Il manierismo di Giulio Romano nel Palazzo Te a Mantova

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Palazzo Te a Mantova, opera di Giulio Romano, pittore ed architetto della prima metà del ‘500, è conosciuto soprattutto per le decorazioni e gli affreschi degli interni (la camera dei giganti e la camera di Amore e Psiche sopra ogni altro). Ma è anche un esempio superbo di “manierismo” in architettura come illustra con efficacia Peter Murray in un noto libro di qualche tempo fa dedicato all’architettura del Rinascimento italiano (Peter Murray, L’architettura del Rinascimento italiano, Laterza, Roma-Bari, 1977: vedi). Una villa suburbana, a ridosso della città, dedicato all’onesto ozio del signore della città (come si legge nella camera di Amore e Psiche), il marchese Federico II Gonzaga (vedi), ed ai fastosi ricevimenti degli ospiti più illustri. Una villa per soggiorni diurni (non sono contemplate camere da letto) a breve distanza dal palazzo che i Gonzaga avevano in città.

Riproduzione in scala di Palazzo Te (foto del 27 dicembre 2014)

Riproduzione in scala di Palazzo Te (foto del 27 dicembre 2014)

[1] Palazzo Te, edificato e decorato tra il 1525 e il 1535, è il capolavoro di Giulio Romano (Roma 1492 o 1499 – Mantova 1546). Il sostantivo Te è toponimo, attestato sin dall’epoca medioevale, nella forma latinizzata Teietum o in quella troncata attualmente in uso (Te): Teieto o Te era una località di rustiche abitazioni posta a meridione della città, allora situata su un’isola collegata alla città di Mantova dal ponte di Pusterla e dunque poco lontana dalle mura.

Gabriele Bertazzolo, Urbis Mantua Descriptio, incisione, 1628, Biblioteca Teresiana di Mantova. Nell'immagine si vede Palazzo Te separato da un canale dalla città (sulla dx), da cui era collegato grazie al ponte della Pusterla.

Gabriele Bertazzolo, Urbis Mantua Descriptio, incisione, 1628, Biblioteca Teresiana di Mantova. Nell’immagine si vede Palazzo Te separato da un canale dalla città (sulla dx), da cui era collegato grazie al ponte della Pusterla.

Giulio di Piero Pippi de’ Iannuzzi, detto Giulio Romano, fu un talentuoso allievo di Raffaello Sanzio: lavorò per lui alla realizzazione di Villa Madama a Roma. Dopo la morte di Raffaello (1520) rimase a Roma fino al 1524 portando avanti la bottega del maestro assieme a G.F.Penni. Ma già alla fine del 1521 Federico II Gonzaga manovra per portarlo a Mantova: “Il giorno 8 dicembre 1521, a una settimana dalla morte di Leone X, il marchese Federico II Gonzaga scrisse a Baldassarre Castiglione, suo ambasciatore presso la corte pontificia, dandogli delle precise direttive: “desideravamo haver ad star con noi quelli dui garzoni di Raphael da Urbino che lavoravano così bene […] et vedeti di accordarvi seco che li trattaremo bene” (Repertorio, I, pp. 22 s.). A Mantova mancava un pittore che potesse sostenere il prestigio e la magnificenza della corte: Andrea Mantegna era morto nel 1506 e Lorenzo Costa il Vecchio non era riuscito a rimpiazzarlo.” Qualche anno dopo, a seguito di una lunga negoziazione, il risultato fu ottenuto: “Il 6 ottobre 1524 Baldassarre Castiglione intraprese il cammino per Mantova seguendo la via di Loreto e Urbino e Giulio Romano era al suo seguito.” (dalla biografia di Enrico Parlato, Dizionario biografico degli italiani Treccani: vedi).

Tiziano Vecellio, Ritratto di Giulio Romano (particolare), 1536, Palazzo Te, Mantova (foto del 27 dicembre 2014)

Tiziano Vecellio, Ritratto di Giulio Romano (particolare), 1536, Palazzo Te, Mantova (foto del 27 dicembre 2014)

A Mantova ottenne quindi la cittadinanza (5 giugno 1526), una casa in dono e la nomina a prefetto delle fabbriche gonzaghesche (31 agosto 1526). Da allora lavorò al servizio dei signori di Mantova sino alla morte, avvenuta dopo una breve malattia l’1 novembre 1546. Fu sepolto nella chiesa di S. Barbara che sorgeva di fronte alla sua dimora. Sono da ricordare le missioni a Ferrara (tra il 1535 ed il 1539) al servizio di Ercole II d’Este, segno dei legami tra Gonzaga ed Este. Quindi il soggiorno a Bologna, dal dicembre 1545 al gennaio 1546, che lascerà “tracce significative nella cultura artistica locale, come tra l’altro, emerge da palazzo Bocchi”, opera di Jacopo Barozzi da Vignola (1545): vedi. Vi era stato convocato dai soprastanti della Fabbrica di S. Petronio: “desiderosi di dar principio alla facciata […] con grandissima fatica vi condussono Giulio in compagnia d’uno architetto milanese” (Vasari, 1568, p. 554) – di nuovo un intreccio con le vicende del Vignola, visto che anche Jacopo Barozzi si cimentò con il progetto per la facciata – senza però che ne sortisse alcunché (vedi).

Vista aerea su Palazzo Te (immagine Franco Cosimo Panini editore)

Vista aerea su Palazzo Te (immagine Franco Cosimo Panini editore)

[2] La struttura del Palazzo Te, che ingloba una preesistente scuderia dei Gonzaga, venne conclusa in poco più di un anno, mentre la decorazione del complesso avvenne nell’arco di circa 10 anni (1525-1535). “Le prime notizie sulla fabbrica del Te sono del febbraio del 1526 e l’inizio dei lavori risale presumibilmente agli ultimi mesi del 1525. E’ importante sottolineare la quantità delle opere affidate da Giulio alla sua bottega nell’esecuzione della decorazione, in molti casi inusitata anche per un cantiere di tali dimensioni. (…) Giulio Romano progetta le nuove strutture architettoniche e disegna ogni dettaglio dell’apparato decorativo, ha inoltre il compito di organizzare e sovrintendere il lavoro di tutti coloro che operano nel cantiere, muratori, tagliapietre, falegnami, pittori, stuccatori, doratori, ma anche fornitori di mattoni, pietre e legnami.

Affreschi nella camera di Amore e Psiche, realizzati nel 1528-1529 (foto del 27 dicembre 2014)

Affreschi nella camera di Amore e Psiche, realizzati nel 1528-1529 (foto del 27 dicembre 2014)

[3] “Per la villa del Te Giulio Romano sceglie un impianto spaziale ispirato a quello delle antiche domus romane, da cui l’architetto riprende il disegno a pianta quadrata, con gli ambienti disposti attorno a un ampio cortile quadrato. Il cortile è però privo di portici, secondo la soluzione che Bramante aveva usato al Belvedere, e logge si aprono al centro di ogni lato della costruzione, a creare un diaframma leggero tra la villa e l’ambiente naturale che la circonda; un’idea che già era stata di Raffaello, per il progetto, solo in parte realizzato, di Villa Madama a Roma dove, del resto, Giulio aveva lavorato a lungo. Sottolinea, infine, la natura suburbana della villa la scelta di porre al pianterreno gli ambienti destinati al signore e al piano superiore le stanze di servizio: l’opposto, esattamente, di quanto usava per i palazzi di città. Il tema svolto da Giulio Romano al Te è quello della villa rustica, assai dibattuto dagli architetti del tempo. Villa di delizie doveva essere infatti, per Federico Gonzaga, il palazzo Te, e luogo dedicato all’otium (…) In realtà, il Te fu soprattutto villa di rappresentanza, da esibire agli ospiti illustri, come Carlo V: Giulio Romano per questo, in pochi anni, aveva costruito per il signore di Mantova un giocattolo magnifico, pieno di capricci, di raffinatezze linguistiche e di sorprese teatrali destinate a incantare i visitatori. (…) Un giocattolo magnifico anche dal punto di vista dell’architettura, il palazzo inventato da Giulio; e le licenze che Giulio si concede, irridendo con grazia il rigoroso canone vitruviano, i capricci, le bizzarrie. I commentatori cinquecenteschi, infatti, apprezzano senza riserve di sorta la villa costruita da Giulio” (descrizioni tratte dalla scheda SIRBeC dal sito di Lombardia Beni Culturali: vedi; per l’influsso che quest’opera di Giulio Romano ebbe sull’architettura europea: vedi). Peter Murray lo considera un perfetto esempio di “manierismo”: “l’edificio nel suo complesso presenta numerosissime sorprese e contraddizioni, chiaramente intenzionali, destinate a far presa su un gusto estremamente raffinato, poiché gran parte delle regole architettoniche vengono deliberatamente quanto ironicamente infrante affinché lo spettatore colto provi un brivido di orrore misto a stupore” (L’architettura del Rinascimento italiano, Laterza, Roma-Bari, 1977, p.173: vedi). Una descrizione, in realtà, che potrebbe benissimo riferirsi alla cosiddetta corrente “postmoderna” dell’architettura, segno delle ricorrenti modalità di rottura dell’ordine.

Camera dei giganti, il soffitto (foto del 27 dicembre 2014)

Camera dei giganti, il soffitto (foto del 27 dicembre 2014)

[4] Con ogni probabilità l’opera più famosa del Palazzo Te è la “camera dei giganti”, interamente affrescata senza soluzione di continuità (il soffitto è raccordato alle pareti in modo da non avere angoli) in modo da produrre un effetto teatrale. “Il tema è la favola ovidiana della terribile punizione che Giove inflisse ai Giganti, colpevoli di avere osato attaccare l’Olimpo; tutto crolla attorno alle grandi creature strane e grottesche, il loro palazzo, le loro montagne, il Pelio e l’Ossa, distrutte dai fulmini di Giove, e massi, rocce, colonne, frammenti d’architrave le schiacciano a terra. Gli affreschi coprono interamente le pareti e la volta, senza alcuna cesura”. La camera e l’effetto che produce sul visitatore è descritta in un noto passo de Le vite di Giorgio Vasari (che ebbe l’occasione di visitarla accompagnato dallo stesso Giulio Romano). In tutto il palazzo le fonti d’ispirazione per affreschi e decorazioni sono tratte dal mondo classico: “eterogenee sono anche le fonti letterarie, dall’Asino d’oro di Apuleio alle Metamorfosi di Ovidio, dalla Hypnerotomachia Poliphili fino ai testi astrologici di Manilio e Firmico Materno, e liberamente usate, quelle fonti, mescolando citazioni di provenienza diversa.”

Camera dei giganti, una parete (foto del 27 dicembre 2014)

Camera dei giganti, una parete (foto del 27 dicembre 2014)

[5] Ultima annotazione. Tra il 25 marzo e il 19 aprile 1530 l’imperatore Carlo V sostò a Mantova. Era stato da poco incoronato imperatore da papa Clemente VII, in San Petronio a Bologna, il 24 febbraio 1530. Fu una “visita importante, per Federico Gonzaga, che ricevette in quell’occasione il titolo di duca e che, in onore del nobile ospite, decise di organizzare nella sua nuova villa al Te una grande festa, per il 2 aprile. La regia, naturalmente, era affidata a Giulio Romano” (citazioni tratte dalla scheda Lombardia Beni Culturali: vedi).

Nomi graffiti sugli affreschi della camera dei giganti. Nel '700, infatti, Palazzo Te fu usato come caserma austriaca (foto del 27 dicembre 2014)

Nomi graffiti sugli affreschi della camera dei giganti. Nel ‘700, infatti, Palazzo Te fu usato come caserma austriaca (foto del 27 dicembre 2014)

PS Le facciate nord e ovest di Palazzo Te sono state da poco restaurate (vedi). Attualmente nel locale detto “fruttiere” è ospitata una mostra su Joan Mirò (vedi; mostra non particolarmente interessante essendo interamente composta da sue opere dell’età tarda: anni ’70; si salvano solo le cinque sculture al termine del percorso espositivo). Alcune informazioni recenti sul numero di visitatori al Palazzo Te ed alla mostra sono riportate dalla Gazzetta di Mantova del 22 dicembre 2014 (vedi). Qui il sito ufficiale del Museo Civico Palazzo Te (vedi). Qui la scheda su Palazzo Te di Wikipedia (vedi). Qui, infine,  informazioni sulla famiglia Gonzaga (vedi).

Affreschi della camera dei giganti, rappresentazione del vento (foto del 27 dicembre 2014)

Affreschi della camera dei giganti, rappresentazione del vento (foto del 27 dicembre 2014)

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One Response to Il manierismo di Giulio Romano nel Palazzo Te a Mantova

  1. Rosanna Sirotti ha detto:

    Articolo molto interessante e profondo. Da emerita ignorante soltanto da una ventina d’anni ho iniziato a interessarmi di questo artista, proprio in occasione di una visita a Mantova, avendo per guida una superpreparata insegnante. Grazie per l’articolo. Rosanna Bazzani.

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