Venerdì 30 gennaio Maurizio Landini a Vignola

Venerdì 30 gennaio, ore 20.30 presso l’Auditorium dell’Istituto A.Paradisi (via Resistenza 700), Maurizio Landini, segretario nazionale della FIOM-CGIL, presenterà il suo libro Forza lavoro (Feltrinelli, Milano, 2013: vedi). A condurre la serata Loris Mazzetti, giornalista di RAI3 e de “Il fatto quotidiano”. Il sindaco di Vignola, Mauro Smeraldi, introdurrà la serata (organizzata dalla lista civica Vignola Cambia, con la collaborazione della libreria La Quercia dell’Elfo).

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[1] La risonanza delle posizioni di Maurizio Landini è indubbiamente conseguenza di un diffuso e crescente malessere economico-sociale: crescita delle disuguaglianze, aumento della disoccupazione, impoverimento (vedi), politiche di austerity che colpiscono larghi strati di popolazione tramite una riduzione del welfare state e la contrazione dei diritti dei lavoratori. Chiunque sensibilizza l’opinione pubblica rispetto alle sofferenze sociali determinate da questo capitalismo sregolato (trascuriamo qui le “sofferenze” ambientali ugualmente rilevanti) merita di ottenere risonanza. Più problematica è la questione se nelle posizioni di Landini e della frammentata e variegata sinistra vi siano anche indicazioni utili per una fuoriuscita dalla crisi (perplessità in proposito avevo segnalato un po’ di tempo fa in merito alle posizioni del PD Stefano Fassina: vedi). L’impressione, insomma, è che l’azione di denuncia sia più convincente delle proposte formulate. In ogni caso vale la pena confrontarsi con le posizioni di Landini e l’incontro di venerdì sera può essere una buona occasione.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

[2] “Come si fa a restituire al lavoro la centralità che pure la nostra Costituzione proclama nel suo primo articolo?” E’ uno degli interrogativi guida del libro. E poi anche: “È vero che non ci possiamo più permettere lo stato sociale e le garanzie che abbiamo conosciuto negli scorsi decenni (e che erano state conquistate grazie a dure lotte sindacali)?” Formulazioni più ambigue di quanto appare a prima vista. La prima perché la “centralità del lavoro” rimanda alle società del XIX secolo, segnate dalla “questione sociale”, piuttosto che alle società differenziate del XX secolo – in queste al ruolo di “lavoratore” si affiancano – ugualmente centrali! – i ruoli di “utente delle burocrazie pubbliche” (la nostra vita non dipende più solo dalla partecipazione al mercato del lavoro, ma anche dalle prestazioni di welfare erogate da burocrazie pubbliche) e di “cittadino di uno stato democratico” (dunque di partecipanti, per quanto marginali, ai processi legislativi). E su tutti questi fronti il cittadino del moderno stato democratico del benessere si trova soggiogato da potenze più forti di lui: non solo un “capitalismo scatenato” che infligge sofferenze sociali, ma anche burocrazie autonomizzatesi e sistemi politici sempre più autoreferenziali (incapaci di ascoltare i bisogni di larghi strati di popolazione e diventati preda di élites sempre più ristrette – con conseguente forte calo della partecipazione elettorale). Dunque è su tutti questi fronti, non solo su quello del lavoro, che occorre introdurre innovazioni significative, riaffermando i diritti delle persone.

Enzo Fiore, Genesi Mao Tse-Tung, 2012 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

Enzo Fiore, Genesi Mao Tse-Tung, 2012 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

[3] Perché dunque politiche di redistribuzione, di mantenimento del welfare state (o, meglio, di innovazione del welfare state, visto che da tempo conosciamo gli elementi di iniquità che caratterizzano il welfare state all’italiana), di rinnovo delle forme di cittadinanza e di partecipazione ai processi democratici stentano a farsi largo nelle agende dei governi? Le politiche di redistribuzione (welfare state) presuppongono una capacità di produzione di ricchezza nei paesi dell’occidente che è intaccata da tempo dai fenomeni della globalizzazione, ovvero di ridistribuzione della produzione di beni e servizi a vantaggio di aree mondiali diverse dall’occidente. Il governo di tali fenomeni è sottratto al singolo paese ed anche al singolo continente. Servirebbe un governo mondiale dell’economia che, ad oggi, è confinato nel regno dell’utopia (l’evoluzione dell’Unione Europea verso una maggiore integrazione politica ed economica potrebbe certo fungere da battistrada per ulteriori, per quanto improbabili, innovazioni a livello mondiale, come auspicato da tempo da Jürgen Habermas: vedi). Vi sono dunque indubbiamente processi in atto che minacciano i livelli raggiunti dal welfare state – anche nelle imperfette realizzazioni conosciute nel nostro paese. Su questo Landini ha ragione. Ma senza innovazioni istituzionali di livello ugualmente globale (come globale è divenuto da tempo il sistema capitalistico) non si potrà fronteggiare la pressione per un downsizing dei diritti, specie in un paese come l’Italia già caratterizzato da grandi fragilità ed inefficienze (squilibrio Nord-Sud, criminalità organizzata, infrastrutture per la mobilità arretrate o ambientalmente poco sostenibili, pubblica amministrazione inefficiente, ecc.). Ed allo stesso tempo ci sono distorsioni di lungo corso e croniche nel sistema economico italiano (un eccesso di posizioni di rendita, poca concorrenza trasparente, capitalismo familistico anziché concorrenziale, burocrazia inefficiente, ecc.) che vanno contestualmente affrontate – sapendo che l’alto debito pubblico accumulato in anni di gestione dissennata (dagli anni ’80 al “nuovo miracolo economico” – che non abbiamo visto – promesso da Berlusconi) restringe fortemente i margini di manovra. In questo quadro si può anche valutare criticamente la politica del governo Renzi sul mercato del lavoro (il jobs act), ma da qui ad affermare che “Renzi non sta creando lavoro, sta trasformando la condizione di chi lavora in una condizione di schiavitù” (vedi) ce ne passa! (qui una valutazione critica delle posizioni di Landini: vedi)

Carlo Carrà, Natura morta, 1947 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

Carlo Carrà, Natura morta, 1947 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

[4] Insomma, l’attualità delle posizioni di Landini sta nell’essere sintomo di un “malessere” non adeguatamente affrontato circa la regolazione dell’economia capitalistica (qui un’intervista con diverse posizioni condivisibili: vedi) e circa il ruolo che l’Unione Europea potrebbe svolgere, ma non svolge, per attenuare l’impatto negativo della crisi economica nei paesi della fascia Sud dell’area Euro (testimoniato, ad esempio, da tassi di disoccupazioni crescenti: Grecia 25,9%; Spagna 25,6%; Portogallo 15,3%; Italia 12,6%). L’analisi più convincente di questa fase della globalizzazione capitalistica rimane quella condotta da Wolfgang Streeck (Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, Milano, 2012: vedi). Immaginare un percorso di fuoriuscita e poi metterlo in atto è la grande sfida del nostro tempo. Se questo è l’obiettivo un confronto con le posizioni di Landini può essere utile, ma l’impressione è che la sua “cassetta degli attrezzi” non sia sufficientemente fornita.

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2 Responses to Venerdì 30 gennaio Maurizio Landini a Vignola

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Interessante sarà vedere cosa succederà nei prossimi mesi in Grecia (e nel rapporto tra la Grecia e l’Unione Europea) dopo la vittoria elettorale di Syriza ed il nuovo governo Tsipras. Thomas Piketty, ad esempio, spera che sia l’inizio di un “effetto valanga” che passando per le prossime elezioni in Spagna (in cui si augura la vittoria di Podemos) e per un cambio di rotta di Francia e Italia (entrambe governate da forze di centrosinistra) arrivi a “colpire” l’Unione Europea facendole cambiare linea politica. Prendendo atto dei “problemi” dischiusi dall’adozione dell’euro in assenza di comuni politiche fiscali ed economiche. C’é bisogno di un rilancio della spesa pubblica, osserva Piketty. La priorità dell’Europa, aggiunge, “dovrebbe essere investire su innovazione e formazione.”
    http://temi.repubblica.it/micromega-online/piketty-ora-tutti-uniti-contro-l%E2%80%99austerita-la-sinistra-europea-riparta-da-syriza/
    E’ facile essere d’accordo. Si trascura però un problema che invece Michele Salvati ha bene in mente (pur riconoscendo anche lui i problemi di “costruzione” dell’Unione Europea con moneta unica):
    http://www.corriere.it/opinioni/15_gennaio_28/illusioni-evitare-ristrutturare-l-edificio-dell-europa-de467ea6-a6c4-11e4-93fc-9b9679dd4aa0.shtml
    Salvati riconosce tre “scommesse perse”, ovvero tre “illusioni”. Qui ci interessa la terza (di queste scommesse irrealistiche): “quella di scambiare il sogno di un’Europa federale con la realtà, una realtà in cui un demos europeo è molto debole, la politica è ancora largamente un affare nazionale, i sospetti e i pregiudizi dei singoli Paesi dell’Unione nei confronti degli altri sono molto forti. Se persino una parte del popolo italiano — quella rappresentata dalla Lega — protesta contro lo sforzo di mutualità richiesto alle regioni più ricche a sostegno di quelle più povere, e questo dopo 150 anni di unità politica, come illudersi che la Germania avrebbe potuto comportarsi diversamente con l’Italia?”. Purtroppo circa questa “illusione” Thomas Piketty non ha risposta. Come superare questa empasse?

  2. Luciano Credi ha detto:

    Mi permetto d’intervenire, scappo che a 80km, a Liegi mi aspetta seminario sulla retorica/linguistica.
    Poco tempo fa un amico giornalista mi mandò a Napoli x prendere informazioni sul delitto Caravaggio, dopo l’assoluzione, ora le nuove prove del DNA inchiodono definitivamente il principale colpevole, non più imputabile, per decorrenza dei termini, Avvocato di gran classe. Non ho scoperto nulla di rilevante ai fini processuale, l’unico aneddoto interessante è la storia di una ragazza assistente di diretto innamorata silenziosamente di questo giovane, di famiglia estremamente fascista, dopo l’arresto di quest’ultimo, ha trascorso poi il resto di tutta la sua vita a fare la cattocomunista. Avrei altri aneddoti come quello di dover andare a recuperare un Mercedes fuso, nel Ticino, in Svizzera, regalato 17 anni fa nuovo di pacca, ai comunisti di Varese da mio padre (a fine anni 50 dopo la Liguria, a Sondrio aveva impresa mov… Terra…), a mia insaputa, poco prima che mancasse. Ecco perché come Bertinotti ha detto lo scorso 31 agosto, anch’io penso che il sistema liberale sia il meno peggio fra quelli possibili. Critiche a parte a mio padre, cosa mi piace di Varese, il discorso letterario e psicologico, da quando sono sempre lì con la mia amica del luogo si sono interrotti tutti i rapporti istituzionali, perché diventati familiari. Questo x dire che l’unica percentuale non governata dal capitalismo è la componente idiomatica, spesso anche di stampo dialettale.

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