Il documento programmatico di Stefano Bonaccini. Un’analisi

E’ zeppo di strafalcioni. E questa scarsa attenzione alla forma riflette anche una certa povertà di elaborazione. Accanto ad aree tematiche definite, ve ne sono altre in cui si individuano obiettivi condivisibili, ma senza essere in grado di precisarne le modalità operative. Ma vi sono anche dei veri e propri buchi programmatici (della problematica dell’inquinamento ambientale e di come farvi fronte, ad esempio, non si dice una parola!). Uno sguardo minimamente lucido e critico mette in luce agevolmente le lacune del documento programmatico che Stefano Bonaccini (vedi) ha presentato a nome della coalizione ad egemonia PD che lo sostiene (pdf). E’ il segno, questa debolezza del programma, di un abbassamento della qualità della proposta politica del PD per questa regione.

Una parte del complesso architettonico di Kenzo Tange a Bologna, sede della Regione Emilia-Romagna (foto del 6 dicembre 2011)

Una parte del complesso architettonico di Kenzo Tange a Bologna, sede della Regione Emilia-Romagna (foto del 6 dicembre 2011)

[1] Il documento programmatico che il candidato Stefano Bonaccini (sostenuto da una coalizione egemonizzata dal PD) presenta per le elezioni regionali del 23 novembre 2014 è un testo di 23 pagine articolato in 11 capitoli, con titoli presentati come hashtag: #lavoro (2 pagg.), #europa (1 pag.), #innovazione (2 pagg.), #attrattività (4 pagg.), #velocità (2 pagg.), #sostenibilità (2 pagg.), #legalità (2 pagg.), #parità (1 pag.), #personeEcomunità (4 pagg.), #bellezza (2 pagg.), #sport (1 pag.). Ogni capitolo è composto da una introduzione descrittiva (sotto il titolo “Il futuro cambia”) e dalle proposte programmatiche vere e proprie (con il titolo “Cambiamo il futuro”). E’ riconoscibile l’assemblaggio di idee provenienti dallo sfidante alle primarie PD (tracce del programma di Roberto Balzani si ritrovano nel capitolo sulla #sostenibilità, a proposito della gestione dei rifiuti, in quello su #personeEcomunità, a proposito della sanità, o nella proposta di “un incarico di Giunta dedicato alle politiche europee”) o da sfidanti mancati (il capitolo #lavoro riflette la visione di Patrizio Bianchi).

Le "torri" di Kenzo Tange a Bologna, sede della Regione Emilia-Romagna (foto del 6 dicembre 2011)

Le “torri” di Kenzo Tange a Bologna, sede della Regione Emilia-Romagna (foto del 6 dicembre 2011)

[2] La lettura del documento programmatico è un’esperienza un po’ frustrante, ma comunque interessante perché consente di vedere le “lenti” (in parte ancora ideologiche) usate dal PD per delineare le politiche della Regione dopo le tre legislature di Errani. Esso riflette, seppure in modo assai controllato, una certa insoddisfazione sul recente governo regionale (su molti fronti è ricercata, seppure spesso in modo solo retorico, una qualche innovazione, ovvero discontinuità). E’ infatti certamente vero che la crisi economica ha colpito duramente anche l’Emilia-Romagna (anche se, come ricorda il documento programmatico PD, questa regione ha mostrato una migliore capacità di tenuta rispetto ad altre regioni italiane – pur perdendo terreno rispetto alla parte più evoluta dell’Europa) e, soprattutto, ha messo in crisi un modello di consenso basato sulla distribuzione (spesso a pioggia) di risorse (e su una metodologia concertativa secondo cui gli interessi delle diverse “parti sociali” venivano assunti come interessi dell’intera comunità regionale – cosa che ovviamente non è) (vedi). Comunque, a volte si percepiscono i temi da affrontare, quelli su cui la Regione è entrata in sofferenza nell’ultimo decennio, ma poi mancano le indicazioni operative. O anche solo le esperienze progettuali più significative, interessanti, appropriate. Ovvero le cosiddette best practices da generalizzare tramite le politiche regionali.

Uno dei nuovi treni elettrici ETR350 alla stazione di Zola Comune (foto del 20 settembre 2013). Anche con i nuovi treni, però, la velocità è pur sempre inferiore a quella del 1939!

Uno dei nuovi treni elettrici ETR350 alla stazione di Zola Comune (foto del 20 settembre 2013). Anche con i nuovi treni, però, la velocità è pur sempre inferiore a quella del 1939!

[3] Più avanti passiamo in rassegna il documento capitolo per capitolo (un’operazione laboriosa e noiosa, ma necessaria). Qui però possiamo dire che ciò che salta all’occhio è soprattutto la mancanza di alcuni temi (oltre alla debolezza di alcune proposte, dove la dimensione retorica prevale sulla sostanza). Mi limito a tre considerazioni.

  1. Negli ultimi anni si è accesa una discussione sul superamento del “policentrismo regionale”, con il tentativo, a partire da Bologna (futura) città metropolitana, di imporre un più chiaro ordinamento gerarchico. Non si tratta di filosofia, ma di allocazione di risorse – questo va detto con chiarezza. Ma del superamento della “regione policentrica” non c’è praticamente traccia nel documento programmatico PD (e questo non è necessariamente un male). Peccato che questo dato testimoni semplicemente l’incapacità di affrontare il tema. Dunque a parole si continua a ripetere che si continuerà a dare tutto a tutti, senza alcuna distinzione territoriale. Tanto per la ricerca scientifica (il grande Hub europeo della ricerca sarà non solo a Bologna, ma in tutta l’Emilia-Romagna) quanto per l’offerta culturale (si parla di rimozione degli ostacoli “di origine geografica che non consentono il pieno accesso alla vita culturale” – quanto sia ideologica questa proposizione risulta evidente se pensiamo alle politiche di “razionalizzazione” in atto nel settore assai più rilevante della sanità), passando per tutto il resto, si continua ad affermare una piena cittadinanza per tutti i residenti: siano questi dei capoluoghi, della restante parte provinciale o delle aree più periferiche di montagna. Ma non è così. E sarà così sempre meno. Comunque, sul modo in cui contemperare riduzione di risorse ed equità manca purtroppo una visione.
  2. Per fronteggiare la riduzione delle risorse la Regione ha, magari non tempestivamente, ma comunque in modo chiaramente riconoscibile, ricercato una maggiore efficienza ed economicità del sistema regionale, spesso con processi di upgrading dimensionale degli enti e delle aziende regionali (es. la costituzione dell’Azienda USL unica della Romagna, ecc.). Non ha invece percepito e tematizzato l’altro lato della medaglia, ovvero l’allentamento delle relazioni con i territori e le comunità che vi risiedono. Ogni crescita dimensionale degli enti e delle aziende di servizio si paga con una perdita della capacità di indirizzo, controllo e verifica delle comunità di riferimento (enti locali, utenti, cittadini). Nessuna innovazione istituzionale è stata messa in atto per rispondere a questo bisogno che si è dunque acutizzato. In modo correlato, inoltre, non si parla mai di diritti degli utenti della pubblica amministrazione (regionale). E neppure di innovazione sul versante degli strumenti di democrazia a disposizione di cittadini più desiderosi che in passato di partecipare al controllo (è la democrazia in un’epoca della sfiducia di cui parla Rosanvallon) od alla formulazione degli indirizzi. Ed in effetti in questo programma nulla si dice di innovativo sulla partecipazione dei cittadini (eppure che il tema sia minimamente rilevante lo dice anche il fatto che per la prima volta si presenta alla competizione elettorale una lista civica regionale, per quanto raffazzonata!). Nessuna riflessione a partire dall’insoddisfacente funzionamento degli organismo di partecipazione definiti dalle leggi regionali (dai CCM in sanità al CRUFER per il trasporto regionale). La parola “democrazia” (ed i temi connessi del suo sviluppo, del suo rafforzamento o del suo rinnovamento) praticamente non compare! Democrazia deliberativa o democrazia partecipativa – non una parola su queste tematiche!
  3. E’ trattato poco ed in modo vago il tema dell’ambiente, della salvaguardia ambientale, del rafforzamento delle politiche per l’ambiente, ad esempio di contrasto dell’effetto serra. Che ci sia un riscaldamento globale in atto non pare neppure vero! La parola inquinamento compare una volta sola, ed anche in questo caso non riguarda l’ambiente, ma l’infiltrazione mafiosa nell’economia! Come se questa regione non appartenesse ad una delle aree più inquinate d’Europa (inquinamento atmosferico, ma anche delle falde acquifere). Il tema della riduzione dei “gas serra” è marginale. Il sostegno all’obiettivo 20-20-20 (o ad obiettivi più ambiziosi!), ovvero al “patto dei sindaci”, non è menzionato. Si parla di promozione delle energie rinnovabili, ma nulla si dice sui punti di frizione sperimentati in questi anni (il contrasto all’uso di biomasse da parte di molte realtà locali, dove i cittadini si sono costituiti in comitati) e su come affrontarli. Si enfatizza la #velocità (con accenni da manifesto “futurista”), ma non si dice nulla sull’importanza di recuperare anche la dimensione della #lentezza (che non è solo slow food vs. fast food), ma l’esigenza, più in generale, di attività economiche e sociali di tipo comunitario (certo non in sostituzione dei settori formali, ma a loro integrazione, come fattore di “rigenerazione” culturale e sociale).

Se pensiamo che questo documento programmatico è stato elaborato dalla forza politica più strutturata e ancora oggi più forte in regione (questo è anche il mio pronostico per le imminenti elezioni) dobbiamo convenire che si tratta di un documento deludente, non all’altezza della sfida che questa regione ha di fronte. Ecco comunque una rassegna più puntuale degli undici capitoli. #lavoro La parola d’ordine è qui “rinascimento della manifattura”. Il che significa innanzitutto affermare che si vuole mantenere e rafforzare un settore industriale, manifatturiero, competitivo, sostenendone l’evoluzione verso produzioni ad alto valore aggiunto (“fare dell’Emilia-Romagna la punta avanzata della nuova manifattura che si sta ridisegnando a livello globale” – forse è un po’ enfatico, ma rende chiaro l’obiettivo). Per fare ciò l’obiettivo è quello di “ricreare un ecosistema sociale adatto allo sviluppo”, sostanzialmente tramite tre azioni:

  1. rafforzare la connessione tra sistema scolastico e mondo produttivo, investendo sull’istruzione e formazione professionale e cercando di governare a tal fine anche l’istruzione tecnica (candidando l’Emilia-Romagna a “sperimentare una riforma dell’educazione tecnica”, sfruttando le opportunità di autonomia regionale dischiuse dalla modifica del titolo V della Costituzione, per avere studenti tecnici maggiormente coerenti con le necessità strategiche dell’industria). Non si tratta certo di un’idea innovativa: è quanto svolto a livello provinciale dalle migliori scuole tecniche negli anni ’50-’70 (le Aldini-Valeriani a Bologna, il Fermi a Modena – per intenderci) e che ora (con colpevole ritardo!) si vorrebbe replicare su scala regionale.
  2. affiancare ai centri per l’impiego una rete di servizi per il lavoro per le persone e per le imprese” (e non si capisce perché “affiancare” ulteriori servizi, anziché riformare i Centri per l’impiego);
  3. “essere riconosciuti” come un “hub europeo della ricerca” centrato sulla Rete Regionale Alta Tecnologia, ovvero sui dieci “tecnopoli” in fase di implementazione dal 2009 (un programma che sconta ritardi e difficoltà a seguito della priorità data alla costosa realizzazione di infrastrutture-grandi contenitori). Ciò è richiamato anche nel capitolo #innovazione, come uno dei “tre grandi progetti che partono dalla Regione” per attrarre risorse europee (“riconoscimento di Bologna e dell’Emilia-Romagna come grande Hub europeo della ricerca”).

#europa Questo capitolo si nutre di molta retorica. Da un lato si riconosce che “nella graduatoria stilata dalla Commissione Ue in base all’indice di competitività regionale” l’Emilia-Romagna (seconda regione in Italia dopo la Lombardia) è comunque solo 141a fra le 262 regioni dell’UE. Dall’altro si prefigura un’Emilia-Romagna “come locomotiva del cambiamento in Italia ed in Europa”! In ogni caso l’unica proposta concreta è quella di dare maggiore “visibilità” (sic) alla maggiore importanza delle risorse UE “individuando un incarico di Giunta dedicato alle politiche europee, in grado di dare un indirizzo politico alla progettazione e programmazione europea”.

#innovazione Open-data, “un progetto regionale dedicato ai ‘Big Data’”, smart cities anzi “una innovativa Smart City a scala regionale” visto il “sistema urbano pressoché senza soluzione di continuità che va da Piacenza a Rimini” (sic), la “riqualificazione di distretti per la nuova creatività” – è tutto un fiorire di formulazioni dai contenuti vaghi, ma che strizzano l’occhio alle magnifiche e progressive sorti che le nuove tecnologie garantiranno alla comunità emiliano-romagnola. Unica cosa chiara: “900 edifici scolastici collegati alla banda larga tra 5 anni” (confidando che si sappia cosa farne). E poi “tre grandi progetti che partono dalla Regione (…) e raggiungono direttamente il centro dell’Unione Europea”: (1) riassetto idrogeologico del bacino del Po; (2) un progetto sul mare Adriatico, ovvero “un grande progetto europeo, in sinergia con l’area danubiana e l’area baltica, già in fase operativa, per un riposizionamento della nostra regione e del nostro paese verso l’intero Est Europa”; (3) Bologna e l’Emilia-Romagna come “grande hub europeo della ricerca”.

#attrattività Reagire alla crisi economica che ha avuto effetti assai pesanti anche in regione (-20% capacità produttive; -25% di produzione industriale; non si cita alcun dato sulla disoccupazione – il termine “disoccupazione” anzi non compare proprio nel documento! – che però è raddoppiata in questi anni di crisi). Per fare questo si punta ad attrarre più investimenti dall’estero (tramite “abbassamento delle tasse regionali” e semplificazione amministrativa, in primo luogo). Si parla di nuovo di “Rinascimento della manifattura” (si citano come casi esemplari la ditta Berluti ed il progetto bolognese FICO: vedi). Ma il grosso del capitolo è dedicato a due specifici settori: Turismo ed Agricoltura.

  • Le “5 proposte per il turismo” (ad oggi 9% del PIL regionale) includono: (1) passare dalla “promozione per prodotti” ad una promozione territoriale di area vasta (e per questo si parla anche di una nuova governance per il turismo); (2) “una mobilità moderna in linea con gli standard europei” (tema che però è declinato soprattutto con riferimento alla costa romagnola). Si prefigura qui un “monstrum”: “creare un vero e proprio Sistema Metropolitano Regionale” (a rigor di logica il sistema o è metropolitano o è regionale!); (3) “non solo costa”, ma … anche tutto il resto; (4) promozione del turismo d’affari; (5) difesa della costa e del territorio (enunciazioni vaghe, come per larga parte del documento).
  • Per l’agricoltura (ad oggi 3% del PIL regionale) sono proposte 4 “azioni fondamentali”: (1) programmazione dei fondi europei (si parla in realtà soprattutto di ciò che è stato fatto); (2) rafforzare la filiera agroalimentare; (3) semplificazione e riduzione della burocrazia (è citato il Registro Unico dei Controlli in agricoltura di recente approvazione – una misura ambigua, presentata anche con una evidente finalità di consenso); (4) servizi più efficienti a sostegno dell’agricoltura (assistenza tecnica, consorzi bonifica, agrifidi, ecc.). Pensando però alle trasformazioni dell’agricoltura regionale in questi anni (il censimento del 2010 ha certificato la situazione: si riduce la superficie coltivata; si riduce il numero delle imprese; cresce ulteriormente l’età media) si ha l’impressione di politiche di management dell’esistente piuttosto che di politiche di rilancio (ovvero sviluppo) del settore. “Con i nuovi fondi [europei] favoriremo il ricambio generazionale” sembra un pio desiderio. Il tema della redditività (“La redditività degli agricoltori si difende sostenendo l’aggregazione tra produttori nel mercato, la capacità di controllare la produzione e l’offerta, la stipula di accordi preventivi con l’industria di trasformazione”) trascura l’opportunità offerta dalla “filiera corta” (espressione che non compare nel documento), ovvero da quelle forme di distribuzione locale (es. mercato contadino – altra espressione che non compare!) che bypassano la grande distribuzione (e si aggiungono, dunque, alla produzione per l’export o per il mercato nazionale). Nulla si dice sull’agricoltura biologica!

#velocità Singolare l’eterogeneità di questo capitolo. Dedicato ad “un sistema politico-amministrativo [regionale] più semplice, meno costoso e più efficace” (tre dei quattro punti sono dedicati a questo) include però anche un quarto punto dedicato alla mobilità (“Una mobilità sostenibile: la cura del ferro” – visto il titolo andava collocato nel capitolo #sostenibilità!). Sotto questo titolo sono di nuovo raccolte azioni eterogenee: (1) Un Sistema Metropolitano Regionale (di nuovo!), con la promessa di “più velocità” (“Se da Bologna si arriva a Milano in meno di un’ora e si è a Firenze in meno di mezz’ora, non sono tollerabili tempi di una scala diversa per gli spostamenti infra-regionali o per raggiungere Bologna dall’area metropolitana circostante.”) anche se fino ad ora il Servizio Ferroviario Regionale ha perso velocità, anziché acquisirla (paradossale la situazione della ferrovia Vignola-Bologna: nel 1939 si andava più veloci: vedi)! (2) Il mantenimento degli attuali quattro aeroporti (Bologna, Forlì, Parma e Rimini) – grazie all’ottimismo della volontà? (3) le immancabili opere autostradali (completamento del corridoio adriatico E45-E55 – nodo di Ravenna e Passante Nord di Bologna). Più innovativa (anche se non sempre ben definita) la parte sulla “velocità amministrativa”, articolata in tre punti:

  1. riordino degli enti territoriali (cinque “aree vaste” in sostituzione delle 9 province “come luoghi della programmazione condivisa”) e maggiore condivisione nella formazione degli orientamenti regionali (interessante la proposta di fare “della Conferenza delle Autonomie Locali (CAL) una vera e propria «seconda camera», con la presenza di rappresentanti di Comuni e Unioni, di Città metropolitana e Aree Vaste, come sede di con¬fronto con la Giunta sui Programmi e le leggi regionali, in analogia alla riforma del Senato”);
  2. una “regulation review”, ovvero semplificazione normativa (entro i primi due anni di mandato – precisa Bonaccini in occasione della presentazione del programma, vedi il video);
  3. un piano “burocrazia zero” (“Nei primi 100 giorni di governo lanceremo una spending review regionale con un forte impegno per la ‘Burocrazia zero’. Che vuol dire eliminare tutti gli enti, le strutture, le posizioni dirigenziali e i procedimenti che non hanno una utilità effettiva, diretta o indiretta, per i cittadini.”) per rendere più semplice la vita dei cittadini (anche se principali interlocutori della regione sono gli enti locali).

#sostenibilità L’inizio è terrificante. Sotto l’etichetta “il territorio è la nostra grande bellezza” si cita “il paesaggio che si snoda lungo la via Emilia” (che in realtà, grazie allo sprawl ed alla commistione di edilizia residenziale e produttiva, è proprio il segno dell’abbruttimento del paesaggio regionale!). E dopo aver detto chiaro (ma superficialmente) il rifiuto della “decrescita felice” ecco il “diritto alla felicità” garantito dalla Regione: “Noi rivendiamo [avete letto bene: “rivendiamo”, anziché “rivendichiamo”, uno dei tanti strafalcioni di cui è infarcito il documento!] il diritto alla felicità per un nuovo modello di crescita fondato sulla sostenibilità e sul benessere diffuso.” Adesso siamo tranquilli! Le proposte in pillole: (1) sostegno alle energie rinnovabili. Bene la promozione di “comunità solari locali”, anche se poi nulla si dice sull’uso delle biomasse (a quali condizioni, visto che rispetto al loro impiego si sono registrate in questi anni le proteste di numerosi comitati locali); (2) “una maggiore democraticità nella filiera energetica” (c’è da emozionarsi al pensiero che questo è uno dei due punti – entrambi marginali, in verità – in cui compare un riferimento a maggiore “democrazia”, ovvero a processi di democratizzazione); (3) gestione integrata dei rifiuti, nel senso di “incentivi al riuso ed al riciclo” (riconoscendo le opportunità per nuove imprese di settore); (4) un generico richiamo ad andare oltre la “green economy”, tramite politiche di “greening the industry” (richiamo retorico al rendere “verde” il complesso dell’industria, non solo a sviluppare un nuovo settore); (5) “incentivi fiscali alle imprese che si impegnano nella riduzione degli imballaggi”; (6 e 7) recupero, almeno parziale, dei temi su una nuova politica dei rifiuti e nuova governance promossi soprattutto da Roberto Balzani (“Nella scorsa legislatura era stata preparata una proposta di legge regionale [vedi] che mirava alla chiusura delle discariche e a ridurre la produzione di rifiuti attraverso incentivi alla raccolta differenziata di qualità e l’applicazione della tariffa puntuale. Ripartiamo da lì.”) Solo verbalmente Bonaccini dice qualcosa di più in merito alla riduzione dell’incenerimento dei rifiuti (vedi video). E per la nuova governance: “È oggi chiara l’esigenza di una maggiore integrazione con i territori e di un potenziamento del ruolo di ATERSIR, attribuendogli le risorse necessarie per svolgere a pieno il ruolo di regolatore e controllore ed una funzione di Autorità indipendente.” (8) Il capitolo si chiude con l’affermazione di “una decisa politica di riduzione del consumo di suolo” (che va letta nel senso di una rinuncia al più ambizioso “stop al consumo di territorio”!), con l’annuncio della riforma della legge urbanistica (legge del 2000, già “riformata” nel 2009!) e con la “rivisitazione” della legge istitutiva di ARPA.

#legalità Coraggioso è il riconoscimento che la regione ha un problema di “infiltrazioni mafiose” (vedi). Impegnativo, ma assolutamente condivisibile, è affermare che occorre “combattere la cultura della rimozione” di questo tema nell’orizzonte mentale di istituzioni, imprese, associazioni, cittadini. Ma le modalità operative per fare ciò e, soprattutto, per contrastare le infiltrazioni mafiose nel tessuto sociale ed economico sono tutt’altro che definite. Ottima l’enunciazione “Il futuro Governo della Regione deve fornire agli amministratori locali tutti gli strumenti utili per riconosce¬re e prevenire il fenomeno della corruzione” – che però rischia di restare un’enunciazione di principio. Circa il sistema degli appalti pubblici si dice che “molto lavoro deve ancora essere fatto”. Non si dice però cosa. Ed il programma delle “case della legalità” non sembra proprio proporzionato agli obiettivi.

#parità Al di là della retorica (“La democrazia è paritaria o non è”) è uno degli ambiti con le proposte più definite: (1) promuovere la rappresentanza paritaria in tutti i luoghi della decisione (ma non si dice come); (2) “istituzione di borse di studio di genere” (potrebbe essere un autogoal visto che a scuola le donne vanno meglio degli uomini); (3) sostegno alle associazioni femminili ecc.; (4) medicina di genere; (5) contrasto al fenomeno delle dimissioni in bianco; (6) introduzione del “bilancio di genere” ecc.; (7) sostegno ai centri antiviolenza ecc.; (8) dove si parla di trattamento agli “uomini maltrattati” è un probabile refuso (l’ennesimo!); comunque il capitolo si chiude affermando che si farà “tutto ciò che è necessario. Nulla di meno.” Anche qui siamo tranquilli.

#personeEcomunità E’ il capitolo dedicato al sistema di welfare regionale: scuola, sanità e sociale.

  • Sulla scuola: (1) “sperimentare in Emilia-Romagna la proposta di legge 0-6 presentata dal PD in Parlamento, per garantire a tutti i bambini e le bambine scuole e servizi educativi” (ma vorrebbe dire finanziare la gestione degli asili nido – ottima cosa, ma finora mai fatta per la grande quantità di risorse necessarie); (2) “pensiamo che per i servizi per l’infanzia vada fatto un salto di qualità verso l’accreditamento” – che non è certo una forma di de-burocratizzazione; (3) politiche di orientamento scolastico (un settore in cui questa regione di sicuro non ha brillato sino ad ora!); (4) “sostenere anche la formazione musicale”.
  • Sulla sanità: (1) riduzione dei tempi di attesa per la specialistica ambulatoriale anche grazie all’estensione degli orari (fascia serale e giorni festivi): qui la giunta regionale è intervenuta nei giorni scorsi, non a caso, con un provvedimento che ha copertura finanziaria per il 2014; (2) generico richiamo a migliorare l’accessibilità dei servizi (un capitolo giustamente esteso anche ai servizi per la cronicità e la disabilità) e la continuità assistenziale (manca il “come”); (3) “accelerare il riordino della rete ospedaliera” – in realtà una formula nient’affatto tranquillizzante (nessuno degli ospedali “di montagna”, ad esempio, ha un numero di parti sufficienti a raggiungere lo standard ministeriale di 500 parti all’anno, ma ad oggi è stato chiuso il reparto di ostetricia di Porretta Terme; lo stesso avverrà con Pavullo? ecc.) (vedi); (4) “ridurre i costi amministrativi e di struttura del Servizio Sanitario Regionale”. Infine si afferma che: “i cittadini e le comunità locali, i sindaci e gli amministratori dovranno essere resi partecipi di questo cambiamento, che non deve essere percepito come calato dall’alto, figlio solo di logiche manageriali” – obiettivo del tutto condivisibile, ma ad oggi non perseguito (e qui non si dice come!). Sul versante della sanità (come su altri fronti) la Regione ha saputo in effetti promuovere politiche di aggregazione e di crescita di scala (es. Azienda USL unica della Romagna), alla ricerca di economie e maggiore efficienza, ma non ha saputo riconoscere e tematizzare l’altra faccia della medaglia: la perdita di rapporto con i territori, gli enti locali, i cittadini. Nessuna innovazione istituzionale è stata infatti messa in campo per rafforzare la capacità di indirizzo della reale “committenza”, ovvero le comunità locali e le loro istituzioni e rappresentanze. E neppure in questo programma si dice qualcosa in proposito (se non formulazioni di principio)!
  • Sul sociale: (1) innovazioni sulla governance (“rafforzare gli strumenti di governo e committenza pubblica, strutturando gli Uffici di Piano e affiancando alla Cabina di Regia regionale una Conferenza dei distretti socio sanitari che rappresenti in maniera più ampia la base di definizione delle scelte strategiche tra Regione e territori”); (2) “trasformare il nostro welfare di attesa in welfare di iniziativa” – formula elegante quanto vuota; (3) politiche per i NEET: “dal servizio civile alla formazione professionale ai tirocini”; (4) una non meglio definita “economia sociale dei beni pubblici”; (5) “responsabilità unitaria dei servizi alla persona in capo alle Unioni dei Comuni, a cui dob¬biamo associare l’introduzione di una Cartella Sociale” (che in molte realtà è già presente).

#bellezza Sotto questo titolo sono trattate le politiche culturali della Regione. Come spesso accade si inizia con la retorica: la Regione vuole “investire nella cultura come un diritto di tutti, un servizio diffuso e accessibile a tutta la popolazione, rimuovendo gli ostacoli di natura economica e di origine geografica che non consentono il pieno accesso alla vita culturale”. Se pensiamo a quello che sta succedendo sul versante della sanità – assai più rilevante della cultura! – in termini di impoverimento della dotazione di servizi nelle aree periferiche, allora risulta evidente quanto sia vuota questa formula applicata alla cultura! Comunque: (1) “intendiamo realizzare una rete dei teatri e dello spettacolo”; (2) promozione (come?) di “un distretto diffuso della creatività”; (3) replicare l’esperienza della legge regionale sul cinema e l’audiovisivo anche nel settore della musica.

#sportDare un impulso nuovo alle politiche per favorire la diffusione dello sport” è assolutamente condivisibile (ma il programma PD non dice come, se non come “sostegno al sistema dell’associazionismo sportivo”). Ma favorire “la capillarità e la qualità degli impianti sportivi nel nostro territorio regionale” è un obiettivo non realistico stante l’incapacità di manutenzione dell’esistente (e la più volte riconosciuta esigenza di pianificazione su area sovracomunale dell’impiantistica sportiva). Il resto del capitolo, poca cosa in verità, si limita ad auspicare di trovare più risorse nel bilancio regionale!

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