Dieci anni di PoesiaFestival. Urge un po’ di manutenzione

2005-2014. Il PoesiaFestival compie dieci anni. Questa decima edizione (vedi) termina oggi dopo essere passata quasi inosservata tra i residenti dei comuni che la ospitano (complice anche la quasi totale assenza di segnaletica in città: non un totem, non un grande cartellone, poche le locandine nei negozi – a Vignola solo lo striscione sotto la torre dell’orologio). Ed è un peccato, perché alcuni eventi sono stati di grande intensità emotiva. La poesia si conferma un genere difficile per il grande pubblico – ma questo non è una novità. Nonostante questa difficoltà “strutturale” il PoesiaFestival è un festival di grande interesse ed in grado di offrire straordinarie sorprese anche ai semi-analfabeti della poesia (come me). Ma proprio per questo merita un maggiore impegno organizzativo (e forse un po’ più di risorse) e qualche aggiustamento.

PoesiaFestival 2014. Incontro con i poeti Simon Armitage (secondo da sinistra) e Jamie McKendrick (quarto da sinistra) presso la Rocca di Vignola (foto del 27 settembre 2014)

PoesiaFestival 2014. Incontro con i poeti Simon Armitage (secondo da sinistra) e Jamie McKendrick (quarto da sinistra) presso la Rocca di Vignola (foto del 27 settembre 2014)

[1] Non è cosa malvagia provare a ragionare sulla “nicchia di mercato” della poesia. Partiamo dai dati sulla produzione editoriale (elaborati annualmente dall’Istat: vedi). Di “poesia e teatro” sono state pubblicate 2.804 opere nel 2012 (ultimo anno di cui abbiamo dati Istat pubblicati: vedi), pari al 4,7% di tutti i titoli pubblicati (in totale 59.230, di cui circa un quarto romanzi, racconti, avventure, gialli e, appunto, poesia e teatro). Se escludiamo le opere scolastiche e per ragazzi il numero delle opere diminuisce leggermente: 2.742. Si tratta pur sempre di 7,5 opere al giorno (una ogni 3 ore circa, incluse domeniche e festivi!). Insomma, non sono gli autori a scarseggiare (anche se consideriamo solo quelli che trovano una casa editrice disposta a pubblicare). 1. 227.000 è il numero complessivo delle copie edite nel 2012 (pari allo 0,7% delle tirature complessive). E qui risulta evidente, senz’ombra di dubbio, che di una “nicchia” si tratta. La tiratura media è di 405 copie! Nel 2005 le opere di poesia e teatro pubblicate erano meno (“solo” 1.654), ma la tiratura media, per quanto comunque oltremodo bassa, era di 899 copie. Tirature, ovvero copie stampate. Che è diverso da copie vendute. Che è ancora diverso da copie lette. E mi fermo qui. Insomma, scarseggiano gli acquirenti di libri di poesia. E plausibilmente scarseggiano dunque i lettori di poesie (se non per obbligo scolastico!). D’altro canto in Italia scarseggiano i lettori di libri in generale (nel 2013 solo il 43% degli italiani con almeno 6 anni ha letto almeno un libro nei dodici mesi precedenti l’intervista Istat; la quota di lettori di libri è addirittura in calo: era il 46% nel 2012), figurarsi dunque i libri di poesia! Insomma il PoesiaFestival è un festival “controcorrente” (per considerazioni sulla mancanza di pianificazione strategica: vedi) – bisogna esserne consapevoli e questo richiede qualche accorgimento nella programmazione e nell’organizzazione. Qualche ulteriore innovazione, dopo dieci anni di esperienza, è dunque necessaria.

La locandina del PoesiaFestival 2014, decima edizione (foto del 27 settembre 2014)

La locandina del PoesiaFestival 2014, decima edizione (foto del 27 settembre 2014)

[2] Il PoesiaFestival è un festival “rarefatto”. E questo è un handicap. Copre un territorio di 7 comuni (Vignola, Spilamberto, Castelnuovo, Castelvetro, Marano, Maranello, Castelfranco Emilia) e si svolge in una quindicina di diverse location (tra cui anche Piumazzo, Panzano-Villa Sorra e Levizzano). I 19 eventi in programma (più 3 riservati alle scuole e 20 eventi minori sotto l’etichetta “Assonanze”) sono dunque distribuiti (in poco più di 3 giorni) su un territorio disperso (da Maranello a Castelfranco Emilia ci sono 24 km, percorribili in 31 minuti, secondo Google Maps). In diversi casi, inoltre, si svolge in locali chiusi – cosa che non ne agevola di certo la visibilità. Insomma, alla difficoltà del genere (come abbiamo visto la poesia non ha grande appeal tra gli italiani) si aggiunge una evidente difficoltà logistica. La mancanza di “concentrazione” si traduce in una bassa visibilità, in primo luogo per le comunità che lo promuovono. Questo handicap può essere contrastato, almeno parzialmente, con una densificazione della “segnaletica poetica” (totem, manifesti, locandine affisse, ecc.). Ma è proprio quello che è mancato in questa edizione e dunque molti cittadini dei comuni promotori non sono stati “colpiti” dai richiami agli eventi programmati (in passato abbiamo visto edizioni assai più impegnate sul fronte della disseminazione comunicativa). Buona parte della città non si è letteralmente accorta dell’evento! Insomma, la poesia non è genere che “si vende da sé” e per questo necessita di un adeguato impegno comunicativo e di richiamo, anche per le comunità di riferimento.

“Pane, amore e… poesia”, uno degli eventi della categoria “Assonanze”. Qui in piazza dei Contrari a Vignola (foto del 27 settembre 2014)

[3] Assai poco frequentata e dunque assai poco conosciuta la poesia ha bisogno, per essere adeguatamente fruita in un festival, di un’adeguata funzione di orientamento. Dopo aver attentamente letto il programma della decima edizione mi sono accorto di conoscere solo uno dei poeti invitati. Come selezionare, dunque, gli eventi a cui partecipare? In base ad elementi del tutto contingenti come orario, location o cos’altro? La “critica”, ovvero il giudizio dell’esperto, servirebbe a questo. Ma, comprensibilmente, gli organizzatori si guardano bene dal fuoriuscire da una presentazione livellante in cui tutti i poeti invitati  (e, più in generale, gli artisti invitati) “valgono uguale”. Ma così certamente non è – lasciando a parte l’ineludibile tema dei differenti valori rispetto a cui può essere “organizzato” il giudizio. E comunque ciascuno ha peculiarità, tratti caratterizzanti che li rendono non intercambiabili. Possibile che non ci sia alcuna voce locale che si possa impegnare nel suggerire peculiari percorsi di ascolto, conoscenza, partecipazione? Se una funzione di orientamento è sempre desiderabile (sta quindi al singolo partecipante valutare se affidarsi o meno al “critico” o “mediatore” di fiducia), lo è ancor di più nel caso delle terre quasi del tutto sconosciute della poesia contemporanea (hic sunt leones). Se esiste qualcosa come una comunità locale di cultori della poesia andrebbe sollecitata ad esplicitare proprie ragionate proposte di fruizione del PoesiaFestival (un tentativo venne fatto proprio su AmareVignola da Marco Bini: vedi – ora però assorbito in funzioni organizzative). Immagino che molti potenziali partecipanti potrebbero apprezzare. Io di sicuro.

Lo striscione del PoesiaFestival sulla torre dell'orologio, in centro storico a Vignola. Uno dei pochi

Lo striscione del PoesiaFestival sulla torre dell’orologio, in centro storico a Vignola. Uno dei pochi “segni” del PoesiaFestival in città (foto del 27 settembre 2014)

[4] L’efficacia di un festival dedicato alla poesia dovrebbe essere misurata, per così dire, anche sulle conoscenze che sedimenta sui partecipanti, a partire dalle comunità di riferimento. Non solo esperienze, emozioni, sentimenti. Ma anche conoscenze. Mappe cognitive. Un po’ di “classificazione” (detto in modo grossolano). Ovvero qualche nome, qualche segno geografico in quell’ampia parte della mappa della poesia che oggi, per la maggior parte di noi comuni cittadini, riporta appunto la scritta “hic sunt leones” (espressione usata per indicare i luoghi non conosciuti: vedi). Insomma, tra gli eventi del PoesiaFestival potrebbe esserne inserito qualcuno con il compito di offrire una “mappa cognitiva” o alcuni percorsi di lettura della poesia contemporanea, magari con particolare riferimento ai poeti che “fanno” il Poesia Festival. Ma poi, visto che la contemporaneità non significa affatto maggior valore rispetto a ciò che contemporaneo non è (un tema generale per la produzione artistica che in ciò si differenzia dai sistemi di conoscenza, dalla scienza), recuperare anche una maggiore “partecipazione” di poeti che non sono né viventi, né contemporanei (uno dei ricordi più vivi della mia frammentata esperienza poetica è una lezione di Giovanni Giudici, alle medie superiori, impegnato a leggere un Giovanni Pascoli a noi del tutto sconosciuto, quello di Italy per intenderci: vedi). Magari – lo dico senza alcuna ironia – legandoli anche alle poche vicende storiche “poetiche” di questo territorio (come la prigionia, per motivi politici, di Ugo Foscolo nella Rocca di Vignola nel 1799: vedi).

L'incontro con Franco Buffoni presso la Rocca Rangoni a Spilamberto (foto del 28 settembre 2014)

L’incontro con Franco Buffoni presso la Rocca Rangoni a Spilamberto (foto del 28 settembre 2014)

[5] Ultima considerazione. Evitiamo di “sparare” numeri non veritieri sul numero dei partecipanti al PoesiaFestival, come fatto puntualmente con le edizioni passate. Trentamila. Venticinquemila. Ventimila. Nessuna di queste cifre è veritiera. Anche quest’anno, come per le edizioni passate, i partecipanti saranno 7.000-8.000. Basta fare il calcolo della capienza massima delle location degli eventi in programma. Occorre inoltre considerare che agli eventi “puramente poetici” non partecipano mai grandi folle. Ad ascoltare Simon Armitage e Jamie McKendrick (Sala dei contrari della Rocca di Vignola, sabato 27 settembre ore 18) non c’erano più di 180 persone. Ad ascoltare uno strepitoso Franco Buffoni (Rocca Rangoni a Spilamberto, domenica 28 settembre ore 10.30) non più di 80 (ma l’evento ne meritava assai di più). Per arrivare alle centinaia di partecipanti occorre lasciare la “poesia pura” per andare sul “poetico”: musica, teatro, spettacolo. Ed invece ci sono eventi di “pura poesia” (lo è stato quello con Franco Buffoni, stamattina) che meriterebbero davvero grandi folle (ma in silenzio, come Buffoni ha richiesto per leggere le sue poesie). Emozionante, illuminante, commovente il suo libro di poesie, pubblicato pochi giorni fa, Jucci (Mondadori, Milano, 2014: vedi).

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5 Responses to Dieci anni di PoesiaFestival. Urge un po’ di manutenzione

  1. Andrea Bassi ha detto:

    Caro Andrea, lo sai cosa manca? un filo conduttore…..
    Il poesia Festival è nato come ben sai, dalla precisa intenzione di alcune meritevole figure locali e non, che hanno proposto, in un’ambito, quello delle Terre di Castelli, Unione di Comuni che funziona per ora solo per una serie limitata di servizi, anche se molto impegnativi per i Bilanci Comunali, un’iniziativa culturale che andasse oltre il localistico e avesse un respiro più vasto.
    Per alcuni anni, un programma costruito su conoscenze personali e moltissima “buona volontà” ha portato da queste parti una serie di figure e di “personaggi” importanti della cultura italiana, che si affiancavano a figure sicuramente “minori” ma provenienti dal territorio.
    Questo però funziona per alcuni anni, dopo… il deserto.
    Il deserto nasce quando dietro un progetto di questo genere, si notano le crepe di una vera mancanza di programmazione sul lungo periodo.
    Alla quarta, quinta, sesta volta che vedo Stefano Benni, che pure ho visto pochi mesi fa al “Mercurdo” di Castelvetro e pur apprezzandolo moltissimo, posso vedere e incontrare spesso anche a Bologna, luogo non lontanissimo da queste Terre, alla quarta o quinta volta che vedo gli stessi poeti locali in una nuova edizione del festival, mi domando se il problema siano i soldi o soltanto la mancanza di idee nuove, o meglio la mancanza di un progetto con uno scopo finale.
    Fin dalla prima edizione mi sono chiesto, oggi che i libri non si stampano quasi più, che i poeti italiani anche famosi hanno meno lettori di qualsiasi rivista specialistica, oggi che la cultura anche poetica viene contaminata da molti anni ormai dalle nuove forme di comunicazione, ad esempio su “internet” tutta la nuova poesia italiana si muove nei blog e fa fare conoscenza tra autori e lettori direttamente senza la mediazione degli editori tradizionali.
    Ci sono riviste di poesia contemporanea esclusivamente su internet, ci sono poeti nuovi che si propongono solo in rete.
    Vogliamo portare la poesia al vasto pubblico? Bisogna avere un progetto, stimolante, un tema annuale, anche strano, anche coraggioso, anche illogico a volte.
    Come il Festival della Filosofia di Modena, un tema che gli stessi autori che si ripropongo sempre tutti gli anni in questo festival non possono avere nelle loro corde per dieci anni consecutivi.
    Spero di averti dato un piccolo contributo
    Andrea Bassi

  2. antonio tavoni ha detto:

    Andrea, l’argomento, ne abbiamo parlato diverse volte, è complesso. Si tratta di un’evento che mi tocca sotto un profilo sia personale che professionale, per cui mi verrebbe da mordermi la lingua, ma non resisto comunque a dire qualcosa su alcuni dei punti di questo post.
    Innanzi tutto condivido che questo sia il momento per fermarsi e fare un po’ il punto su questo evento, non c’è dubbio. Gli stessi dieci anni non erano una meta scontata per questo festival, la manifestazione ha passato diverse stagioni si è lavorato spesso a testa bassa. Sicuramente aver raggiunto la doppia cifra consiglia di alzare la testa e chiedersi cosa si vuole fare da qui in avanti.
    Nulla è per sempre, non lo sono le persone che coprono ruoli chiave (e alcuni avvicendamenti in questi anni ci sono infatti già stati, oltre chiaramente a quelli dei referenti politici), non lo sono neppure gli eventi o se vogliamo i progetti nel loro complesso. Questo è il momento di fare questa riflessione, ma questa è stata comunque anche un’edizione davvero positiva. Io non partecipo alla guerra dei numeri, ma sono ampiamente confortato da quelli che ho visto. Ci sono stati errori su alcuni eventi, od orari o ancora location (vedi il discorso di dover comunque mettere d’accordo sette comuni…), ma nel complesso è stata davvero una bella edizione.
    Sulle spese per la comunicazione ti posso dire che sostanzialmente il materilale distribuito sul territorio è stato lo stesso dello scorso anno. Negli ultimi sei anni si è sicuramente ridotto il materiale stampato, questo è vero, ma nello stesso arco di tempo il bilancio del festival si è anche ridotto di oltre il 65%. Certamente un tema potrebbe essere quello di come sfruttare meglio le risorse a disposizione per essere più efficaci, questo di sicuro.

    Trovo interessante invece il discorso sulla poesia contemporanea. Guarda, paradossalmente credo che molto spesso siano molto più accessibili autori vivi e attivi che non tanti classici della letteratura. Per certi versi è prorpio il contrario delle arti figurative: quasi tutti davanti a un’opera di un Raffaello, di un Canova o di un Van Gogh potrebbero dire “ah che bello” (chiaramente ignorando tutta una serie di significati contenuti nelle opere e legati al tempo e alla cultura dell’autore), mentre molti davanti ad un opera contemporanea, magari astratta direbbero…”boh”. Se invece si viene ad un evento per esempio di poesia festival e si sente leggere un autore praticamente sconosciuto come un Fabiano Alborghetti o un Roberto Cescon si possono afferrare, decodificare, capire (e capire se ci piacciono) mille cose perchè sono dette nella lingua che tutti parliamo e sono letture con occhi diversi di un mondo in cui tutti viviamo. Se ci immergiamo in un Leopardi, o in un Foscolo, o se azzardiamo un Alfieri, al massimo possiamo dire che ci ricordiamo di averlo fatto a scuola, ma capiamo ben poco: qui si che ci sarebbe bisogno di percorsi per decodificare!

    Il mappare, l’antologizzare, è un fenomeno a cui siamo abituati, ma che in realtà si sedimenta col tempo. La preoccupazione dei contemporanei (e al festival non si parla solo di contemporanei comunque) è vivere, creare e condividere diverse letture del presente.

    Fare eventi diaciamo “orientativi”, o comunque “sulla poesia” e non solo “di poesia” è una cosa che tra addeti ai lavori in qualche occasione ci siamo detti. Chissà se in futuro si riuscirà a fare una cosa del tipo senza cadere nella lezione accademica…

    Infine trovo davvero ingeneroso e mi permetto di dire anche poco informato da parte di Andrea Bassi parlare di un “deserto” che sarebbe venuto dopo i primi anni. Guardate possiamo parlare di una mancanza di progettazione strategica nel lungo periodo, possiamo andare a valutare se alcuni contributi siano giunti alla fine di un loro ciclo, possiamo parlare di tutte le migliorie logistiche e comunicative, ma credo sia profondamente ingiusto parlare di mancanza di idee in questi anni.
    Una persona come appunto Marco Bini ha messo in piedi una cosa come “Cantiere Italiano”, impensabile qualche anno fa, che oggi porta al festival una selezione di autori della “generazione entrante”. Alessandra Anderlini passa l’anno a scandagliare proposte originali, negli scorsi anni per dirne una ha messo in piedi una cosa non banale come ad esempio “il cinema dei poeti”, oppure il “Paese dei Bambini/Ragazzi”, dove quest’anno c’è stato un eccezionale Giuseppe Cederna. Oppure una cosa di un valore immenso sono gli ospiti stranieri che sono arrivati in questi anni, come è successo difficilemnte altrove in Italia. Yves Bonnefoy, Luis Garcia Montero, Tony Harrison, Durs Gruenbein, Paul Muldoon, Claribel Alegria, Yang Lian… e siamo rimasti appunto sugli incotri di poesia, non abbiamo parlato degli spettacoli. Poi parliamo di tutti i difetti che si vogliono, ma parlare di deserto di idee, proprio no
    Stefano Benni è venuto appunto al Mercurdo (che non è il Poesia Festival…) non pochi mesi fa, ma a giugno 2013 e dopo un anno e una stagione ha riempito il Dadà a Castelfranco con un altro spettacolo, non mi sembra scandaloso. Se si guardano sul sito i programmi dei primi anni si vedrà quanto era più frequente allora rivedere di anno in anno le stesse facce (oh, poi a me sta simpatico anche Neri Marcorè, per carità). In anni recenti l’equilibrio si è spostato anche da incontri “altri”, per dirla con Andrea Paltrinieri diciamo “poetici”, a incontri di poesia: ci sono in proporzione più poeti oggi e meno proposte “televisive”. Questo non vuole detrarre a chi ha lavorato ai programmi dei primi anni, ma almeno in parte sta anche a dire che oggi dopo dieci anni questi incontri si possono fare, con proposte anche non banali, e trovarsi davanti un pubblico vero fatto di 40, 70 o 180 persone, cosa in Italia non dico unica, ma rara.

    • Ivano ha detto:

      Caro Antonio per fortuna che non ti sei trattenuto e hai offerto alcune idee utili e dati su cui riflettere e per fortuna Andrea ha sollecitato con osservazioni di buon senso la discussione.
      Inizio con dire che secondo me il sindaco delegato Costantini potrebbe promuovere un incontro pubblico sul tema poesia festival e provare a fare il punto con addetti ai lavori e non solo.
      Sarebbe, credo, buon segno.
      Sono tante le questioni da affrontare, ma io inizierei col dire che questa iniziativa va rilanciata e ampliata e non trasformata radicalmente. Anche quest’anno pur nelle difficoltà il festival ha avuto successo (trascuriamo per favore i resoconti della gazzetta di modena) e ha offero momenti di poesia e intrattenimento veri e non scontati. Le iniziative, come ha fatto notare Antonio, sono forse più poetiche e meno spettacolarizzanti, ma proprio per questo sono state un successo a dimostrazione che si può lavorare su contenuti interessanti e non televisivi cercando e rovistando nel materiale e nell’immaginario di questo Paese.
      Alcuni elementi saltano agli occhi: la dispersione. Andrea ha ragione nel dire che per le dimensioni del festival unire sette comuni anche distanti tra loro fa perdere quel calore festivaliero che si respira in altre manifestazioni. Il senso dell’evento. Spesso anche quando le iniziative sono significative e ben riuscite la sensazione é che il paese che le ospita sia abbastanza indifferente; non si coglie sia nella segnaletica che nei negozi che nei luoghi pubblici la ‘presenza’ di questo festival.
      Questi elementi mi portano a dire che é inaccettabile un taglio del 65%delle risorse e che serve un nuovo slancio per far cogliere a commercianti! cittadini, associazionismo etc.. l’importanza dell’evento. Capita, come a Spilamberto che per motivi organizzativi, capaci di generare coinvolgimento e affezione, un evento vicino come Mast còt, ottenga una maggiore attenzione da parte dei commercianti e dei cittadini del luogo. Personalmente credo che a queste difficoltà si possa rimediare ampliando la capacità del festival di essere pervasivo in ogni aspetto della vita della comunità: quindi più scuole e insegnanti, più imprese coinvolte, più commercianti e più iniziative capaci di coinvolgere queste categorie, ma anche più soldi per far ‘vedere’ questo festival oltre i confini nostri e della nostra provincia. Serve forse anche una maggiore creatività nel cercare di cogliere questo coinvolgimento, non basta dire tieni il negozio aperto.
      Non sono del tutto d’accordo con le idee di Antonio sui contemporanei e Leopardi, ma chi se ne frega.

  3. marcobini ha detto:

    Tirato in ballo un paio di volte, vorrei solo fare qualche precisazione, mi perdonerai Andrea il puntiglio, ma lavorando nell’organizzazione del festival anche io non riesco a mordermi i polpastrelli… Come Antonio, anche io ho avuto modo di parlare spesso con Andrea di ciò che riguarda il festival, e conosco le sue opinioni. Le rispetto perché sono analitiche, anche se qua e là non concordo. Sul fatto che la cifra tonda possa significare qualcosa in termini di ripensamento sono d’accordo, anche perché nell’ambito della divulgazione o intrattenimento culturale tutto invecchia molto in fretta. Faccio solo qualche precisazione schematica (anche se non breve!):
    – Per Andrea Bassi: quando scrivi “alla quarta o quinta volta che vedo gli stessi poeti locali”, sei molto impreciso. Quest’anno gli unici poeti “locali” presenti sono stati Guido Mattia Gallerani nell’anteprima (mai ospite prima del festival), Giorgio Casali (mai venuto prima) e una piccola partecipazione di Emilio Rentocchini (che è ben più che “locale”, oggi è a mio avviso uno dei migliori in Italia) ad un incontro collettivo sulla poesia dialettale. Non ti sarà invece sfuggita la serie di incontri Il Giro d’Italia della Poesia, che ha portato autori da Marche, Canton Ticino e Trieste. Più i vari Magrelli, Frasca, Alziati, Balestrini etc… Non proprio locale, come scelta. E tanti autori di quest’anno non erano ancora venuti al festival, come ad esempio lo stesso Frasca, Febbraro, la Alziati e il Franco Buffoni che è piaciuto ad Andrea P. (buongustaio!). Tra l’altro, molti autori modenesi o della provincia rimproverano al festival esattamente il contrario: non prevedere una riserva apposita per gli autori locali, di dare spazio a questa “gente da fuori” (cit.)…
    Per le riflessioni sul Benni “di ritorno”, rimando ancora all’intervento di Antonio. Per quanto riguarda lo sguardo su ciò che si muove in rete, nel comitato scientifico del festival stanno due persone come Alberto Bertoni e Roberto Galaverni, entrambi modenesi, e ad oggi tra i migliori osservatori letterari che ci siano in Italia, e il fenomeno della poesia in rete lo osservano da 10/15 anni ormai, e lo conoscono. E’ un mare magnum dal quale pescare con molta attenzione, perché lì sì che il livellamento raggiunge estremi dove l’intepretazione e la scelta si fanno complessi (e prendere cantonate è molto facile, credimi). Un’ultima riflessione sulle tue osservazioni: il tema del “tema” da dare al festival è stato discusso molte volte. Se, come osserva Andrea Paltrinieri giustamente, la poesia è già in sé un tema con scarsa visibilità (anche se i numeri che fanno i poeti al festival sono lusinghieri rispetto al normale), vale la pena circoscrivere ulteriormente il perimetro? Con il rischio magari di offrire un cartellone che dal punto di vista, appunto, “del tema” non tiene? Ci si è allora orientati sul costruire piccoli fili rossi all’interno dei singoli cartelloni, come il Giro d’Italia di quest’anno, o con la scelta degli ospiti stranieri secondo un legame che li unisce o attraversa – che come già sottolineato, in alcuni casi sono venuti qui riscuotendo attenzione ben più che locale, e talvolta per la loro prima apparizione italiana, e parliamo di premi Pulitzer o seri candidati al Nobel.
    – Per Andrea Paltrinieri: l’idea che lanci, la richiesta di qualcuno che possa dare un ulteriore orientamento per scegliere a quali incontri presenziare, è interessante, ma non può essere la stessa organizzazione del festival a farlo. Per il semplice motivo che, se si decide di invitare una lista di persone, è perché in quelle si crede, perché si ritiene siano all’altezza e possano piacere, interessare, affascinare. Sarebbe imbarazzante invitare Tizio, Caio e Sempronio, e poi fare una comunicazione parallela dicendo: “Tizio è il migliore, Caio è bravino, Sempronio è interessante ma se devi scegliere, scegli Tizio”. No? Se ne parliamo io e te, io ti dico tranquillamente chi sono i miei preferiti e quelli su cui ho qualche riserva in più, così come potrebbe farlo il comitato scientifico (di cui non faccio parte) e che è la sede in cui si pensa con chi dare forma ad una nuova edizione. Però al festival è bene dare conto delle tante anime che attraversano la poesia oggi, e offrirle ad un pubblico che può fare da sé una prima scala di valori (in soldoni, decidere cosa ha gradito e cosa no).
    Sulla partecipazione dei “non vivi” (e quanto ti invidio per quella lezione con Giovanni Giudici, sapessi…), ogni anno si fanno omaggi ad autori del passato recente o lontano, con poeti e studiosi o tramite gli spettacoli proposti (quest’anno si è parlato di Roberto Roversi in un bellissimo incontro a Maranello, nei tre incontri del Giro d’Italia si è parlato di maestri del passato recente, di Montale con uno spettacolo molto originale di due giovani attrici a Vignola, e proprio Benni ha messo in scena un riadattamento dal Cyrano di Rostand, un testo dell’Ottocento che ancora mette i brividi).
    Sulle osservazioni che fai sul poco impatto visivo, hai ragione, decisamente, ma con i tagli di cui si è parlato prima, e con uno staff davvero minuscolo (lo staff di direzione conta 2 persone, più una terza che quest’anno è entrata in azione a luglio, e in questa sede si fa tutto ciò che concerne accordi economici con gli ospiti, comunicazione cartacea e online e ufficio stampa, valutazione delle spese, rapporti con sponsor e supporter, rapporti con i comuni coinvolti, gestione ospiti stranieri, scelte sul cartellone Assonanze and much more), capisci che diventa parecchio complicato… Sono abbastanza sicuro che, se non ci fosse un certo trasporto nel fare questa manifestazione e farla per il proprio territorio, difficilmente si riuscirebbe a licenziare un festival che ottiene comunque una sua visibilità su media nazionali.
    E un’ultimissima cosa, te la scrivo, Andrea, come battuta: ma basta una settimana passata “al fresco” da Foscolo per declinare un festival sulla tradizione letteraria locale? Se nascesse l’idea di una messa in scena, di una drammatizzazione o altro che racconti questa vicenda poco nota sarebbe una buona idea, stimolante, ma se dobbiamo a tutti i costi giustificare una manifestazione culturale con un legame strettamente territoriale, allora il Foscolo nella torre non basterebbe, e forse neppure le poche poesie maccheroniche (pur divertenti!) scritte da Muratori. Una manifestazione, come ho avuto già modo di dirti, deve nascere dalle forze realmente in campo, che possono essere anche di discontinuità, e non solo per perpetuare un’eredità. Altrimenti, su un territorio di provincia come il nostro, con alcuni notevoli monumenti sì, ma certo mai stato una grande capitale culturale, a parte il cibo che – si sa – sempre attira i grandi numeri, cosa rimane?
    Marco Bini

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Concordo con Ivano, è stato un bene che Antonio non si sia trattenuto ed abbia invece contribuito alla discussione. Comunque, provo ad aggiungere alcune cose.
    (1) Serve un “tema”, un titolo, un “filo conduttore” al PoesiaFestival? Anch’io penso che non ne abbia bisogno, ovvero che non acquisterebbe nulla di più dandogliene uno. Già l’operazione ha un senso relativo al Festival della Filosofia (e infatti il collegamento tra le numerose relazioni è assolutamente lasco), ma è comprensibile che per ragioni di comunicazione, di marketing, si provi a presentare un festival assai ricco come quello della filosofia sotto un unico tema per dargli unitarietà, ma soprattutto per meglio comunicarlo. D’altro canto i partecipanti attribuiscono alla scelta degli autori almeno altrettanta rilevanza della scelta del tema, se non di più.
    (2) Antonio ha fatto bene a ricordarlo: il PoesiaFestival è stato oggetto di più interventi di “manutenzione” che ne hanno perfezionato la formula e – cosa importante – dato maggiore centralità ai “poeti”, rispetto ai più generici “eventi poetici”. Nulla di preoccupante, dunque, se si ribadisce che proprio in conseguenza del raggiungimento della decima edizione una riflessione supplementare è opportuna. E, come provo a fare nel post, essa deve partire dal riconoscere la difficoltà del genere, ovvero dal mettere in campo interventi per radicare maggiormente il PoesiaFestival nella comunità locale. La comunicazione è importante (ed i mezzi di comunicazione sono fondamentali per dare maggiore visibilità dell’evento anche ai residenti dei comuni che lo ospitano – su cui l’edizione 2014 è risultata debole), ma ovviamente non basta. Quando Roberto Alperoli suggerisce che (Gazzetta di Modena del 30 settembre 2014, p.28) il PoesiaFestival “debba crescere in profondità (…) coinvolgendo sempre più il territorio (scuole, biblioteche, associazioni) (…) sacrificando un pochino di più la logica del festival per promuovere la poesia in termini più continuativi” traccia un interessante programma di lavoro, su cui provare a misurarsi. Riusciamo a far nascere dei gruppi di lettura di poesia presso ogni biblioteca del territorio? Presso ogni scuola del territorio? E riusciamo a coinvolgere queste competenze in crescita nella programmazione del festival? Ad esempio rendendo “partecipata” la scelta di alcuni poeti da programmare al festival? L’Istituzione delle Biblioteche di Bologna (e pure le nostre biblioteche dovrebbero essere gestite in modo “unitario” dall’Unione!) promuove dal 2013 il “Festival dei Lettori”, dove i lettori partecipano ad organizzare incontri con gli autori di libri di maggiore interesse, scelti da loro! E promuovono “gruppi di lettura”.
    http://festivallettori.wordpress.com/
    Perché non provare a fare qualcosa del genere qui da noi? Da qui potrebbero nascere quelle voci in grado di dare suggerimenti di fruizione del PoesiaFestival che giustamente gli organizzatori non possono dare. Io, ad esempio, preferisco assai di più il Franco Buffoni di “Jucci” rispetto al Valerio Magrelli di “Sangue amaro” (un po’ banalotto).
    (3) Anche un po’ più di “apertura”, ovvero di partecipazione dei cittadini alla programmazione del PoesiaFestival si potrebbe sperimentare (lo chiede giustamente Ivano). Superando quella distinzione tra esperti e non esperti che, certo nessuno vuole cancellare, ma diventa sempre più sfumata. E così anche le esigenze di “orientamento”, di “mappe cognitive”, di “introduzione alla poesia (ed ai poeti)” potrebbero raggiungere la “centrale organizzativa” del festival e trovare udienza.
    (4) Ultima cosa il rapporto con il passato (i poeti del passato). Certo, non è “quanto tempo è passato” che dice qualcosa dell’attualità di un poeta. Cecco Angiolieri, Dante e Petrarca sono assai più godibili di un più recente Pietro Antonio Bernardoni (1672-1714), peraltro vignolese di nascita:
    http://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-andrea-bernardoni/
    Ma forse, se adeguatamente narrato, anche un Bernardoni potrebbe dare emozioni ad un giovane d’oggi. Forse. Di sicuro possono darle Foscolo e Leopardi. E Pascoli, Ungaretti, Montale e Saba (sì su Saba c’era un riferimento nell’edizione 2014, ma poca cosa). Insomma, per non trasmettere il messaggio che “vale” solo il contemporaneo. Il vivente. Tra l’altro non è affatto più facile “comprendere” una poesia di un contemporaneo rispetto ad un poeta del passato. Il vantaggio che offre la contemporaneità è che l’autore, vivente, può parlare di sé e della sua opera e dunque offrire qualche chiave di lettura. Ma il critico, a volte, comprende un’opera meglio dell’autore – anche questo è possibile. Dunque, ciò che fa la differenza è la qualità della narrazione (o dell’interpretazione – senza scomodare il Benigni che legge Dante). Sarà che a me intriga tantissimo l’abilità di “far vedere un mondo (vivo)” a partire da un frammento, che i giorni passati da Foscolo in prigione nella Rocca di Vignola nel 1799, mi sembrano un’occasione troppo ghiotta per far rivivere quel mondo e, in aggiunta, far vedere come Vignola, seppur accidentalmente, vi ha partecipato.

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