Un ciclo di “riflessioni” sulla guerra. Alla Fondazione di Vignola serve una bussola

La Fondazione di Vignola promuove un ciclo di incontri dedicato alla guerra. Debolmente motivato dalla ricorrenza della Prima Guerra Mondiale. Ma soprattutto … debolmente motivato. Punto. Ed in questo modo interviene direttamente nell’offerta di conferenze e serate “culturali” alla città di Vignola. Cosa che, se la memoria non mi tradisce, non era mai successa negli otto anni della presidenza Zanasi (2005-2013). Lo dico subito: se questa deve essere l’offerta di “riflessione” alla città meglio non fare nulla (e riservare ad altro le pur limitate risorse assorbite dall’iniziativa). Meglio lasciare l’iniziativa ai privati ed alle associazioni locali, visto che qualitativamente non si distingue da quella. Il programma è stato messo a punto dalla prof.ssa Claudia Baracchi, consigliere della Fondazione (il pieghevole ci fa graziosamente sapere che il tutto è avvenuto “con la collaborazione di Roberto Alperoli” – evidentemente esperto di guerre), ma ciò nonostante non convince. Sotto almeno tre aspetti. Non convince come riflessione sulla guerra (mancano gli ingredienti decisivi). Non convince, in realtà, in primo luogo la scelta del tema guerra (dalle istituzioni come la Fondazione di Vignola ci si aspetterebbe una migliore considerazione della rilevanza). Non convince, infine, la decisione di tenere tutti gli incontri del ciclo a Vignola (visto che, da statuto, le comunità di riferimento sono anche Spilamberto, Savignano, Marano). Vediamo.A_Foto 28mag2015 331[1] “Il tentativo è di illuminare il conflitto nelle sue radici e molteplici declinazioni (la guerra, le guerre). La guerra è storicamente tanto pervasiva da sembrare ineliminabile ed essenziale per comprendere l’umano. Se sia così o meno resta però da vedere. L’approfondimento del tema della guerra, dunque, riguarda anche la possibilità della pace a venire.” Questa, con le parole del pieghevole dell’iniziativa, la motivazione del ciclo di incontri. E già qua troviamo una discreta confusione tra “conflitto” (che non è affatto necessariamente guerra) e guerra, ovvero intervento violento verso un gruppo sociale nemico. Confusione che aumenta se guardiamo all’elenco dei relatori, alle loro expertise, ai temi trattati. Si va dalla “guerra di Troia”, con l’immancabile Valerio Massimo Manfredi (il presidente show man), alle “canzoni e letture della Grande Guerra” (Massimo Bubola & la sua band); da “aggressività e amore” (la “guerra” nella coppia?), tema trattato da un professore di Psicologia Clinica, psicoanalista, esperto di attaccamento e paternità, alla “dialettica originaria: polemos e armonia”, affrontata dal teologo Vito Mancuso, guest star dell’iniziativa. In realtà una serata “pertinente” ci sarebbe: quella con Lucio Caracciolo, geo-politologo direttore della rivista Limes, in cui si parlerà di “Stato Islamico” (IS) e di “cosa (non) fare in Libia”. Insomma, come evitare la guerra. Ma si può anche considerare tutto come “pertinente”, se si adotta lo stile del talk show, in cui la preoccupazione per l’intrattenimento deve infine trovare soddisfazione.

A_Foto 28mag2015 208[2] Insomma, tutto “fa guerra”, secondo la filosofia della curatrice. O forse no. Bisogna comunque rilevare che in questo calderone di iniziative mancano i temi decisivi. Tra il 1991 ed il 1999, a duecento chilometri dalle coste italiane, si è combattuta una guerra feroce, fatta di pulizia etnica e di stupri etnici. Era la ex-Jugoslavia. Dove le faglie dormienti del nazionalismo e della diversità religiosa (cattolici, ortodossi, musulmani) sono state rimesse in moto dalle élites locali al fine di perseguire l’indipendenza nazionale. Negli stessi anni l’Italia sperimentava gli slogan secessionisti della Lega Nord ed era facile porsi la domanda: potrebbe succedere anche da noi? A quali condizioni? Questa è una di quelle domande su cui sarebbe davvero interessante “riflettere”.

A_Foto 28mag2015 346Un paio di settimane fa il candidato repubblicano Jeb Bush è stato costretto a prendere le distanze dal fratello George W., ex-presidente, riaprendo il dibattito sulla guerra in Iraq del 2003 (vedi). Come oggi sappiamo con chiarezza “l’America ha invaso l’Iraq perché l’amministrazione Bush voleva una guerra. Le giustificazioni ufficiali per l’invasione non erano altro che pretesti, e pretesti contraffatti per giunta” (Paul Krugman). Una guerra a cui la Gran Bretagna di Tony Blair e l’Italia di Silvio Berlusconi hanno preso parte. Opacità nelle strategie del potere, comunicazione manipolatoria per costruire il consenso interno (o per limitare il dissenso), proiezione nel futuro di obiettivi irrealistici (l’esportazione della democrazia in Iraq e quindi “per contagio” in tutto il Medio Oriente: vedi), controllo rigoroso delle notizie che giungono dal fronte – questi gli “ingredienti” della guerra oggi. Se pensiamo alla Prima Guerra Mondiale: niente di nuovo sul fronte occidentale? Non so se le cose sono andate così anche per la guerra di Troia, ma oggi guerra e comunicazione (verso l’interno) sono un binomio inscindibile. Vogliamo aiutare gli italiani a “riflettere” su come è facile, da cittadini democratici, essere coinvolti in una guerra altrove? Sugli arcana imperii di cui ancora sembrano necessitare le democrazie (un tema trattato magistralmente da Norberto Bobbio)? Però su questi quesiti decisivi nessuna “riflessione” è proposta dal ciclo “La guerra. Le guerre.”.

A_Foto 28mag2015 281[3] Ma è sulla scelta del tema “guerra” che più si evidenzia un deficit di riflessione. Proprio perché, in occasione del centenario dell’entrata in guerra (Prima Guerra Mondiale) e del 70° della fine della guerra (Seconda Guerra Mondiale) le iniziative sul tema della guerra non mancano (certo, possiamo discutere della qualità) e l’editoria “di guerra” ha avuto un boom (con anche libri notevoli, ed anche con la penetrazione del tema in ambiti espressivi inusuali: vedi). Ma l’attualità ci porterebbe da un’altra parte. Alla strana crisi economica che attanaglia il paese (in realtà il Sud dell’Europa) da diversi anni ed all’incapacità delle istituzioni europee di costruire una via d’uscita in grado di evitare l’impoverimento e la sofferenza economica e sociale di milioni di persone. L’Europa in trappola – così Claus Offe ha intitolato una conferenza il cui testo è stato prontamente pubblicato da Il Mulino (vedi) e che poi ha ampliato in libro edito da Polity Press (vedi). E con Offe le cose più importanti sull’attuale “trappola Europa” si leggono nei libri di Wolfgang Streeck (vedi) e di Jürgen Habermas (vedi). Eppure sembra che il tema non interessi granché proprio noi, che assieme a greci e spagnoli, siamo quelli più colpiti (e non riusciamo ad andare oltre allo stereotipo di una Germania cattiva nei nostri confronti). Questa è davvero la “nostra guerra” oggi. Ma alla Fondazione di Vignola mica viene in mente di proporre un bel ciclo di “riflessioni” su questo: è davvero incapacità di agire delle istituzioni europee? Oppure la Merkel ha individuato la ricetta giusta, l’unico modo per riequilibrare l’economia della zona euro e salvare l’Europa? E’ il deficit democratico dell’Europa che ci ha messo in trappola? E così via. Dalle istituzioni ci si aspetterebbe maggiore capacità di riflessione, migliore capacità di discernere la rilevanza di un tema rispetto ad un altro. Per questo, ancora di più da questo punto di vista, il ciclo di incontri “La guerra. Le guerre.” è una delusione.

A_Foto 28mag2015 309[4] Ultimo motivo di contrarietà, se volete il più banale. Lo statuto della Fondazione (art.3) recita che essa incentra “preminentemente la propria azione nel territorio dei Comuni di Vignola, Spilamberto, Marano sul Panaro e Savignano sul Panaro, nei quali ha la propria radice storica.” Queste sarebbero le comunità di riferimento. Non si capisce perché un ciclo di 8 iniziative non debba essere distribuito su questo territorio, anziché venire concentrato solo a Vignola. Non è solo “questione formale” (il rispetto dello statuto) però. E’ questione di visione strategica. Questi comuni hanno terribilmente bisogno di imparare a “lavorare” assieme più di quanto facciano oggi (in questo periodo di stanca, tra l’altro, dell’Unione Terre di Castelli: vedi). Perché dunque la Fondazione di Vignola (che, a dispetto della denominazione, solo di Vignola non è) non dà un proprio contributo a questa filosofia? Perché non sollecita o almeno non aiuta una migliore collaborazione tra gli enti locali? Perché dunque non si preoccupa, potendo, di servire tutte le comunità di riferimento, anziché una sola?

A_Foto 28mag2015 337PS Non vorrei essere annoverato d’ufficio nella categoria “gufi e rosiconi”. E allora ricordo che ci sono progetti della Fondazione di Vignola che trovo convincenti e su cui ho espresso apprezzamento. Per altri, invece, non è così e da buon stakeholder della Fondazione di Vignola sento il dovere di esprimere pubblicamente il dissenso. Degli uni e degli altri si trova traccia nella categoria “Fondazione di Vignola”.

A_Foto 28mag2015 359PPS “La guerra. Le guerre. Pensieri sull’esperienza umana“, questo il titolo della serie di otto incontri organizzati dalla Fondazione di Vignola (qui il pdf del pieghevole). Due di questi sono realizzati in collaborazione con l’Associazione Dentro ai libri (si tratta di “dialoghi con l’autore”) e curati da Fiorenza Franchini – si tratta indubbiamente dei più pertinenti rispetto al tema “guerra”. E qui il comunicato stampa di presentazione dell’iniziativa (pdf). Le immagini a corredo del post sono tratte dalla mostra “The bridges of graffiti“, Arterminal c/o Terminal S.Basilio, Venezia, e sono state scattate il 28 maggio 2015. Guerriglia urbana?

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7 Responses to Un ciclo di “riflessioni” sulla guerra. Alla Fondazione di Vignola serve una bussola

  1. Luciano Credi ha detto:

    La Fondazione una bussola ce l’ha, con guanti quasi da fatina potentissima Maria Elena Boschi, Lara se tieni davvero a me capiscilo, fino alle sberle del PD vignolese riuscivo a resistere, sebbene amici di potenti non vignolesi, ma contro tutto il PD romano, no. Che bello credere ancora ai sogni, Cacciari spiega cos’è la Corea del Nord, al di là dei rapporti personali. Sveglia, ma pensate veramente che dopo tutto il casino che è successo nel 2013 anche con le dimissioni di Gasparini, loro con garbo sapessero perdere? Ecco perché a volte ho criticato i civici, perché il dilemma è vivere in dittatura ma sereni nel privato, oh vivere liberi litigando con tutti dalla mattina alla sera? Io avrei preferito la prima perché conosco la Bolognina, gli amici civici non bene come me ed hanno optato x la seconda, peccato che essi siano più potenti della media dei loro elettori. Pensate che se avessi sviolinato, bene la mia pubblicazione con Aracne del 2014 x questo evento sarebbe passata inosservata (conosciuta da tutti, x esempio da Gerardo Greco…)? Ultimamente rivaluto molto il dott. Francesco Orlando, un ACI locale mi ha fatto un cattivissimo scherzo, che ho raccontato a Lara che spero abbia riferito a chi di dovere, almeno quello, anche se non so se è la stessa ACI che ha causato problemi ad Orlando. Detto ciò in guerra chi è il buono chi è il cattivo?

  2. Roberto ha detto:

    Ha ragione lei, specie quando parla delle campagne antimafia. I temi non sono manco tanto male, rispetto ad altre città come ad esempio Spilamberto o altre città della Unione. Il problema è che si tratta sempre della solita rappresentazione da salotto, con le medesime facce che rincorrono altre, che scambiamo cultura con incesto. Una specie di cambio maschera provincialotto, e oggi si discute di mafia, domani di filosofia, e poi di erboristeria. Un infinito prendere il tè con gli amici, una roba che non interessa nessuno alla fine, se non la medesima gente che si sposta di luogo in lugo. La provincialità uccide tutto. Diffondere cultura è davvero una cosa altra.

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Un nuovo “aiutino”, sempre sulla principale “guerra” in corso in Europa. Lo offre, questa volta, Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e da tempo critico verso le ricette a base di austerity per i paesi del Sud Europa:
    “Un’uscita forzata della Grecia dall’euro provocherebbe enormi rischi a livello economico e politico. Eppure, l’Europa sembra incamminata come una sonnambula proprio verso quel risultato.
    Sì, ammetto che la mia allusione al recente ottimo libro di Christopher Clark sulle origini della Prima guerra mondiale intitolato “The Sleepwalkers” (I sonnambuli) è intenzionale. In quello che sta accadendo si avverte una sensazione che ricorda da vicino e chiaramente il 1914, la sensazione che arroganza, risentimento e mero errore di calcolo stiano conducendo l’Europa verso un baratro dal quale avrebbe potuto e dovuto tenersi lontana.”
    http://interestingpress.blogspot.it/2015/06/europa-sonnambula-i-dubbi-degli-stati.html

    Le libere realtà associative coltivano giustamente gli interessi più disparati e sulla base di questi interessi propongono iniziative ed eventi alla città. Le istituzioni hanno invece un dovere: quello di focalizzare l’attenzione su quei temi che, nella formazione della comunità, fanno la differenza, ovvero sono particolarmente rilevanti. Questo perché usano risorse della collettività, soldi “pubblici”. Chi glielo dice alla prof.ssa Baracchi?

  4. Alessandra ha detto:

    Mi perdo per sbaglio su internet e finisco in questo blog, e non posso non rispondere alle cose che leggo..scusate ma dov’è andata a finire la capacità riflessiva profonda che ci spinge a interrogarci seriamente sul mondo che viviamo?
    Ora, non voglio decisamente sembrare offensiva, peraltro non sarei né capace né avrei la voglia di continuare a scrivere su internet i miei pensieri, che sono in evidente contrapposizione con il più delle cose che leggo qui, ma ci tengo a dirvi che (grazie a dio) di persone che la pensano diversamente ce ne sono, e ce ne sono tante. E, in qualche modo, credo che siano proprio quelle che facciano la differenza. Permettetemi dunque di contraccambiare con la stessa solerte determinazione, è la prima volta che lo faccio con tale motivazione su internet.
    Da questo intervento e da tutti i commenti che sono stati fatti mi sembra di capire che ci sia davvero un grande risentimento per la fondazione e per come questa gestisca i fondi, che pare debbano essere utilizzati, per altro, per questioni “vere, sentite” e non per quelle proposte “filosofiche che non servono a nessuno, insomma”, ad esempio si parla di questo ciclo a cura della Prof.ssa Baracchi.
    Trovo sempre molto, troppo semplice lamentarsi di ciò che ci sta intorno, soprattutto quando si tratta di fondazioni o di istituzioni che sollevano troppo facilmente plausi un po’ scontati, che colludono con il grande risentimento dovuto al malessere della gran parte degli italiani per un’Italia in crisi nera. Come al solito mi sembra troppo semplice fare di tutta l’erba un fascio, come se la cosa riguardasse gli altri e non noi stessi, il nostro modo di stare al mondo, i nostri valori e le nostre aspettative.
    Cito direttamente in merito alle attuali situazioni economiche e storiche italiane e europee questo posto che commento: “Questa è davvero la “nostra guerra” oggi.”. Questa frase mi ha fatto davvero molto ridere, me lo consenta…ma la guerra di chi?la mia?la sua?scusate, ma di che cosa stiamo parlando????
    Io credo che ci si debba prendere le proprie responsabilità e credo anche che quando si pubblica online sia necessario fare molta attenzione a ciò che si dice e a come lo si dice. La parzialità e la soggettività delle riflessioni di chi scrive andrebbero molto spesso sottolineate (come spero di star facendo io), perché lo scambio e il dialogo sollevino autentiche perplessità e non restino invece sparse e inutilizzate in quell’indistinto calderone di allusioni ironiche e demagogiche, calderone del quale soprattutto in Italia ne abbiamo proprio piene le tasche, permettetemelo.
    Non posso entrare troppo nel merito per motivi di spazio e di tempo ma vorrei richiamarvi tutti a questa evidente dicotomia, che fa apparire il ciclo proposto dalla fondazione come in evidente contrasto se non opposizione con i “veri” bisogni del paese di Vignola, dell’Italia e dell’Europa addirittura. Insomma, una roba da “salotto” com’è stata definita, un attentato all’utilità sociale, uno spreco di soldi pubblici. E allora perché l’ultima volta, questo “salotto” riuniva più di 80 persone?
    Non voglio entrare nel merito di come la Fondazione gestisca i fondi, non entro nel merito neanche di come distribuisca il lavoro, tutte cose che, com’è naturale che siano, smuoveranno gli animi e creeranno consensi e dissensi, come tutte le cose del resto, quando si tratta di attività, specie se territoriale. Però spero vivamente che, prima di essere pubblicate su internet con tutto questo risentimento, siano state concretamente proposte a chi di dovere, non soltanto buttate lì demagogicamente solo per parlar male, senza però attivarsi concretamente.
    Rispetto al tema poi, mi fa davvero sorridere pensare che ci sia la pretesa di poter parlare di una qualsiasi cosa, entrando in maniera prestazionale e performativa immediatamente dentro la questione, senza invece analizzarla da ogni sua prospettiva, aprirla ad altro, studiarla anche nelle sue declinazioni interdisciplinari e non solo attuali, per quanto sentite e urgenti. Questo è esattamente quello a cui ci spingono i tempi che viviamo: essere produttivi, arrivare subito al dunque, spezzettare il discorso in dicotomie, in buoni e cattivi, in destra e sinistra, anche in politica. Purtroppo la vita non è così, non si da mai spezzettata, ma sempre in un subbuglio informe di punti di vista, quelli che lei chiama“la verità” (è buffo che insista sul singolare, la verità soggettiva e universale non esiste almeno per quello che riguarda le opinioni, specie quelle umane). Io credo che attraverso il tema delle “guerre”, la Prof.ssa Baracchi abbia voluto insistere sull’urgenza dei nostri tempi nel parlare di un tema che non riguarda solo la Merkel o le guerre armate: RIGUARDA NOI STESSI, nel nostro stare insieme politicamente così come nel nostro intimo personale e psichico, l’esperienza di essere umani.
    Avete mai letto la Repubblica di Platone? Avete mai riflettuto profondamente su che cos’è la guerra e in che rapporto stanno psychè e polis, l’anima individuale e l’anima collettiva che è la città? Possiamo davvero ridurre la guerra a quella armata, frutto di loschi interessi economici mondiali e non solo europei che chiamano in causa e più spesso che non distruggono le vite degli esseri umani che le subiscono?
    Farsi questa domanda non significa affatto voltare le spalle alle atrocità storicamente accadute, alle vite perse, alle fatiche e alle difficoltà in cui gran parte della popolazione mondiale versa tuttoggi, non significa rimanere per aria, o fare salotto intellettuale. Significa onorarle quelle vite, dar loro un senso speciale, commemorarle. LE GUERRE sono sempre esistite e allora forse ha davvero importanza fermarsi un attimo e chiedersi qual è il senso profondo di questi fenomeni così intensi e drammatici. Capisce che la situazione è decisamente più complessa e se lei crede che LA SUA PERSONALE GUERRA sia davvero e più urgentemente quella europea attuale, bhè, mi fa piacere, e credo anche che possa interessare a molti perchè non è un tema affatto scontato, ma non mi venga a dire che è l’unica guerra VERA che interessa noi oggi. Per esempio, non è la mia e come me, credo che ci saranno molti altri. Vi invito a proporre alla Fondazione degli incontri a tema economico-storico-sociale sull’attualità della guerra, chissà mai che vengano accolti, e probabilmente la stessa Prof.ssa Baracchi vi verrebbe ad ascoltare con molto interesse. L’intento di questo ciclo, la ricorrenza dell’anniversario della Grande Guerra, ha proprio ragione, è semplicemente un pre-testo, un’occasione simbolica, un momento di riflessione per ricordare che la guerra, come la verità, non è e non può essere sola una, innanzitutto e che, tra le altre cose, fa pienamente parte dell’esperienza umana…E’ possibile che questo “terribile” che è la guerra ci componga? E come? Se siete interessati a capire vi invito ad esserci, e ad andare a sentirvelo di persona il perché di questa scelta terminologica, guerra e non conflitto.
    Purtroppo per capire tutto questo è necessario fare un po’ di silenzio dentro di sé, quantomeno stare in ascolto (proprio per non continuare a fare guerre inutili)… Purtroppo l’ascolto, così come la coerenza fra ciò che si dice e ciò che si fa è decisamente roba d’altri tempi, al giorno d’oggi, me ne rendo proprio conto e sono molto molto dispiaciuta di questo.
    Io sono un’appassionata lettrice di saggi filosofici e tra questi seguo con interesse l’attività e i diversi scritti della Prof.ssa Baracchi, prima di dire queste cose, vi consiglio di leggere “On Myth, Life and War in Plato’s Republic”, o “L’architettura dell’Umano. L’etica di Aristotele come filosofia prima”. Vi assicuro che capirete meglio il senso di ciò che scrivo e capirete anche che cosa hanno da dire queste cose anche a chi come voi conserva grandi perplessità a riguardo. Forse, stando alle “urgenze italiane” credo che siamo debitori di un senso di gratitudine un filo più caloroso a un’acclamata e seguitissima professoressa italo-americana che per oltre vent’anni si è occupata di capire il senso di ciò che lega filosofia e vita quotidiana (e le urgenze ad essa connesse), soprattutto in un’Italia dove i nostri grandi cervelli scappano e non tornano mica indietro dopo aver insegnato a New York, come ha fatto lei. Per capire ciò che dico, vi invito a seguirla a Milano, nelle sue lezioni di “Filosofia della Relazione e del Dialogo” in Bicocca dove a noi educatori, che con il dolore della gente e con le guerre per la sopravvivenza di anziani malati e minori abusati e maltrattati ci lavoriamo tutti i giorni (e non abbiamo tempo di ricamarci su le chiacchiere o di frequentare salotti da masturbazione intellettuale perché il nostro stipendio è ancora troppo basso e la nostra fondamentale professione misconosciuta), le assicuro che proprio a noi, serve molto, moltissimo, cercare di capire cosa c’entra parlare di guerre e di Platone e di Aristotele senza parlare dell’attuale situazione storica italiana. A quello le assicuro che ci si arriva, perché è giusto che sia così, ma non con un’ansia famelica di possesso e ciechi del resto, piuttosto per le vie traverse della meditazione e della ricerca di senso e dell’antico detto “conosci te stesso”.
    Insomma credo che sia evidente l’importanza di ampliare il discorso a temi filosofici, di una filosofia che si fa esercizio di vita e per la vita, che mette insieme vita quotidiana e discorso intellettuale. Ma l’esercizio di capire cosa queste riflessioni possano c’entrare con la Merkel, che è la sua vera guerra, se lo faccia lei e chi come lei concorda, e trovatevi anche al bar a parlarne e fatene anche un ciclo proposto alla fondazione. Ma, la prego, lasci che gli altri facciano i conti con le loro guerre, guerre anche personali e intimissime e che le assicuro vivono quotidianamente, con fatica e grande dolore (dove i problemi storici dell’europa passano necessariamente in secondo piano e vengono lasciati a chi, come lei, ha il grande tempo e merito di interessarsene e di dire la sua), e permetta che possano avere un po’ di sollievo, andando a sentire chi, a causa del fatto che di guerre ne ha realmente vissute parecchie, può a pieno titolo dirci e insegnarci qualcosa. La vita si dischiude in questo modo, acquista una nuova luce e un nuovo senso, e ci dà la capacità di riconoscere che i rancori che sentiamo dentro di noi sono il frutto della Grande Guerra che è la vita, e che ognuno di noi vince, si spera, come può.
    Grazie dell’attenzione.
    Alessandra

  5. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Mentre la Grecia sta vivendo giorni drammatici, il governo greco annuncia un referendum riguardo al piano di riforme delineato dall’eurogruppo (i ministri delle finanze dei paesi dell’area euro), l’area euro sprofonda nell’incertezza … i cittadini vignolesi potevano “riflettere” sulla gerra con le canzoni di Massimo Bubola. Il tempismo delle istituzioni. 😦

  6. Zap ha detto:

    Questa sulla Grecia e Massimo Bubola è stupenda! “Mi piace”.
    E’ difficile e inutile intervenire su un concentrato cosi alto di banalità. Peccato che Alessandra ci sia caduta e non si sia accorta della povertà astiosa degli argomenti propria di chi non conosce ma si atteggia.
    Ma spero ancora che la montagna di sciocchezze lette facciano parte del Paltrinieri orfano della Denti, che si diverte e scherza.
    Della serie “se io fossi sindaco”.

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