Ebrei in età rinascimentale e moderna. Vignola partecipa ad una storia più grande

Serve una narrazione storica in grado di far vedere il legame tra i fatti locali ed i processi più ampi di cui questi partecipano e sono rappresentativi, pur nella loro singolarità. Così anche l’insediamento a Vignola di alcune famiglie ebree, a partire dal XV secolo e per tutto il XVII (vedi), fa parte di un processo di disseminazione e di insediamento degli ebrei conseguente alla diaspora e che si realizza in Italia secondo alcuni modelli tipici. Nel corso degli ultimi anni è cresciuta la letteratura sul tema ed oggi questo ci consente di inquadrare meglio i fatti vignolesi nel più ampio contesto italiano.

Nel '400, nell'attuale via J.Barozzi in centro storico, aveva sede un banco dei pegni ebraico (foto dell'1 giugno 2013)

Nel ‘400, nell’attuale via J.Barozzi in centro storico, aveva sede un banco dei pegni ebraico (foto dell’1 giugno 2013)

[1] E’ plausibilmente con Uguccione Contrari, nei primi decenni del ‘400, che si realizza l’insediamento di un banco dei pegni ebraico a Vignola (vedi). E’ uno degli elementi di innovazione che segnano la nuova fase di Vignola con Uguccione, feudatario di Niccolo III d’Este – probabilmente il periodo di massima importanza della cittadina nell’epoca medioevale e moderna. Da allora la presenza di un numero ristretto di ebrei, poche famiglie, a Vignola è documentata fino a fine ‘600. Presenza che probabilmente continua, magari intermittente, anche dopo. Nel 1824 vi sono ancora tre proprietà ebraiche a Vignola (fondi intestati a Bolognesi David; Rovighi Flaminio fu Abram; Levi Sofia in Moisè Diana – la proprietà di quest’ultima in territorio di Savignano). Sul finire del secolo si registra ancora una presenza ebraica a Vignola: si ha infatti notizia di un tal Ugo Milla, nato a Vignola il 14 novembre 1894, poi residente a Milano (e deportato ad Auschwitz dove morì) (cfr. Zolfo, 2005). Anche questo limitato insediamento ebraico in epoca tardomedioevale e moderna rende Vignola partecipe di un processo di diffusione di ebrei in Italia e ci consente di leggere le nostre piccole vicende locali nel contesto di uno scenario più ampio.

L'ingresso del "banco rosso", uno dei tre banchi dei pegni presenti nel ghetto nuovo di Venezia in età rinascimentale (foto del 4 agosto 2014)

L’ingresso del “banco rosso”, uno dei tre banchi dei pegni presenti nel ghetto nuovo di Venezia in età rinascimentale (foto del 4 agosto 2014)

[2] Sino a tutto il basso medioevo la presenza ebraica in Italia era concentrata a Roma e nel Sud Italia (in primo luogo la Sicilia); sporadici e di scarsa consistenza erano gli insediamenti al Nord. E’ con l’alto medioevo, all’incirca dal XIII secolo, che questa situazione viene a mutare. Nei secoli XIII-XV si registra una progressiva diffusione degli insediamenti ebraici nei centri urbani del Centro e Nord Italia. Non solo i grandi centri urbani (Pisa, Lucca, Arezzo, Siena, Modena, Bologna, Ferrara, Mantova, Treviso, Padova, ecc. – solo tre grandi città restano prive di stabili insediamenti ebraici: Genova, Milano e Firenze fino al 1427), ma anche nei più grandi borghi del contado. Questo processo di progressiva diffusione è il risultato di un doppio flusso di ebrei: uno proveniente da nord (questi ebrei in quanto provenienti dalla Germania, in ebraico “Ashkenaz”, sono detti ashkenaziti), uno da sud (da Roma e dal Sud Italia). Ad essi si aggiunse successivamente il flusso proveniente da Spagna e Portogallo, a seguito delle espulsioni dei “marrani” (letteralmente “maiali”, termine usato per gli ebrei che continuavano a praticare segretamente la religione ebraica anche dopo la formale “conversione”) del 1492 e anni successivi (ebrei detti sefarditi, da “Sefar”, Spagna in ebraico; tra ebrei ashkenaziti ed ebrei sefarditi vi sono significative differenze culturali e cultuali – differenti risultano, ad esempio, i cimiteri: sepolture con steli verticali per gli ashkenaziti, con lastre orizzontali per quelli sefarditi). Questa nuova circolazione ed il conseguente capillare insediamento è però ora sospinta da una funzione di rilievo per l’economia del periodo, svolta dai nuclei di ebrei: questi svolgono infatti attività “feneratizia”, ovvero di prestito ad usura (plausibilmente andando ad occupare una nicchia che vedeva un progressivo rarefarsi della presenza dei cristiani, a seguito dell’abbandono di quest’area d’affari da parte dei banchieri toscani e lombardi oramai impegnati in attività finanziarie di altro livello e dall’irrigidimento delle norme religiose di condanna dell’usura, o comunque accolti al fine di calmierare il mercato del credito). Il banco ebraico, una sorta di istituzione “pubblica” che esercitava in base ad un preciso accordo (la “condotta”) stipulato con l’autorità cittadina, consentiva di accrescere l’accesso al piccolo credito monetario da parte dei ceti meno abbienti. Dal XIV secolo, dunque, un flusso di ebrei ashkenaziti proveniente da nord e uno di ebrei de urbe da sud portarono all’insediamento di una capillare rete di piccoli nuclei di prestatori nelle città e nei principali borghi rurali della val Padana e quindi anche in Emilia-Romagna (Calimani, I, cap. IX). Nel complesso i nuclei ebraici attestati in Emilia-Romagna, tra il 1350 ed il 1550, dovevano essere circa un centinaio. Tra questi, come sappiamo, sin dalla prima metà del ‘400 c’era anche Vignola (vedi).

Interno ricostruito del "banco rosso", uno dei tre banchi di pegni del ghetto nuovo di Venezia (foto del 4 agosto 2014)

Interno ricostruito del “banco rosso”, uno dei tre banchi di pegni del ghetto nuovo di Venezia (foto del 4 agosto 2014)

[3] Il 29 marzo 1516 Venezia decretava la concentrazione di circa settecento ebrei ashkenaziti e di origine italiana in un’area nel sestiere Cannaregio, periferica rispetto al centro commerciale della città. E’ il “ghetto”, che nasce appunto a Venezia. Il termine “ghetto” sembra derivare da “getto” (da getàr, fondere), visto che l’area era occupata da fonderie di bronzo (ma la pronuncia della g “dura” da parte degli ebrei di lingua tedesca lo trasformò in “ghetto”). Interamente circondato da canali, gli edifici del ghetto veneziano si elevano attorno alla trapezoidale piazza del Ghetto Nuovo. Divenuto presto insufficiente per la popolazione ebraica (molti edifici si svilupparono in verticale alla ricerca di spazio) fu affiancato dal Ghetto Vecchio (1541) e dal Ghetto Nuovissimo (1633).

Il "ghetto nuovo" di Venezia, istituito nel 1516, visto dall'alto. Al centro la piazza su cui si affacciavano le botteghe (fonte: flickr)

Il “ghetto nuovo” di Venezia, istituito nel 1516, visto dall’alto. Al centro la piazza su cui si affacciavano le botteghe (fonte: flickr)

[4] Si trattò di una novità rilevantissima: pochi decenni dopo, nell’età della Controriforma, la Chiesa cattolica si ispirerà al modello veneziano nella sua azione di potenziamento del controllo sociale sugli ebrei. Avvenne nel 1555, quando Gian Pietro Carafa, cardinale napoletano, primo prefetto del Sant’Uffizio, fu eletto papa prendendo il nome di Paolo IV. Il 14 luglio 1555, meno di due mesi dall’elezione, viene emessa la bolla Cum nimis absurdum: “avendo appreso Noi che nella nostra Alma Urbe di Roma e in altre città, paesi e terre sottoposte alla sacra Romana Chiesa, l’insolenza di questi ebrei è giunta a tal punto che pretendono non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche in prossimità delle chiese, senza distinguersi nel vestire; che anzi prendono in affitto case nelle vie e nelle piazze principali, acquistano e possiedono immobili, assumono balie, donne di casa e altra servitù cristiana, e commettono altri misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano …” (qui il testo completo: vedi). E’ l’istituzione dei quartieri chiusi per gli ebrei, allora chiamati “serragli degli ebrei” (il termine “serraglio”, in ebraico Chazer, verrà quindi soppiantato da “ghetto”). Il modello abitativo del “serraglio” era quello del ghetto veneziano: mura e portoni, chiusura dal tramonto all’alba, divieto di abitare al di fuori di esso e di possedere beni immobili. Da allora il modello insediativo del ghetto si diffuse divenendo maggioritario, seppure non esclusivo, almeno nelle maggiori città. Come quello di Roma vennero in seguito istituiti molti altri ghetti “chiudendo lo spazio abitativo ebraico precedente: così a Ferrara, a Padova, a Reggio Emilia, a Modena e in molte altre città il ghetto sorge in una zona centrale che viene individuata e isolata.” (Foa A., Andare per ghetti e giudecche, Il Mulino, Bologna, 2014, p.33). Laddove alcuni stati o città procedevano all’espulsione degli ebrei (es. Spagna), nello Stato Pontificio “si ammetteva la loro permanenza, ma in attesa che si convertissero si stabiliva nei loro confronti una forma inedita di «espulsione» temporanea dalla quotidianità delle città” (vedi). Dopo quello di Roma (1555) i “ghetti” si diffusero nelle principali città italiane. E’ del 1556 il decreto di istituzione a Bologna, seconda città per importanza dello Stato della Chiesa (ma mura e portoni vennero realizzati solo nel 1566). Firenze e Siena nel 1571. Quindi: Alessandria (1585; unico ghetto nello stato di Milano, dove gli ebrei vennero espulsi anziché “rinchiusi”); Verona (1600); Mirandola (1602); Padova (1603); Mantova (1612); Rovigo (1613); Pitigliano (1622); Urbino, Pesaro e Senigallia (1634); Modena (1638); Ferrara, Lugo e Cento (1639); Guastalla (1657); Este (1666); Reggio Emilia (1669); Conegliano (1675); Carpi (1719); Finale (1736); ecc. L’ultimo ghetto ad essere realizzato in Italia fu quello di Correggio nel 1781.

Ricostruzione di Finale Emilia all'inizio del secolo XIX. In giallo è evidenziata l'area del ghetto ebraico (n.12); con il n.13 è indicata la sinagoga (disegno di Lorenzo Confortini)

Ricostruzione di Finale Emilia all’inizio del secolo XIX. In giallo è evidenziata l’area del ghetto ebraico (n.12); con il n.13 è indicata la sinagoga (disegno di Loreno Confortini)

[4] Prima del XVI secolo non esistevano “ghetti”. Quello che sino ad allora era il “normale” modello insediativo era il “quartiere etnico”, chiamato “giudecca” (il nome dell’isola veneziana della Giudecca origina da qui): “il quartiere abitato dagli ebrei non è chiuso ed è abitato anche da cristiani, che vivono nelle stesse vie e nelle stesse case (Foa A., pp.27-28). Nel corso del XVI e XVII secolo questo modello insediativo diviene marginale, sostituito dal ghetto. Quest’ultimo non si afferma solo in alcune città (mentre su interi territori gli ebrei erano invece espulsi: lo stato lombardo, il Sud Italia, Sardegna e Sicilia), per ragioni di politica economica. Così a Livorno (una delle più grandi comunità di ebrei all’inizio dell’età moderna), ma anche a Pisa. Il passaggio al ghetto riflette la diversa posizione in cui si vengono a trovare gli ebrei nel periodo della Controriforma, dopo l’istituzione dell’Inquisizione romana (istituita il 21 luglio 1542 da papa Paolo III con la bolla Licet ab initio) e soprattutto dopo l’avvio del Concilio di Trento (1545-1563). La pressione delle gerarchie ecclesiastiche e degli ordini religiosi (in primis i francescani) portarono infatti le autorità politiche nei diversi stati ad adeguarsi (quando non a disporre più radicali provvedimenti di espulsione). Già nel corso del XV secolo i più importanti predicatori francescani come Bernardino da Siena (1380-1444; vedi), Giovanni da Capistrano (1386-1456; vedi), Giacomo della Marca (1393-1476; vedi), Bernardino da Feltre (1439-1494; vedi) ed altri avevano alimentato una cultura di ostilità verso gli ebrei, sia predicando contro l’usura (indirizzandosi agli ebrei impegnati in attività feneratizia: alla fine del ‘400, ad esempio, il francescano Michele da Acqui (vedi) predica contro la “pestifera avarizia dell’insaziabili Ebrei”), sia predicando direttamente contro la commistione di ebrei e cristiani. Giovanni da Capistrano, ad esempio, svolse attività di inquisitore contro gli ebrei in diverse città dell’impero germanico, indagando su comunità ebraiche accusate di furto sacrilego di ostie consacrate, di profanazione dell’ostia, di omicidio rituale (accuse che si riscontrano in diverse località dell’Europa continentale già nel XII-XIII secolo) – un tema trattato in un famoso ciclo di formelle dipinte da Paolo Uccello nel 1465-67 per la Confraternita del Corpus Domini in Urbino (in uno di questi dipinti, tra l’altro, viene ritratto l’interno di un banco dei pegni ebraico).

Paolo Uccello, Miracolo dell'ostia profanata, 1465-67, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino. In questa formella è rappresentato l'interno di un banco dei pegni ebraico.

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1465-67, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino. In questa formella è rappresentato l’interno di un banco dei pegni ebraico (richiamato dallo scorpione sul camino, un antico simbolo antigiudaico).

[5] Non fu così ovunque. I Gonzaga di Mantova adottarono politiche di protezione verso le comunità ebraiche insediate nel loro territorio ed anzi accolsero i profughi cacciati dal Milanese nel XVI secolo. Ugualmente fecero gli Estensi di Ferrara nel ‘400 e ‘500. All’inizio del 1493 Ercole I d’Este promulgò un decreto con il quale acconsentiva di accogliere un certo numero di ebrei profughi dalla Spagna (si trattò complessivamente di 21 famiglie; sembra che anche la moglie di Ercole I, Eleonora d’Aragona, abbia avuto una parte rilevante nella decisione circa l’accoglienza). Tra di loro vi erano mercanti importanti, nonché uomini di cultura: Mosé Abulafia, “datiero et mercadante”; Gonzalo orefice; Davide Cohen, mercante; Juda Almelich. Con questo episodio prende il via un processo di accoglienza a Ferrara di ebrei spagnoli e lusitani che contribuì a dare importanza economica e culturale alla città. Nella prima metà del ‘500 Ferrara era così diventata “come Samuel Usque la definì, il porto più sicuro d’Italia, un tranquillo rifugio voluto da Dio per Israele, un centro di consolidata presenza ebraica nonché il luogo della ricostruzione delle basi culturali dell’ebraismo” (così Maria Giuseppina Muzzarelli, nel saggio da lei curato, p.247, in Fregni, Perani, 1993). Nel giro di pochi decenni Ferrara divenne il centro più importante della presenza spagnola e portoghese in Italia, inserita in una rete di traffici internazionali – quasi un’Olanda padana (una suggestione evocata dall’ebreo Abramo Pesaro). Il 12 febbraio 1550 il duca Ercole II d’Este concesse un salvacondotto generale alla “natione hebraica lusitana et spagnola” alla quale accordò di vivere secondo i propri usi e di mantenere i propri riti – provvedimento confermato nel 1559, dunque dopo la bolla papale antiebraica, dal suo successore, Alfonso II d’Este.

Le vicende delle lapidi del cimitero medioevale ebraico di Bologna sono illustrate da questa scheda del Museo medioevale di Bologna (foto del 5 luglio 2014)

Le vicende delle lapidi del cimitero medioevale ebraico di Bologna sono illustrate da questa scheda del Museo medioevale di Bologna (foto del 5 luglio 2014)

[6] La situazione cambiò tuttavia nel 1598, quando, dopo la morte di Alfonso II, Ferrara tornò possedimento della Chiesa (Cesare d’Este, cugino di Alfonso II, divenne dunque duca di Modena e Reggio Emilia) e venne dunque sottoposta all’assai più rigida legislazione pontificia. Ma neppure il nuovo ducato estense, con Modena capitale, poté più sottrarsi al mutamento di clima verso gli ebrei (sulla comunità ebraica di Modena: vedi). Tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600 vi furono in più occasioni pressioni da parte di diverse Arti (fornai, canevaroli, pellizzari, merzari, lardaroli, ecc.) per l’adozione di una politica più severa verso gli ebrei a Modena. Il 3 febbraio 1598, poco dopo l’arrivo della corte Estense da Ferrara, i rappresentanti delle arti cittadine presentarono una petizione per l’espulsione degli ebrei (“che li Hebrei … siano scacciati”). Nel 1617 viene infine presentato al duca un primo documento di richiesta (presentato come condiviso dalla chiesa locale, dalla nobiltà, dalle arti, “da tutto il popolo”) del progetto di “serraglio”: “che gli Hebrei (del cristianesimo e per natura e per professione espressamente nemici) siano ridotti in una sola parte della città et astretti ad habitar ivi, et non in altro luogo separatamente, per tutto il tempo che piacerà all’Altezza Vostra tolerarli dentro le mura …” (riportato nel saggio di Albano Biondi, p.266, in Fregni, Perani, 1993). Il ghetto venne quindi realizzato nel 1638, sotto Francesco I d’Este. Come scrisse uno storico contemporaneo agli avvenimenti (don Lodovico Vedriani) “Quest’anno il sig. Duca … conoscendo essere inconveniente, ch’i Giudei abitassero mescolati con i Christiani per più rispetti, gli ridusse tutti in due contrade, e con i suoi Portoni … Et al serraglio nomossi Ghetto.” (riportato nel saggio di Albano Biondi, p.267, in Fregni, Perani, 1993). Il ghetto si sarebbe riaperto in Modena solo con l’arrivo delle armate napoleoniche nel 1796. In generale, come nel resto d’Italia, il XVII secolo registra un peggioramento delle condizioni degli ebrei: espulsi, “ghettizzati”, discriminati. Anche il marchesato di Vignola (sottoposto all’autorità del Duca di Modena e Reggio Emilia) ne partecipa, anche se, data l’esiguità dell’insediamento ebraico, un ghetto vero e proprio non venne istituito. Una “grida” dell’11 novembre 1619 (marchese era Gregorio Boncompagni, 1590-1628), ad esempio, di nuovo imponeva agli ebrei di indossare un segno distintivo (in ebraico simàn), “un bedinello di cordella di seta o bavella gialla … ovvero aranzata di larghezza di due dita circa” (Statuti e leggi per il Marchesato di Vignola, 1980, p.97; citato in Zolfa C., p.45). Comunque, in attesa di notizie puntuali sulla presenza degli ebrei a Vignola nel ‘500 e ‘600, le poche informazioni di cui disponiamo ci consentono di immaginare anche da noi un’evoluzione molto simile a quanto avvenuto negli altri territori estensi (e nel Nord Italia).

Il tempio israelitico di Modena (fonte: wikipedia)

Il tempio israelitico di Modena (fonte: wikipedia)

Bibliografia minima:
Riccardo Calimani, Storia degli ebrei italiani. Vol. I Dalle origini al XV secolo (vedi) e Vol. II Dal XVI al XVIII secolo (vedi), Mondadori, Milano, 2013 e 2014;
Anna Foa, Andare per ghetti e giudecche, Il Mulino, Bologna, 2014 (vedi);
Euride Fregni e Mauro Perani (a cura di), Vita e cultura ebraica nello stato Estense, Comune di Nonantola-Edizioni Fattoadarte, Bologna, 1993;
Cosima Zolfo, “C’è stato un ghetto a Vignola?”, Gente di Panaro, n.7, 2005, pp.41-48.

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