Wiligelmo vs Antelami. Storie della Genesi nel duomo di Modena e di Parma

Alla Galleria Nazionale di Parma (vedi), ubicata nel farnesiano Palazzo della Pilotta (vedi), tre capitelli romanici raffigurano scene bibliche: la creazione dell’uomo e della donna, la cacciata dal Paradiso, ecc. Una di queste scene rappresenta l’uccisione di Abele da parte di Caino. Caino è in ginocchio sopra la schiena del fratello e lo colpisce alla testa con una pietra.

Benedetto Antelami, Caino uccide Abele. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Benedetto Antelami, Caino uccide Abele. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

La composizione è inusuale (per quel che so) e le figure hanno una grande plasticità, trattandosi di sculture del periodo romanico. I capitelli sono attribuiti a Benedetto Antèlami, architetto e scultore vissuto tra XII e XIII secolo (vedi), ed autore, con la sua compagine di lavoratori della pietra, del Battistero di Parma. Ma episodi della Genesi sono rappresentati anche sulla facciata del Duomo di Modena, come sa bene ogni modenese. Il loro autore è Wiligelmo, vissuto un po’ prima dell’Antèlami (vedi). Rarissimi sono i fregi – lo ricorda Chiara Frugoni – con la rappresentazione di episodi della Genesi collocati sulla facciata di una chiesa: oltre al caso di Modena, che rimane comunque il più antico (1106-1110), è così anche per la cattedrale di Nimes (in Francia) e di Lincoln (in Inghilterra). Nei programmi iconografici realizzati dai due scultori vi sono alcune affinità, ma assai diverso è il modo artistico di realizzazione. In ogni caso si tratta di due splendidi episodi dell’arte romanica in valpadana.

Benedetto Antelami, Deposizione, 1178. Transetto destro della Cattedrale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Benedetto Antelami, Deposizione, 1178. Transetto destro della Cattedrale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

[1] “Nell’anno 1178, in aprile [nel mese secondo] lo scultore compì l’opera. Questo scultore fu Benedetto detto Antelami” – così si legge (ma in latino) sulla lastra con la Deposizione, conservata nella cattedrale di Parma (vedi). E’ l’unica opera che in una delle tante iscrizioni incise al suo interno riporta compiutamente il nome del grande scultore ed architetto. La grande lastra di marmo (cm 110 x 230) è affissa al muro del transetto di destra. Ma non è quella la sua collocazione originaria, visto che faceva parte di un pulpito scolpito dall’Antèlami, sempre collocato nella cattedrale, ma poi rimosso alla metà del ‘500 quando si realizzò la grande scalinata interna per accedere al presbiterio. Allora il pulpito venne smembrato ed oggi quelli che, secondo una plausibile ricostruzione, sono i suoi pezzi si trovano collocati in tre diverse sedi, seppur sempre nel cuore di Parma:

  • nella cattedrale sta la lastra con la Deposizione (nel transetto di destra);
  • alla Galleria Nazionale stanno tre dei quattro capitelli (il quarto è stato disperso dal mercato antiquario) ed una corrispondente seconda lastra (purtroppo “orridamente scalpellata”) dove era rappresentato Dio in maestà fra i simboli degli evangelisti e altri personaggi;
  • al museo diocesano (di fronte alla cattedrale) stanno invece quattro leoni stilofori (reggitori di colonne) che dovevano essere la base del pulpito.
Benedetto Antelami, Dio accompagna Adamo ed Eva in Paradiso. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 apr2015)

Benedetto Antelami, Dio accompagna Adamo ed Eva in Paradiso. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 apr2015)

Trascuriamo la bellissima Deposizione (una descrizione si trova in un volumetto di Chiara Frugoni dedicato al vicino Battistero; evidenziamo solo il gesto dolce e doloroso compiuto dalla Vergine Maria, che prende la mano destra di Cristo, già staccata dalla croce, e se la porta alla guancia “per un’ultima carezza” – un’impostazione che comunque troviamo già nella lunetta del più antico portale del Perdono della basilica di San Isidoro a Leon: vedi) e ritorniamo ai capitelli, ed esattamente ai due dei tre che rappresentano le scene della Genesi (trascuriamo il terzo con scene dal Giudizio di re Salomone, dal Libro dei Re).

Benedetto Antelami, Eva tentata dal serpente. Si notino le ricche vesti di Adamo ed Eva. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Benedetto Antelami, Eva tentata dal serpente. Si notino le ricche vesti di Adamo ed Eva. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma.

Le scene che vi sono raffigurate sono le seguenti: Dio conduce Adamo ed Eva nel paradiso terrestre; la tentazione di Eva da parte del serpente; il peccato originale; Adamo ed Eva presi da vergogna per la propria nudità (primo capitello).

Benedetto Antelami, Adamo ed Eva si vergognano della propria nudità. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Benedetto Antelami, Adamo ed Eva si vergognano della propria nudità. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Nel secondo capitello, invece: Cacciata dal paradiso; Adamo ed Eva al lavoro; sacrificio di Caino e Abele; Caino uccide Abele (secondo capitello).

Benedetto Antelami, L'angelo caccia Adamo ed Eva dal paradiso. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Benedetto Antelami, L’angelo caccia Adamo ed Eva dal paradiso. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Dalla selezione di queste scene del racconto biblico e da alcuni particolari davvero insoliti (Adamo ed Eva non sono nudi in paradiso, ma indossano ricche vesti – vesti che saranno tolte solo dopo il peccato) Chiara Frugoni trae la convinzione che Antèlami “tenne presente un dramma semiliturgico: l’Ordo representacionis Ade, noto anche come Jeu d’Adam, composto fra il 1125 e il 1175”, un testo in cui ai dialoghi in volgare si alternano lunghe didascalie e direttive in latino, per la scena e per gli attori.

Benedetto Antelami, Conseguenza del peccato è il lavoro. Adamo zappa la terra, Eva fila. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Conseguenza del peccato è il lavoro: Benedetto Antelami, Adamo zappa la terra, Eva fila. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Dopo quest’opera Antèlami tornò a Parma qualche anno dopo per una realizzazione assai più impegnativa: il Battistero (vedi). Qui un’altra iscrizione, posta sull’architrave della porta Nord, la porta principale, recita: “Nel 1196 iniziò quest’opera lo scultore chiamato Benedetto”. Il Battistero con il ciclo dei mesi è giustamente l’opera che ha dato risonanza all’Antèlami. Un battesimo vi fu già amministrato nel 1216 (anche se il Battistero venne solennemente consacrato solo nel 1270 dal vescovo della città).

Benedetto Antelami, Caino e Abele offrono un sacrificio a Dio. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

Benedetto Antelami, Caino e Abele offrono un sacrificio a Dio. Capitello presso la Galleria Nazionale di Parma (foto del 3 aprile 2015)

[2] Il 9 giugno 1099 ebbero inizio i lavori di realizzazione del Duomo di Modena (così si legge, in latino, su una lastra scolpita inclusa nella facciata). Per la sua costruzione viene chiamato un affermato architetto dell’epoca: Lanfranco (vedi), documentato dal 1099 al 1137. Nella Relatio de innovatione Ecclesie S. Geminiani, ac de translatione eius beatissimi corporis (risalente all’epoca della costruzione del Duomo) Lanfranco è citato tre volte, una delle quali indirettamente: quando richiede che sia eseguita la traslazione delle reliquie di San Geminiano nella nuova cripta per poter proseguire i lavori. Cosa che avvenne il 30 aprile 1106 (con la fabbrica ancora incompiuta) alla presenza del vescovo Dodone di Modena e di quello di Reggio Emilia Bonsignore, nonché di Matilde di Canossa – come raffigurato in una miniatura inserita successivamente nel manoscritto.

Ispezione del corpo di San Geminiano. Da sinistra: Matilde di Canossa, Lanfranco, il vescovo di Modena e quello di Reggio Emilia. Miniatura nella Relatio ... , Modena, Archivio capitolare del Duomo. Inizio XII secolo.

Apertura del sepolcro di San Geminiano alla presenza di Matilde di Canossa, Lanfranco e due vescovi. Miniatura nella Relatio de innovatione … , Modena, Archivio capitolare del Duomo. Inizio XII secolo. Nella fascia inferiore miles e cives sorvegliano il corpo del santo.

La consacrazione dell’altare-sepolcro con il corpo del santo avvenne però solo qualche mese più tardi, il 7-8 ottobre 1106 alla presenza di papa Pasquale II (venuto in Longobardia, nei possedimenti matildici, per il Concilio di Guastalla nell’ottobre 1106; pochi giorni dopo, tra l’altro, il papa era a Parma per la consacrazione della cattedrale, cosa che avvenne il 4 novembre 1106). Oggi, però, “tutta la facciata parla di Wiligelmo, impostosi su Lanfranco. A un progetto che dava la preminenza ai valori architettonici ne fu sostituito un altro, impostato sul predominio della scultura” (Chiara Frugoni).

La facciata del Duomo di Modena, dove sono inserite le quattro lastre con le storie dalla Genesi (foto Franco Cosimo Panini)

La facciata del Duomo di Modena, dove sono inserite le quattro lastre con le storie dalla Genesi realizzate da Wiligelmo (foto Franco Cosimo Panini)

Nell’epigrafe inserita nella facciata (retta da Elia ed Enoch), importante perché riporta la data di fondazione (appunto il 9 giugno 1099), in un piccolo spazio lasciato libero, in caratteri minori, aggiunti in un tempo di poco posteriore, una scritta latina recita: “Fra gli scultori, quanto tu sia degno d’onore o Wiligelmo, ora lo testimonia stupendamente la tua scultura”. Le quattro lastre con i soggetti dell’Antico Testamento occupano attualmente, a livelli diversi, la facciata del Duomo (vedi).

Scene dalla Genesi. Prima lastra di Wiligelmo.

Scene dalla Genesi. Prima lastra di Wiligelmo.

In origine dovevano essere tutte allo stesso livello delle due inferiori. Con ogni probabilità la linearità della narrazione è stata alterata quando, alla fine del XII secolo, i maestri campionesi intervennero aprendo il grande rosone e le due porte minori (non presenti nel progetto originario). Le scene raffigurate sono in larga parte le stesse di quelle dei due capitelli del Duomo di Parma, anche se non mancano differenze.

Scene dalla Genesi. Seconda lastra di Wiligelmo.

Scene dalla Genesi. Seconda lastra di Wiligelmo. Al centro la cacciata dal Paradiso.

Nella prima lastra: Dio in mandorla sostenuta da angeli; creazione di Adamo; creazione di Eva da una costola di Adamo addormentato; Adamo ed Eva che mangiano il frutto della conoscenza. Nella seconda lastra: Dio parla con Adamo ed Eva che ora si coprono il sesso; l’angelo con la spada sguainata li caccia dal paradiso; Adamo ed Eva zappano – entrambe – la terra a ricordare la nuova condizione di dipendenza dal lavoro.

Scene dalla Genesi. Terza lastra di Wiligelmo. Al centro l'uccisione di Abele da parte di Caino.

Scene dalla Genesi. Terza lastra di Wiligelmo. Al centro l’uccisione di Abele da parte di Caino.

La terza lastra è tutta dedicata a Caino ed Abele: Abele e Caino si apprestano a sacrificare a Dio, il primo portando un agnello, il secondo un mazzo di spighe; Caino uccide Abele colpendolo al capo con un bastone; Dio chiede a Caino dove si trovi suo fratello e gli tocca la spalla con la mano destra (un gesto che forse rappresenta Dio che pone un segno su Caino). La quarta lastra racconta la fine di Caino e le successive storie di Noé.

Scene dalla Genesi. Quarta lastra di Wiligelmo.

Scene dalla Genesi. Quarta lastra di Wiligelmo.

Anche in questo caso – se seguiamo Chiara Frugoni – l’ispirazione è tratta dall’Ordo representacionis Ade, chiamato anche Jeu d’Adam (per un’attenuazione di questa posizione si esprime Arturo Carlo Quintavalle: vedi). Si tratta del più antico esempio di “dramma semiliturgico” (l’originale scritto è datato fra il 1125 ed il 1175, ma probabilmente esisteva una più antica tradizione orale). Si divide in tre parti: la storia di Adamo ed Eva, quella di Caino e Abele, una processione di profeti che annunciano la venuta di Cristo. Tutti elementi riscontrabili nell’apparato iconografico del Duomo di Modena secondo Chiara Frugoni.

Wiligelmo, La cacciata dal paradiso (parte sx e centrale della seconda lastra) (foto del 15 febbraio 2014)

Wiligelmo, La cacciata dal paradiso (parte sx e centrale della seconda lastra) (foto del 15 febbraio 2014)

[3] Negli stipiti interni della porta della Pescheria (così detta perché un tempo nelle sue vicinanze si trovava una pescheria) del Duomo di Modena è raffigurato il ciclo dei mesi, opera di Wiligelmo. A Parma il ciclo dei mesi è invece presente, ancora più enfatizzato, all’interno del Battistero – opera dell’Antèlami. Questo “tema dei mesi” lo si ritrova di solito inserito in un contesto religioso (come avviene a Modena ed a Parma) – rare sono le rappresentazioni in edifici profani (Chiara Frugoni). E’ la conseguenza della cacciata dal Paradiso: la necessità del lavoro è la conseguenza del peccato. Ma è anche la possibilità che Dio offre all’uomo per riscattarsi (con la decima parte dei prodotti della terra, ottenuti con il loro sudore, i contadini mantengono la Chiesa). Per questo “il lavoro ha un duplice volto, di pena e di mezzo di riconciliazione” (Chiara Frugoni). Così, nella seconda lastra sulla facciata del Duomo di Modena si vede Adamo, ma anche Eva, zappare la terra. A Parma, nel prima capitello dell’Antèlami, invece, a zappare è solo Adamo, mentre Eva fila. Ma per i loro discendenti il lavoro è anche mezzo di redenzione. Nelle parole che un teologo del XII secolo (Onorio di Ratisbona) rivolgeva ai laborantes: “voi pure che coltivate i campi siete i piedi della Chiesa, poiché nutrendola la sostenete”. Il tempo dell’uomo è dunque il tempo del lavoro agricolo. Per procacciarsi i mezzi di sopravvivenza all’uomo occorre dispiegare il proprio lavoro lungo l’intero anno, nel concatenarsi di diverse occupazioni: dall’aratura dei campi, alla semina, alla mietitura. Da qui il senso (religioso) del ciclo dei mesi.

Benedetto Antelami, Mese di giugno. Battistero di Parma (fine secolo XII)

Benedetto Antelami, Mese di giugno. Battistero di Parma (fine secolo XII)

[4] La consacrazione delle cattedrali modenese e parmense avviene in un periodo del medioevo caratterizzato da due processi strutturanti. Il primo è quello delle lotte tra Papato e Impero (lotta per le investiture), esploso con il pontificato di Gregorio VII (è in quegli anni, esattamente nel 1076, che avviene il famoso episodio di Canossa), con lo scisma dell’antipapa Clemente III (l’arcivescovo di Ravenna Guiberto sostenuto dal re Enrico IV) e che raggiunge un nuovo equilibrio con il Concordato di Worms nel 1022. Le città del Nord Italia (tra cui Parma e, sotto il vescovo Eriberto, anche Modena) erano schierate con l’Imperatore e nei primi anni del XII secolo, quando anche il figlio di Enrico IV gli si ribella contro determinando la sconfitta del fronte filo-imperiale, si avvia una politica, sostenuta anche da Matilde di Canossa, per riportare queste città al fronte filo-papale (con la sostituzione dei vescovi di nomina imperiale). La presenza del papa Pasquale II in entrambe le città nell’autunno del 1106 per consacrare le cattedrali cittadine è un tassello di questa strategia. In particolare Parma era da lungo tempo città imperiale. Da Parma, ad esempio, proveniva il cancelliere del regno e poi arcivescovo di Ravenna Guiberto che era stato dal 1080 al 1100 l’antipapa (Clemente III) antagonista di Gregorio VII e dei suoi successori; sempre da Parma era in precedenza venuto l’antipapa Onorio II (dal 1061 al 1064), il vescovo Pietro Cadalo. Modena, a sua volta, aveva avuto in quegli anni due vescovi: Eriberto, filo-imperiale (morto nel 1095), e Benedetto, di parte pontificia. Quest’ultimo, non potendo entrare nella città controllata da Eriberto (così fino alla sua morte nel 1095), si rifugiò nel castello di Savignano sul Panaro. Ci si deve chiedere se le tensioni vissute dalla Chiesa in quei decenni e l’affermarsi infine del movimento di “riforma” non abbiano fornito impulsi anche per innovare il programma iconografico delle nuove cattedrali in costruzione. In effetti Arturo Carlo Quintavalle coglie nel programma iconografico del Duomo di Modena gli echi di quelle tensioni in corso di superamento: “la cattedrale modenese intendeva proporre, dopo un lungo periodo di scisma, una nuova immagine che rappresentasse questo suo ritorno nel seno della Chiesa di Roma. Ecco dunque che le Storie della Genesi mostrano sì il peccato originale e la salvezza, ma rappresentano soprattutto la Chiesa, l’arca di Noè, che questa salvezza impersona; il claustrum a due livelli di arcata è la vita canonicale e la Chiesa. Il sacrificio di Caino non gradito al Signore e il castigo di Caino trafitto dal cieco Lamec sono un altro segno inconfondibile contro gli scismatici, gli eretici, contro i sacerdoti che hanno piegato verso l’arcivescovo di Ravenna, o verso l’imperatore, e in certo senso Modena è da porre in parallelo con la cattedrale di Parma, dove un capitello dei matronei (ca. 1115-1120) iscritto “Est monachus factus lupus hic sub dogmate tractus” allude probabilmente proprio al vescovo Cadalo (1045-1072) e allo scisma” (vedi). Il secondo processo operante tra XI e XII secolo consiste nell’autonomizzazione delle città dalle strutture feudali – un processo che si registra tanto a Parma quanto a Modena e che più avanti sfocerà nella istituzione dei comuni. Come ha sottolineato con forza Vito Fumagalli la vicenda di Matilde di Canossa (1046-1115), a capo del dominio allora più esteso nel centro e nord Italia, risulta contrassegnata da forti tensioni con le realtà cittadine allora in ascesa (episodio più eclatante è la “ribellione” di Mantova, che pure era la residenza privilegiata dei Canossa dai tempi di Bonifacio, padre di Matilde). Non a caso la decisione di procedere alla costruzione di un nuovo Duomo a Modena, una nuova “casa” per le reliquie del santo patrono della città, viene presa (tra l’altro in un periodo di sede episcopale vacante) con larga partecipazione dei cives e del populus modenese, ovvero di quegli strati sociali che si andavano affermando grazie allo sviluppo economico cittadino. Nell’XI secolo, il vescovo si afferma come riferimento per i ceti cittadini emergenti (che non a caso vogliono prendere parte alla sua elezione), secondo un processo che esprime ed al contempo alimenta un nuovo sentimento civico che si manifesta anche nell’investimento in opere monumentali (nell’unico linguaggio collettivo allora possibile, quello religioso). Ciò significa l’incanalamento della ricchezza cittadina verso la fabbrica delle cattedrali e la ricerca di quegli architetti e scultori che, nel realizzare l’opera, potessero celebrare la grandezza della città.

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2 risposte a Wiligelmo vs Antelami. Storie della Genesi nel duomo di Modena e di Parma

  1. Paul-V-Lashkevich ha detto:

    L’ha ribloggato su .

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