Manifesto per una nuova regione. Un documento dei sindaci PD delle città capoluogo dell’Emilia-Romagna

Il 4 settembre scorso, pochi giorni dopo il ritiro del “suo” candidato alle primarie del PD per la scelta del presidente della giunta dell’Emilia-Romagna (vedi), il sindaco di Bologna Virginio Merola ha presentato un “documento programmatico” condiviso con i sindaci di alcune delle più importanti città capoluogo della regione. Oltre che dal sindaco di Bologna, il documento è stato sottoscritto dai sindaci di Ferrara (Tiziano Tagliani), Imola (Daniele Manca), Modena (Gian Carlo Muzzarelli) e Reggio Emilia (Luca Vecchi). “Manifesto per una nuova Regione” – questo il titolo (qui il documento in pdf). Non è chiaro quanto rimanga attuale terminata la capagna elettorale (e dopo il disastroso dato sulla partecipazione elettorale registrato il 23 novembre scorso: vedi). Vale comunque la pena prenderlo sul serio, visto che contiene una prospettiva di ridisegno degli equilibri del potere regionale che, se messo in pratica, toccherebbe i territori “periferici”, penalizzandoli (dunque anche questo territorio).

Mimmo Rotella, Classic, 1999 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

Mimmo Rotella, Classic, 1999 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

[1] Il documento consta di 20 pagine ed è articolato in dieci sezioni assai eterogenee, sia per quantità (la sezione 8 sulle politiche di welfare ammonta a 5 pagine; le sezioni 3 e 4 sono invece di poche righe, pur non essendo meno rilevanti – la sezione 4 è dedicata al “consumo zero di suolo” ed alle politiche ambientali), che per qualità. L’incipit è convincente: “innovare” è nella tradizione emiliana. E questo momento, dopo tre legislature del presidente Vasco Errani, richiede la capacità di “sviluppare una nuova fase di innovazione e di governo del cambiamento”. Se infatti l’Emilia-Romagna si conferma anche nella crisi una delle regioni di testa (assieme alla Lombardia) del paese, è altrettanto vero che il gap con le regioni più avanzate d’Europa sta aumentando. Lo ha ricordato, da ultimo, in modo polemico anche l’ex-assessore modenese Daniele Sitta in una lettera indirizzata all’allora candidato PD Stefano Bonaccini e ripresa da Il Resto del Carlino del 19 ottobre scorso (pdf).

Il Resto del Carlino Modena, 19 ottobre 2014

Il Resto del Carlino Modena, 19 ottobre 2014

Certo, Sitta guarda ad un ventaglio selettivo di indicatori (logistica, infrastrutture, facilità d’impresa; dimenticando ambiente, diritti dei cittadini, democrazia locale), ma la sostanza non cambia. Anche l’evoluta Emilia-Romagna sta vistosamente perdendo terreno (sulle “criticità” della Regione si veda l’elencazione dei “punti di debolezza” contenuta nel Documento Strategico Regionale predisposto per orientare l’impiego dei fondi UE: vedi). Insomma, serve davvero capacità di innovare politiche che, per diverse ragioni, risultano non più soddisfacenti. Così come serve una revisione dell’allocazione delle risorse del bilancio regionale per far fronte alla crisi (il neo-presidente Stefano Bonaccini ha perlomeno annunciato come prioritaria la “creazione di lavoro”, ovvero d’impresa: vedi). Oltre alla capacità di “fare di più con meno”, per usare il titolo di un libro di Stefano Boeri (vedi).

Enzo Fiore, Genesi Mao Tse-Tung, 2012 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

Enzo Fiore, Genesi Mao Tse-Tung, 2012 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

[2] Il documento dei sindaci di queste città si segnala innanzitutto per prospettare un ridimensionamento del ruolo della Regione: meno gestione. Detto brutalmente: scavalcare il ruolo di “mediazione” assunto dalla Regione nei confronti del territorio; ri-centrare l’allocazione delle risorse, il potere di programmazione, il potere di nomina nei posti che contano sul comune metropolitano e comuni capoluogo alleati. Insomma, spostare l’equilibrio del potere più a favore delle grandi città. L’invito alla Regione ad uscire dalla “gestione”, ovvero al rinunciare a detenere quote di enti e società che svolgono funzioni per l’intero territorio regionale, lasciando la posizione di predominio agli enti locali di maggiori dimensioni (la futura città metropolitana ed i principali capoluoghi di provincia) avrebbe un effetto di questo tipo. Privati del ruolo di mediazione (e riequilibrio) della Regione i territori di “periferia” vedrebbero accrescere il potere dei comuni capoluogo. Neppure troppo velatamente una delle prospettive tratteggiate dal documento è questa. Ovviamente c’è dell’altro, anche se alcuni temi mancano o sono trattati in modo striminzito o solo retorico. Ma ci sono anche cose interessanti. Per questo la sua lettura (critica) è importante.

Carlo Carrà, Natura morta, 1947 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

Carlo Carrà, Natura morta, 1947 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

1) Una regione forte e leggera per le comunità del cambiamento. In questo capitolo dai contenuti confusi (vi si trova anche l’unico paragrafo specificamente dedicato allo sviluppo del sistema produttivo dove si dichiara l’obiettivo, peraltro condivisibile, di difesa e promozione del manifatturiero di qualità) vi sono affermazioni impegnative, ma generiche. A partire dalla richiesta della rinuncia, da parte della Regione, di “attività di gestione diretta” ed invece “la consegna alle città dei compiti gestionali” (petizione di principio non chiara: si invita la Regione, ad esempio, ad uscire dalle aziende di servizio come TPER, riservando il possesso delle quote sociali ai comuni ed alle province? Qui la composizione del capitale sociale di TPER Spa: vedi). Si richiede, inoltre, “un’agenda urbana regionale”, ovvero specifiche politiche per le città (solo capoluogo di provincia?) e relative risorse. Si caratterizza la città come luogo dell’innovazione (e ciò è parzialmente vero), ovvero come abitate da “comunità del cambiamento”. Si richiede un maggiore impegno per la “creazione di un ecosistema digitale avanzato” (smart city, ecc.). Insomma, al netto della retorica sulla “rivoluzione digitale” e le “avanguardistiche comunità di innovatori” (urbane) l’impressione è che si persegua un diverso equilibrio circa il potere di governo: più alle città (grandi) e meno all’ente regione (ed al resto del territorio).
2) Città metropolitana e nuove Province partner della nuova Regione. Anche qui si persegue un nuovo equilibrio di poteri, riconoscendo il ruolo di co-programmatore della Città Metropolitana (soprattutto) e delle “nuove Province” (in secondo luogo). Si afferma infatti che “la Città Metropolitana deve svolgere un ruolo di primo piano con la Regione Emilia Romagna nella programmazione dei fondi strutturali europei e nella collocazione delle risorse sulla base di obiettivi condivisi”. Mentre le “nuove Province” da un lato “devono concorrere alla definizione delle strategie regionali”; dall’altro “possono caratterizzarsi sempre più come grandi Unioni di Comuni” ovvero sviluppare un nuovo ciclo di erogazione di servizi ai “sottostanti” comuni. Altro che “superamento” delle Province! Del resto degli enti locali non si dice nulla. Le loro esigenze sono mediate dalle “nuove Province” e si comprende pertanto la scelta politica (fatta per le province di Modena e Bologna e per quelle della Romagna) di far coincidere presidente di Provincia e sindaco del capoluogo provinciale (vedi).
3) Una regione green a consumo zero. L’assunzione di “consumo zero di suolo” come obiettivo è buona cosa. Ugualmente positivo, ancorché del tutto vago, il richiamo alla “centralità della green economy”. Ma il documento non mette in discussione il programma delle “grandi opere” regionali definito dall’amministrazione Errani (cosa che in effetti neppure il neo-presidente della giunta regionale Bonaccini ha fatto). Al più prevede la realizzazione di opere di “mitigazione ambientale”, anche con interventi di scambio compensativo con altre aree. Si richiede, inoltre, una legge di pianificazione urbanistica “semplificata” (superamento della legge n.20/2000, già sottoposta a “semplificazione” con la legge n.6/2009). Singolare, poi, che tra gli obiettivi sia posta l’“agricoltura urbana”, mentre dell’agricoltura (quella vera) non si dica nulla!
4) Unirsi fuori dai confini. Il documento chiede che la Regione sostenga il “doppio movimento delle comunità locali”: “in orizzontale come capacità di mettere in unione personale e servizi alla persona; in verticale come capacità di aggregazione di area vasta intra ed extra regionale delle aziende strategiche come ad esempio le multiutility, il trasporto pubblico, le fiere, gli aeroporti e gli interporti, le università e le ASL”. Tutto bello, se non fosse che proprio le “comunità locali” esperiscono questo “doppio movimento” come una espropriazione, come una spogliazione, come un allontanamento. Il fatto è che ogni progetto di crescita di scala (aggregazione di più territori) o di esternalizzazione pone un problema di perdita della capacità di controllo della comunità locale, su cui sino ad ora sono state date risposte del tutto insoddisfacenti (ovvero non-risposte). Proprio il PD ha mancato di tematizzare questo problema, come se non esistesse. Ma se si vuole – cosa che per me è anche opportuna – esplorare la possibilità di nuove aggregazioni e/o esternalizzazioni occorre anche essere in grado di affrontare il tema del “controllo”, ad esempio ridisegnando il circuito di programmazione, controllo, rendicontazione alla luce dei principi di trasparenza e partecipazione (vedi). Purtroppo di tutto ciò il documento non dice nulla!

Tancredi, Senza titolo ("Facezia"), 1960 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

Tancredi, Senza titolo (“Facezia”), 1960 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

5) Scuola e cultura al primo posto. Il richiamo alla centralità della cultura e della scuola come agenzia di istruzione, ma anche di formazione alla cittadinanza, è condivisibile. Ma oltre alle affermazioni di principio troviamo obiettivi tutt’altro che chiari. Non è chiaro, ad esempio, cosa si intenda con l’affermazione che “le città devono proporre alla nuova Regione progetti educativi di comunità e concordare l’erogazione di fondi finalizzati non solo e non tanto al sostegno di costi standard efficienti e alla soddisfazione degli utenti, ma a una strategia educativa di sistema.” Il solito richiamo alla “nuova Regione [che] deve promuovere e non gestire direttamente le attività culturali e artistiche” prefigura forse l’uscita della Regione da tutti gli “enti culturali” (es. ERT)? In essi dovrebbero rimanere solo gli enti locali? Ed il venir meno della presenza della Regione (e della sua funzione di “mediazione”, ovvero di rappresentanza dell’intero territorio, non solo dei comuni maggiori) andrebbe a consegnare un totale predominio dei comuni capoluogo di provincia. Ed anche la mission culturale sarebbe già definita, facendo della regione un’estensione del museo bolognese MamBO: “puntando a caratterizzare la Regione Emilia Romagna e le sue città come i luoghi dell’arte contemporanea”.
6) Cultura ed economia. Il documento evidenzia come la riduzione delle risorse per le politiche culturali pone nuove esigenze di governance. “La crisi economica in corso richiede modifiche strutturali al sistema di governance e di gestione del patrimonio culturale regionale. Non possiamo più permetterci una Regione in cui qualsiasi istituzione culturale, anche piccola o piccolissima, agisca da sola, senza essere parte integrante di un sistema più ampio. La situazione attuale genera infatti sovrapposizioni di costi e non permette di raggiungere la massa critica necessaria per lo sviluppo di progettualità di forte respiro. Del resto le stesse caratteristiche del patrimonio culturale dell’Emilia Romagna sono quelle di essere diffuso, collegato e reciprocamente dialogante. Dunque, la costituzione di sistemi culturali territoriali sarebbe pienamente coerente con le caratteristiche del patrimonio culturale della nostra Regione.” Le considerazioni e proposte svolte in questo capitolo sono in larga parte condivisibili, essendo volte alla valorizzazione (e costituzione) di “sistemi culturali territoriali” e comunque a dare futuro alle iniziative culturali ricercando il massimo possibile di coordinamento e sinergie.
7) Una nuova politica per il turismo. Il documento richiede la strutturazione di “una politica industriale per il turismo e la cultura”. Ovvero: “I giacimenti culturali hanno bisogno di servizi, trasporti, logistica, accoglienza. Hanno bisogno di contesti urbani che non siano degradati.” Indubbiamente su infrastrutture e servizi a supporto del turismo scontiamo, tanto come regione (fatto salvo, forse, la riviera romagnola), quanto come territorio, evidenti ritardi.

Carla Bedini, Manuela, 2014 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

Carla Bedini, Manuela, 2014 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

8) Cambiamo marcia al sistema welfare. La retorica del “patto” con i cittadini non manca – e non è detto che ciò sia disdicevole a condizione che siano chiari i contenuti (per una riflessione sul tema a partire dalla annunciata “riorganizzazione” del Servizio Sanitario Regionale: vedi). La proposta che “il welfare ‘invada’ tutte le politiche” è invece di nuovo retorica. La proposta di “una alleanza tra pubblico e privato” (il vecchio tema del welfare mix) pure. Decisamente più interessante (e condivisibile) è il terzo punto, all’insegna della trasparenza e della partecipazione dei cittadini:l’apertura di nuova fase di partecipazione dei cittadini all’interno dei processi di formazioni delle decisioni, rivedendo le attuali forme in campo sociale e sanitario che paiono avere ormai esaurito la loro storica funzione, in linea con una richiesta che sempre più richiede non solo interventi adeguati, ma di avere voce in capitolo nelle scelte e nella distribuzione delle risorse. E’ arrivato il tempo nel quale affinando gli strumenti di valutazione dell’ appropriatezza dell’attività che si eroga in sanità e degli esiti delle cure i risultati divengano un vero e proprio sistema pubblico di controllo, confronto e costante monitoraggio delle politiche svolte, fattori decisivi per un nuovo rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini in un ambito così importante e sensibile” (così a pag. 13; ma si veda anche pag. 15: “Una programmazione che veda le comunità locali come parte attiva nell’individuazione delle priorità di intervento e nella quale la Regione e gli enti locali assumano pienamente il compito di assicurare un processo di programmazione integrata, partecipata e inclusiva, capace di consolidare il rapporto fiduciale tra e con i diversi attori che partecipano al processo, mediando tra interessi contrastanti, offrendo alle comunità ambiti di confronto e programmazione. Lo sviluppo di una nuova governance, che vede le parti sociali e le comunità parti attive nella rilevazione dei bisogni e nelle definizioni delle priorità.”) Sarebbe stato importante far capire come si intendono declinare questi condivisibilissimi principi (in realtà assai più presenti nella visione di Roberto Balzani che di Stefano Bonaccini: vedi). Serve maggiore “responsività dei servizi” (il riferimento è alla ‘socialmente attesa’ riduzione dei tempi di attesa per le prestazioni sanitarie – un obiettivo che in campagna elettorale è stato fatto proprio dal candidato Bonaccini, ma che ha visto anche un – del tutto tardivo – intervento della giunta regionale, che ha stanziato risorse aggiuntive a tal fine anche se limitate al 2014). E serve anche un sistema più efficiente (e qui si dice poco sui mezzi per perseguirlo: ulteriore crescita di “scala”? ovvero l’accorpamento in tre sole aziende sanitarie per tutto il territorio regionale? Che altro? Il tema in realtà è presente, ma ri rimanda a dopo il “riordino” del governo territoriale previsto dalla legge n.56/2014).
9) Meno norme, più accordi: il fattore tempo è la priorità. L’obiettivo centrale è qui una “drastica riduzione della burocrazia” (p.18). Il messaggio, chiaro, è rivolto innanzitutto alla Regione e alla tendenza, manifestatasi soprattutto negli ultimi due decenni, di una ipertrofica produzione legislativa e normativa. Certo, più facile a dirsi che a farsi questa de-burocratizzazione. Il candidato Bonaccini, comunque, l’ha fatta sua con la formula della “regulation review” (vedi). Un desiderio, probabilmente non semplice da raggiungere (lo si vede innanzitutto dal programma elettorale del candidato PD: da un lato si parla di de-burocratizzazione, dall’altro si prospetta l’introduzione di meccanismi di accreditamento per tutto il sociale, ovvero più burocrazia!). Ma forse, in questo capitolo, è altrettanto importante la parte delle premesse: “La funzione strategica delle città e dei comuni è sempre più quella di governo e indirizzo e sempre meno quella di enti produttori di singoli servizi. La capacità di governance e di rappresentanza della comunità verso l’esterno diventa centrale. I sindaci eletti direttamente dai cittadini, hanno la responsabilità diretta della mediazione con i cittadini e le associazioni attorno a un progetto di città. Occorre pensare ad un’organizzazione amministrativa orientata alla governance : piani strategici, sussidiarietà orizzontale, cabina di regia.” Assolutamente condivisibile. Ma in questi ultimi decenni – bisogna dirlo chiaramente – la politica è andata in un’altra direzione: la costruzione del comune-holding (con il progressivo affidamento della gestione di servizi ad aziende ed enti controllati – ed il corrispondente svuotamento del potere dei consigli comunali) si è accompagnata ad una perdita di controllo e di trasparenza (non solo per i cittadini, ma anche per gli amministratori)! L’ultimo episodio – davvero singolare! – è quello delle “nuove province” (vedi)!
10) Una governance forte e partecipata attraverso la sussidiarietà. Il capitolo è un elogio alla pianificazione strategica. Un’attività, in realtà, non priva di limiti, ma che in un territorio assai poco uso ad avviare processi “riflessivi” è comunque positiva (attività di pianificazione strategica era stata avviata qualche anno fa dal comune di Ferrara, ma senza effetti tangibili: vedi; ora è in corso presso il comune di Bologna: vedi, con altri problemi – esemplare il fatto che uno dei progetti più “strategici” per la città, mi riferisco a FICO: vedi, non era uno dei progetti del piano!). “Governare i legami tra gli attori di interesse generale e allargare l’accesso ai processi decisionali” – di questo c’è assolutamente bisogno!

Valerio Adami, Il bacio, 2013 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

Valerio Adami, Il bacio, 2013 (foto Artefiera Bologna, 26 gennaio 2014)

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One Response to Manifesto per una nuova regione. Un documento dei sindaci PD delle città capoluogo dell’Emilia-Romagna

  1. Rosanna Sirotti ha detto:

    Ammetto di essere un po’ di parte ma non ho molta fiducia  su quanto potrebbe uscire da un simile pensatoio. Rosanna

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