”, a servizio delle scuole (in cui l’attività laboratoriale fa aggio su tutto). Ma risulta assolutamente inadeguato sia nella sua funzione di attrazione turistica, sia nella sua funzione di dispositivo di promozione culturale (manca, tra l’altro, un’adeguata interazione con gli eventi promossi dall’archivio storico comunale: pdf). Insomma, gli obiettivi riconosciuti come importanti nel 1985 (non solo conservazione, ma anche promozione culturale) sono stati in larga parte mancati.

Vasi in terracotta rinvenuti in uno dei pozzi-deposito (foto del 16 maggio 2015).

Brocche in terracotta rinvenute in uno dei pozzi-deposito (foto del 16 maggio 2015).

[5] La poco entusiasmante condizione del museo civico archeologico A.Crespellani di Bazzano è comune a praticamente tutti i musei del territorio. Questi, se va bene, vivono un momento di gloria nei primi anni di vita, quando possono ancora esibire allestimenti nuovi e quando suscitano ancora un po’ di curiosità nella popolazione locale. Dopo è tutto un lento processo di decadimento, spesso della durata di uno o più decenni. Forse è giunto il momento di aprire gli occhi e di prendere consapevolezza dell’insoddisfacenza di questo modello. Di certo sappiamo che la capacità di spesa delle amministrazioni comunali in eventi e luoghi della cultura non è destinata ad aumentare nei prossimi anni a causa della situazione delle finanze pubbliche. Per questo occorre impostare politiche innovative, se davvero si vuole che i “luoghi della cultura” ed i musei diventino luoghi di reale produzione culturale (cosa che in genere oggi non sono). In prima battuta possiamo ritenere vi siano tre linee da seguire:

  • Riorganizzazione territoriale improntata a maggiore selettività: è impensabile continuare a ritenere che ogni comune possa avere uno o più musei di qualità. Sappiamo che così non è. Occorre dunque una pianificazione dei luoghi della cultura relativa al territorio sovracomunale. Ciò non significa affatto, però, centralizzare le attività culturali che possono (ed anzi debbono) restare distribuite (secondo il modello già in uso da tempo del Centro per le famiglie, ad esempio).
  • Organizzazione maggiormente verticale e specializzata, ad esempio sulla base di “istituzioni”, ovvero di contenitori specializzati (es. una istituzione per le biblioteche, una per i musei), superando il generico contenitore “ufficio cultura”. Serve maggiore specializzazione, ovvero competenze di settore più forti in capo al “dirigente” incaricato di governare un più delimitato settore culturale, ma su base territoriale ampia (Unione dei comuni e non più singolo comune). In questo modo è possibile reclutare o formare personale specialistico.
  • Ricercare forme di collaborazione e sinergie su “area vasta”, andando a costituire delle vere e proprie reti “di settore”. Un’ipotesi, ad esempio, potrebbe essere quella di rapporti di collaborazione strutturati tra i musei archeologici della fascia pedemontana del bolognese, del modenese, del reggiano. Ciò consentirebbe, ad esempio, una produzione di materiali informativi e didattici comuni per i temi “trasversali” (neolitico, età del bronzo, età del ferro, età etrusca, età romana, ad esempio, non differiscono significativamente in quest’area), che potrebbero essere declinati localmente per ogni singola realtà. Ugualmente diverrebbe possibile predisporre mostre tematiche impostate in modo modulare e dunque itineranti. In tal modo i costi di produzione di materiali, mostre, eventi di qualità potrebbero essere suddivisi tra i punti della rete sulla base di una programmazione pluriennale e con modalità operative flessibili.
Ansa di vaso in bronzo con rappresentazione di Bacco entro un'edicola circolare. Vaso proveniente dal pozzo Casini (foto del 16 maggio 2015).

Ansa di vaso in bronzo con rappresentazione di Bacco entro un’edicola circolare. Vaso proveniente dal pozzo Casini (foto del 16 maggio 2015).

PS Il Museo civico archeologico “Arsenio Crespellani” è gestito dalla Fondazione Rocca dei Bentivoglio (vedi). L’ingresso è a pagamento (4 euro il prezzo del biglietto ordinario, comprensivo di audioguide). La Fondazione ha sede presso la Rocca e, oltre al museo, gestisce la Scuola di Musica “G. Fiorini”, le Biblioteche, gli Archivio storici, AUT AUT Festival Regionale contro le mafie (vedi), la rassegna “Corti Chiese e Cortili“. Purtroppo la Fondazione non risponde ai criteri della legge sulla trasparenza (d.lgs. n.33/2013). Non pubblica nel proprio sito web né i propri bilanci, né un documento di rendicontazione delle proprie attività. Del tutto scarne sono inoltre le informazioni sulle persone che in essa ricoprono cariche (vedi). La trasparenza circa la performance e la situazione di bilancio è però importante: una chances in più per un adeguato pressing al cambiamento. Di cui, evidentemente, c’é bisogno. Qui una slideshow con foto relative al sopralluogo effettuato il 16 maggio 2015 (vedi).

Bottiglia ansata in ceramica con graffito raffiguranti due uccelli, dal pozzo Casini (foto del 16 maggio 2015).

Bottiglia ansata in ceramica con due uccelli graffiti, dal pozzo Casini (foto del 16 maggio 2015).

PPS Le informazioni per la redazione del presente post sono state ottenute dal volumetto: Sara Santoro Bianchi (a cura di), La Rocca Bentivolesca e il Museo civico “A.Crespellani” di Bazzano, University Press Bologna, Bologna, senza data (seconda edizione della guida al museo realizzata nel 1986). I numeri di pagina delle citazioni riportate nel post si riferiscono a questa seconda edizione.

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