Attorno a Gioachino Rossini. Spunti per buone pratiche culturali

Il 27 gennaio 1813, al Teatro di San Moisè a Venezia, si tenne la prima assoluta de Il Signor Bruschino ossia il figlio per azzardo, libretto di Giuseppe Foppa e musiche di Gioachino Rossini. Fu un clamoroso insuccesso. Come ve ne furono pochi nella storia dell’opera lirica. Il 31 gennaio 2015, sempre a Venezia, ma al Teatro Malibran (vedi), le cose sono andate diversamente. Certo, molto presto Rossini si lasciò alle spalle gli insuccessi di certe opere giovanili, avviandosi ad una strepitosa carriera e rivelandosi il genio dell’opera in musica nella prima metà del XIX secolo. E il diverso apprezzamento del pubblico odierno per un’opera lirica contestata duecento anni prima rivela in sé assai poco (sembra, tra l’altro, che alla prima del 1813 la contestazione fosse organizzata proprio contro Rossini, allora astro nascente). Ma non è questo che qui ci importa. Piuttosto, come sempre, il motivo di interesse per un frammento sta nella capacità di mettere in luce qualcosa di più ampio.

La locandina dell'opera lirica Il Signor Bruschino, musiche di Gioachino Rossini (particolare con l'indicazione della realizzazione di scenografie e costumi a cura della Scuola di scenografia dell'Accademia di Belle Arti di Venezia) (foto del 31 gennaio 2015)

La locandina dell’opera lirica Il Signor Bruschino, musiche di Gioachino Rossini (particolare con l’indicazione della realizzazione di scenografie e costumi a cura della Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia) (foto del 31 gennaio 2015)

[1] Sulla locandina e sul libretto predisposto per l’occasione (nell’ambito dell’Atelier della Fenice al Teatro Malibran), oltre a personaggi ed interpreti, al maestro concertatore e direttore, al regista, è riportata l’indicazione che scene e costumi sono a cura della Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia (vedi). Un bell’esempio di collaborazione tra un ente della formazione di livello universitario ed un’impresa culturale (la Fondazione Teatro La Fenice: vedi). Gli studenti sono infatti chiamati a partecipare ad un concorso di progettazione di scene, costumi e luci e quindi a realizzare i progetti selezionati mediante un’intensa attività “laboratoriale”. Ciò ha portato ad innovazioni nella didattica, richiedendo agli studenti un impegno “ben oltre il normale nell’affrontare la progettazione in modo professionale, nel confronto con il regista e in seguito procedendo nello sviluppo tecnico della scenografia, dei costumi e delle luci”, ovviamente in modo da soddisfare anche le esigenze dell’impresa teatrale in termini di costi, trasporti, montaggio e smontaggio. All’Accademia sono stati dunque affidati gli allestimenti delle cinque opere giovanili di Rossini realizzate tra il 1810 ed il 1813 (tra cui appunto Il Signor Bruschino) (vedi).

Le scenografie realizzate dalla Scuola di Scenografia dell'Accademia di Belle Arti di Venezia (foto del 31 gennaio 2015)

Le scenografie realizzate dalla Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia (foto del 31 gennaio 2015)

E’ così che Sara Paltrinieri, studente al secondo anno all’Accademia di Belle Arti di Venezia (indirizzo scenografia e scenotecnica) si ritrova il proprio nome sulle locandina e sul libretto, avendo lavorato alle scenografie de Il Signor Bruschino. Un sodalizio, quello tra formazione universitaria e mondo economico (qui declinato come economia culturale – sebbene ampiamente sovvenzionata con risorse pubbliche) di fondamentale importanza. Ma non sempre riscontrabile. Comunque, qui un pezzo di “università” che funziona.

Il Teatro Malibran di Venezia. Si trova nel sestiere Cannaregio, poco distante dal ponte di Rialto (foto del 31 gennaio 2015)

Il Teatro Malibran di Venezia. Si trova nel sestiere Cannaregio, poco distante dal ponte di Rialto (foto del 31 gennaio 2015)

[2] Ma la rappresentazione di un’opera lirica (che nel XXI secolo potrebbe essere ritenuta un anacronismo) è anche occasione di ulteriori considerazioni sul credito che ancora oggi il nostro paese vanta in questo settore della cultura e della produzione culturale (opera lirica, balletto, concerto sinfonico-corale). Certo, sappiamo da tempo che i consumi culturali degli italiani non brillano affatto se rapportati a quelli dei cittadini di altri paesi europei. Da noi solo il 25,9% dei cittadini ha visitato musei e mostre almeno una volta all’anno; solo il 18,5% è stato almeno una volta a teatro; e solo il 17,8% ad un concerto di musica classica, balletto, opera lirica (dati Istat relativi al 2013: vedi; inoltre i consumi culturali sono in calo, non in crescita, certo complice la crisi economica). Eppure le produzioni italiane in questi settori sono tuttora assai apprezzate all’estero e dai turisti stranieri che vengono nel nostro paese, pur trattandosi sempre di minoranze di fruitori. E dunque possono essere valorizzate (economicamente) anche per soddisfare una domanda culturale di nicchia, ma nient’affatto trascurabile. Lo testimoniano, tra i tanti possibili esempi, i dati del Rossini Opera Festival (ROF) di Pesaro. Istituito nel 1980 è giunto nel 2014 alla 35a edizione facendo registrare 15.270 presenze, per un incasso di 946.091 euro ed una presenza di stranieri superiore al 63% del totale delle presenze (ai primi posti si confermano Francia e Germania, mentre il Giappone, terzo, supera l’Inghilterra; in forte crescita le presenze dalla Russia) (vedi). E tutto questo grazie ad una spiccata imprenditorialità culturale – visto che l’unico legame intrattenuto da Rossini con la città di Pesaro sono i suoi natali. Ma a Pesaro hanno saputo fare ciò che Vignola, fatte le dovute proporzioni, non ha saputo fare: valorizzare le figure di Ludovico Antonio Muratori e di Jacopo Barozzi (vedi). Valorizzare il proprio patrimonio culturale non significa affatto chiudersi all’innovazione ed alla sperimentazione del nuovo. In genere, anzi, chi non sa valorizzare il proprio patrimonio risulta anche poco attento a nuove produzioni culturali e poco capace di promuoverle.

Gioachino Rossini in una foto del marzo 1856 (photo Nadar)

Gioachino Rossini in una foto del marzo 1856 (photo Nadar)

[3] Ma “navigando” per luoghi ed eventi della cultura si vedono anche buone pratiche che da noi sono sconosciute.

  • Innanzitutto quella della rendicontazione. I risultati del Rossini Opera Festival (ROF) di Pesaro sono rendicontati pubblicamente ogni anno (vedi). E’ una buona pratica quella della trasparenza sulle risorse impiegate e sui risultati raggiunti (che, certo, non si misurano solo in termini di spettatori), ma qui da noi non ha ancora preso piede (neppure in ambiti di maggior rilievo, in verità!). Nulla sappiamo, se non per lo sforzo compiuto su questo blog, dei risultati del Teatro Ermanno Fabbri (vedi). O del “sistema” (sic) museale del territorio, il famigerato progetto Muditeca (vedi).
  • Ma anche sul versante della “partecipazione” qui siamo all’anno zero (unica eccezione degna di nota, ma che si spiega con l’eccezionalità e tortuosità del percorso genetico, è la neonata associazione Archivivi, per la valorizzazione dei fondi archivistici confluiti nel Polo archivistico dell’Unione Terre di Castelli, con sede a Vignola: vedi). Sempre il Rossini Opera Festival (ROF) ha istituito da tempo l’associazione “Amici del ROF” (vedi) – operazione che andava assolutamente fatta al nascere del Teatro Ermanno Fabbri!), un’associazione fondata nel 1997 per consentire agli appassionati di sostenere il Festival godendo di privilegi esclusivi (cosa aspettiamo ad istituire qualcosa di analogo anche per il PoesiaFestival? vedi).
  • Per non parlare poi dello sviluppo di un’apposita app per smartphone pensata per gli interessati e per i partecipanti al ROF (vedi).

Insomma, buone pratiche da cui attingere per “applicazioni” locali non mancano. Per il nostro territorio (Vignola e l’Unione Terre di Castelli) sarebbe ora di un salto di qualità.

PS Gioachino Rossini, nato a Pesaro il 29 febbraio 1792, non aveva dunque neppure 21 anni quando nel 1813 venne rappresentato a Venezia Il Signor Bruschino, farsa giocosa per musica in un unico atto (nel video l’Ouverture). Ma già nel 1810, sempre a Venezia, era stata rappresentata la sua prima opera: la farsa in un atto La cambiale di matrimonio. Le vicende della famiglia e dunque dei suoi anni d’infanzia e della prima giovinezza portano i segni delle vicende politiche dell’epoca (come già abbiamo visto per Foscolo: vedi). Il padre Giuseppe, originario di Lugo (RA), si stabilisce a Pesaro nel 1790 dove è suonatore di corno e di tromba nella banda cittadina e nei teatri. Ai primi di febbraio del 1797 le armate napoleoniche occupano Pesaro. Giuseppe si schiera con i Francesi, ma restaurato il governo pontificio è costretto a fuggire. Nel 1799 è quindi arrestato a Bologna: riportato a Pesaro viene processato come rivoluzionario e rinchiuso in carcere. Nel 1800 i Rossini si trasferiscono a Bologna dove Gioachino ha la sua formazione musicale (qui una biografia: vedi). Iscritto al liceo musicale bolognese nel 1806, Gioachino vi completa gli studi nel violoncello, nel pianoforte e nel contrappunto. Già componeva, intanto, le prime musiche (es. la cantata Il pianto d’Armonia sulla morte d’Orfeo per la chiusura dell’anno scolastico nel 1808). Dai 19 ai 21 d’età, in poco più di due anni, Rossini fa rappresentare nove opere, aprendosi l’accesso ai massimi teatri lirici d’Italia. Nel 1815 lascia Bologna, chiamato a Napoli alla direzione dei teatri di S. Carlo e del Fondo. Da allora si registrano i suoi più importanti successi: Il barbiere di Siviglia (1816); Otello, ossia il moro di Venezia (1816); La Cenerentola (1817); La Gazza ladra (1817); Mosè in Egitto (1818); Semiramide (1823); Guglielmo Tell (1828), ed altri. Nel 1824, dopo un soggiorno a Londra, si trasferisce a Parigi. Il 26 novembre di quell’anno è nominato “Directeur de la musique et de la scène” del Théâtre Italien di Parigi. Nel 1836 torna in Italia e si stabilisce a Bologna fino al 1848, quando lascia la città, a seguito di contestazioni, per stabilirsi a Firenze fino al 1855, quando ritorna a Parigi. Muore a Parigi la sera del 13 novembre 1868 e viene sepolto al cimitero Père-Lachaise. La salma fu poi riportata in Italia nel 1887 e tumulata nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

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