Essere #matteorenzi. Un libro di Claudio Giunta

Si legge d’un fiato (sono esattamente 80 pagine). Anche perché è leggero ed intelligente allo stesso tempo. L’ha scritto Claudio Giunta, professore straordinario di letteratura italiana all’Università di Trento. Uno che tiene assieme – e bene – l’analisi delle opere di Dante con lo sguardo desolato (ma offerto in modo divertito) al panorama della cultura (pop) contemporanea (vedi). E l’ha pubblicato Il Mulino, casa editrice bolognese certamente conosciuta almeno da chi ha fatto l’università (vedi). Il libro è uscito nelle librerie il 12 marzo (costa 8 euro) ed è un piccolo, ma acuto, ritratto dell’attuale presidente del consiglio Matteo Renzi. Assolutamente da leggere, anche perché parlando di lui parla di noi, degli italiani (nel blog che tiene da tempo Claudio Giunta ha messo a disposizione le pagine d’inizio: vedi). C_copertina[1] Il ritratto mette a nudo i caratteri essenziali di Matteo Renzi – che sono poi quelli che lo fanno detestare da una parte (minoritaria) della sinistra, ma che per la maggioranza (anche della sinistra) ne fanno una chances per questo paese. Nonostante le “fragilità” – che pure molti riconoscono (e che vengono messe acutamente a fuoco dal libricino di Giunta). In sintesi. Renzi esprime una grande energia incanalata verso il cambiamento del paese (e prima del PD) – potremmo dire un fortissimo ottimismo della volontà. Ed ha certamente una sufficientemente chiara individuazione di alcuni mali che lo affliggono (come è, d’altro canto, per molte persone di buon senso e con un po’ d’esperienza di vita in Italia). Ma allo stesso tempo ha un’impressionante superficialità, alimentata d’altro canto da una formazione culturale naif. La cultura per lui non è qualcosa di cui ci si impossessa con fatica grazie allo studio, ma qualcosa da ammirare per il piacere estetico che offre. Due brani:

  • Renzi “venera, sentimentalmente, la Cultura, ma disprezza gli intellettuali, un po’ perché non capisce e non ama le sottigliezze, un po’ (ma soprattutto) perché detesta i mediatori, e gli intellettuali – che lui tende a identificare tout court coi Professori – sono mediatori per eccellenza, nel senso che si mettono in mezzo tra la cultura e i suoi fruitori, trasformando in una fatica ciò che dovrebbe essere un piacere, ciò che sarebbe un piacere se solo lo si lasciasse libero di agire: il culto della Bellezza non ha bisogno di sacerdoti.” (p.69)
  • Di fatto, è probabile che non ci sia mai stato, nella storia repubblicana, un primo ministro tanto indifferente, e dunque tanto ostile, agli intellettuali. Berlusconi aveva i suoi Baget Bozzo, i suoi Colletti. Finanziava Liberal, era tentato dalla bibliofilia, si faceva riprendere seduto alla scrivania con alle spalle gli scaffali dei libri comprati a metro. Berlusconi ha ricevuto un’educazione borghese: i libri, anche senza leggerli, ci vogliono.” (p.70)
Matteo Renzi

Matteo Renzi

[2] Eppure, nonostante questo sguardo lucidissimo, il libro di Giunta non è contro Matteo Renzi presidente del consiglio. Anzi, viene il sospetto che Claudio Giunta abbia votato per Renzi alle passate elezioni europee. Può essere che come i suoi commensali di Capalbio, il giorno prima delle elezioni europee (vedi pp.42-43), anch’egli abbia pensato che “al ragazzo bisogna dargliela una chance”. Visto che Renzi incarna oggi al meglio una forte volontà di cambiare il paese (magari un po’ disordinata …) e che questo paese vada cambiato è diventato un luogo comune (certo, il problema vero è definire “il come” e poi ottenere il consenso per farlo). La domanda che il libro di Giunta suscita, ma a cui non fornisce risposta, è: come mai, nonostante queste evidenti fragilità, Matteo Renzi come politico ha così tanto seguito? E la cosa su cui riflettere è che ha seguito anche da parte di chi vede chiaramente i limiti della sua figura e della sua proposta. Alcuni accenni nel libro alle direzioni in cui ricercare la risposta ci sono, ma il compito che Giunta si assegna termina prima. Così come per nulla si occupa della questione se Renzi possa essere incasellato (a partire dalle sue idee e dalle politiche che propone) grazie alle usuali categorie politiche (è un liberal di sinistra?). Anche se, anche per questo, ci sono indizi disseminati che indicano che, anche in questo ambito, le vecchie distinzioni risultano sempre meno adeguate per comprendere.

  • «Questa è la politica: occuparsi delle cose belle!», urla dal palco di una Festa dell’Unità, davanti a un pubblico per lo più brizzolato, se non proprio canuto, e perciò dovrebbe ricordarsi come suonava, invece, il motto di Rino Formica: «La politica è sangue e merda». Ha ragione Formica, si capisce. Ma voi di quale dei due vorreste essere amico?” (pp.46-47)
Matteo Renzi, manifesto per le primarie 2012

Matteo Renzi, manifesto per le primarie 2012

[3] Insomma, perché è “entrato in risonanza” con il paese? E perché, prima di ciò, è riuscito a “scalare” il PD? Tempo fa, in effetti, affermò di essersi reso conto che il partito era “scalabile”. Ed era in effetti così, anche se alle primarie del novembre 2012, in cui si presentò come talentuoso outsider, venne sconfitto da Bersani. Era così perché, come raccontava Antonio Funiciello in un libro, a sinistra il principale partito aveva cambiato nome tre volte in meno di vent’anni, ma le facce erano sempre quelle. Insomma, il cambiamento si era esercitato sull’etichetta, ma non sui leader (vedi). Ancora meno sul prodotto, ovvero le politiche. Renzi per primo ebbe il coraggio di denunciare questa situazione, facendo del ricambio dei dirigenti del PD il suo principale (per lungo tempo decisamente preponderante) cavallo di battaglia. Era la “rottamazione”. Che coglieva un bisogno vero, un’esigenza da troppo tempo repressa. Anche perché, come fu evidente pochi mesi dopo (elezioni politiche del febbraio 2013: vedi), “con questi dirigenti non vinceremo mai” (per usare la famosa espressione di Nanni Moretti, di dieci anni prima: vedi). Nel PD è stato lo shock della non-vittoria del 2013 a rendere accettabile lo shock di Matteo Renzi a capo del partito (una cosa per molti inconcepibile solo pochi mesi prima), cosa che poi si è verificata con le primarie del dicembre 2013 (vedi). E’ stata quindi di nuovo una non-vittoria, quella del tribolato governo Letta ad aprire a Renzi la strada per la presidenza del consiglio (#enricostaisereno – ricordate?). L’Italia è una repubblica parlamentare e dunque il presidente del consiglio lo vota il parlamento. Ma il tema non è questo. E’ quello dell’appeal che Renzi ha saputo esercitare (ed esercita tuttora, seppure un po’ appannato) su un ampia parte dell’elettorato italiano. Qualcosa che certamente ha a che fare con il forte desiderio (del paese) di farcela ancora una volta nonostante la pesantissima situazione di crisi e nonostante la generale sfiducia nella politica (anche per i suoi evidenti malfunzionamenti, non solo per i comportamenti da “casta”). Con il piglio “decisionista” che ha, e che offre l’illusione di poter affrontare e risolvere al meglio ogni problema innanzitutto grazie all’ottimismo della volontà. Con l’idea (certo, a volte un po’ vaga) di voler mettere mano ad un vasto intervento di manutenzione straordinaria del paese, per ridurre le sue storture e le sue zavorre. Insomma, “sembra possedere la tenacia e la serena incoscienza per mettere in pratica qualcuna di quelle idee, in modo che ne esca un effetto positivo” (p.80). E poi, da ultimo. Guardiamoci attorno (nel mondo della politica). C’è qualcuno che ha i requisiti per fare meglio?

Fidia Falaschetti, Vota Pino Occhio, 2010 (foto Artefiera Bologna 27 gennaio 2013)

Fidia Falaschetti, Vota Pino Occhio, 2010 (foto Artefiera Bologna 27 gennaio 2013)

PS Molte delle cose che dice Claudio Giunta mi sono chiare da tempo (vedi). Per questo non ho mai preso in mano, né mai leggerò uno dei libri scritti da Matteo Renzi (mentre invece ho letto libri di Walter Veltroni, Stefano Fassina e anche Giuseppe Civati – uno solo, che mi è bastato). Mi è però anche chiarissimo il fatto che al presidente del consiglio si deve chiedere altro (non sto dicendo che non preferirei un leader acculturato!), e che, almeno per il momento, dopo il disastroso esito delle elezioni politiche del 2013 (mancanza di una maggioranza uscita dalle urne con un chiaro mandato a governare) non ci sono altre possibilità per il paese che far funzionare al meglio il governo Renzi e la sua agenda.

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2 Responses to Essere #matteorenzi. Un libro di Claudio Giunta

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Qualcuno, a sinistra, è convinto che Matteo Renzi sia un nuovo Silvio Berlusconi, anzi “il” Silvio Berlusconi della “sinistra”. Confondendo così il fattore “personalizzazione” della politica, ovvero la risonanza che hanno i leader nel circuito mediatico e dunque presso l’elettorato (un fenomeno che Silvio Berlusconi ha indubbiamente accelerato e che comunque caratterizza tutta la politica in occidente) con storture ben più gravi introdotte da Silvio Berlusconi con la fondazione di Forza Italia e la sua “discesa in campo”. Berlusconi è infatti proprietario di uno dei gruppi aziendali più grandi in Italia. Ha usato la politica per promuovere i propri interessi, ha usato le ingenti risorse economiche ed aziendali (tra cui anche il controllo di alcuni organi di stampa) per fini politici (ovviamente anche a causa della mancanza di una legge sul conflitto d’interessi). Per Renzi non è così. Berlusconi era quindi il “proprietario” del partito, il leader indiscusso e indiscutibile. Attorno a sé aveva dunque una “corte”, con numerosi “cortigiani” (Maurizio Viroli), tutti intercambiabili. Per Renzi non è così. Renzi è divenuto prima segretario del PD sfruttando al meglio le proprie abilità comunicative e politiche e l’occasione delle primarie (nel 2012 perdendo; solo a fine 2013 vincendo, ma perché in mezzo c’era stata la non-vittoria di Bersani alle elezioni politiche), quindi presidente del consiglio quando a tutti è risultato evidente che il governo Letta si avviava su un binario morto. E’ un merito del PD quello di essersi dato un metodo “aperto” di selezione del leader, rendendo così “contendibile” il partito (e superando il tradizionale meccanismo della cooptazione e degli accordi di vertice). Possiamo anche esserne insoddisfatti, ma se lo confrontiamo con la situazione delle altre forze politiche italiane (eclatante è oggi la situazione del M5S) dobbiamo prendere atto che “non c’é paragone”. Comunque, la discussione su Matteo Renzi, come personaggio politico e presidente del consiglio, è giustamente accesa. Se ne sta occupando, dando spazio a voci diverse, la rivista “Il Mulino” (numero 6/2014; numeri 1 e 2/2015). Alcuni interventi sintetici sono accessibili sul sito web della rivista:
    http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2738

    Qualcuno potrebbe fare dell’ironia sul fatto che il post si chiude prendendo atto della mancanza di alternative, tra i leader oggi in circolazione, proprio nel momento in cui un nuovo leader politico si annuncia. Mi riferisco a Maurizio Landini (classe 1961, storico segretario della Fiom-Cgil):
    http://www.corriere.it/politica/15_marzo_14/landini-lancia-coaliazione-sociale-la-politica-non-proprieta-privata-e8754f18-ca34-11e4-8e70-9bb6c82f06ec.shtml
    Che ovviamente annuncia (ma lo aveva già fatto Beppe Grillo prima di lui; abbiamo poi visto con che esiti) di voler “fondare una alternativa ai partiti”. Ci sono differenze significative per cui questa proposta difficilmente darà vita ad una traiettoria simile a quella registratasi in Grecia (dove Alexis Tsipras, classe 1978, dopo una carriera politica di secondo piano sino alle elezioni politiche del 2012 è oggi capo del governo) o quella che si prefigura in Spagna con una probabile forte affermazione elettorale di Podemos (il cui leader, Pablo Iglesias Turrion, anch’egli classe 1978, è cresciuto nella sinistra movimentista e dei no global ed è segretario generale di Podemos da fine 2014). Ma ci sarà occasione di riparlarne tra qualche mese. Intanto su Landini, poco tempo fa ospite a Vignola, un brevissimo post:
    https://amarevignola.wordpress.com/2015/01/28/venerdi-30-gennaio-maurizio-landini-a-vignola/

    • Dimer ha detto:

      Gli interventi precedenti pongono questioni sulle quali non ho approfondito in modo sufficiente; posso però intanto rivolgere tre questioni a chi mi ha preceduto:
      – mi risulta che nemmeno nel partito democratico americano la figura del leader del partito coincida con il presidente dell’esecutivo( ovviamente se eletto);
      – qual è oggi il rapporto fra strutture di base e organismi dirigenti nazionali?
      – anch’io penso che ci siano oggi poche alternative a Renzi, ma questo non necessariamente comporta un giudizio positivo (altrimenti finiremmo per negare l’essenza stessa della dialettica democratica e di ipotesi diverse sul futuro.
      Io diffido molto del conformismo: di quello berlusconiano ieri, di quello renziano oggi.
      Ho poi apprezzato poco le sue dichiarazioni successive al voto elettorale in Emilia Romagna: pensare che comunque l’importante sia vincere “a prescindere”, può risultare un viatico frettoloso e inquietante.
      Dimer Marchi.

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