Amministrare Vignola ai tempi della grande stagnazione

In agosto l’Istat ha certificato che l’Italia è di nuovo in recessione: -0,2% è la “crescita” del PIL nel secondo trimestre 2014 (vedi). La notizia conferma ciò che da tempo sappiamo: la crisi economica è da noi più dura e più lunga (vedi). Aggrava, in realtà, una situazione già compromessa, come testimoniata da più di un decennio di “crescita zero”. Rispetto alla fine del 2007 abbiamo perso 9 punti di PIL. Oggi ci attestiamo allo stesso livello del 2000. Impressionante è il confronto con gli USA. Impressionante anche l’andamento altalenante degli ultimi anni, con “riprese” subito seguite da “ricadute” (“a triple-dip recession is quite unusual” – così il commentatore del NYT: vedi). Ancora più preoccupante è il quadro relativo all’occupazione: anche arrivasse un po’ di “crescita” ci vorranno anni per tornare ai volumi di occupazione pre-crisi (se mai ci torneremo) (cfr. Davide Antonioli e Paolo Pini, “La crisi del lavoro”, Il Mulino, n.3, 2014, pp.474-483; qui gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione: vedi). In questa situazione l’attenzione è tutta puntata sulle decisioni del governo, a cui spetta indubbiamente la responsabilità maggiore. Ma gli enti locali? Possono fare qualcosa? Cosa significa amministrare ai tempi della grande stagnazione?

Il cantiere per la costruzione della nuova sede del "tecnopolo" in via Confine a Spilamberto (foto del 30 agosto 2014)

Il cantiere per la costruzione della nuova sede del “tecnopolo” in via Confine a Spilamberto (foto del 30 agosto 2014)

[1] “Vivremo un prolungato periodo di crescita zero e anche di penuria. Facciamocene una ragione e rimbocchiamoci le maniche per rendere sopportabile un declino che ha ragioni storiche e geopolitiche profonde, evidenziato dallo spostamento di quote crescenti di ricchezza in altre regioni del pianeta.” Con la consueta franchezza Gad Lerner ha sintetizzato così il futuro più probabile che ci sta davanti (vedi; si vedano anche le lucide, ma pessimiste, considerazioni di Luca Ricolfi: vedi). Sarà così? Non lo sappiamo, ma è molto probabile. Se però questo è lo scenario che abbiamo davanti, così come ci aspettiamo un cambio di politiche da parte del governo, ugualmente dovremmo invocare un cambio di politiche da parte degli enti locali. Non è così? E’ una riflessione che va fatta. Gli amministratori locali della legislatura 2009-2014 hanno in genere evitato di affrontare il problema, confidando in un rapido superamento della crisi (qualche tentativo di “discussione” e “revisione” fatto a livello di Unione Terre di Castelli è stato subito abbandonato: vedi). Oggi sappiamo che per il nostro paese non c’è alcun sentiero breve e facile di uscita dalla crisi. I nuovi amministratori locali, quelli della legislatura appena iniziata (2014-2019), hanno dunque una responsabilità aggiuntiva.Questo paese non riesce a fare mente locale sul problema che ha. E il problema che ha è un problema di fondo che inerisce il rilancio del ruolo industriale e dei servizi nel mondo nuovo [globalizzato]”. Questa considerazione (la propongo con le parole usate da Pierluigi Bersani ad inizio agosto) non dovrebbe interrogare anche gli enti locali ed i loro amministratori?

Il cantiere del "tecnopolo" con il rendering del nuovo edificio, attualmente in costruzione (foto del 26 luglio 2014)

Il cantiere del “tecnopolo” con il rendering del nuovo edificio, attualmente in costruzione (foto del 26 luglio 2014)

[2] Il restringimento della base produttiva (meno aziende, meno posti di lavoro), ovvero del dispositivo di produzione del PIL (pur con tutti i suoi limiti, che però in questo contesto possiamo lasciare in secondo piano) e del reddito, non dovrebbe essere affrontato con nuove politiche anche a livello locale? Fossi un amministratore comunale sarei assillato da questa domanda. Essendo un cittadino che si sente coinvolto nella “cosa pubblica” locale sono assillato da questa domanda. In altri termini, vi sono concrete possibilità, a livello locale, di una “riqualificazione” della spesa pubblica? Di una (significativamente) diversa allocazione delle risorse del bilancio comunale? Ed in particolar modo una diversa impostazione della spesa volta a spostare risorse verso il sostegno all’economia ed in particolar modo alle nuove imprese (tra cui l’accoglienza di start-up presso il nostro “tecnopolo”: vedi), agli investimenti finalizzati all’aumento di produttività, all’insediamento di imprese hi-tech e “green” che possano contribuire a promuovere un nuovo percorso dello sviluppo locale? Insomma, un’allocazione che sia più rispondente all’attuale fase di “grande stagnazione” e che, in sostanza, aiuti a costruire un sistema economico più “solido” per il futuro? Che aiuti a creare nuove opportunità occupazionali? Il fatto davvero impressionante è che per l’intera legislatura 2009-2014 non vi è stata alcuna iniziativa di analisi della situazione economica locale (se non qualche evento promosso dalle minoranze di allora: vedi). Del tema ci si è limitati a parlare nella “consulta economica” dell’Unione Terre di Castelli, peraltro a porte chiuse. E la domanda circa un “allineamento” della spesa pubblica locale alla situazione di crisi è stata costantemente elusa. Paradossalmente (ma questo la dice lunga sullo stato della politica locale) il consiglio comunale ha approvato (a maggioranza) per cinque anni il bilancio di previsione senza disporre di uno straccio di report sull’impatto della crisi sul territorio!

La sede di Knowbel, incubatore di start-up, nella zona industriale di Spilamberto Sud (foto del 27 luglio 2013)

La sede di Knowbel, incubatore di start-up, nella zona industriale di Spilamberto Sud (foto del 27 luglio 2013)

[3] La sfida è duplice. Da un lato si tratta di verificare se le istituzioni pubbliche locali (comuni, Unione Terre di Castelli, Fondazione di Vignola) sono in grado di rivedere le tradizionali politiche di spesa al fine di spostare risorse a sostegno di una nuova priorità: un nuovo sviluppo locale. La Fondazione di Vignola al momento ha fatto un primo passo, inserendo tra i “settori rilevanti” (i settori d’intervento privilegiati, cresciuti da 3 a 4) quello dello “sviluppo locale”, a cui però sono destinate risorse del tutto insufficienti se si vuol davvero fare qualcosa di incisivo (solo 150mila euro all’anno per il triennio 2014-2016) (vedi). Ma altre risorse dovranno venire direttamente dalla “spending review” attuata dalle amministrazioni comunali: non tagli di spesa, ma revisione dell’allocazione delle risorse, ovvero del “per che cosa si spende” (l’ipotesi – lo ribadisco – è che nel complesso si riesca a mobilizzare risorse in misura sufficientemente impattanti).

Uno dei sempre più numerosi cartelli "affittasi" (o "vendesi") presente nella zona artigianale di Vignola (foto del 3 dicembre 2012)

Uno dei sempre più numerosi cartelli “affittasi” (o “vendesi”) presente nella zona artigianale di Vignola (foto del 3 dicembre 2012)

Dall’altro lato si tratta di individuare quelle azioni massimamente efficaci o per rafforzare il tessuto produttivo esistente, o per innestarvi nuove imprese: garantendo accoglienza a start up, come si è iniziato a fare con Knowbel (vedi; ad oggi però in una misura del tutto insufficiente per cambiare in modo percettibile la traiettoria di sviluppo dell’Unione Terre di Castelli), oppure cercando di attrarre su questo territorio imprese tecnologicamente avanzate o rappresentative della cosiddetta green economy. Anche su questo secondo fronte le incertezze sono molte, visto che manca quasi del tutto un know how su come si fanno politiche locali di nuovo sviluppo economico. Certo è che bisognerà iniziare a dire ai cittadini di questo territorio che vi sono obiettivi ambiziosi da raggiungere. E che il loro raggiungimento non è cosa di pochi anni, di una legislatura (l’orizzonte che di solito ha davanti a sé chi fa politica), ma che invece si tratta di iniziare a costruire oggi nuove politiche, sapendo che potranno produrre effetti tangibili nell’arco di 10-20 anni. Ma che dall’ambizione di oggi e dall’efficacia di queste nuove politiche di sviluppo potranno discendere tangibili benefici per i cittadini di questo territorio (e soprattutto per la parte oggi più fragile: le giovani generazioni . vedi). Ne sarà capace la politica locale? Auguriamoci di sì.

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5 Responses to Amministrare Vignola ai tempi della grande stagnazione

  1. Rosanna Sirotti ha detto:

    credo che la nuova amministrazione sia in grado di guardare con occhio diverso dalla precedente le dinamiche economiche non favorevoli che si prospettano per il nostro comune ed essere in grado di annullarle per portare benefici soprattutto alle giovani generazioni.. Ho tanta fiducia!!!

    • Michele Fioraio ha detto:

      Non sono in grado di esprimere la fiducia che Rosanna ha perchè non sono a conoscenza delle cose che intende, e come le intende, affrontare l’amministrazione in carica. Certo è che le questioni poste da Andrea sono non di poco conto. A Modena, il Sindaco ha avviato un percorso molto interessante con il ” Patto per la crescita…….”. Il percorso, stante a quanto scaturito anche dagli incontri sarà breve e dovrebbe essere caratterizzato con impegni precisi, date e riscontri.Ruoli e funzioni, ovviamente diversi e ognuno per la propria parte, di tutti coloro, Associazioni economiche, Sindacati e/o altri,che intendono dare e portare il proprio contributo( nel segno del fare e non del parlare). Può essere affrontato in questi termini a Vignola e nell’Unione?
      Un caro saluto
      Michele Fioraio

  2. Dimer ha detto:

    La riflessione che Andrea propone merita un approfondimento estremamente articolato e approfondito. Credo perciò che il blog sia uno strumento utile, ma dovremo trovare anche altre forme, sedi, e strumenti conoscitivi capaci di essere d’aiuto ai nostri amministratori. Un primo terreno di confronto sarà il PSC che dobbiamo, davvero con forza, evitare che si traduca in un’altra “occasione mancata”. Perciò occorre partire da un’attenta e severa ricognizione dell’esistente e “con mente aperta” prefigurare possibili scenari futuri.
    Questo è possibile se si danno alcune condizioni realistiche, ma non preconfezionate, a partire da una valutazione dei punti di forza e di debolezza del nostro territorio e di questi fanno parte anche gli “attori” umani: cittadini, imprenditori, istituti di credito….
    Dobbiamo capire come possiamo ridare fiducia a cittadini sempre più scoraggiati e ad investitori diffidenti o bulimici partendo dalla considerazione che il lavoro non è più quello del Novecento e che la riduzione della ricchezza alla sola produzione di merci e al solo processo accumulativo è stata sconfitta nei fatti. Una delle ragioni della crisi sta proprio nella “bulimia finanziaria” di fine millennio…
    Un primo dato è sicuramente quello di recuperare le zone degradate con piani particolareggiati e finanziamenti agevolati; un altro è di valorizzare le imprese virtuose sul piano della sostenibilità ambientale e della trasparenza dei bilanci. Gli investimenti devono premiare pure le imprese giovanili capaci di intervenire nei settori che verranno individuati come strategici. Poi c’è una valutazione che afferisce il ruolo dei livelli superiori: regionale, nazionale, europeo.
    Io non mi spingo oltre, ma faccio fatica a conciliare i dati di riduzione drastica delle risorse finanziarie per i Comuni e le dichiarazioni del presidente ANCI che sembrano suggerire scenari tranquillizzanti.

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Il presidente della giunta regionale del Piemonte, Sergio Chiamparino, esprime l’intenzione di una diversa allocazione delle risorse del bilancio regionale, coerente con quanto ipotizzato in questo post, in un intervento pubblico tenuto recentemente e di cui ha dato conto La Stampa del 28 settembre scorso. Osserva Chiamparino: «se vogliamo liberare le risorse necessarie al rilancio del Piemonte occorre un’opera di radicale cambiamento nei settori in cui si spende di più, ovvero sanità e trasporti» (secondo i dati del 2009 la spesa pro-capite per il servizi sanitario in Piemonte era superiore alla media nazionale e comunque significativamente superiore a quella di Lombardia e Veneto). E poi ancora: «Non basta la redistribuzione, bisogna crescere. Lungi da me sminuire il ruolo di settori come la cultura, che si è rivelata un importante complemento per la crescita, ma se non torniamo a investire sulla manifattura non supereremo la frammentazione sociale». Trovo assolutamente condivisibile l’obiettivo del presidente Chiamparino: rilanciare l’economia, promuovere l’occupazione, promuovere la “manifattura” (una delle fonti di ricchezza non solo per il Piemonte, ma anche per questa parte centrale dell’Emilia: Reggio Emilia, Modena, Bologna). Che poi precisa:
    «Nemmeno trent’anni fa nel Torinese si realizzavano due tra i prodotti più venduti al mondo: la M24 dell’Olivetti e la Fiat Uno. Avevamo risorse straordinarie che sono andate perdute. Fortuna che un pezzo di manifattura resiste, ed è lì che dobbiamo investire». Come? «Il lavoro non si crea con le leggi, ma individuando alcuni settori su cui puntare e sostenendoli. Rimuovendo gli ostacoli che creano ostilità in chi fa impresa: nel collegato finanziario introdurremo misure per semplificare le procedure urbanistiche e autorizzative. Infine investendo sulle persone: dalla formazione professionale all’alta formazione». E’ fondamentale la consapevolezza che da tempo c’è un problema al motore dello sviluppo economico del paese e che questo richiede ora, prima che sia davvero troppo tardi, una nuova allocazione della spesa su tutti i livelli istituzionali: regioni ed enti locali (oltre ovviamente al governo). Questo non significa necessariamente seguire la “ricetta Chiamparino” per un nuovo sviluppo economico (certo solo abbozzata in questo suo intervento recente). La gamma delle azioni è decisamente più ampia – dall’efficientamento energetico della città come tema per il rilancio dell’edilizia fino alla promozione di nuove attività in agricoltura mediante una maggiore remunerazione ottenibile anche con la “filiera corta” – ma anche Ricerca & Sviluppo ed innovazione nella “manifattura” sono imprescindibili.

    Qui il testo integrale:
    http://www.lastampa.it/2014/09/28/cronaca/sanit-e-trasporti-chiamparino-annuncia-altri-tagli-kVn2Pas9mHO8de5tqmOWrI/pagina.html

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ennesimo bollettino preoccupante circa l’andamento del mercato del lavoro in Emilia-Romagna, quello relativo al secondo semestre 2014, da poco pubblicato:
    http://formazionelavoro.regione.emilia-romagna.it/notizie/online-il-report-sul-mercato-regionale-del-lavoro-nel-2deg-trimestre-2014

    Il dato più impressionante è l’aumento del numero dei disoccupati in questi anni di crisi, più che raddoppiati dal 2008 ad oggi: “In un’ottica di medio-lungo periodo emergono in tutta evidenza gli elementi di criticità indotti dalla crisi economica. Rispetto al secondo trimestre 2008 ciò che colpisce maggiormente è l’aumento delle persone in cerca di occupazione: l’Emilia-Romagna passa da 66 mila a 163 mila disoccupati facendo segnare un incremento (+146,2%), superiore sia rispetto al Nord Est (+114,7%) che all’Italia (+84,6%). Si tratta di valori inusuali per un territorio come quello regionale abituato storicamente ad andamenti più virtuosi.” Una situazione di questo genere dovrebbe spingere l’amministrazione regionale e gli enti locali (ad integrazione o anche in supplenza di carenti politiche nazionali) a promuovere un’azione straordinaria di creazione di occupazione, mediante la promozione di nuove imprese. Ciò inevitabilmente richiede una diversa allocazione delle risorse, frutto di una differente definizione delle priorità. Ricordo – per tornare al livello locale – che ogni anno vengono spesi più di 200mila euro “pubblici” (comune + Fondazione di Vignola) per sostenere la stagione teatrale ERT presso il Teatro Ermanno Fabbri, conseguenza di un’impostazione sciagurata data dall’amministrazione Denti. Bisognerebbe lavorare per svincolare queste risorse da questa destinazione (che realizza una “redistribuzione alla rovescia”: si usano risorse di tutti per finanziare consumi culturali di élites), così da impiegarle per promuovere “nuovo sviluppo economico”. A compensazione ingresso gratuito a teatro per tutti coloro che hanno fino a 25 anni (una tipologia di pubblico oggi scarsamente rappresentata). Occorre di nuovo una capacità di elaborazione politica in grado di rompere le politiche sedimentate (ma poco pensate) di questi anni.

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