1799. Ugo Foscolo in prigione nella Rocca di Vignola

J_home 19lug2014 098Nella torre Nonantolana della Rocca di Vignola, sulla porta d’ingresso di una cella, è apposto il cartello “Prigione di Ugo Foscolo”. Non si sa molto dell’episodio e non esistono, all’interno della Rocca, informazioni ad uso dei visitatori. Eppure Foscolo è uno dei principali personaggi della letteratura italiana e, volendo fare dell’ironia, potremmo anche aggiungere che la sua presenza a Vignola, sebbene in prigione e sebbene solo per pochi giorni, costituisce l’unico episodio vignolese che “legittima” il PoesiaFestival (vedi)! In attesa che gli organizzatori del Festival si ricordino di celebrare l’evento, databile ai primi di giugno del 1799 (con qualche approssimazione), vediamo che cosa possiamo sapere di quella vicenda.

Ugo Foscolo (incisione di Luigi Paradisi su disegno di R. Bonaiuti)

Ugo Foscolo (incisione di Luigi Paradisi su disegno di R. Bonaiuti)

[1] Nato a Zante, isola dell’arcipelago Ionio allora sotto il dominio di Venezia, il 6 febbraio 1778, nel 1799 Ugo Foscolo aveva dunque 21 anni (morì a 49 anni, il 10 settembre 1827, in esilio a Londra, dove venne sepolto nel cimitero di Chiswick; nel 1871 i suoi resti vennero portati in Italia e sepolti nella chiesa fiorentina di S. Croce; per le vicende biografiche: vedi). Dopo la precoce morte del padre la famiglia si trasferì a Venezia (nel 1792) dove avvenne la sua formazione letteraria, anche attraverso la partecipazione ai due principali salotti letterari della città (quello di Giustina Renier e quello di Isabella Teotochi).

La casa di Ugo Foscolo a Venezia, in Campo delle Gatte n.3224, sestiere di Castello (foto del 3 agosto 2014)

La casa dove stette Ugo Foscolo a Venezia (1792-1797), in Campo delle Gatte n.3224, sestiere di Castello (foto del 3 agosto 2014)

Nel 1794, all’età di 16 anni, aveva già composto più di quaranta poesie. Il 4 gennaio 1797 una sua opera teatrale, il Tieste, andò in scena con successo al teatro veneziano di S. Angelo e fu replicata per altre nove volte consecutive.

L'ingresso della prigione, nella torre Nonantolana (foto del 19 luglio 2014)

L’ingresso della prigione, nella torre Nonantolana (foto del 19 luglio 2014)

[2] E’ nella primavera del 1797 che iniziano le vicende (politiche) che porteranno, pochi anni dopo, Ugo Foscolo nella prigione vignolese. Nel volgere di pochi mesi “la sua passione politica passa dal piano delle battaglie ideologiche a quello dell’azione”. Il catalizzatore fu la campagna Napoleonica per la “liberazione” dell’Italia dalla tirannide iniziata l’anno precedente. Sul finire dell’aprile 1797, Foscolo, “abbandonata Venezia, cercò rifugio nella Repubblica Cispadana. A Bologna si arruolò, volontario, nel corpo dei cacciatori a cavallo come brigadiere: pochi giorni dopo fu congedato su sua richiesta per motivi di salute.” Il 16 maggio le truppe francesi entrarono a Venezia, la sua città, che si costituiva così in Repubblica. “Lo stesso giorno veniva spedito dalla Giunta di difesa generale della Cispadana alla Municipalità di Reggio Emilia un pacco di copie dell’ode Bonaparte liberatore. L’ode, composta a Bologna nei primi giorni del maggio ’97, esaltava, attraverso una prosopopea della Libertà, l’impresa napoleonica in Italia: in Napoleone era celebrato l’eroe della guerra repubblicana, l’affrancatore dei popoli da servitù inveterate, il garante di un nuovo e libero assetto degli Stati.” Pochi mesi dopo, con il trattato di Campoformio del 18 ottobre 1797, Napoleone cedette cinicamente all’Austria la neonata Repubblica di Venezia pur di ottenere la pace e di sospendere l’attività bellica. Foscolo, profondamente amareggiato, scrisse il sonetto “A Venezia” che si chiude così:

Ma verrà il giorno, e gallico lo affretta
Sublime esempio, ch’ei de’ suoi tiranni
Farà col loro scettro alta vendetta.

Pur sentendosi tradito Foscolo non rinunciò all’impegno politico. Decise dunque di passare nella Repubblica Cisalpina e, verso la metà di novembre 1797, abbandonò Venezia e prese la via di Milano dove si impegnò nella redazione del giornale politico Monitore italiano. Tra giugno e settembre del 1798 lo si trova alternativamente tra Milano e Bologna. “Tra la fine di agosto e i primi di settembre 1798 tornò a Bologna ove, con il libraio e stampatore F. Canetoli, dette vita al trisettimanale Il Genio democratico, di cui redigeva le rubriche Notizie bibliografiche e Istruzioni popolari politico-morali, ma l’impresa ebbe vita assai breve, dal 23 settembre al 13 ottobre. Il Canetoli aveva intanto rilevato un altro giornale, Il Monitore bolognese, nel quale fece confluire Il Genio democratico: il Foscolo vi collaborò per cinque numeri. All’inizio di novembre era stato assunto presso la sezione criminale del Dipartimento del Reno come aiutante del cancelliere e segretario per le lettere del tribunale, ufficio che abbandonò quando, il 21 aprile 1799, alla notizia che gli Austro-Russi avanzavano verso il Ferrarese e il Bolognese, rientrò volontario nel ranghi dell’esercito come luogotenente nella guardia nazionale di Bologna. Intanto, tra il settembre e il dicembre del ’98 era stata avviata e nei primi mesi dell’anno nuovo proseguita la stampa delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.

La ripida scala di accesso alla cella (foto del 19 luglio 2014)

La ripida scala di accesso alla cella (foto del 19 luglio 2014)

[3] Arriviamo dunque alla primavera del 1799 ed alla vicenda vignolese. Il 24 aprile 1799 Foscolo partecipò alla riconquista di Cento, occupata dagli Austriaci e dagli insorti, rimanendo ferito nell’assalto. “Per curarsi e per evitare di cadere in mano austriaca, riparò prima a Calcara e poi nel monastero di Monteveglio, ove rimase fin verso la fine di maggio [sotto falso nome: Lorenzo Alighieri], allorché fu arrestato dalla guardia nazionale perché sospettato di essere un agente austriaco. Trasferito a Vignola e poi a Modena, all’arrivo del generale francese J.-É. Macdonald fu rimesso in libertà (12 giugno). Aggregato al reggimento degli ussari cisalpini, partecipò alla battaglia della Trebbia; ritornò a Bologna il 19 di quel mese e denunziò alla cancelleria della Commissione criminale quelli che lo avevano fatto arrestare a Monteveglio; poi partì con i resti della divisione del Macdonald alla volta di Genova.” Come noi sappiamo, a Vignola venne rinchiuso per qualche giorno nella prigione della Rocca, nella torre Nonantolana.

La cella, di dimensioni circa 3metri per 3 metri. Sulle pareti vi sono incisioni antiche e recenti, in larga parte lasciate dai visitatori (foto del 19 luglio 2014)

La cella, di dimensioni circa 3metri per 3 metri. Sulle pareti vi sono incisioni antiche e recenti, in larga parte lasciate dai visitatori (foto del 19 luglio 2014)

[4] La vicenda è interessante anche dal punto di vista letterario, visto che si intreccia con la pubblicazione della prima edizione delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”. “Durante la sua assenza da Bologna l’editore Marsigli, trovandosi con la stampa avviata delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, pensò di ricorrere per il loro compimento ad A. Sassoli, un dottore in legge che si dilettava di filosofia e di poesia. Questi si mosse ponendo attenzione ai procedimenti stilistici e strutturali del Foscolo, che, del resto, nella redazione del 1802, ne accolse alcune soluzioni e moduli espressivi. L’editio princeps dell’Ortis reca sul frontespizio la data 1798, ma in effetti questa doveva riferirsi all’inizio della stampa. L’anno successivo l’opera vide luce sotto il titolo di Vera storia di due amanti infelici ossia Ultime lettere di Jacopo Ortis, sempre per i tipi del Marsigli. Il Foscolo solo molto più tardi venne a sapere di questa edizione abusiva e il 3 gennaio 1800 pubblicò una nota di sconfessione. Rimessa mano all’opera, la ripubblicò nel 1802 e, ulteriormente rimaneggiatola, nel 1817.

La cella nella torre Nonantolana. Sulla parete di sinistra si vedono i disegni di due velieri (foto del 19 luglio 2014)

La cella nella torre Nonantolana. Sulla parete di sinistra si vedono i disegni di due velieri (foto del 19 luglio 2014)

[5] Testimonianze sulla vicenda sono contenute nella biografia di Pietro Brighenti, il cui padre fu Podestà di Vignola nel periodo della prigionia di Foscolo. Un brano di questo testo, per la parte che ci interessa, è accessibile sul web, grazie all’iniziativa di Colombini Editore di Modena (vedi). L’episodio è riferito negli Opuscoli religiosi, letterarj e morali (periodico stampato a Modena, nel numero di Luglio-Agosto del 1885) all’interno della biografia di Pietro Brighenti scritta da Giorgio Ferrari-Moreni. Di seguito riportiamo una versione vivace e divertente dell’aneddoto, contenuta nel volume Opere edite e postume di Ugo Foscolo, Firenze, Le Monnier, 1854: «Ugo Foscolo cominciò a stampare in Bologna nel 1798 co’ tipi di Iacopo Marsigli le lettere di Iacopo Ortis; ma condotta l’impresa fin presso la metà, se ne rimase ad un tratto, e scomparve improvvisamente da Bologna ansioso di tornare a Milano. Ma, o non avesse le debite carte di viaggio, o i rigori vigili e sospettosi degli Stati modenesi impedissero a’ viandanti il libero passaggio, egli con sola una guida passò il Reno e il Panaro, e prese la via delle montagne. Se non che toccato appena il territorio vignolese, diede in una squadra d’uomini d’arme, dai quali preso in sospetto, fu condotto e sostenuto otto giorni nella rocca di Vignola. Quivi umanamente raccolto e trattato dal podestà del paese, entrò in tanta grazia del figlio di lui Pietro Brighenti, per la conformità degli studi e delle opinioni, che questi valse a farlo porre in libertà prima degli ordini di Bologna e di Modena, e ad agevolargli la sicurezza del viaggio. Frattanto deliberò di far compire il romanzo da altri; e il Marsigli, stato qualche mese ad aspettare l’autore, avuto a sè lo stesso Pietro Brighenti, il quale aveva dato qualche saggio della propria capacità negli studi, e per la tristezza de’ tempi s’era condotto a Bologna a maniera di rifuggito, lo pregò e vinse a continuare le lettere. Difatti poco dopo egli le divulgò col titolo: Vera storia di due amanti infelici, ossia Ultime lettere di Iacopo Ortis: ed Angelo Sassoli, ricordato anche dal Carrer al capo XXVI della vita del Foscolo, fu un nome fittizio. Intanto Ugo datosi a seguire la fortuna dell’armi, udì bisbigliare appena della vera storia degli amanti infelici; ma saputone e vedutone poscia co’ propri occhi il seguito, se ne adirò sì fattamente, che proruppe quasi in un eccesso. Perocchè tornato a Bologna nell’autunno del 1800, capitano aggiunto allo Stato maggiore della Divisione Cisalpina, corse di lancio alla stamperia del Marsigli. Il Foscolo era uomo di fiero cipiglio, ed avea un tono di voce profondo. Con atteggiamento militare: – Olà, dov’è Iacopo Marsigli? – grida a un garzone. – Eccolo là, – rispose il garzone intimorito, additando il padrone, che, sentito quell’intronamento minaccioso d’inchiesta, uscì fuori d’un attiguo stanzino: e il comparire del Marsigli con una riverenza, lo sfoderare della sciabola del capitano e il dire Oh briccone! allo stampatore, che si acquattò e rannicchiò tra un banco e il muro, fu un attimo. Accorrono spaventati gli uomini della stamperia; le grida si fanno più forti; niuno si attenta di accostarsi al soldato furibondo, che lancia contro l’intanato Marsigli una tempesta d’ingiurie e di vituperii. In questa entrano varie persone o chiamate dai garzoni, o sospinte dentro dalla curiosità, fra le quali, per singolare benignità di fortuna, il figlio del Podestà di Vignola, lo stesso continuatore, bell’uomo della persona, maestoso a vedere, di pronto eloquio. Questi, preso gentilmente per mano il Foscolo, cercava di abbonirlo con miti parole; e il Marsigli allora, fatto un po’ d’animo, metteva fuori di quando in quando la testa, e dimandava perdono, e additava il Brighenti, quasi volesse dire: Ecco il continuatore; se la rifaccia con lui. Finalmente il Foscolo riscosso dall’ira e mirato fisso in volto l’amico da Vignola, rinfoderò la sciabola, e abbracciollo intenerito con veemenza d’affetti e amabilità di cortesia, quale noi abbiamo veduto più volte su le scene Luigi Vestri passare in un tratto dall’ira alla calma, dal riso al pianto, e far piangere. Ciò non ostante il Foscolo obbligò il Marsigli a una soddisfazione: Sgnòur sè, Sgnòur sè, rispondeva tosto lo stampatore spaventato, che ben più duri patti avrebbe soscritto. La soddisfazione dimandata fu questa: che il Marsigli dovesse inserire nel proprio giornale intitolato: Il Monitore Bolognese, la seguente protesta del Foscolo contro l’edizione delle ultime lettere di Iacopo Ortis.»

Inciso su una parete della prigione l'anno 1810 (foto del 19 luglio 2014)

Inciso su una parete della prigione l’anno 1810 (foto del 19 luglio 2014)

[6] Se dobbiamo credere alla testimonianza di Pietro Brighenti Ugo Foscolo stette nella prigione della Rocca di Vignola per otto giorni all’inizio del giugno 1799 (il 12 giugno fu infatti liberato, dopo esser stato portato a Modena). La vicenda carceraria di Foscolo è peraltro singolare, visto che fu arrestato “da amici”: “fu arrestato dalla guardia nazionale perché sospettato di essere un agente austriaco”! Se è così si trattò di un errore clamoroso! In ogni caso l’episodio vignolese di Foscolo merita di essere meglio studiato ed anche raccontato (innanzitutto da parte della Fondazione di Vignola, al fine di mettere qualche informazione in più a disposizione dei visitatori). Rappresenta un episodio minore nelle vicende politico-letterarie di uno degli autori italiani più importanti di tutti i tempi e ci restituisce un frammento storico di uno dei periodi più tribolati, ma anche di maggiori speranze (almeno per l’élite borghese), del nostro paese. Le vicende della “liberazione” Napoleonica e della Repubblica Cispadana hanno infatti segnato fortemente anche la storia vignolese, ad esempio tramite la “secolarizzazione” dei beni ecclesiastici di cui si appropriarono, spesso a poco prezzo, gli esponenti delle élites cittadine (se ne ritrovano gli echi nella vicenda del giardino pensile Galvani: vedi). Insomma, una ricostruzione storica come si deve dell’episodio sarebbe decisamente auspicabile!

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2 risposte a 1799. Ugo Foscolo in prigione nella Rocca di Vignola

  1. Laura Toniolini ha detto:

    Se proprio si volesse provare – almeno, per certi aspetti – a “legittimare” il *Poesia Festival* a partire da quanto avvenne nella rocca, credo occorrerebbe ricordare *in primis* la figura di Agostino Paradisi il Giovane (o *iunior*, 1736-1783), un personaggio che proprio lì nacque e che tuttavia lasciò Vignola, probabilmente senza più ritornarvi, ad appena dodici mesi di vita. Sarebbe opportuno dedicare alla sua biografia e alle sue opere qualche riga all’interno della rocca, dove attualmente compare soltanto una piccola lapide che ne riporta la data di nascita.
    Forse non tutti sanno che Paradisi, subito dopo la metà del Settecento, fu il maggior «poeta-filosofo» italiano del suo tempo, l’indiscusso “principe” dei versificatori «oraziani» estensi, un apprezzato autore di odi sacre (ben conosciute da Alessandro Manzoni) e un importante animatore della vita letteraria e teatrale a Reggio Emilia.
    A Paradisi si dovettero sia uno sforzo ad amplissimo respiro finalizzato a rinnovare il gusto teatrale italiano sia il primo serio tentativo di “inventare” uno stile e un metro idonei a dar vita ad un teatro tragico nazionale in lingua italiana. Per provare a conseguire questi due obiettivi, egli fra l’altro promosse la pubblicazione di una *Scelta di alcune eccellenti tragedie francesi tradotte in verso sciolto*, i cui primi due volumi uscirono esattamente 250 anni fa, nel 1764; nell’ambito di quest’opera, che contribuì ad aprire la strada alle esperienze alfieriane, è lo stesso Paradisi a fare la “parte del leone”, tanto come traduttore (di testi di Voltaire, di Prosper Jolyot de Crébillon e di Pierre Corneille) quanto come autore di una tragedia originale in lingua italiana (*Gli Epitidi*).
    Intorno alla metà degli anni Sessanta, il Nostro abbandonò la poesia e il teatro per dedicarsi agli studi storici col duplice intento di ricostruire l’autentica identità culturale italiana plasmatasi lungo i secoli e di far luce sulle cause della decadenza della Penisola, a suo avviso iniziata sul finire del XV secolo. Alla base delle sue ricerche e delle sue riflessioni c’era la ferma convinzione che la cultura italiana, intesa come cultura nazionale, potesse e dovesse costituire un potente fattore per un riscatto collettivo che fosse anche una rinascita etica e civile delle popolazioni della Penisola.
    Nel 1772, trasferitosi nella capitale estense dopo diciotto anni vissuti a Reggio, gli venne affidata la cattedra di Economia civile (la terza in ordine cronologico ad essere fondata in Italia, dopo quella napoletana tenuta da Antonio Genovesi e quella milanese inizialmente tenuta da Cesare Beccaria) presso il rinnovato *Studium Mutinense*, che a quel tempo costituiva uno dei principali strumenti del riformismo del duca Francesco III. Secondo Paradisi, chi studiava l’«economia civile» (diremmo, oggigiorno, l’«economia politica»), neonata disciplina figlia delle idee illuministe, doveva necessariamente possedere un vasto orizzonte di ricerca e di riflessione, così da essere in grado di spaziare con disinvoltura dai fattori di ordine naturalistico a quelli di ordine politico, da quelli di ordine sociale a quelli di ordine giuridico, da quelli di ordine etico a quelli di ordine produttivo e monetario. Nella visione paradisiana, all’«economista civile» spettava il compito di fornire idee capaci di trasformare il mondo sociale e migliorare l’esistenza degli individui nello stato presente; egli, dunque, doveva rifuggire dall’indagine astratta di fenomeni indifferenti.
    All’inizio del primo anno accademico dell’Ateneo riformato, Paradisi tenne un’orazione inaugurale, che fu subito stampata col titolo *Nel solenne aprimento della Università di Modena felicemente ristaurata, ed ampliata da S.A.S. Francesco III, duca di Modena, Reggio, Mirandola ec. ec.*. Considerato il notevole e immediato successo ottenuto, il testo venne ripubblicato nel 1773 a Torino, con a fianco la traduzione in francese. Quest’allocuzione rappresentò uno dei manifesti del moto riformatore italiano e mostrò incontrovertibilmente l’adesione di Paradisi alla “scuola sperimentale estense” (in particolare, alle posizioni di colui che costituiva una sorta di “padre nobile” degli illuministi modenesi della seconda metà del Settecento, e cioè Lodovico Antonio Muratori). Paradisi pose qui in grande risalto il ruolo della scienza nell’assicurare la prosperità dello Stato e raffigurò l’Università come il simbolo e lo strumento del regno della «filosofia» («filosofia», beninteso, nel senso illuminista che aveva a quel tempo la parola francese philosophie); chi studiava doveva mettere a disposizione della società le varie conoscenze delle quali entrava via via in possesso, e di esse il sovrano si poteva servire per raggiungere il fine superiore di perfezionamento della natura umana, attingibile soltanto nello Stato e attraverso lo Stato. In questa sua orazione, Paradisi non mancò poi di celebrare l’ordine estense come un sistema politico nel cui ambito la ragione non era impedita nel conseguimento, attraverso le «scienze utili», della «pubblica felicità».
    Il nostro autore divenne ben presto uno dei maggiori «economisti civili» del Vecchio Continente, maestro di un’intera generazione di funzionari pubblici estensi e ricercato dispensatore di suggerimenti in materia di commercio, tassazione ecc. anche fuori del Ducato di Modena.
    Mentre nella prima metà del XVIII secolo i viaggiatori si fermavano volentieri nella capitale estense per ammirare la splendida pinacoteca dei duchi e per conoscere di persona l’illustre Muratori, una volta avvenuta la “vendita di Dresda” (1746) e morto il grande storico (1750) il numero dei forestieri che giungevano a Modena calò drasticamente. Negli anni Settanta, invece, molti furono i viaggiatori che decisero di soggiornare a Modena: sovente, lo facevano proprio per assistere alle affollate lezioni universitarie di Paradisi, che nel 1778 affiancò all’insegnamento dell’Economia civile quello della Storia civile. Ed erano lezioni nelle quali egli non faceva mancare incisive descrizioni delle potenzialità insite nelle condizioni naturali dell’Italia, nel suo assetto politico policentrico e nella stratificazione storica delle arti; si trattava, a suo giudizio, di opportunità che potevano e dovevano avere ricadute anche di tipo economico, considerato il gran numero di ospiti stranieri interessati alle cose della cultura.
    A Paradisi vanno riconosciuti molti meriti, non da ultimo quello di essere stato uno dei più precoci interpreti “intelligenti” in Italia delle concezioni di importanti pensatori settecenteschi come Claude-Adrien Helvétius, Charles-Louis de Secondat (barone di La Brède e di Montesquieu), Jean-Jacques Rousseau ed Étienne Bonnot de Condillac. Egli fu anche uno dei primi studiosi europei a comprendere la rilevanza del metodo d’indagine di William Robertson, storico scozzese suo contemporaneo destinato a chiara fama anche sul continente e ad influenzare le elaborazioni teoriche di Marx. Al Nostro, poi, si dovette la “riscoperta” dell’opera storica di Donato Giannotti, grande repubblicano fiorentino del Cinquecento. Paradisi, inoltre, sia in età giovanile sia in età matura celebrò in Dante il massimo poeta italiano di tutti i tempi, in un’epoca nella quale moltissimi letterati italiani non risparmiavano i propri strali all’indirizzo della *Divina Commedia* e del suo autore. Il Nostro, infine, studiò e promosse lo studio nella Penisola delle letterature e del teatro antichi (greci e latini) e moderni (italiani, francesi, inglesi e tedeschi, in special modo), nella convinzione che solo attraverso un confronto a tutto campo con gli insigni autori europei del passato e del presente il ceto intellettuale italiano finalmente potesse divenire consapevole dei propri meriti e della propria storia, e potesse partecipare da protagonista al nuovo movimento di civiltà in corso, un movimento che a quell’epoca non aveva ancora coinvolta appieno buona parte della Penisola; il suo obiettivo, dunque, consisteva nell’incitare gli Italiani non tanto al servilismo, quanto piuttosto all’emulazione e all’inesausto amore di superamento.
    Paradisi era membro di innumerevoli Istituzioni culturali (fra le più prestigiose, vanno annoverate l’Accademia della Crusca e quella delle Scienze di Bologna) ed era stimatissimo da molti eminenti uomini di cultura del suo tempo: da Voltaire a Carlo Goldoni, da Saverio Bettinelli a Innocenzo Frugoni, da Francesco Algarotti a Lazzaro Spallanzani, da Cesare Beccaria a Carlo Denina.
    A lungo consigliere personale del duca di Modena Francesco III e cardine dell’importante stagione del riformismo estense che precedette l’avvento di Ercole III (1780), Paradisi era ammirato pure da sovrani d’Oltralpe, e anche per le sue doti letterarie: il re di Prussia Federico II, ad esempio, gli indirizzò un’epistola scritta di proprio pugno per lodare quello che è probabilmente il capolavoro a stampa del Nostro, l’*Elogio del principe Raimondo Montecuccoli, recitato nel solenne aprimento delle scuole il giorno 25 novembre 1775 nell’Università di Modena*. Questa fortunatissima opera costituisce, insieme, uno dei più bei saggi di prosa aulica italiana dell’intero XVIII secolo e una tappa della maturazione negli Italiani della coscienza della loro vocazione ad essere un solo popolo in una patria unitaria.
    La grande fama di cui godeva Paradisi nel tardo Settecento, purtroppo, faticò a sopravvivergli. In buona parte, ciò si dovette al fatto che numerosi suoi testi furono sconosciuti ai più, perché rimasero manoscritti, mentre molti altri erano apparsi in riviste cessate o in opuscoli divenuti col tempo rari. Perfino delle sue fondamentali lezioni universitarie erano e sono tuttora disponibili soltanto abbozzi e annotazioni sparsi in codici autografi miscellanei, e abbondanti materiali raccolti – forse – da un allievo (vennero poi trascritti in maniera ordinata da un letterato reggiano all’inizio dell’Ottocento). La maggior parte delle carte private e dei manoscritti di Paradisi è attualmente custodita presso la Biblioteca Estense di Modena e presso la Biblioteca Panizzi di Reggio. Del suo ricchissimo carteggio rimangono ancora parecchie lettere e minute in diverse Biblioteche e Archivi italiani.
    Anche soltanto da questi semplici accenni credo si possa riconoscere in Paradisi uno degli esponenti più originali dell’Illuminismo italiano e, allo stesso tempo, un appassionato sostenitore del ruolo delle lettere, delle scienze e delle arti come poderoso fattore di riscatto collettivo di un popolo italiano volto con sempre maggiore convinzione a riunirsi in una stessa patria. La sua ricca eredità culturale venne raccolta da molti intellettuali del tardo Settecento e del primo Ottocento, specie in area padana; nel novero di essi, senza dubbio, figurava anche il figlio primogenito Giovanni (1760-1826), uomo dotato di ingegno multiforme e oggigiorno noto soprattutto come poeta insigne e politico di primissimo piano sotto il regime napoleonico.
    Agostino Paradisi, come accennato all’inizio di queste righe, lasciò la sua città natale ad appena un anno di età (per la morte del padre Giammaria, governatore generale e vice-marchese del marchesato di Vignola) e, a quanto se ne sa, non vi ritornò in seguito. Sono comunque documentati suoi rapporti giovanili col vignolese Giuseppe Antonio Plessi, erudito e poeta, oltre che medico di una certa fama; pure la sorella di Paradisi, anch’ella nata a Vignola e diventata ben presto suora a Parma, ebbe un corrispondente vignolese.

    Questo mio intervento è forse già fin troppo lungo, ma mi sembra doveroso concluderlo con qualche breve annotazione sulla figura di Pietro Brighenti (1775-1848), citata nel testo. Anche tale personaggio sarebbe da ricordare e tener presente quando si parla di personaggi significativi originari della nostra zona.
    Brighenti nacque a Castelvetro e si trasferì da bambino con la famiglia a Vignola. Sposatosi nel 1797 con Maria (Marina) Galvani, sorella di quel Cesare che nei decenni seguenti si fece un nome a Modena, all’inizio dell’Ottocento Brighenti ebbe una considerevole importanza nel mondo della cultura e dell’editoria bolognese, anche per ciò che concerneva la prima edizione delle foscoliane Ultime lettere di Jacopo Ortis.
    Brighenti era in confidenza con alcuni letterati italiani di primissimo piano, come Pietro Giordani, Vincenzo Monti e Giacomo Leopardi, dei quali curò la pubblicazione di varie opere (di Leopardi, ad esempio, stampò la canzone Ad Angelo Mai). Leopardi conobbe anche le due figlie di Brighenti, Marianna (celebre cantante) e Anna, e a quanto pare si innamorò della prima (ma non è escluso che si fosse innamorato anche della seconda: una lettera leopardiana, battuta all’asta alcuni anni fa, darebbe consistenza a tale ipotesi). Da notare che Marianna Brighenti ebbe una fitta corrispondenza epistolare con Paolina Leopardi, durata quattro decenni. Infine, i cultori di studi locali potrebbero essere interessati al fatto che Marianna visse a Campiglio per qualche tempo (alla fine degli anni Trenta).

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    La testimonianza di Pietro Brighenti, “raccolta dal sig. prof. Prospero Viani e da lui offerta agli editori delle Opere foscoliane”, è contestata da Antonio Cappelli, in un opuscolo del 1867 dedicato alla prigionia di Foscolo (a Bazzano, Vignola e poi a Modena). Cappelli sembra offrire la ricostruzione più precisa, ad oggi, di quella vicenda:
    https://amarevignola.wordpress.com/2014/10/09/nuove-indagini-sulla-prigionia-di-ugo-foscolo-nella-rocca-di-vignola/
    Ecco le considerazioni del Cappelli: “Gli errori troppo per sé manifesti di questo brano di nota sono da imputarsi a Pietro Brighenti, che solo potè narrare al signor Viani la cosa; e sembra difficile che detto Brighenti si trovasse a Vignola in quel giorno (non otto giorni) che il Foscolo colà rimase consegnato, giacché il padre del Brighenti, dottor Bartolomeo, era stato dall’imperial Giunta Governativa di Modena dimesso nove dì prima [21 maggio] dall’ officio di Podestà a motivo del carattere repubblicano spiegato dal figlio, il quale (stando ai rapporti pervenuti alla Giunta medesima) appariva rifugiato nel bolognese. In sostituzione del Podestà venne poi subito eletto a Vicereggente provvisorio il notaro Francesco Santi, che il Foscolo qualifica come Governatore del paese, e gli fornisce argomento di lode per averlo accolto e trattato con molta cortesia.” Quindi in nota aggiunge: “Il dott. Bartolomeo Brighenti, protestando la sua piena osservania all’antico ordine di cose, chiese poco dopo di passar Giusdicente di Guiglia; ma la Giunta Governativa si offerse di mandarlo piuttosto a Bianello su quel di Reggio, per allontanarlo maggiormente dal confine bolognese ove il figlio dott. Pietro era rifugiatosi, con minaccia dell’immediata dimissione quando [riaccogliesse] presso di sé il figlio medesimo.”
    Delle vicende di Pietro Brighenti siamo a conoscenza anche perché ampiamente raccontate da Bernardo Soli, Quadri di storia vignolese, Tip. G.Ferraguti & C., Modena, 1933, che alla “famiglia Brighenti” dedica uno dei quattro capitoli in cui è articolato il libro (pp.79-115). Pur iniziando la sua narrazione dal 1796 non vi sono accenni alle vicende vignolesi del giugno 1799. Dal suo resoconto sappiamo comunque che Bartolomeo Brighenti, modenese, podestà di Campiglio, venne eletto, il 19 marzo 1797, “giudice di Vignola, secondo la Costituzione della Repubblica Cispadana” ed il 22 giugno 1797 giunse a Vignola. Il figlio di lui, Pietro Brighenti, studente di legge a Modena fu membro della “Commissione d’Istruzione di Modena” e nel giugno 1797 partecipa alla promozione di analoga “Commissione” a Vignola. Nell’agosto 1797 sposa in modo rocambolesco (dopo essere fuggito con lei per aggirare l’ostilità del padre) Maria Lucrezia, figlia di Francesco Galvani, nonché sorella di Giuseppe Galvani, quello dei famosi “giardini pensili”:
    https://amarevignola.wordpress.com/2013/05/19/giardino-pensile-di-casa-galvani-a-vignola/
    “Presa dimora in Modena, e conseguita nel 1798 la laura in legge, ebbe il Brighenti il posto di minutante del Governo Democratico di Modena (…) All’avvicinarsi degli Austro-Russi vittoriosi [plausibilmente nell’aprile o maggio 1799], riparò a Bologna dove attese alla pratica legale” (Soli, p.91). Ritornò a Modena nel 1800 dopo il ripristino del dominio francese sul Nord Italia, mentre nel 1815, con la Restaurazione, prese di nuovo dimora a Bologna. Dal 1819 diviene amico di Giacomo Leopardi di cui promosse la stampa di alcune raccolte di canzoni e versi. Secondo la ricostruzione del Soli fu informatore segreto degli Austriaci. Morì a Forlì, dove teneva l’ufficio di Giudice supplente, il 2 agosto 1848.

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