Fusione dei comuni: le giuste cose da dire (e da fare)

La presa di posizione della CISL è solo l’ultima in ordine di tempo. “Bisogna andare oltre le Unioni e spingere sulle fusioni tra comuni” – così il segretario provinciale William Ballotta ha esortato gli amministratori locali a seguire l’esempio virtuoso (sic) della Valsamoggia in occasione del convegno vignolese dell’11 marzo scorso (Gazzetta di Modena del 12 marzo: pdf). Già in passato associazioni di categoria e organizzazioni sindacali si erano espresse a favore del “superamento” dell’Unione Terre di Castelli. E la politica locale, targata PD, aveva rilasciato studiate dichiarazioni, così da dar l’idea di crederci davvero (vedi). Senonché quando proprio il referendum in Valsamoggia ha reso evidente che la partita era più impegnativa di quel che appariva (vedi) il tema è stato di nuovo chiuso in cassetto. Riattivato dalle recenti dichiarazioni è di nuovo il PD locale che oggi, dalla più comoda posizione dei banchi di minoranza, invoca a gran voce un atto di “coraggio” dei nuovi amministratori. Quello che non è stato in grado di compiere nella passata legislatura. E’ il gioco della politica (o, meglio, dell’irresponsabilità politica). Il tema è impegnativo e per questo la nuova maggioranza civica vignolese e la più larga e variegata “maggioranza” dell’Unione Terre di Castelli fanno bene a maneggiarlo con cura, evitando di seguire i consigli non disinteressati di un PD allo sbando. Alcune considerazioni in cinque passaggi.

Il municipio di Vignola (foto del 9 aprile 2014)

Il municipio di Vignola (foto del 9 aprile 2014)

[1] Le fusioni di comuni non solo si “possono fare”, ma si fanno. Nella passata legislatura, in Emilia-Romagna, ne sono state realizzate quattro, di cui quella di Valsamoggia è la più nota. Ecco i quattro nuovi comuni:

  • Valsamoggia (BO): circa 30.000 abitanti, nato dalla fusione di Bazzano, Castello di Serravalle, Crespellano, Monteveglio, Savigno (vedi);
  • Fiscaglia (FE): circa 11.700 abitanti, nato dalla fusione di Migliaro, Migliarino e Massa Fiscaglia (vedi);
  • Sissa Trecasali (PR): circa 8.000 abitanti, nato dalla fusione di Sissa e Trecasali (vedi);
  • Poggio Torriana (RN): circa 4.800 abitanti, nato dalla fusione di Poggio Berni e Torriana (vedi).

In tre casi su quattro a mettersi assieme sono stati comuni di piccole dimensioni (diversa sarebbe la realtà di Vignola & C). Nell’operazione di maggiore complessità (Valsamoggia) cinque comuni si sono fusi per dar vita ad un unico comune di 30.000 abitanti. Se l’obiettivo della crescita dimensionale è quello del recupero di efficienza (esprimibile nei termini del rapporto tra costi amministrativi e spesa di settore) una così complessa operazione ha portato alla realizzazione di un ente appena un po’ più grande di Vignola (che di abitanti ne assomma 25.000 mila: vedi). Ma ovviamente in gioco con un progetto di fusione tra comuni non c’è solo questo (vedi). Comunque, al momento sono in corso altri due processi di fusione (entrambi di comuni appenninici): nel bolognese tra Granaglione e Porretta Terme (circa 7.000 abitanti) e nel reggiano tra Busana, Collagna, Ligonchio, Ramiseto (circa 4.500 abitanti) (vedi).

Rocca Rangoni a Spilamberto. Da qualche anno di proprietà dell'amministrazione comunale è in attesa di finanziamenti per la riqualificazione (foto dell'1 dicembre 2013)

Rocca Rangoni a Spilamberto. Da qualche anno di proprietà dell’amministrazione comunale è in attesa di finanziamenti per la riqualificazione (foto dell’1 dicembre 2013)

[2] Le fusioni di comuni non sempre riescono. Bisogna però anche dire che non tutte le ciambelle vengono col buco. Due “progetti di fusione” sono falliti, in quanto bocciati dai cittadini al referendum (solo consultivo per legge, ma ora, dopo la pionieristica esperienza di Valsamoggia, giustamente vincolante secondo i nuovi orientamenti della Regione: vedi). Sono stati abortiti i progetti di fusione tra Savignano sul Rubicone e San Mauro Pascoli (circa 29.300 abitanti), in provincia di Rimini, e tra Toano e Villa Minozzo (circa 8.300 abitanti), in provincia di Reggio Emilia (vedi). A riprova del fatto che non basta invocarla la fusione dei comuni.

La Rocca di Vignola (foto del 23 ottobre 2013)

La Rocca di Vignola (foto del 23 ottobre 2013)

[3] Valsamoggia più che un esempio virtuoso è un esempio fortunoso. Il caso Valsamoggia è un termine di paragone inapplicabile. Per un semplice motivo. Con l’attuale orientamento regionale il nuovo comune non sarebbe mai nato, visto che il progetto di fusione è stato bocciato al referendum dai cittadini di due dei cinque comuni (il no al progetto è risultato maggioritario a Bazzano e Savigno) (vedi). Ma il caso Valsamoggia (che pure ha beneficiato di una condizione di completa omogeneità politica: tutte e cinque le amministrazioni erano a maggioranza PD) ha messo in luce anche una discreta serie di errori metodologici o di passaggi strategici sbagliati, da cui sarebbe bene imparare qualcosa: uno studio di fattibilità manchevole, nonostante la collaborazione degli esperti della SPISA-UNIBO (vedi); un approccio al coinvolgimento dei cittadini nel progetto al contempo tardivo e manipolatorio (vedi). Nonostante associazioni di categoria e forze sociali si siano espresse a favore del progetto, la fusione risultava quindi “bocciata” al referendum in due dei cinque comuni (vedi). Ma essendo il primo caso regionale e vista l’ampia “esposizione” del PD bolognese, l’assemblea legislativa regionale ha comunque approvato il disegno di legge sulla fusione e dall’1 gennaio 2014 Valsamoggia è comune. Bisogna poi anche riconoscere che in occasione delle elezioni comunali del 2014 il candidato PD (l’ex-sindaco di Monteveglio Daniele Ruscigno) ha tranquillamente vinto al primo turno, a dimostrazione che il tribolato processo di fusione non ha lasciato ferite politiche di rilievo sul territorio.

Piazza Giovanni Falcone a Savignano con la fontana di Antonio Sgroi, a Savignano (foto del 6 marzo 2010)

Piazza Giovanni Falcone a Savignano con la fontana di Antonio Sgroi (foto del 6 marzo 2010)

[4] Cosa si dovrebbe fare da noi? Nel sito dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna l’Unione Terre di Castelli è indicata tra i pochi territori in regione in cui sarebbe “avviata la discussione” sull’eventualità della fusione (vedi). Visto da vicino quanto sta succedendo da noi, l’espressione suona decisamente enfatica (discussione avviata? dove? da chi?). Ma non c’è dubbio che la discussione starebbe bene avviata. Ma più che sul tema “fusione sì fusione no”, sul tema più ampio di un ridisegno complessivo delle istituzioni locali, all’interno del quale sta anche l’opzione fusione dei comuni (lasciamo perdere il tema decisamente prematuro se debba trattarsi di fusione a 2, a 3, a 5 o ad 8 comuni, e di quali combinazioni). Per due semplici e validissimi motivi:

  • da un lato l’esperienza dell’Unione Terre di Castelli, avviata nel 2001, e sin da subito divenuta una delle più significative (non solo per dimensioni della popolazione servita, ma soprattutto per la consistenza dei servizi gestiti in forma associata: scuola, sociale, personale, sistemi informatici, protezione civile, polizia municipale, ambiente) a livello nazionale. Dopo più di dieci anni è evidente l’esigenza almeno di una “manutenzione straordinaria”, anche solo per affrontare i problemi del circuito democratico che essa pone (visto che più del 50% delle spese correnti dei comuni sono trasferimenti all’Unione, ma i consigli comunali – unico organo effettivo della rappresentanza popolare – hanno perso capacità di indirizzo e controllo sull’operato dell’Unione).
  • dall’altro lato è in atto nel paese una seppur confuso ridisegno dell’assetto istituzionale che tocca (e potrà toccare ancora di più in un prossimo futuro) necessariamente gli enti locali: dall’attuale “strana soppressione” delle province (vedi) si potrebbe giungere alla “soppressione vera” ed alla riallocazione delle funzioni o verso l’alto (la Regione) o verso il basso (il Comune), in quest’ultimo caso auspicabilmente sollecitando processi di aggregazione tra comuni. Comunque sia, è evidente da tempo la tendenza ad una crescita di scala degli enti locali e delle aziende che per loro gestiscono i servizi (certo, con i nuovi problemi di controllo democratico che in tal modo emergono). Anche questi processi sollecitano l’approntamento di una strategia locale che potrebbe incarnarsi in un apparato amministrativo sovrapposto a più realtà comunali, tramite un processo di fusione.
Il municipio di Savignano con la fontana dedicata alla

Il municipio di Savignano con la fontana dedicata alla “venere” (foto del 6 marzo 2010)

Insomma, ci sono tutti i motivi per “avviare la discussione” ed anzi per fare qualcosa di più, istituendo una commissione che, supportata da esperti, analizzi le diverse opzioni in campo (fusione dei comuni, manutenzione straordinaria dell’Unione) mettendo in luce i pro ed i contro di ciascuna di esse, producendo report messi a disposizione della pubblica opinione ed anzi coinvolgendo sin dalla prima fase cittadini e forze sociali. D’altro canto è quanto previsto nel programma di legislatura dell’Unione (approvata da tutti i consiglieri – solo due astenuti – nella seduta del 22 gennaio scorso: “è necessario esplorare le potenzialità della gestione unitaria di nuovi servizi, e riflettere se lo strumento che stiamo utilizzando [Unione di comuni] sia idoneo o non sia piuttosto opportuno percorrere la strada della fusione per il raggiungimento degli obiettivi che stiamo assumendo” (si legge al punto 1: vedi). E qualcosa di molto simile si legge anche nel programma che le tre liste civiche vignolesi hanno sottoposto agli elettori nel 2014: “Se, come sembra, le Province saranno abolite, o quantomeno “ congelate”, come verranno ridistribuite le competenze? E’ quindi necessario produrre una riflessione sul tema Fusione dei Comuni evitando le forzature e qualunque approccio di tipo ideologico. In ogni caso dovranno essere i cittadini tramite referendum a decidere con l’unanimità dei consensi previa analisi attenta dei costi e dei benefici ottenibili.” Impostazione corretta anche perché ricorda una verità spesso trascurata: l’eventuale “fusione” la fanno i cittadini, non gli amministratori. Con il loro voto al referendum “consultivo”, che di fatto è oggi inteso come “confermativo” (vedi). In ultima istanza sono loro che debbono essere convinti dei benefici derivanti dal ridisegno delle istituzioni locali. Agli amministratori compete l’istruttoria del progetto e dunque essi hanno responsabilità circa l’accuratezza dell’analisi (punto debole del processo in Valsamoggia) ed eventualmente la forza e la profondità della “visione” (con cui convincere cittadini scettici o dubbiosi). Impostata in questi termini la “discussione” è produttiva farla, predisponendo come previsto un adeguato “studio di fattibilità” che, secondo quanto previsto dalla Regione, ha l’obiettivo di “valutare la dimensione del valore aggiunto per gli enti e i cittadini di una scelta associativa e del suo ampliamento” (vedi). Anche una buona idea (soprattutto se impegnativa come questa) per realizzarsi ha però anche bisogno di alcuni requisiti irrinunciabili: una buona congiuntura, attori capaci e convinti. Personalmente ritengo che la situazione oggi sia migliore di quella della passata legislatura (in cui l’Unione era “zavorrata” dal sindaco di Vignola Daria Denti). Il fatto che un tale percorso di analisi e decisione non sia affatto cosa breve (servono almeno due-tre anni) dovrebbe poi consentire anche di superare i timori di sindaci al primo mandato che pertanto lavorerebbero (nell’ipotesi fusione) per cancellare la poltrona su cui si sono appena insediati – per usare un’immagine corrente.

Il Resto del Carlino - Modena del 12 marzo 2015, p.22.

Il Resto del Carlino – Modena del 12 marzo 2015, p.22.

[5] Perché strepita il PD vignolese? Poche righe vanno infine dedicate a commentare la posizione assunta a mezzo stampa dal PD vignolese. “E’ stato il PD a porre il tema, Smeraldi non si prenda il merito” – così il PD locale ha intitolato un proprio intervento in cui accusa il sindaco Mauro Smeraldi di mancanza di lungimiranza e coraggio (che invece loro avrebbero). Chiede anche che gli venga riconosciuto il “merito” di aver posto il giusto tema nel posto sbagliato al momento sbagliato. Avendo perso la bussola hanno infatti presentato un emendamento al bilancio comunale (uno stanziamento per finanziare lo studio di fattibilità della fusione) per chiedere un’iniziativa sovracomunale e che, pertanto, va ragionevolmente prevista se vi è un accordo delle altre amministrazioni. La sede giusta per trattare il tema è invece il bilancio di previsione dell’Unione Terre di Castelli (e qui per l’uno e per l’altro dei due gruppi consiliari risulta agevole collegarsi a quanto definito nel “programma di mandato”). Se ne ha la capacità il PD può presentare in questo passaggio un proprio atto di indirizzo ed un proprio emendamento al bilancio (ma potrebbe non essercene bisogno se, come il sindaco di Vignola nonché presidente dell’Unione ha detto proprio in occasione del recente convegno della CISL, la spesa per lo “studio di fattibilità” è già inserita nel bilancio di previsione dell’Unione: pdf). Sino ad ora, bisogna dirlo, il PD è stato incapace di esprimere sul tema un documento di indirizzo condiviso tra gli organi di vertice del partito nei diversi comuni dell’Unione (vedi) peraltro annunciato anni fa dall’allora coordinatore Luca Gozzoli (vedi). Sino ad ora la sua azione si è dunque caratterizzata in termini di “agitazione improduttiva” – e rischia di continuare così in nuove forme. Vista la capacità che hanno sin qui esibito nei “progetti strategici” (un esempio su tutti è il nuovo statuto dell’Unione sotto la presidenza Denti: vedi) affidarsi ai loro consigli per trattare un progetto ambizioso, ma fragile, rischia di portare al suo definitivo affossamento. L’impostazione corretta è già stata individuata e risulta inscritta nel programma di mandato dell’Unione (oltre che nel programma delle tre liste civiche vignolesi). Va perseguita con determinazione, ma anche con consapevolezza della difficoltà del percorso.

Palazzo Boncompagni (detto Palazzo Barozzi) a Vignola (foto del 15 settembre 2011)

Palazzo Boncompagni (detto Palazzo Barozzi) a Vignola (foto del 15 settembre 2011)

PS Sulla vicenda della fusione dei cinque comuni del bolognese che hanno dato vita al comune di Valsamoggia si vedano i numerosi post della categoria “Valsamoggia“.

Prima Pagina, 14 marzo 2015, p.18.

Prima Pagina, 14 marzo 2015, p.18.

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6 risposte a Fusione dei comuni: le giuste cose da dire (e da fare)

  1. Luciano Credi ha detto:

    Sicuramente è interessante, ma mettere d’accordo tutti passa sempre da mediazioni… Le mediazioni (Veltroni il maestro di Muzzarelli credo si sia messo storto…) sono sempre faticose. Facciamo una domanda di geopolitica: perché a Saronno non sono interessati del mio impiego x queste amministrative? Semplice dopo domani ci sono le politiche. Ed io ho? Tante cicatrici, cambio strada; no grazie. Voglio vivere con i flebi. Questa è l’unica critica che so fare al sistema “borghese” (al di là degli affetti personali), se qualcuno è più bravo nel non tradire culturalmente la sinistra (Andrea compreso), tanto di cappello, cilecche comprese, ma questo con tutti i doppi sensi, è un discorso puramente prodiano.

  2. Dimer ha detto:

    Fa bene Andrea a rilanciare il problema sollevato dalle dichiarazioni del segretario della Cisl provinciale, riprese dalla coordinatrice del PD vignolese.
    Anche perché, posizioni sindacali e politiche a parte, preoccupa tanta leggerezza nello stabilire nessi, che trovo assai analogici, fra una crisi sempre più drammatica per tanti e l’ipotesi che la fusione fra i Comuni possa fornire una qualche realistica e plausibile soluzione.
    Meglio; intanto sarebbe bene capire:
    – come mai, almeno fino al 2012, è stata tanto grande la sottovalutazione del problema (il PSC ripresentato era ancora veteroespansivo…);
    – da che cosa discenda tanta sicumera sugli effetti benefici della fusione relativamente all’occupazione;
    – quale sia lo stato della discussione sul PSC che mi pare stia languendo ed in particolare su temi sensibili quali la viabilità, il consumo di territorio agricolo ecc…;
    – quali dati concreti vengono portati a proposito del giudizio positivo espresso per la fusione della Valsamoggia;
    – quale posizione si esprime a proposito dei continui tagli ai bilanci dei Comuni e alla loro possibilità di esercitare pienamente il ruolo di sentinella e di promotori della democrazia, riconosciuto loro dall’articolo 5 della Costituzione;
    – quali siano le considerazioni sulla democrazia partecipata e sullo stato della discussione a proposito delle riforme costituzionali e della legge elettorale.

    Affatica e preoccupa pensare che si possano affrontare temi tanto complessi in base alle mutevoli condizioni politiche e ad interessi eccessivamente di parte.

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Hai ragione, Dimer, in queste tue considerazioni. La fusione dei comuni sta diventando un “mantra” buono a risolvere ogni problema. Certo, io riconosco che in Italia vi è un’eccessiva frammentazione degli enti locali. 8.100 comuni sono troppi, visto che la maggior parte ha meno di 5.000 abitanti (in Lombardia vi è un comune con meno di 40 abitanti!). Personalmente sono convinto che non è possibile amministrare bene (con un adeguato livello di competenze) comuni troppo piccoli (in cui un funzionario deve occuparsi di svariati ambiti) e per questo motivo dovrebbe essere un obbligo la fusione dei comuni al di sotto di una certa soglia (diciamo – solo per intenderci – con meno di 5.000 abitanti). In effetti nella maggior parte dei casi le fusioni avvengono tra comuni di piccole e piccolissime dimensioni. Un sistema politico forte dovrebbe rendere obbligatorio un processo di questo tipo (magari dopo averlo incentivato per un decennio, così da promuovere processi volontaristici). Per l’Unione Terre di Castelli invece la situazione è diversa. Tutti i comuni della fascia pedemontana sono ampiamente al di sopra dei 5.000 abitanti (si va dai 9.300 abitanti di Savignano ai 25.000 di Vignola). Questo vuol dire semplicemente che occorre evitare qualsiasi automatismo circa l’aumento di efficienza (certo, rimangono agevolazioni economiche per i comuni che si fondono, ma è chiaro che bisogna trovare delle ragioni un po’ più “profonde”). Per questo lo “studio di fattibilità” secondo me va fatto, ma senza alcun esito precostituito, ovvero mettendo davvero a confronto pro e contro delle diverse opzioni. Se il progetto di un ente amministrativo sovracomunale dovesse risultare particolarmente vantaggioso io non avrei nessuna difficoltà a rinunciare allo storico comune di Vignola. E con me tanti altri cittadini. La vicenda della Valsamoggia, per quanto tribolata, trasmette infine questo messaggio. Insomma, la materia va affrontata con grande senso di libertà. In fondo la decisione è nelle mani dei cittadini, visto che ora il referendum è ritenuto (di fatto) vincolante.

  3. Luciano Credi ha detto:

    Gli interessi sono troppi grossi, quindi meglio il bimbo Matteo che Gargamella. (…) Andrea, se qualcuno non la pianta di rompere le scatole ad una serena comunità, mi toccherà unirmi a te nelle proposte più oltranziste.

    Dal 1861 sicuramente Gargamella è il peggiore politico che l’Italia abbia avuto in Emilia: non sa parlare l’italiano.

    Ma che cazzo vuole il mondo bersaniano da Vignola? Andate a lavorare! A meno che non scriviate libri ( e poi non ci sono libri x pubbl. x scientifiche… Prima dell’altare snobbate dai destrosi ma preteso agli avversari… Speriamo che una volta x tutti il mondo berlusconiano sia finito, non ho detto Berlusconi…) contro tutti su tutti con anticipo “destroso”… E poi pretendete il sorriso, va bene sorridiamo.

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Nel Bolognese altri due Comuni si avviano verso la fusione: Porretta terme e Granaglione. Il Consiglio regionale ha dato il via libera il 25 marzo. Ora la parola passa ai cittadini con un referendum che si terrà in autunno. Infine, l’ultimo passaggio in Regione. Se approvato, il nuovo ente – a decorrere dal primo gennaio 2016 – riceverà dalla Regione un contributo annuale di 200 mila euro per quindici anni e, in aggiunta, un contributo straordinario in conto capitale di 150 mila euro all’anno per un triennio.

    Qui la notizia integrale su la Repubblica – Bologna:

    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2015/03/25/news/il_maxicomune_dell_appennino_arriva_il_si_della_regione-110437777/

    Qui invece dal sito web della Regione Emilia-Romagna:
    http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/attualita/porretta-terme-e-granaglione-via-libera-al-progetto-di-legge

  5. Andrea Paltrinieri ha detto:

    E’ nato un nuovo comune: il comune di Ventasso, nell’alto Appennino reggiano. E’ nato dalla fusione di 4 comuni: Busana, Collagna, Ligonchio e Ramiseto. Formalmente la nascita avverrà l’1 gennaio 2016, ma è già stato tutto deciso. Ovviamente la nascita è approvata dai cittadini: in tutti e quattro i comuni ha vinto il sì alla fusione nell refererendum consultivo tenutosi il 31 maggio scorso. La popolazione del nuovo comune “fuso” è di circa 4.400 abitanti. Qui la notizia per intero:
    http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2015/luglio/nasce-il-comune-di-ventasso-nellalto-appennino-reggiano
    E’ un dato di fatto, dunque. Nascono nuovi comuni per aggregazione di comuni più piccoli. Insomma, in determinate occasioni, la fusione di comuni si può fare. E’ bene saperlo. Certo questo “dato di fatto” non può essere ritenuto sufficiente per prospettare alcunché nell’Unione Terre di Castelli. Solo una cosa è importante da rilevare: a determinate condizioni i cittadini preferiscono rinunciare all’identità municipale, al “campanile”, se questo consente di dare vita ad un’unità amministrativa che prefigura tangibili benefici (ovvero miglioramento della dotazione dei servizi e delle infrastrutture, ovvero della qualità della vita). Per questo un po’ di sana curiosità non guasta neppure qui da noi: si può fare? E’ vantaggioso farlo? Quanto è vantaggioso? Quali i “costi” e cosa “si perde”? Tutti motivi per prendere sul serio lo studio di fattibilità da poco deliberato da 7 dei 9 comuni del nostro distretto.

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