Nuova provincia, maggiore opacità

Nuova Provincia secondo copione. Muzzarelli vince senza problemi” – così titolava Il Resto del Carlino il 5 ottobre scorso, il giorno successivo allo svolgimento delle elezioni per il nuovo presidente ed il nuovo consiglio provinciale a Modena (qui le info ufficiali: vedi). In effetti nessuna sorpresa. Né a Modena, né altrove. Tutti i presidenti delle nuove Province, in Emilia-Romagna, sono PD (vedi; si è votato in tutte le province tranne a Ravenna dove si voterà nel 2016 – se nel frattempo le Province non verranno davvero eliminate). Ma questa non è una sorpresa. Con ogni probabilità l’esito sarebbe stato uguale con qualsiasi altro sistema elettorale. Certo è che quello usato è pessimo. Comunque, le Province per ora rimangono (in attesa della loro effettiva soppressione, previa modifica della Costituzione). Ne escono rafforzati i sindaci dei capoluoghi di provincia (tranne nella parte più occidentale della regione: a Piacenza, Parma e Reggio Emilia il PD ha fatto una scelta diversa). Ma soprattutto – la cosa è sin da subito evidentissima – aumenta l’opacità. E su questo aspetto il PD non ha nulla da dire.

Enrico Baj, Femme habilleé, 1961 (opera esposta alla 55a Biennale d'Arte di Venezia - foto del 17 novembre 2013)

Enrico Baj, Femme habilleé, 1961 (opera esposta alla 55a Biennale d’Arte di Venezia – foto del 17 novembre 2013)

[1] Nei giorni scorsi si sono tenute le elezioni dei nuovi organi provinciali (gli organi elettivi sono due, come in precedenza: presidente e consiglio) secondo quanto previsto dalla legge n.56 del 7 aprile 2014 “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni” (vedi). Solo che anziché i cittadini, al voto sono andati sindaci e consiglieri comunali (con un meccanismo di voto ponderato, in base alla classe dimensionale del comune). E poiché il sistema elettorale vigente nei comuni è di tipo “maggioritario”, le chiare maggioranze consiliari si sono tradotte in una chiarissima maggioranza di “voti” nelle urne per presidente e consiglieri provinciali. Ed essendo l’Emilia-Romagna una “zona rossa”, o “rosa” se si preferisce, questo meccanismo elettorale ha premiato i candidati PD che in effetti hanno vinto dappertutto, da Piacenza a Rimini (non si è votato a Bologna, futura città metropolitana, visto che per legge il “sindaco metropolitano” è il sindaco della città; e non si è votato a Ravenna, visto che gli organi provinciali vanno a scadenza nel 2016; vedi). La differenza, non trascurabile, è dunque nella scelta politica se candidare a presidente della nuova Provincia il sindaco del capoluogo provinciale oppure il sindaco di uno degli altri (minori) comuni della provincia. Nelle province da Modena alla Romagna il PD ha scelto la prima opzione (dunque presidente della Provincia di Modena è divenuto il sindaco di Modena, Giancarlo Muzzarelli – e così via). Solo nella parte più occidentale della regione si è scelta l’altra opzione: a Parma in quanto obbligata (la città ha un sindaco M5S; qui è stato eletto presidente della nuova Provincia il sindaco di Salsomaggiore Filippo Fritelli), a Piacenza e Reggio Emilia come scelta vera (il presidente della nuova Provincia di Piacenza è il sindaco PD di Vigolzone Francesco Rolleri; il presidente della nuova Provincia di Reggio Emilia è il sindaco PD di Poviglio Giammaria Manghi). Le diverse soluzioni hanno un evidente intento (ed effetto) politico. Da un lato (a Modena ed altrove) rafforzare la “centralità” del sindaco del capoluogo provinciale (che acquista così più potere); dall’altro mantenere una situazione di maggiore equilibrio tra il comune capoluogo ed il resto del territorio provinciale (è la soluzione preferita nell’Emilia occidentale). Sarà interessante vedere come queste due diverse soluzioni si innesteranno nell’annunciato tentativo di “superamento del policentrismo” regionale (vedi).

Enrico Baj, sculture in ceramica, MIC-Museo Internazionale della Ceramica, Faenza (foto del 29 dicembre 2013)

Enrico Baj, sculture in ceramica, MIC-Museo Internazionale della Ceramica, Faenza (foto del 29 dicembre 2013)

[2] Sta di fatto che, nell’incertezza circa l’effettivo “superamento” delle Province (per cui è necessaria una modifica della Costituzione), l’unica novità di questo passaggio sta nel cambiamento del meccanismo elettorale. Non sono i cittadini ad essere chiamati alle urne, ma sindaci e consiglieri comunali dei comuni di ciascuna provincia (47 comuni nel caso della provincia di Modena). E, conseguentemente, il nocciolo di questa “innovazione” consiste nella riduzione dei costi della politica (i consiglieri provinciali, ridotti di numero, sono già amministratori comunali e dunque non percepiscono indennità aggiuntive; inoltre si risparmia sui costi elettorali). Si tratta di un risparmio annuo, su scala nazionale, di circa 150 milioni di euro (vedi). Ma ovviamente l’obiettivo della “manovra sulle Province” non era limitato a questo. Ha dunque ben ragione Tito Boeri quando su LaVoce.info evidenzia il rischio di “rimanere a metà del guado”. Questa non è una riforma istituzionale! Che invece deve vedere una riduzione dei livelli dell’architettura istituzionale e, conseguentemente, una nuova allocazione delle funzioni (vedi). Ugualmente importante, ad esempio, è il superamento della “polverizzazione” dei comuni (in Italia ci sono ancora 134 comuni con meno di 150 abitanti! vedi). In ogni caso occorre un ragionamento serio sulla redistribuzione delle funzioni svolte dalle Province, che ad oggi non c’è stato né si vede all’orizzonte. Insomma, la legge n.56/2014 “rinvia l’abolizione delle province e rinvia il riordino di funzioni e risorse fra i livelli di governo che dovrebbe sostituire i precedenti. Mentre il rinvio sul primo aspetto era inevitabile, non lo è sul secondo. Perché, ad esempio, non si è previsto che, una volta abolite le province sul piano costituzionale, tutte le funzioni e risorse passassero direttamente all’ente di governo di livello superiore, cioè le Regioni? Queste ultime, a loro volta, avrebbero potuto decidere come delegare funzioni e risorse: a proprie suddivisioni amministrative o alle nuove unioni di comuni previste dalla stessa legge. In attesa della riforma costituzionale, si poteva adottare qualche semplice criterio forfettario deciso dal Governo, basato sul costo storico delle funzioni rimaste alle province, per suddividere le risorse tra provincia e Regione, a cui potevano essere attribuite per default le funzioni non lasciate alle province” (così Tito Boeri nel commentare le nuova legge: vedi). Insomma, l’attuale soluzione risente della fretta con cui è stata congegnata e bisogna dunque evitare che, come troppo spesso succede nel nostro paese, diventi “permanente” (anziché solo “provvisoria”)! Oltre a ciò, se davvero l’attuale situazione è provvisoria (in attesa della modifica della Costituzione e della “vera” soppressione delle Province o comunque di un “vero” ridisegno dell’architettura istituzionale), si poteva anche adottare una diversa soluzione per l’elezione dei nuovi organi, favorendo davvero la rappresentanza territoriale, ovvero de-politicizzando gli organi provinciali. Non sarebbe stato meglio, ad esempio, prevedere un consiglio composto dai sindaci dei comuni capo-distretto? E non sarebbe stato meglio affidare l’approvazione del bilancio all’assemblea dei sindaci (con voto ovviamente ponderato per classe dimensionale del comune), anziché al solo nuovo “consiglio provinciale”?

Enrico Baj, Scacchi (il Re e la Regina), Cantiere del '900. Opere dalle collezioni Intesa Sanpaolo, Milano (foto del 27 dicembre 2013)

Enrico Baj, Scacchi (il Re e la Regina), Cantiere del ‘900. Opere dalle collezioni Intesa Sanpaolo, Milano (foto del 27 dicembre 2013)

[3] Ma la cosa davvero stupefacente dei nuovi organi provinciali, ovvero della “nuova Provincia”, è il “nuovo” livello di opacità conseguito. Trattandosi di un organismo di secondo livello ci si è sin da subito sbarazzati del principio della “pubblicità” delle sedute! Il neo-presidente Giancarlo Muzzarelli ha così convocato la prima seduta del nuovo consiglio (composto da 12 consiglieri, di cui 3 di minoranza – tra di essi il sindaco “civico” di Savignano Germano Caroli) nella vecchia “sala giunta”, in cui (a scanso d’equivoci) lo spazio per il pubblico proprio non c’é. E visto che le funzioni ad oggi svolte dalle Province sono quelle di sempre (istruzione superiore e formazione professionale, infrastrutture, ambiente e agricoltura in primis) i processi di formazione degli orientamenti decisionali non solo rimangono “distanti” dai cittadini come in precedenza, ma diventano ancora più opachi (non essendo sottoposti ad un regime di “pubblicità”). Mentre faticosamente (e non sempre in modo mirato) tutta la pubblica amministrazione è spinta alla “trasparenza” (da ultimo con il decreto legislativo n.33/2013: vedi) e ad una maggiore “apertura” (che vuol dire dunque “pubblicità” e, conseguentemente, partecipazione dei cittadini), le “nuove” Province, organi di secondo livello, vengono spinte verso il cono d’ombra che ha sin qui caratterizzato le società partecipate! Ovviamente all’interno del PD nessuno ha fatto caso a questo “slittamento”. Sarebbe chiedere loro troppo. Da tempo la sinistra interna ai partiti non è più una “sinistra pensante” (vedi). Da tempo la “mobilitazione cognitiva” è rimasta un esercizio richiamato retoricamente nella letteratura, ma privo di realtà (vedi). Insomma, dobbiamo solo sperare che per davvero l’attuale assetto risulti transitorio. Ma non è affatto detto. E se così fosse sarebbe una sconfitta per il paese.

Resoconto della prima seduta del nuovo "consiglio" della Provincia di Modena (Gazzetta del 15 ottobre 2014). Come si vede chiaramente dalla foto la seduta si tiene nella vecchia "sala giunta"!

Resoconto della prima seduta del nuovo “consiglio” della Provincia di Modena (Gazzetta del 15 ottobre 2014). Come si vede chiaramente dalla foto la seduta si tiene nella vecchia “sala giunta”!

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One Response to Nuova provincia, maggiore opacità

  1. Rosanna Sirotti ha detto:

    Ti aspettavi qualcosa di diverso? Io certamente no visto il sistema elettorale adottato.

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