Un sasso nello stagno della campagna elettorale/2. Tre provocazioni sulla cultura

Certo, se dicessi che vorrei sull’Unione Terre di Castelli un museo del rango del MART di Rovereto, città trentina di 38mila abitanti, mi fareste una pernacchia. Parliamo in effetti del più grande museo di arte contemporanea costruito in Italia in tutto il Novecento, ospitato in una struttura progettata dall’architetto ticinese Mario Botta (vedi). E che nel 2012, anno “disastroso”, ha avuto comunque circa 150mila visitatori (vedi). Da noi il museo o comunque il “luogo della cultura” che ha avuto più visitatori è il Parco archeologico della Terramare di Montale (13.629 visitatori nel 2012). 9.821 ne ha avuti il Museo dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Spilamberto. Va un po’ meglio la Rocca di Vignola, visto che oscilla tra i 27 ed i 28mila visitatori all’anno (ma forse nel conto sono inseriti anche i numerosi partecipanti agli eventi). Forse però questo territorio è in grado di fare meglio – se solo fosse in grado di unire le forze e di impegnarsi in un vero processo di pianificazione “strategica” dei luoghi e degli eventi culturali. Sino ad ora questa capacità è completamente mancata (nonostante inviti che vanno indietro nel tempo al 2006: vedi). Magari le nuove amministrazioni sapranno fare meglio?

Museo del Cinema Marmi: lastra di vetro dipinta a mano per proiezioni (foto del 22 settembre 2013)

Museo del Cinema Marmi: lastra di vetro dipinta a mano per proiezioni (foto del 22 settembre 2013)

[1] Pianificare è una tipica funzione di governo. Immaginare il futuro, più futuri possibili, scegliere quello ritenuto auspicabile considerando il percorso, mezzi, risorse, tappe, per arrivare a realizzarlo. Governare le contingenze in vista del conseguimento dell’obiettivo. Sembra che per i luoghi e le istituzioni della cultura questa sia un’attività mai realizzata a livello di territorio Unione Terre di Castelli – un’unione di comuni che comunque ha più di dieci anni. Forse neppure a livello di singolo comune. Certo, assumo per scontato che creare luoghi, edifici ed istituzioni culturali abbia a che fare con la creazione, promozione e diffusione della cultura – e il nesso non è banale. E ugualmente assumo che sia possibile al tempo stesso produrre un’offerta di eventi e momenti culturali per la comunità locale, ma anche di esercitare un’attrazione verso curiosi e interessati che risiedono altrove, ma che potrebbero venire a Vignola e nel territorio dell’Unione attratti da questi luoghi o da questi eventi (turismo culturale). Sono in effetti cose non scontate, ma pensiamo per un attimo che possa essere così. Pensiamo che possa essere un valore ragionare “strategicamente” di cultura. Il tema non si esaurisce in un post (ma questo non è certo il primo: vedi). Ma vorrei sviluppare almeno tre “provocazioni” – su PoesiaFestival, Teatro Ermanno Fabbri, Museo del Cinema Marmi – per dare un’idea della riflessione da mettere in campo.

La poetessa Ann Cotten, a destra, al PoesiaFestival 2013, a Levizzano Rangone (foto del 20 settembre 2013)

La poetessa Ann Cotten, a destra, al PoesiaFestival 2013, a Levizzano Rangone (foto del 20 settembre 2013)

[2] PoesiaFestival. Nel 2014 il PoesiaFestival, l’unico grande evento culturale dell’Unione Terre di Castelli, arriverà alla sua decima edizione (vedi). E’ stato istituito, infatti, nel 2005. E’ un evento importante ed ha sempre avuto un buon successo. Se vogliamo misurarlo in termini di partecipanti non dobbiamo credere ai 25-30.000 che qualcuno si ostina a comunicare alla stampa (pdf). Il numero vero dei partecipanti è decisamente più basso: tra 7 e 8mila. Basta fare il calcolo della capacità massima di accoglienza delle locations in cui il PoesiaFestival ha luogo. D’altro canto la poesia non è proprio un tema facile (vedi). Difficile avere una platea di più di 200 persone per un poeta. Per averne mille bisogna ricorrere a chi poeta non è, ma è solo “poetico”: cantante, uomo di spettacolo o uomo di cultura (meglio se televisivo). Il fatto è che il PoesiaFestival è nato come evento dell’Unione Terre di Castelli per un motivo davvero molto contingente: la passione per la poesia dell’allora sindaco di Castelnuovo Roberto Alperoli. In effetti non vi sono motivi forti per tenere un PoesiaFestival a Vignola e dintorni. Nessun poeta famoso è nato o vissuto qui. Vignola non è Recanati, né Barga. L’unico poeta importante che si è visto in giro da queste parti è stato Ugo Foscolo, ma solo perché ha passato otto giorni rinchiuso nelle prigioni della Rocca di Vignola (vedi)! Insomma il nesso tra questo territorio e la poesia è alquanto labile. Certo, siamo partiti (quasi) per primi (un Festival della Poesia si tiene anche a Parma, mentre Genova ospita da tempo un Festival internazionale della poesia), la formula ha avuto successo, l’evento è discretamente conosciuto ed ha un suo pubblico (seppure meno ampio di quello che viene raccontato). Però rimane ancora oggi un evento spot che non solo non ha radici nel territorio, ma stenta pure a radicarsi nella prassi di istituzioni (scuole e associazioni culturali) e di quel ristretto gruppo di cittadini più sensibili al tema. Manca poi un ragionamento vero su uno specifico “luogo della cultura” – una “casa della poesia” (vedi) – presso cui radicare “iniziative poetiche” per tutto l’anno e non più solo nei 4 o 5 giorni del festival a settembre. Forse però la decisione se proseguire anche oltre la decima edizione o se invece finirla qui e cambiare rotta andrebbe assunta come una decisione “strategica” e dunque adeguatamente dibattuta, con scenari e controscenari, meglio se pubblicamente. Per intenderci: sostituire il PoesiaFestival con un evento di uguale portata, ma più legato al territorio? Ad esempio un evento più rispondente alla cultura gastronomica locale (e dei prodotti tipici locali), magari con un richiamo nobile al passato, sulla falsariga delle Feste Artusiane di Forlimpopoli (vedi)? Oppure un proiettato nel futuro Festival del vivere sostenibile (vedi) o, invece radicato nel passato, Festival dell’architettura dedicato a Jacopo Barozzi? Oppure un più adattabile a contenuti cangianti anno dopo anno Festival della mente (vedi)? O qualcos’altro ancora?

Il Teatro Ermanno Fabbri a Vignola (foto del 26 marzo 2011)

Il Teatro Ermanno Fabbri a Vignola (foto del 26 marzo 2011)

[3] Teatro Ermanno Fabbri. E’ stato inaugurato il 2 ottobre 2010 e da allora ospita la stagione teatrale vignolese gestita da ERT, giunta alla quarta annualità. 14 spettacoli (prosa o danza) per 18 recite complessive. A cui si aggiungono quattro spettacoli per ragazzi. Questa è la stagione teatrale ERT. E tutto ciò costa alla collettività 211.000 euro l’anno (metà a carico del bilancio comunale, metà a carico della Fondazione di Vignola), come risulta dalla nuova convenzione triennale deliberata dalla giunta municipale con delibera n.205 del 23 dicembre 2014 (pdf). Sappiamo che questo è abbastanza normale: il teatro, come tutta la cultura d’élite (opera lirica, concerti di musica classica, ecc.), vive ampiamente del finanziamento pubblico. Ma è anche vero che ciò non è necessariamente un destino ineluttabile. Intanto perché sin dall’inizio il “modello gestionale” poteva essere impostato diversamente, cercando di far leva sull’orgoglio cittadino ed il conseguente coinvolgimento, anche economico, della parte più benestante della città (vedi). Che è poi quella che in genere va con continuità a teatro (saltuariamente ci va una fascia più ampia di popolazione vignolese, ma ancora decisamente minoritaria). Se è vero che stiamo vivendo la crisi economica più drammatica da ottant’anni a questa parte forse è bene non rinunciare a cercare modelli economico-gestionali diversi (azionariato “popolare” e contestuale programmazione dei cittadini nelle decisioni sulla programmazione). Questo andava fatto nel 2010. Ora è decisamente più difficile – lo riconosco. E’ stata un’occasione perduta. Anche perché, questo va detto chiaramente, questo modello di “spesa culturale” opera una redistribuzione alla rovescia: prende risorse di tutti (dal bilancio comunale e dal bilancio della fondazione) per finanziare la partecipazione di pochi (in genere coloro economicamente e culturalmente più dotati). In assenza di dati precisi sui frequentatori valga l’esperienza personale: ricordo che ad uno degli spettacoli a cui ho assistito (La scuola delle mogli, di Molière) gli spettatori under-50 si contavano sulle dita di due mani (uno era mio figlio, allora tredicenne). La stragrande parte del pubblico apparteneva ai ceti benestanti o intellettuali: professionisti, dirigenti, impiegati di concetto, insegnanti. Non che dispiaccia questo, anzi. Ma forse occorre iniziare ad interrogarsi sul sottostante meccanismo redistributivo – proprio perché il tema dell’impiego delle risorse, quando la crisi economica diventa acuta, non può essere eluso. In quali direzioni ricercare una possibile soluzione? Abbonamento “sostenitore” da 1.000 euro (contro i 225 euro per un posto in platea dell’attuale “Fabbri 13”)? Applicazione dell’ISEE per avere le tariffe agevolate (per tutti gli altri “prezzo pieno”)? Altro ancora? Però, in cambio, l’accesso gratuito (o al simbolico prezzo di 1 euro) a tutti gli under-30 andrebbe applicato. Recuperare “capacità di pensiero” vuol dire indagare con atteggiamento interrogativo ciò che, anche a sinistra, si dà invece per scontato, come se fosse immutabile. Davvero non possiamo innovare sulle politiche culturali, per averle più partecipate da chi in genere sta ai margini e dunque meno élitarie?

Teatro Ermanno Fabbri: programma della stagione 2013/2014 ERT (sostenuto con finanziamento pubblico per 211.000 euro) (foto del 23 ottobre 2013)

Teatro Ermanno Fabbri: programma della stagione 2013/2014 ERT (sostenuta con finanziamento pubblico per 211.000 euro) (foto del 23 ottobre 2013)

[4] Museo del Cinema Marmi. La vicenda del Museo del Cinema Marmi (vedi) rischia di passare alla storia per la sua singolarità, quella di un patrimonio di attrezzature cinematografiche (ed anche pre-cinema) di grande ricchezza, ma priva di uno spazio in grado di accoglierle adeguatamente e priva anche di quelle risorse economiche ed organizzative in grado di valorizzarle come indubbiamente meritano. Anche in questo caso all’origine di questa impresa sta un fatto del tutto contingente: la passione per il cinema che ha reso un nostro concittadino un grande collezionista di macchine, attrezzature e reperti del meraviglioso mondo del cinema. Che però, questo va detto chiaro, non ha alcun nesso con Vignola (se non, appunto, l’essere essa divenuta città di residenza di Antonio Marmi, collezionista). Insomma, una collezione di alto livello rischia di non essere adeguatamente valorizzata sia per la mancanza di risorse adeguate per un’allestimento all’altezza dei reperti, sia per l’incapacità di garantire un’adeguata accessibilità (i giorni di apertura ad oggi programmati sono in numero assai limitato: qualche decina all’anno e per poche ore al giorno). Poteva esserci un’alternativa che consentisse comunque che tale patrimonio non migrasse verso luoghi lontani (Museo del Cinema di Torino o Cinecittà World)? Forse un accordo con il Comune di Bologna e relativa Cineteca, ovviamente se interessato ad investire in un museo del cinema da integrare ad una delle istituzioni più importanti per la cultura cinematografica (appunto la Fondazione Cineteca: vedi) e se, ovviamente, un tale progetto avesse trovato d’accordo gli eredi Marmi. Con l’impegno a svolgere alcune delle attività della Fondazione sul territorio di Vignola (e magari l’accesso gratuito alle sue iniziative a tutti i cittadini vignolesi). Fantapolitica o fantacultura, certo, ma forse questa prospettiva andava esplorata. In ogni caso è singolare che con il Museo del Cinema Antonio Marmi ci si trovi oggi in una situazione speculare a quella del PoesiaFestival: in questo caso, infatti, c’è il luogo, l’istituzione, ma manca l’evento. Che pure era stato creato qualche anno fa, ma prontamente dismesso (per il cambio di amministrazione e la contrazione delle risorse). Mi riferisco al CineFestivalDoc, il festival dei cortometraggi e documentari che ha avuto due sole edizioni (2008 e 2009) prima di una fine prematura. Certo l’evento era promosso dal comune di Savignano, ma con la partecipazione dell’Unione Terre di Castelli. Insomma, di nuovo il solito problema: un evento che nasce in modo estemporaneo (in quel caso su impulso di Enzo Perriello, regista amatoriale e cultore del cinema: vedi) e che muore per incapacità di radicarsi e di “fare sistema”. Ennesimo esempio di “balcanizzazione” delle politiche culturali su questo territorio.

Museo del Cinema Marmi: alcune delle strumentazioni in mostra (foto del 22 settembre 2013)

Museo del Cinema Marmi: alcune delle strumentazioni in mostra (foto del 22 settembre 2013)

[5] Gli esempi citati si riferiscono alla realtà vignolese, ma se allarghiamo lo sguardo su tutta la realtà dell’Unione Terre di Castelli il copione rimane in genere lo stesso. Luoghi ed eventi della cultura di discreto livello ci sono (Parco archeologico della Terramara di Montale; Rocca di Vignola; Museo dell’Aceto balsamico tradizionale a Spilamberto; Festival Nazionale ed Europeo del Teatro dei ragazzi a Marano; Mercurdo), ma non riescono ad emergere, né come poli di attrazione turistica, né come generatori di cultura per le comunità locali. Manca un tessuto unitario, una visione strategica che governi l’offerta di cultura (luoghi ed eventi) selezionando quelli da far crescere ed unendo le forze per riuscirci. Il fatto è che l’Unione Terre di Castelli, dopo aver compiuto il primo passo (con l’istituzione del PoesiaFestival) si è completamente fermata. Era il 2005. Da allora zero assoluto (è da considerare zero assoluto anche la realizzazione del “museo diffuso – Muditeca”: vedi). E chi non avanza, arretra. Infatti altri territori vanno avanti, convinti che “con la cultura si mangia” (per essere banali). A Modena, ad esempio, è avviato l’iter di realizzazione del Polo culturale Sant’Agostino (vedi). Dopo che è stato realizzato il Museo Casa Enzo Ferrari, certo dalla gestione inizialmente tribolata, ma ora con prospettiva di rilancio (vedi). E si parla di un Museo Pavarotti (vedi). Sono tutti segnali che dovrebbero spingere gli amministratori di questo territorio a prendere sul serio il tema della pianificazione strategica dei luoghi e degli eventi culturali. I sindaci uscenti non sono stati in grado di farlo. Ci riusciranno i nuovi?

La storia del Teatro Cantelli di Vignola: un antico convento trasformato in teatro nel 1871 (foto del 12 ottobre 2013)

La storia del Teatro Cantelli di Vignola: un antico convento trasformato in teatro nel 1871 (foto del 12 ottobre 2013)

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8 risposte a Un sasso nello stagno della campagna elettorale/2. Tre provocazioni sulla cultura

  1. antonio tavoni ha detto:

    Argomento affascinante Andrea… ce ne sarebbe da parlare per settimane…

    Visto che però mi sembrerebbe esagerato, faccio piuttosto qualche osservazione che credo pertinente.

    Cultura e turismo sono sicuramente materie che si intersecano, ma appiattire l’una a traino per l’altra è sostanzialmente sbagliato. Piuttosto è vero che non c’è cultura che attiri turismo se non c’è cultura per il teritorio.

    Gli studenti portati a musei ed eventi sono spesso un elemento che “droga” i numeri. Chiariamoci… fare cultura per le scuole è fondamentale e più occasioni si danno ad istituti che vivono un’emorrargia di risorse pubbliche meglio è. Però dall’altra parte per misurare il “successo” che spazi ed eventi hanno sul pubblico locale e nell’attirarne da fuori bisorrebbe essere in grado di stralciare questo dato.

    Poesia Festival è nato sicuramente dalla forte volontà e dall’idea di una sola persona che ha imposto la sua visione: Roberto Alperoli. E d’altro canto si può dire che la sua passione per la poesia ha avuto una ricaduta sul territorio ben diversa da quella ad esempio di altri per il cavallo…

    Per inquadrare Poesia Festival tra i suoi simili penso sia più opportuno allargare il campo ad altri festival (come l’ottimo “Pordenone Legge” ad esempio) In questi anni in realtà il festival di poesia di Parma è scomparso, mentre quello di Genova è difficilmente confrontabile con il nostro vuoi perchè diffuso in una grande città vuoi perchè gestito da un soggetto molto diverso dall’ente locale.

    Se avessimo solo cose profondamente “legate al territorio” e non nate da intuizioni diverse (non sempre necessariamente positive, eh) vivremmo una drammatica povertà. Piuttosto le proposte devono essere sensate, misurate per i luoghi che le ospiteranno, utili alla crescita culturale ed economicadella comunità. Non penso che i natali di Virgilio siano il motivo scatenante del festival letteratura a Mantova e decine di città in Italia verrebbero ben prima di Modena per quanto riguarda la Filosofia…

    Infine un’osservazione sulla misurazione del successo delle iniziative e delgi spazi culturali. La cultura non si misura in numeri o va invece contabilizzata come gli scontrini in un contatore di cassa? Ne’ l’una ne’altra cosa probabilmente. Ci sono strumenti nelle analisi di marketing che cercano di misurare l’impatto degli investimenti sociali e culturali tenendo in conto fattori non esclusivamente economici (sì, il marketing può anche essere buono… basta ricordarsi che è uno strumento e non un contenuto). Non si tratta di modelli che danno tutte le risposte e a cui attenersi rigidamente. Si tratta piuttosto di acquisire nuove capacità di guardare alla materia che vadano oltre ai numeri più o meno attendibili sui giornali e che facciano porre le domande giuste in fase decisionale o di verifica.

    Per essere più chiaro riporto qui come esempio il link al sito di Morris Hargreaves McIntyre, una società inglese che ad fa proprio questo lavoro: migliorare le performance culturali dei propri clienti (musei, festival, teatri, fondazioni ecc ecc) e che tiene conferenze in tutto il mondo sull’argomento. Sono scemi loro o è sensato guardare in questo modo alla materia?

    http://mhminsight.com/

    • Ivano ha detto:

      Interessante contributo il tuo caro Antonio, solo permettimi di fare alcuni rilevi collaborativi.
      Inizio col dirti che ahimè purtroppo esistono diversi casi in cui si fa un ‘uso’ della cultura, in particolare “dell’evento culturale” con finalità turistiche senza che questi poi si traducano in un reale lavoro culturale. Alcuni esempi: il festival della filosofia e il poesia festival appunto. Il festival filosofia, a mio parere, al di là del grande successo di pubblico e visibilità sulla stampa nazionale, è il classico esempio di un evento culturale che non incide e non trasforma il tessuto culturale della città, ovvero la città stessa. Finita la settimana di eventi, mostre, concerti etc.. Cosa rimane alle istituzioni modenesi e ai cittadini modenesi? Se una cosa ha dimostrato la logica degli eventi culturali è proprio che può esistere un territorio ricco di turisti e povero di cultura. Questo nonostante Modena, al contrario di quanto si pensi, sia una città attrezzata filosoficamente da oltre vent’anni di lavoro della fondazione San Carlo in città sulla filosofia e non solo. Ora, la domanda potrebbe essere perché non si è mai pensato a dare stabilità al progetto festival filosofia, perché non si cercato di costruire attorno e oltre questo evento una serie di proposte anche universitarie e istituzionali?
      È qui veniamo al secondo punto. Il poesia festival è una realtà importante e a parer mio non andrebbe sacrificata in nome di eventuali e alternativi festival magari dedicati a tematiche identitarie e ridondanti (cultura enogastronomia come identità, panzane medievali spacciate per culturali etc..), ma piuttosto si dovrebbe superare la logica personalistica che lo ha sostanzialmente governato per anni. La risposta sta nell’investire di più e meglio cercando di valorizzare le energie esistenti, ma anche allargare di molto l’orizzonte. Uscire dalle agendine e dai riferimenti, per altro importanti, di Alperoli e Bertoni, per cercare di lavorare sul territorio tutto l’anno sulla poesia e sulla parola.
      Contrastare la logica dell’exploitation: insistenza sulle vocazioni storiche consolidate, logica di brand, rappresentazione e autorappresentazione consolidate.
      Soprattutto insistere su dove la parola può portare. Non esiste l’anno zero nelle politiche sulla cultura, ne qui ne a Modena.
      Riallacciamo il nodo, senza paura e con responsabilità politica vera, con la cultura e le sue esistenze e intenzioni “pedagogiche”, il suo essere una scuola di democrazia e civismo. Serve una progettualità autorevole.
      Terzo punto e con una certa nettezza. Il marketing non ci serve, non ora, soprattutto non ci serve quel tipo di impianto culturale molto anglosassone che non sempre si adatta alla nostra storia e ricerca. Prima di misurarci, parliamone.
      In sintesi potrei dire: contrastiamo la logica per la quale gli eventi vampirizzano le istituzioni e cerchiamo invece di valorizzare con gli eventi gli spazi e le relazioni che costruiscono un discorso pubblico informato e intelligente sulle strategie culturali e le istituzioni. Diamo spazio a relazioni che non siano di solo consumo (il marketing si occupa di quello), ma appunto ad una governance, intesa come attiva interazione di attori pubblici e privati verso obbiettivi comuni che abbia una finalità ambiziosa: allargare pluralizzare il dibattito pubblico sulla cultura mantenendo intatta la radicalità della domanda, che cultura per la città?

      • antonio tavoni ha detto:

        Condivido il tuo primo punto rigurado al rapporto tra cultura e turismo, trovo che spesso sia fuorviante fare di questi argomenti un fascio.

        Sul poesia festival sono al 100% d’accordo con la tua prima osservazione mentre sulla seconda faccio due rilievi. Il primo è che le due persone che citi sono a tutti gli effetti in questo momento memebri del comitato scentifico, per cui è in ogni caso plausibile che le loro visioni abbiano un ruolo centrale nella formazione del programma. In secondo luogo in questi anni sono comunque arrivati personaggi del calibro di Muldoon, Harrison, Gruenbein (per dire solo di alcuni degli stranieri) che non erano in nessuna agenda, ma sono stati cercati con volontà e portati qui. Aprirsi ad autori nuovi, muoversi per portarne altri è sicuramente fondamentale, ma mi sento di dire con tranquillità che il numero di autori che sono tornati in più occasioni o che sono espressione di corrrenti poetiche vicine tra loro sono limitati rispetto ad un programma comunque vasto. Io credo che in questo momento i punti che necessitano di maggiore rinforzo vadano rivolti all’adeguamento degli spazi e alla qualità dell’informazione/comuncazione al pubblico, come ci ha insegnato il festival dello scorso anno.

        Non condivido invece la riflessione sul marketing e il “modello inglese”. Se dai un occhiata al link che ho messo sopra vedi che questi si occupano di fare questionari per il pubblico, contare i nuovi uteneti rispetto a quelli che ritornano ad un evento o servizio, studiano la cura dei luoghi di accoglienza, la qualità del materiale informativo, la capacità di attrarre sponsor ecc ecc, non c’è bisogno anche di questo in relazione al nostro territorio? secondo me sì e non si tratta di un “modello anglosassone” (che forse in effetti esiste) lontano da un nostro “modello italiano” (che non esiste). “Marketing” è una parola distrutta dalla retorica che se ne fa, se vuoi non la usiamo neanche noi, Ma quello che dico non ha a che fare con i “consumi”, nel senso denigratorio del termine che intendi, ha a che fare con l’allargare la partecipazione nei numeri e nella qualità… e poi con il verificare alla fine com’è andata sapendo cosa dobbiamo andare a vedere, cosa su cui troppo spesso si sorvola…

        • Ivano ha detto:

          In effetti avevo intuito il tuo uso del discorso sulla qualità e sulle verifiche, ma mi interessava esplicitarlo poiché condividiamo, credo, che marketing è davvero una parola sospetta soprattutto nella retorica politica attuale. Va guardata con diffidenza da coloro che si impegnano per dare valore alle politiche culturali.
          Può darsi però che io sia molto più prevenuto e vecchio di te.

          Non sottovaluto il lavoro fatto dallo staff poesia festival e, credimi non mi interessa se tizio e caio sono nel comitato scientifico. Mi interessa invece capire come migliorare di molto la comunicazione, l’efficacia e la risonanza sul territorio e nelle istituzioni del Poesia Festival. In questi anni la politica locale non mi sembra abbia lavorato con forza su questo evento producendo nei fatti un maggior scollamento tra cittadini e Festival. Credo sia difficile per gli operatori stessi lavorare con un’intenzione politica debole e poco strategica.

          Volendo usare un’immagine direi che chiunque si occupi seriamente di queste cose deve essere un po’ presbite e non farsi trascinare nella polemica del giorno.
          At salut

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    I tre casi citati non sono tutti rappresentativi della medesima problematica che, per me, è in primo luogo la mancanza di un pensiero strategico. Anche il caso del Teatro Ermanno Fabbri è un “accidente”, ovvero qualcosa non pianificato dalle istituzioni pubbliche, ma offerto da un privato ed accettato dalla città. Ma nel post lo tratto per un altro motivo: il costo che ha per la collettività e, soprattutto, l’effetto redistributivo “alla rovescia”. Gli altri due casi, invece, testimoniano in pieno l’elemento contingente, casuale, che sta dietro all’offerta di eventi e luoghi della cultura che caratterizza questo territorio. A ciò si unisce anche il fatto che, nonostante un’Unione Terre di Castelli esistente da più di dieci anni, ogni comune, in fatto di cultura, continua a pensare per sé (nonostante siano approvate deleghe per assegnare all’Unione le funzioni di coordinamento culturale ecc.). Così, solo per stare all’attualità, Savignano si propone come “città dell’archeologia”, trascurando il fatto che la confinante Spilamberto ha un patrimonio di scoperte archeologiche perlomeno di pari rilievo (anzi le scoperte più recenti – pensiamo alla necropoli neolitica nel greto del fiume Panaro, l’ospizio di San Pellegrino, i ritrovamenti Longobardi – testimoniano a favore di Spilamberto). Insomma, la domanda vera è quella solita: who governs? Chi “governa”? Chi tiene la barra del timone, in altri termini. L’impressione è che nessuno l’abbia saldamente in mano. Così il PoesiaFestival – caso emblematico – nasce per volontà di Alperoli che in esso traduce la sua personale visione del ruolo della poesia come principale fattore di acculturamento di una comunità. E’ mai stata pubblicamente discussa questa visione? E’ mai stata fatta propria da una comunità o anche solo dall’élite di questa comunità? Bella domanda. Da qualsiasi parte volgiamo lo sguardo troviamo lo stesso fenomeno: progetti culturali che riflettono le idiosincrasie di un sindaco o di un assessore o, più semplicemente, l’accoglimento di una proposta nata spontaneamente da un privato, secondo i suoi propri interessi (Fabbri, Marmi). Certo, anche questo segna la ricchezza di un territorio. Possibile, però, che non si riesca a fare una discussione pubblica come si deve su quali progetti culturali si ritiene importante sostenere con le risorse pubbliche? Questo è il punto principale.

  3. Ivano ha detto:

    Il Poesia festival ha certamente un valore rappresentato dal coinvolgimento dell’intero territorio dell’Unione, un terreno utile per valorizzare una visione d’insieme e strategica. Savignano,i per motivazioni a mio parere di bassa politica, è uscito rompendo questo schema, ma il problema rimane.
    Una politica che decida veramente e con visione non dovrebbe spaventarsi di fronte alle iniziative di singoli cittadini, consapevoli però che devono esserci delle direttrici sulla base delle quali scegliere e che non tutte le iniziative culturali possono essere misurate in termini di successo e coinvolgimento del territorio, almeno non nell’immediato.
    Sulla questione del Teatro io,caro Andrea, sarei piu cauto. Il fatto che solo una fetta di vignolesi, magari connotata socialmente, lo frequenti, non può portare a descrivere il teatro Fabbri come un giochino per ricchi (cosa che qualcuno a partire da alcune tue osservazioni potrebbe fare e sicuramente fa). Chiediamoci invece come allargare il consumo e la voglia di teatro ricordandoci che l’alternativa non è tra Pirandello, Cesar Brie e il teatro dialettale bolognese.
    Il tuo ragionamento sul costo redistribuitivo alla rovescia sembra molto condivisibile, ma trascura il fatto che molta cultura vive di questo rovesciamento (ovviamente senza considerare la scuola che non è cultura in senso stretto, ma educazione volendo semplificare).
    La cultura ha un senso nel territorio se ci aiuta a superare una mentalità di sola tutela e conservazione per arrivare alla conoscenza come comprensione del nostro passato, ma anche sguardo sul futuro. Il teatro Fabbri e una grande occasione che rischia in un contesto di crisi di essere sperimentata come superflua (anche culturalmente parlando la mamma dei cretini è sempre incinta).

  4. Marco Bini ha detto:

    Ciao Andrea, il tema è molto interessante ed è bene parlarne. Io provo a gettare un’altra piccola “provocazione” (che poi non ritengo davvero tale) nel dibattito, ben sapendo che la strada da fare è tanta ed è lunga.
    Credo che tutto il Paese, in realtà, sconti nel campo culturale (inteso come formazione permanente degli individui, iniziative di approfondimento, anche quelle che confinano o si intersecano con l’intrattenimento, e fruizione dei beni storico-archeologici) un grossissimo ritardo di mentalità. Rinvio al link che ha proposto Antonio. Parliamo di un’azienda che fa consulenze di mercato per il mondo della cultura e del no-profit. Il che presuppone che in questi mondi ci siano realtà che domandano simili servizi altamente specializzati, e che queste realtà abbiano un personale da formare continuamente. Prova a pensare di aprire una società del genere i Italia. Se non hai nella tua rubrica il numero di qualche dirigente ministeriale che può aiutarti a ottenere qualche commissione, stiamo parlando di fantascienza.
    Questo per dire che la dicotomia che da anni divide l’opinione pubblica e le parti politiche mi sembra sempre più sterile: con “la cultura” non si mangia vs difendiamo “la cultura” a prescindere.
    In realtà, ho l’impressione che su questo argomento un punto d’incontro tra le opposte opinioni esista, forse all’insaputa dei contendenti. Ovvero, “la cultura” in fondo è qualcosa di voluttuario, impalpabile, quindi qualcosa sulla quale ognuno può esprimere opinioni che assomigliano a certezze. Ecco, qui secondo me risiede un nodo critico. Ricordi il Nanni Moretti di Sogni d’oro, e la sua sfuriata contro chiunque si esprime sul cinema? “Parlo mai di astrofisica io?! Parlo mai di biologia io?!”.
    Data la presunta impalpabilità e opinabilità della materia, si ritiene che in fondo non possa esistere un vero mestiere di operatore culturale. O comunque mestieri ad alta specializzazione (e che meriterebbero quindi discreta considerazione e discreti trattamenti) che hanno a che fare con tutti i bisogni che il mondo culturale esprime. Forse è per questo che ogni tanto emergono casi di grandi musei con decine di custodi o inservienti (figure alle quali spesso poco è richiesto e poco producono) e che non hanno a disposizione restauratori, allestitori, addetti stampa e altra figure che, invece che alla conservazione dello status quo, sarebbero utili per lo sviluppo del museo o dell’istituzione per cui lavorano.
    Anche nel piccolo, a livello locale, forse si riverberano questi problemi. In una realtà come la nostra, molto del discorso culturale viene sorretto dal volontariato. Un bacino indispensabile e spesso impagabile, perché, oltre a ciò che offre alla cittadinanza in termini di offerta formativa e culturale, spesso contribuisce a costruire il carattere di una comunità locale. Ma se si volesse puntare un po’ più in alto, allora il volontariato davvero non basta più. Vuoi per una questione di tempo, o vuoi perché, se l’esperienza spesso non manca, mancano magari strumenti continuamente aggiornati. Così come, spesso, non bastano neppure gli uffici cultura dei comuni, che si devono occupare di moltissime cose, a volte pesantemente sotto organico.
    La mancanza di un vero settore professionale della cultura lascia spesso le cose allo spontaneismo e all’impressionismo. Per le dimensioni più piccole, può andare benissimo; ma se vuoi provare a crescere serve qualcosa di più. E qui arriva il tema controverso del rapporto con il denaro. Che piaccia o no, la disponibilità a spendere è da sempre il termometro del reale interesse per qualcosa. E a volte trovo spiacevole vedere atteggiamenti assolutamente ostili al fatto che fare cultura ha un costo o un prezzo da pagare. Il denaro è un mezzo, e lo si può usare bene o male, per comprare un libro o un’arma da fuoco.
    Lascia poi che lanci un altro stimolo. Recentemente, sono andato a far visita a un amico che si è trasferito a Manchester, in Inghilterra. Città molto “riqualificata”, a tratti ai limiti della gentrificazione. Tuttavia molto a misura d’uomo. I musei (che sono gratuiti) sono luoghi bellissimi. Ne ho visitati parecchi in pochi giorni, e su argomenti molto diversi (dalla storia del movimento operaio, alla storia naturale, a quello – immancabile! – del calcio). Sono curati, e pieni di servizi (non solo caffetterie e bookshop, ma anche intrattenimento per bambini e tanti laboratori pratici per tutte le età). Personale cortese, che non sbuffa se fai domande, e preparato sulla materia. E tanta, tanta interattività. L’esperienza di un museo del genere è piacevole, e andandoci a cavallo del week end, ti rendi conto che si tratta di luoghi dove porti la famiglia a trascorrere il week end – per chi non ha intenzione magari di passarlo al centro commerciale. Sono luoghi dove vai a imparare delle cose, sia guardando l’esposizione che iscrivendoti ai laboratori pratici. Insomma, la cultura come “cosa” attiva, che fa parte della tua esperienza di uomo/donna e cittadino/a.
    Noi siamo abituati a un’idea ben più polverosa ed elitaria della questione. Qualcuno parla di un’esperienza museale più interattiva come di una Disneyland, ma credo che sia la difesa di un modello umanistico, per l’appunto, elitario. Il modo di offrire una diversa fruizione dei musei e in generale dell’esperienza culturale (intendendo con questo anche gli eventi, le biblioteche etc.) fa parte della pianificazione di cui parli. Pianificazione politica, che decide e che deve servirsi poi di un “braccio armato” fatto di persone che fanno queste cose di mestiere. Ovvio che in un paese ricco di cose da valorizzare come l’Italia, ciò mette a repentaglio l’idea della gratuità universale e in ogni caso. D’altronde, all’oste non chiedi il vino gratis, e dall’avvocato devi aspettarti una parcella.
    Scusami se mi sono dilungato, ma il tema, come vedi, appassiona.

    • Ivano ha detto:

      Su questo e altri temi la bibliografia sarebbe lunga, segnalo però l’uscita in questi giorni di un buonissimo lavoro di Tomaso Montanari dal titolo Istruzioni per l’uso del futuro, minimum fax.
      Varrebbe la pena invitarlo

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