Roberto Balzani, riflessioni sull’esperienza di cinque anni sindaco a Forlì

K_home 16apr2014 007Roberto Balzani, sindaco di Forlì giunto a fine mandato, ha tenuto un’incontro pubblico oggi a Bologna, organizzato dall’Associazione Achille Ardigò, in cui ha parlato della sua esperienza amministrativa, rielaborando alcuni dei temi trattati nel suo libro Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco, Il Mulino, Bologna, 2013, pp.126, 12 euro (vedi). L’evento ha dato l’opportunità ai presenti di conoscere uno dei rari amministratori locali provvisto di una capacità di visione, in grado di riconoscere i nodi critici dell’amministrare in questi anni segnati dalla crisi economica. Dal colloquio odierno (Balzani era intervistato da Luciano Nigro, giornalista di La Repubblica Bologna) prendo alcuni dei temi che mi sembrano più interessanti.

Roberto Balzani, sindaco di Forlì (al centro), con Luciano Nigro (a sinistra) e Mauro Moruzzi, presidente dell'Associazione Achille Ardigò (a destra) (foto del 16 aprile 2014)

Roberto Balzani, sindaco di Forlì (al centro), con Luciano Nigro (a sinistra) e Mauro Moruzzi, presidente dell’Associazione Achille Ardigò (a destra) (foto del 16 aprile 2014)

[1] Una concezione non banale dell’amministrare intende questa attività come qualcosa che travalica l’assunzione di decisioni da parte dell’ente locale, ma piuttosto come un processo di riforma sociale (l’obiettivo è dunque anche quello di cambiare la società). Balzani ha citato il caso delle politiche di gestione dei rifiuti a Forlì ed in particolare dell’adozione di un sistema spinto di raccolta porta-a-porta (vedi). Ha ricordato che l’obiettivo non era solo quello di cambiare la modalità di raccolta e gestione dei rifiuti (privilegiare il riuso dei materiali piuttosto che la produzione di energia, ovvero incenerimento), ma anche quello di costruire un nuovo legame sociale, riorganizzando una parte della vita delle istituzioni e delle persone in direzione di una maggiore sostenibilità (non solo promuovendo una nuova prassi presso i cittadini, ma coinvolgendo anche scuole, associazioni, comitati, ecc.). Questa parte del progetto ha avuto successo, ma ciò ha evidenziato altre contro-spinte. Si è arrivati assai presto ad uno scontro verticale con gli interessi economici di gestione dei rifiuti, ovvero con l’azienda multiutility incaricata della gestione (Hera Spa). Questa ha infatti tutto l’interesse a saturare gli impianti di incenerimento (parte rilevante del suo modello di business) piuttosto che a promuovere una raccolta differenziata intensiva e di qualità. Con Hera e la Regione si è dunque acceso uno scontro sulla possibilità di re-internalizzare la raccolta dei rifiuti ovvero di gestirla “in house” (vedi) – un’esperienza che, per un segmento molto limitato di rifiuti, ha intrapreso il comune di Savignano con il progetto “Dea Minerva”, configurandolo necessariamente come progetto didattico (vedi). Questa esperienza, similmente a quella di altri enti locali, evidenzia il fatto che l’azienda di servizi, che dovrebbe configurarsi come “strumento” degli enti locali (è a questi che teoricamente compete la funzione di indirizzo), risulta in realtà in grado di influenzare se non di determinare le linee strategiche di intervento del settore. Lo “strumento” azienda risulta pertanto tutt’altro che “docile” e risulta in grado di determinare le finalità, gli obiettivi delle politiche relative ai rifiuti (vedi).

Roberto Balzani, sindaco di Forlì (a sinistra) e Mauro Moruzzi (foto del 16 aprile 2014)

Roberto Balzani, sindaco di Forlì (a sinistra) e Mauro Moruzzi (foto del 16 aprile 2014)

[2] Negli ultimi anni la crisi economica e la conseguente crisi del debito dello stato si è tradotta in una contrazione dei bilanci degli enti locali. Questo processo di downsizing ha visto in questi anni un atteggiamento essenzialmente “adattivo” da parte degli amministratori (tagliando un po’ qua ed un po’ la i vari capitoli di spesa in attesa di poter ripristinare la condizione di partenza). Si è tardato a prendere atto del carattere non transitorio della crisi (l’amministrazione di Vignola ne è un caso esemplare!), ovvero dell’avvio di una nuova fase caratterizzata da stagnazione economica, crescita della disoccupazione, riduzione dei bilanci famigliari, aumento dei bisogni di assistenza e sostegno, ma a fronte di risorse comunali in diminuzione. Una politica locale per lo più abituata a “governare la distribuzione di risorse crescenti” non ha ancora preso le misure della nuova situazione (nuova per modo di dire, in verità, visto che sono già 4 o 5 anni che si sperimentano difficoltà di bilancio degli enti locali) e si è dunque attardata in strategie di “adattamento”, di progressiva contrazione, senza però avere il coraggio di un ripensamento complessivo dell’allocazione delle risorse nei diversi capitoli di spesa. Un passaggio che può avvenire solo a fronte di una intensa discussione pubblica, ovvero chiamando i cittadini a partecipare a definire la nuova allocazione delle risorse. Nell’Unione Terre di Castelli, ad esempio, l’apertura di una fase di analisi e di confronto pubblico si è subito richiusa (vedi). In questa nuova condizione risulterebbe fondamentale ripensare il tema dell’efficacia delle politiche locali, ovvero ridisegnare l’assetto amministrativo (ampliamento delle funzioni trasferite alle Unioni di comuni o addirittura avvio dei percorsi di “fusione dei comuni”). Anche un “governo del territorio esausto” o l’esercizio di funzioni strategiche (come la promozione dello sviluppo locale o il marketing territoriale o l’organizzazione di una “rete territoriale dei musei”) richiederebbe di superare l’attuale “asimmetria fra spazio della rappresentanza e spazio della gestione” (dove il primo è ancora di tipo comunale, mentre il secondo è sempre più sovracomunale – tutti temi che a nell’Unione Terre di Castelli dovrebbero essere ben noti). La politica sarebbe dunque chiamata a rivolgere ai cittadini un “discorso di verità” (purtroppo nulla di tutto ciò è avvenuto a Vignola). Una possibile soluzione è il “movimento dal basso” finalizzato alla riorganizzazione volontaristica dell’assetto istituzionale locale: “unendo comuni, poi fondendoli, quindi riorganizzando i servizi” (vedi).

Anthony Ausgang (opera esposta ad Artefiera Bologna - foto del 26 gennaio 2014)

Anthony Ausgang (opera esposta ad Artefiera Bologna – foto del 26 gennaio 2014)

[3] Uno dei malesseri della società contemporanea, particolarmente accentuato nel nostro paese, è la crisi della fiducia. Liquefazione del “civismo”, incremento della litigiosità (un saggio del 1978 nell’Annual Review of Sociology parla di “litigation society”), scatenamento dei conflitti dal livello di condominio in su. Ma la perdita di fiducia non caratterizza solo le relazioni interne alla società civile, ma investe da tempo (ed in modo particolarmente intenso) la politica, anche a livello locale. Pierre Rosanvallon ci ha dedicato un libro intitolato La politica nell’era della sfiducia (Città Aperta, Troina, 2009). Ed anche tra amministrazioni comunali prevale sempre più spesso un atteggiamento di competizione e di rivalsa, anziché di cooperazione. La politica locale deve allora adottare una modalità in grado di fronteggiare questa nuova condizione. Occorrono azioni in grado di “rigenerare fiducia”. La risposta che offre Balzani può sembrare banale, ma è l’unica possibile. Occorre l’esempio, la testimonianza (altro che marketing politico o “politica pop”: vedi) . Occorre l’offerta di valore senza contropartita (anche nella relazione tra amministrazioni – Balzani ha giustificato così il successo di Forlì nella costruzione dell’Unione dei comuni della Romagna Forlivese – qui la prima festa dell’Unione: vedi). Occorre la trasparenza. Basta pensarci un attimo e si vede con chiarezza che la prassi del sindaco Denti era l’opposto (opacità, atteggiamento autoritario, arroganza, ecc.) e per questo generava sfiducia e sospetto, innalzando la probabilità del contenzioso o comunque di comportamenti opportunistici (esemplare, ma in negativo, è lo stato in cui si è ridotta l’Unione Terre di Castelli in questi cinque anni).

Valentina Bonomo, Julian Opie (Artefiera Bologna - foto del 26 gennaio 2014)

Valentina Bonomo, Julian Opie (Artefiera Bologna – foto del 26 gennaio 2014)

[4] Ultima considerazione va dedicata alla fragile cultura politico-amministrativa diffusa in Italia. Balzani parla di una politica “de-intellettualizzata”, ovvero che rinuncia al lavoro cognitivo sui dati, sulle informazioni nel tentativo di costruire una rappresentazione sufficientemente sofisticata della realtà economico-sociale e della sua evoluzione. Si è rinunciato del tutto, ad esempio, a produrre “una vera e propria lettura della città attraverso i numeri” (i rari esercizi di questo tipo che vengono realizzati sono di solito del tutto astratti – tanto è bassa la capacità di amministratori e politici di confrontarsi ed utilizzare i dati). “Quasi mai si tentano letture di lungo periodo o comparazioni fra realtà anche distanti, ma relativamente omogenee”. “L’abitudine a redigere «libri bianchi» o report informativi è scarsa”. Pensiamo, ad esempio, che in tutta questa legislatura in consiglio comunale di Vignola non è stato in grado di richiedere un’analisi dei dati sulle trasformazioni economiche e sociali indotte dalla crisi su cui basare i ragionamenti di allocazione delle risorse! Tutto ciò si traduce in un prevalere della dimensione retorica a scapito dell’analisi, dell’argomentazione trasparente circa le politiche che si mettono in campo, della rendicontazione. Balzani parla di “Narrazione Pubblica Locale” (NPL), una sorta di script che consente di imbastire una narrazione che però, sprovvista di una forte imbastitura cognitiva, risulta priva di possibilità di controllo e di verifica (es. chi ricorda che qualche anno fa si usavano espressioni come “Vignola Città della musica”? Oppure come “la via dell’Innovazione” per caratterizzare il tratto Vignola-Spilamberto-Modena e relativo tecnopolo? O altre simili di cui oggi non è rimasta traccia).

PS Roberto Balzani è professore ordinario di storia contemporanea all’Università di Bologna (sede di Forlì). E’ stato candidato per il PD nel 2009, risultando poi eletto, dopo aver vinto da outsider le primarie. Ha annunciato l’intenzione di non ricandidarsi per un secondo mandato in polemica con i vertici regionali. Una interessante riflessione, non priva di autoironia, sulla sua esperienza amministrativa è contenuta nel libro Balzani R., Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco, Il Mulino, Bologna, 2013, pp.126, 12 euro (vedi).

 

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Una risposta a Roberto Balzani, riflessioni sull’esperienza di cinque anni sindaco a Forlì

  1. Roberto Adani ha detto:

    Io non ho nessun rapporto con Hera e tantomeno nessun interesse a difenderla, ma la ricostruzione anche semplice dei fatti storici ed economici porta ad un quadro un po’ più complesso di quello da te illustrato. Proprio la logica di lungo periodo e di responsabilità di un amministratore porterebbe a ben altri ragionamenti. Perché Hera è per la sua maggior parte proprietà dei cittadini di questa regione e immagino che i cittadini di questa regione abbiano l’interesse ad avere dei servizi efficienti ed efficaci al minor costo possibile e contemporaneamente a non avere un altra Alitalia, ad avere cioè una società ben gestita che non abbia necessità di forti contributi pubblici per sopravvivere. Oggi il valore del patrimonio di ogni singolo cittadino è notevolmente aumentato grazie al percorso di gestione aziendale dei servizi pubblici locali ed Hera è una delle migliori società quotate sulla borsa italiana. Questo risultato ha consentito alla società di raccogliere ingentissimi capitali sul mercato azionario soprattutto estero, tanto che i fondi di risparmio americani sono uno dei principali investitori. Questo è ovviamente importante perché se si dovessero finanziare gli investimenti soprattutto sul ciclo dell’acqua o su quello dei rifiuti con gli aumenti di capitale e con le risorse dei comuni sarebbe oggi impossibile finanziare investimenti o manutenzioni straordinarie sulle reti. E’ importante infatti che i cittadini sappiano che le tariffe che essi pagano, in particolare sull’acqua riescono a malapena a finanziare le manutenzioni ordinarie. Il nostro sistema paese è piuttosto arretrato da questo punto di vista, non è colpa della Merkel (dico la Merkel perché oggi è come sparare sulla croce rossa) per decenni abbiamo fatto pagare molto poco l’acqua e di conseguenza abbiamo investito in modo insufficiente sulle reti, anzi gli investimenti principali sono stati finanziati dalla fiscalità generale. Partiamo dalle ragioni storiche per cui si affermano le società di servizi pubblici locali. Esse si affermano perché i comuni, che gestivano in casa (oggi si dice in house) questi servizi avevano enormi difficoltà, difficoltà a spiegare ai cittadini che l’acqua potabile sarebbe dovuta costare molto di più, perché sarebbe stato necessario recuperare un ritardo storico e fare fognature per le acque bianche , le nere e le grigie, vasche di laminazione delle acque piovane, impianti di depurazione, magari anche di fitodepurazione, bacini di immagazzinamento delle acque piovane… In generale è sempre stato complicato affermare in questo paese che bisognava pagare tutti più tasse per finanziare i beni comuni, abbiamo una difficoltà storica ad affrontare il tema, per cui gli investimenti in tali ambiti si inserivano nella fiscalità generale e quando si doveva scegliere tra una nuova scuola e una fognatura che andava a finire sotto terra, vi lascio immaginare cosa si privilegiava. Pensate poi cosa significherebbe oggi con il patto di stabilità degli enti locali che blocca gli investimenti. Ad un certo punto la legge ha imposto giustamente di finanziare gli investimenti con le tariffe dei servizi e qui è emersa la difficile verità per cui si è scoperto che in tanti comuni (non Vignola ) anche la sola gestione corrente dei servizi veniva finanziata con la tassazione generale e con il contributo essenziale delle attività economiche a cui si è sempre imputato un costo proporzionalmente maggiore rispetto alle famiglie. Quando le reti ed i servizi furono trasferiti a Meta in realtà erano sostanzialmente al collasso, reti in cemento amianto ormai obsolete, reti gas da ammodernare, impossibilità connesse alla gestione comunale ad approvvigionarsi d’acqua su un bacino più vasto di quello comunale (d’estate si andava di autobotti con il razionamento dell’acqua), la difficoltà a gestire gli investimenti, mezzi per la raccolta o lo spazzamento vecchi, le rigidità del pubblico ad assumere ed i relativi blocchi. Oggi le azioni Hera sono state cedute all’Unione, grazie a questa cessione i comuni hanno sostanzialmente azzerato i loro vecchi debiti (debiti contratti e rinegoziati nei primi anni novanta a tassi molto più elevati rispetto agli attuali), oggi il debito di un cittadino vignolese è praticamente nullo, l’unione dal canto suo ha contratto un mutuo a un nuovo tasso particolarmente favorevole per acquistare dai comuni, la rata per tale mutuo è di circa 130.000 euro mentre gli utili dalle azioni sono circa 800.000 euro anno, la differenza va a finanziare principalmente servizi scolastici e servizi sociali dell’unione. Non è poi vero che Hera derivi i propri utili principalmente dall’incenerimento, Hera genera la gran parte dei propri utili dall’intermediazione dell’energia elettrica e del gas, date le dimensioni può comprare in quantità e a prezzi molto minori, tali rendimenti le consentono poi di finanziarsi sul mercato dei capitali per sostenere gli investimenti. E’ chiaro che in prospettiva, per la caratteristica dei mercati dell’energia e dei servizi acqua e rifiuti Hera sia condannata a crescere e a subire un processo simile a quello che è successo in Francia e in Germania dove le municipalizzate alla fine sono diventate due o tre in tutto il paese, è chiaro che questo processo difficilmente potrà essere sostenuto dai comuni che a mio parere potrebbero anche vendere buona parte della loro partecipazione per investire ad esempio sulle scuole (ricordo che in caso di vendita il plusvalore della vendita rispetto al valore nominale va ai comuni e non all’unione). Rispetto all’inceneritore, il tema è che i soldi investiti sono quelli dei cittadini modenesi, se lo si vuole chiudere è possibile, chiaro che bisogna rispondere ai cittadini del perché si buttano i loro soldi, anche un cittadino normale prima di cambiare l’auto per una nuova elettrica cerca di ammortizzare quella che ha comprato da qualche anno, questo è il problema a Modena come a Parma dove il sindaco è grillino ma ugualmente non può permettersi di buttare i soldi non suoi ma dei cittadini. Modena poi fece l’investimento sull’inceneritore molti anni fa ed esso è stato negli anni aggiornato ai massimi standard di qualità internazionale. Capisco l’esigenza oggi di potenziare la raccolta differenziata e il porta a porta, bisogna fare i conti con il fatto storico che Modena tra i primi in Italia partì con la raccolta meccanizzata e l’inceneritore, ha investito soldi dei cittadini in mezzi e impianti quando quella era la modalità e le tecnologie più all’avanguardia, oggi si possono superare rendendone conto ai cittadini e spiegando loro che si dismettono mezzi e impianti non ancora completamente ammortizzati e ancora funzionanti ai massimi livelli di sicurezza consentiti da quelle tecnologie. Io non ho trovato particolari difficoltà quando sperimentammo la raccolta porta a porta in centro storico, solo le difficoltà con i residenti in quell’ambiente particolare imposero un cambiamento, spiegato questo ai cittadini ed esplicitati con trasparenza i costi e il loro impatto sulle tariffe assieme ai benefici derivanti da un qualsiasi cambiamento tutto è potenzialmente fattibile, bisogna tenere conto che qualsiasi soluzione comporta degli investimenti che per essere ammortizzati necessitano di anni e che per quegli anni il servizio dovrà rimanere stabile, oggi è il porta a porta ad “andare di moda”, ma ci sono comuni in Europa che adottano sistemi di raccolta pneumatica dei rifiuti che magari tra qualche anno saranno più efficienti, oppure gli israeliani stanno investendo tutto sulla separazione post raccolta indifferenziata e le loro tecnologie stanno avanzando a grande velocità, il Giappone sta sperimentando la torcia al plasma e la gassificazione dei rifiuti… per fortuna le tecnologie in questo campo evolvono e diventa difficile avere la sfera di cristallo, l’importante è fare la migliore delle scelte nel momento in cui la si compie, valutando attentamente i tempi di ammortamento degli investimenti che vanno sempre a pesare sulle tasche dei cittadini.

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