Rapporto sulla condizione sociale dell’Emilia-Romagna. Affiorano vistose crepe nel modello emiliano

Su iniziativa dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna è stato predisposto un rapporto sulla condizione sociale in regione. “Sviluppo sociale e benessere in Emilia-Romagna. Trasformazioni, sfide e opportunità” – questo il titolo. Rosella Rettaroli, statistica, e Paolo Zurla, sociologo, ne sono i curatori (ed. Franco Angeli, Milano, 2013: vedi). Rapporto che è stato presentato questa mattina in Regione (vedi). Esso evidenzia in sostanza una relativa tenuta del sistema regionale in questi anni di crisi, ma mette in luce anche i punti di criticità che si vanno delineando. Il quadro tratteggiato sollecita un maggior impegno all’innovazione delle politiche. Il “continuismo” che sin qui ha caratterizzato la reazione dell’amministrazione regionale alla crisi non è sufficiente.

Alcuni dei relatori al convegno di presentazione del "Rapporto". Da sinistra: Palma Costi, presidente dell'Assemblea legislativa; Paolo Zurla, professore ordinario di sociologia all'Università di Bologna; Paola Di Nicola, professore associato di sociologia all'Università di Verona.

Alcuni dei relatori al convegno di presentazione del “Rapporto”. Da sinistra: Palma Costi, presidente dell’Assemblea legislativa; Paolo Zurla, professore ordinario di sociologia all’Università di Bologna; Paola Di Nicola, professore ordinario di sociologia all’Università di Verona (foto del 20 gennaio 2014).

[1] Poco meno di 4,5 milioni di abitanti: è la popolazione dell’Emilia-Romagna all’1 gennaio 2012. Cresce dunque la popolazione regionale, dopo essere rimasta stabile (poco sotto ai 4 milioni di abitanti) per tutti gli anni ’90. E’ però solo grazie all’immigrazione che ciò avviene (dal Sud Italia e dall’estero). La contrazione della natalità non consente infatti alla popolazione “autoctona” di mantenersi. In realtà, neppure grazie ai nuovi arrivati (immigrati), il saldo naturale riesce ad essere positivo. Fosse dunque solo per il processo di riproduzione (anche con l’apporto degli immigrati sin qui arrivati) la popolazione regionale continuerebbe a calare, seppur meno di quanto sarebbe avvenuto negli anni ’80 e ’90. A seguito della crisi l’immigrazione si è ridotta (gli stranieri sono circa il 12% della popolazione regionale). La crescita della popolazione continuerà anche nei prossimi anni, ma in misura minore che in passato. Prosegue inoltre il processo di invecchiamento della popolazione (al 2030 la popolazione ultra64enne è prevista al 25%, contro il 22% di oggi). Insomma si prevede una riduzione della popolazione attiva da cui dipende il mantenimento del sistema di welfare regionale. Una spada di Damocle che va presa sul serio.

Piramide demografica della popolazione regionale: la situazione 2011 a confronto con l'ipotesi 2030 (foto del 20 gennaio 2014).

Piramide demografica della popolazione regionale: la situazione 2011 a confronto con l’ipotesi 2030 (foto del 20 gennaio 2014).

[2] La crisi economica che ha cominciato a manifestare i propri effetti nell’autunno del 2008 ha colpito anche l’Emilia-Romagna. Sono calati gli occupati nel periodo 2008-2012 (da 1.979.559 a 1.968.857, ovvero -0,5%), ma con differenze significative per quanto riguarda il genere: l’occupazione maschile cala in misura più significativa (-3,0%), mentre cresce quella femminile (+2,7%). Questo dato riflette in realtà quanto avvenuto nei diversi settori economici. La crisi ha infatti colpito soprattutto l’industria, con espulsione di manodopera maschile. Le famiglie emiliano-romagnole sembrano aver reagito aumentando l’occupazione femminile nel settore dei servizi (tra 2012 e 2008 il settore dei servizi cresce di quasi due punti percentuali, mentre gli occupati nell’industria calano dell’1,5%), dove però prevalgono occupazioni a bassa qualifica e contratti atipici. Questa “strategia adattiva” ha attutito l’impatto della crisi economica, ma non è altro che una strategia di “sopravvivenza”, di “riduzione del danno”. E’ infatti nel settore industriale e nei servizi all’impresa che si trova larga parte del lavoro qualificato. E comunque si registra un forte allarme per quanto riguarda le fasce più giovani della popolazione: il tasso di occupazione nella classe 15-24 anni ed in quella 25-34 anni cala di quasi dieci punti percentuali nel passaggio dal 2004 al 2012!

Percentuale di famiglie in "condizioni di deprivazione": confronto tra Emilia-Romagna, Nord-Est e Italia (dai Istat) (foto del 20 gennaio 2014)

Percentuale di famiglie in “condizioni di deprivazione”: confronto tra Emilia-Romagna, Nord-Est e Italia (dai Istat) (foto del 20 gennaio 2014)

[3] La contrazione del mercato del lavoro e la stagnazione dell’economia produce effetti sulle condizioni di reddito e di ricchezza delle famiglie. Il reddito familiare netto in termini reali segna una lieve contrazione (da 40.957 euro del 2005 a 40.423 del 2009; cfr. p.141 del Rapporto), che plausibilmente risulterebbe maggiore con dati più aggiornati. E la distribuzione dei redditi diventa più diseguale ed in misura più marcata che altrove (l’indice di Gini nel 2009 è pari a 0,277 per l’Emilia-Romagna, e solo 0,255 per il Nord-Est). Similmente in Emilia-Romagna cresce più che altrove la quota delle famiglie in difficoltà economica (fenomeno indagato tramite diversi indicatori; es. la percentuale di famiglie in condizioni di “deprivazione” passa dal 6,2% al 13,2% in Emilia-Romagna, nel periodo 2004-2011; nello stesso periodo passa dall’8,2% al 12,3% nel Nord-Est) (dati simili emergono dall’indagine sulla condizione economica delle famiglie modenesi ICESmo3: vedi). Certo, se facciamo un confronto con l’Italia nel suo complesso la nostra regione ne esce ancora bene. Ma se il paragone fosse con le più importanti regioni europee allora l’esito sarebbe assai meno consolatorio.

Modelli e scelte di consumo: il grafico evidenzia sia la crescita del numero dei GAS-Gruppi d'Acquisto Solidali in Emilia-Romagna, sia l'aumento delle superfici di vendita della grande distribuzione (foto del 20 gennaio 2014)

Modelli e scelte di consumo: il grafico evidenzia sia la crescita del numero dei GAS-Gruppi d’Acquisto Solidali in Emilia-Romagna, sia l’aumento delle superfici di vendita della grande distribuzione (foto del 20 gennaio 2014)

[4] Anche limitandoci a considerare questi pochi dati emerge un quadro preoccupante. Le famiglie ed i singoli reagiscono alla situazione di minori opportunità indotta dalla crisi con strategie di adattamento, almeno relativo. Ma in assenza di interventi e politiche in grado di invertire il trend ciò porterà ad un significativo impoverimento di molte famiglie, con effetti concentrati nelle fasce più basse. E mettendo a rischio, congiuntamente all’operare dei trend demografici, la tenuta del sistema di welfare. Ciò dovrebbe portare ad innovare le politiche anche regionali, lungo una pluralità di fronti.

  • Innanzitutto occorre un impegno a contrastare il processo di de-industrializzazione, puntando semmai alla riconversione, alla promozione di industrie tecnologicamente avanzate (green economy, high tech, ecc.) ed all’attrazione di investimenti stranieri (colpisce però, al proposito, il ritardo e le incertezze sul programma regionale della Rete per l’Alta Tecnologia, i cosiddetti “tecnopoli”).
  • Occorre quindi sostenere la crescita di economie locali legate ai servizi ambientali ed all’agricoltura di qualità, anche di “filiera corta”.
  • Ma occorre anche ridurre i costi dell’apparato politico-amministrativo: oltre alla “semplificazione” delle Province occorre promuovere l’aggregazione dei comuni (un progetto che deve essere messo nelle mani dei cittadini: vedi), ed in tal modo liberare risorse per promuovere l’economia e per rinnovare il welfare state.
  • Per quest’ultimo obiettivo, infine, occorre anche mobilitare risorse “comunitarie” ed innovare schemi di funzionamento: più “volontariato” ed impegno civico nella comunità in aggiunta ai servizi pubblici e con la missione di rompere i meccanismi di produzione della disuguaglianza (cercando ad esempio di ridurre l’impatto delle privazioni familiari sulle chances di vita delle giovani generazioni).

L’impressione è che manchi però la capacità di rompere schemi di pensiero ereditati dal passato (e relative prassi “concertative” dal sapore neocorporativo).

Indicatori relativi alla salute. Sulla destra la curva relativa all'aspettativa di vita alla nascita, in costante crescita, sia per maschi che per femmine, dal 1991 al 2011 (foto del 20 gennaio 2014).

Indicatori relativi alla salute. Sulla destra la curva relativa all’aspettativa di vita alla nascita, in costante crescita, sia per maschi che per femmine, dal 1991 al 2011 (foto del 20 gennaio 2014).

PS Il “Rapporto” è assai più articolato della striminzita sintesi qui proposta. Basta dare un’occhiata all’indice. Cfr. Rettaroli R., Zurla P. (a cura di), Sviluppo sociale e benessere in Emilia-Romagna. Trasformazioni, sfide e opportunità, Franco Angeli, Milano, 2013, pp.288, 26 euro: vedi.

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One Response to Rapporto sulla condizione sociale dell’Emilia-Romagna. Affiorano vistose crepe nel modello emiliano

  1. lanfrancoviola2011 ha detto:

    Come sempre non si parla di cose che colpevolmente non si conoscono : si accenna pertanto a GREEN ECONOMY ,HIGH TECH ecc.
    Mai uno che accenni all’INDUSTRIA TURISTICA che in Spagna costituisce il 20% del PIL contro solo il 10% del PIL in Italia .
    Solo perché è ambito di spartizione della sotto-casta delle associazioni di categoria ?
    O è proprio ignoranza ?

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