Un banco degli ebrei nella Vignola del quattrocento

Il toponimo Contrada dell’Oro si incontra nei registri dei beni concessi a livello dai feudatari sin dal 1483” – così si legge nel libro su Palazzo Barozzi e la Vignola del XVI secolo curato da Debora Dameri, Achille Lodovisi e Giuseppe Trenti (Il palazzo di Hercole il vecchio. Secolo XVI, Fondazione di Vignola – Centro di documentazione, 2002, p.9, nota 33). Il nome della contrada ricorda cioè la presenza di un banco ebraico, risalente almeno alla seconda metà del ‘400, in quella che oggi è l’attuale Via Barozzi in centro storico a Vignola. Insomma anche Vignola, nel periodo compreso tra il XV e il XVII secolo, ha avuto un banco ebraico dove veniva prestato denaro ad interesse (che per l’epoca era automaticamente usura), come accaduto nei principali borghi medioevali italiani. Il fatto è curioso e merita un po’ di attenzione, visto che ci consente di comprendere meglio la comunità vignolese del passato.

Via J.Barozzi, anticamente detta "via dell'oro" per la presenza del banco degli ebrei, vista da via Portello (foto del 6 aprile 2013)

L’imbocco di via J.Barozzi, anticamente detta “via dell’oro” per la presenza del banco degli ebrei, visto da via Portello (foto del 6 aprile 2013)

[1] Con ogni probabilità l’arrivo a Vignola di ebrei incaricati dell’attività di prestito ad interesse (un’attività puntualmente regolamentata dall’autorità cittadina locale) avvenne nel periodo di innovazione promosso da Uguccione Contrari (feudatario a Vignola di Nicolò III d’Este dal 1401 al 1448: vedi). Nella seconda metà del XV secolo le tracce della loro presenza stanno nei toponimi “via dell’oro”, “contrada dell’oro” (l’attuale via J.Barozzi in centro storico) e “porta de l’oro” (visto che la via conduceva ad una delle porte del borgo medioevale – quella che immetteva alla via della montagna, l’attuale via Frignanese) già in uso a Vignola nel 1483. In documenti del XVI secolo si parla esplicitamente del “bancho del zudeo de Vignola” che lì aveva sede. In un atto notarile della metà del ‘500 questa presenza prende nome e cognome: si parla infatti di “Abram Perosino ebreo abitante in Vignola tiene a livello a renovar a gli ani 29 una casa cupata, murata, solarata su la via de l’oro” – un fatto dell’anno 1552 (Archivio di Stato di Bologna, Arch. Pepoli, s. VIII, 636/7; citato in Il palazzo di Hercole il vecchio, pag. 40, nota 6). Poco prima, nel 1542, le tracce del banco ebreo si ritrovano nelle disposizioni di Ercole Contrari, detto “il Vecchio”, in merito alla “divisione dei beni” destinati ai suoi nipoti, Alfonso ed Ercole (detto “il Giovane”), a cui lascia “i cespiti della concessione del banco feneratizio vignolese” (Il palazzo di Hercole il vecchio, pag. 9, nota 33). Nel 1573 la concessione che Ercole Contrari “il Vecchio” assegna a Isacco di Beniamino relativamente ad un banco a Vignola, per la durata di 8 anni, disciplina le modalità di prestito (con interesse ad un tasso annuo del 20% per i concittadini e del 30% per i forestieri), concede al titolare la possibilità di diventare proprietario di immobili e di acquistare carne pretendendo che provenisse da animali macellati secondo il rito ebraico. “Come canone annuo venne stabilita la somma di cinquanta scudi d’oro, più due oche e un canestro d’uva bianca di Bologna” (Zolfo, p.44). La concessione viene mantenuta, sebbene rinegoziata, con l’avvento del nuovo signore di Vignola, il marchese Jacopo Boncompagni, nel 1577. Tracce della presenza del banco degli ebrei si ritrovano per tutto il XVII secolo, per scomparire, invece, nel ‘700.

Via J.Barozzi, in centro storico a Vignola, vista da via Portello. Nelle case sulla destra trovava sede nel medioevo il "banco" degli ebrei (foto dell'1 giugno 2013)

Via J.Barozzi, in centro storico a Vignola, vista da via Portello. Nelle case sulla destra trovava sede nel medioevo il “banco” degli ebrei (foto dell’1 giugno 2013)

[2] La presenza di banchi degli ebrei incaricati dell’attività “feneratizia” (prestito ad interesse) è usuale non solo nelle principali città, ma anche nei principali borghi del contado tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. Nelle comunità urbane del tempo gli ebrei svolgevano una funzione importante per le comunità, stante il divieto di prestare ad interesse a cui erano sottoposti i cristiani (il prestito ad interesse, automaticamente considerato “usura”, era considerato dalla Chiesa medioevale un peccato – una concezione ben illustrata da Jacques Le Goff: vedi). Per questo motivo sono le autorità locali che, per rispondere ad una necessità dei residenti, incentivano l’instaurarsi di banchi di ebrei. Le ricerche storiche su Bologna ed il suo contado nel XIV-XVI secolo evidenziano la diffusione del fenomeno. A Bologna città il numero dei banchi ebraici fu relativamente costante: 7-8 dalla seconda metà del Trecento alla seconda metà del Cinquecento. Almeno altrettanti nei borghi della provincia: Budrio, San Giovanni in Persiceto, Oliveto (Savigno), Castel S.Pietro, Crevalcore, Minerbio, Castelfranco (allora borgo fortificato controllato da Bologna), Varignana e Sant’Agata Bolognese. I rapporti tra la comunità cittadina ed il prestatore ebraico erano stabiliti dalla condotta (una “licenza” a pagamento per l’esercizio dell’attività feneratizia: 50 scudi d’oro all’anno a Vignola nel 1573; 60 ducati d’oro nel 1416 a Bologna), in genere di durata compresa tra 5 e 12 anni. Questi accordi seguono in genere due principi fondamentali ed inderogabili: (1) “la libertà d’esercizio, che nei centri del contado, più marcatamente che in sede urbana, comporta di fatto per il banchiere garanzie di impronta monopolistica, e (2) la tutela in tutti i sensi del medesimo, della sua famiglia, dei suoi collaboratori” (Muzzarelli 1994:71). I banchieri ebrei, cioè, esercitano un servizio pubblico di cui le comunità hanno bisogno e queste si impegnano a garantire la possibilità di mantenimento degli usi e costumi, oltre ovviamente alla loro sicurezza.

Via J.Barozzi, nel XV-XVI secolo detta anche "via dell'oro" per la presenza del "banco degli ebrei" (foto dell'1 giugno 2013)

Via J.Barozzi, nel XV-XVI secolo detta anche “via dell’oro” per la presenza del “banco degli ebrei” (foto dell’1 giugno 2013)

[3] Cosa sappiamo di come si svolgeva l’attività di prestito? Il prestito veniva concesso a fronte del deposito di un oggetto, il “pegno”. Il feneratore è obbligato a prestare ad ogni persona residente nella località d’impianto del banco che si presenti cum bono pegno (Castelfranco, 1473; a sua discrezione può prestare anche senza pegno, solo registrando il prestito nei libri del banco). La somma consegnata in prestito al creditore “non doveva essere inferiore alla metà dell’effettivo valore del pegno” (Muzzarelli 194:236). Le ricerche bolognesi evidenziano che i pegni accettati nel banco “sono i più svariati: orro, ariento e one altra zogallia, ferramento, piombo, lanna, libri, panni, cavezalli, letti, chamzi de panno (Varignana, 1469), e ciascuno pegno manuale, generalmente … tute quelle che a lor piacesse (San Giovanni in Persiceto, 1490). Non possono essere impegnati soltanto gli arredi sacri, come calisi, pianede e mesali (Oliveto, 1463).” (Muzzarelli 1994:189) Un elenco dei pegni depositati nel 1457 al banco ebreo di San Giovanni in Persiceto evidenzia che i pegni consegnati erano in larghissima parte oggetti di uso quotidiano: “appartenevano alla realtà lavorativa, agreste o artigianale, si trattava di utensili da lavoro: scuri, falci complete o prive di manico, sarchielli, martelli comuni e martelli per forgiare il ferro, stadere, falcioni, ruote di legno cerchiate di ferro, secchi per attingere l’acqua, paioli per bollitura, badili e badili a trivello, coltelli dotati di due manici, trivelli, zappe e vanghe di varie dimensioni.” (Muzzarelli 1994:236) In misura minore vi erano oggetti dell’attività domestica: tovaglie e utensili da cucina (paioli, secchi, stadere). Ancora meno i capi di abbigliamento: “mantelli e vesti comuni o colorati d’azzurro, pellicce, giustacuori.” (Muzzarelli 1994:237) Se il pegno non veniva riscattato entro i termini esso poteva essere venduto. Il titolare del banco accresceva così il capitale tramite il ricavato. Nelle condotte relative al contado bolognese i tempi della scadenza dei pegni e le modalità della loro vendita non sono molto diversi: si tratta in genere di un tempo di poco superiore all’anno. A tutela dei debitori è previsto che la vendita dei pegni sia preceduta da “grida” pubbliche (Muzzarelli 1994:193).

Un tratto di via Portello dove, in epoca medioevale, era ubicata la "porta de l'oro". Sullo sfondo si vede via J.Barozzi (foto del 6 novembre 2010).

Un tratto di via Portello dove, in epoca medioevale, era ubicata la “porta de l’oro”. Sullo sfondo si vede via J.Barozzi (foto del 6 novembre 2010).

[4] “Un banco in funzione implicava l’opera o comunque l’arrivo di più persone che avrebbero avuto bisogno di case, di uno o più luoghi di culto, di un cimitero, e di quanto altro poteva comportare l’accettazione in città di una comunità dotata di propri usi distinti da quelli della maggioranza cristiana.” (Muzzarelli 1994:94) Questo avvenne anche nella Vignola del XV-XVII secolo. Le modalità della convivenza è quanto interessa lo storico ed ancora di più il sociologo. Diversi episodi testimoniano dell’esistenza di tensioni tra le piccole comunità di ebrei e le più vaste comunità ospitanti. Nell’originare queste tensioni non sappiamo quanta parte abbiano giocato le idee o gli interessi, ovvero le differenze religiose o invece la pratica dell’usura (con conseguente generazione di sentimenti di ostilità verso chi si arricchiva praticando interessi  molto alti – potevano arrivare al 30% annui per i residenti – o trattenendo i pegni di chi non riusciva a saldare il debito). E’ probabile che entrambi gli aspetti si rafforzassero vicendevolmente, giungendo a volte a mettere in crisi la pace nella comunità. Le ricerche storiche mettono in luce un campo in cui si muovono tre diversi attori:

  • le autorità cittadine, volte in genere a tutelare la presenza degli ebrei in virtù del servizio che essi assicuravano all’economia locale;
  • la comunità locale nel cui seno si sviluppano a volte azioni di violenza o di mancanza di solidarietà verso le piccole comunità ebraiche (tradizionalmente assai chiuse anche perché endogamiche);
  • alcuni attori religiosi (gli ordini predicatori, tra cui i Francescani) che in diverse occasioni promuovono un atteggiamento antigiudaico.

L’atteggiamento di tolleranza o di tutela delle autorità civili è ad esempio testimoniato anche da un episodio vignolese. Il 6 ottobre 1599, ad esempio, “Jacopo Boncompagni riconosce fondate le lamentele della cittadinanza riguardo all’accresciuto numero di ebrei nel territorio cittadino e promette di porvi fine, senza peraltro mai attuare questa misura restrittiva” (Zolfo p.45). Diversi episodi, però, testimoniano di un equilibrio precario tra ebrei e comunità locali, predisposto a crollare a fronte di eventi in grado di “stressare” la comunità locale. A Castel San Pietro, nel 1434, la popolazione assalita dalle truppe di Niccolò Piccinino “ottiene la pace versando 12.000 ducati e consentendo il saccheggio del banco dell’ebreo prestatore.” (Muzzarelli 1994:161) Nel 1643 un saccheggio analogo fu perpetrato ai danni degli ebrei nella Vignola invasa dalle truppe pontificie – non sappiamo, però, se la comunità locale abbia indirizzato le violenze su di loro (come due secoli prima a Castel San Pietro) per difendere le proprietà degli altri borghigiani. Alcuni episodi di minaccia o di violenza sono poi agevolati o proprio generati da atteggiamenti antigiudaici di origine religiosa.  Lo fa pensare, ad esempio, il saccheggio dei beni  di un tal Davide Ebreo avvenuto nel 1471 a San Giovanni in Persiceto proprio il venerdì della Settimana Santa (Muzzarelli 1994:192 e 248). Sempre a San Giovanni, nel 1484, “in seguito alle prediche tenute da frate Francesco di Bologna in occasione della Pasqua” gli ebrei chiedono l’intervento del Comune di Bologna visto che “la folla (…) durante la predica aveva manifestato con evidente avversione contro gli ebrei” (Muzzarelli 1994:248).

Giovanni da Modena, Trionfo della Chiesa sulla Sinagoga, 1420 circa. L'affresco si trova nella prima cappella a sinistra della basilica di San Petronio a Bologna. La figura di destra è una donna coi capelli scomposti che cavalca un caprone con le zampe slogate, allegoria della Sinagoga. Un esempio di "propaganda" antiebraica nella Bologna della prima metà del '400.

Giovanni da Modena, Trionfo della Chiesa sulla Sinagoga, 1420 circa. L’affresco si trova nella prima cappella a sinistra della basilica di San Petronio a Bologna. La figura di destra è una donna coi capelli scomposti che cavalca un caprone con le zampe slogate, allegoria della Sinagoga. Un esempio di “propaganda” antiebraica nella Bologna della prima metà del ‘400.

Si afferma poi, in modo progressivo, una politica di discriminazione. Se è vero che è dal Quarto Concilio Laterano (1215) che è fatto obbligo agli ebrei portare un segno che li distinguesse a colpo d’occhio dai cristiani tra cui vivevano, è anche vero che per lungo tempo questa prescrizione è rimasta inapplicata, tanto a Modena (sottoposta agli Estensi), quanto a Bologna (sia nel periodo dei Bentivoglio, sia nella prima fase del ritorno sotto l’influsso papale). A Vignola ciò viene richiesto con una “grida” l’11 novembre 1619, imponendo agli ebrei l’esposizione di un contrassegno ben visibile: “un bedinello di cordella di seta o bavella gialla … ovvero aranzata di larghezza di due dita circa” (Statuti e leggi per il Marchesato di Vignola, 1980, p.97; riportato in Zolfo p.45). Pochi anni dopo, nel 1638, a Modena gli ebrei vengono “rinchiusi” in uno specifico perimetro cittadino (il Ghetto) (vedi). All’inizio dell’età moderna, in altri termini, le possibilità di coesistenza sperimentate per larga parte dell’alto medioevo (certo non senza tensioni) sembrano essersi di molto assottigliate.

PS La presenza di un nucleo ebraico a Vignola dal XV al XVII secolo non esaurisce l’eterogeneità culturale della comunità locale. Certo, la comunità di allora non può essere definita “multietnica”, ma è probabile che tendiamo a sovrastimare la sua omogeneità culturale. Le ricerche sulla Vignola nel periodo Contrari (XV-XVI secolo) fanno pensare ad un borgo in crescita, con una popolazione che si ingrossa “per l’apporto di flussi immigratori provenienti, oltre che dalle aree appenniniche, anche da Ferrara [conseguenza della presenza dei Contrari e di altre famiglie ferraresi con loro trasferitesi], dalla pianura bolognese, dal territorio milanese, dal Reggiano, da Parma e persino dalla città greca di Patrasso” (Il palazzo di Hercole il vecchio …, p.6). Tracce di componenti di questa famiglia di origine greca (tra cui un tal Giovanni figlio di Giacomo da Patrasso che rivestì gli incarichi di fattore del Conte Uguccione II Contrari e di capitano di Vignola tra il 1499 ed il 1513) si incontrano almeno sino alla fine del Cinquecento (Il palazzo di Hercole il vecchio …, nota 12, p.6).

Bibliografia minima:
Dameri D., Lodovisi A., Trenti G., Il palazzo di Hercole il vecchio. Secolo XVI, Fondazione di Vignola – Centro di documentazione, 2002
Le Goff J., La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere, Laterza, Bari, 1987
Muzzarelli M.G. (a cura di), Banchi ebraici a Bologna nel XV secolo, Il Mulino, Bologna, 1994
Zolfo C., “C’è stato un ghetto a Vignola?”, Gente di Panaro, n.7, 2005, pp.41-48

Annunci

One Response to Un banco degli ebrei nella Vignola del quattrocento

  1. Alessandro ha detto:

    Affascinanti questi trattati sul nostro passato… li adoro!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: