Vignola, città delle ciliegie?

In molti riterranno impertinente il punto interrogativo del titolo. Ancora di più in questi anni in cui il marketing territoriale ha puntato a rinsaldare il legame tra la città e le ciliegie che l’hanno resa famosa, a livello nazionale, nei decenni scorsi. Eppure proprio le attività di marketing rischiano di veicolare un’immagine che non riflette più la realtà. Proprio nel momento in cui l’ottenimento del riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta (IGP) per la “ciliegia di Vignola” (vedi) consente di guardare con orgoglio al prodotto storico per eccellenza dell’agricoltura vignolese è invece necessario cercare di comprendere la realtà produttiva locale ed interrogarsi sul suo futuro. Iniziamo a farlo qui utilizzando dati provenienti da diverse fonti, tra cui le relazioni sull’attività del mercato ortofrutticolo di Vignola, per gli anni 2000-2011, redatte dal suo direttore, Stefano Zocca.

Uno degli stand dei produttori locali allestito in occasione della manifestazione "Vignola è tempo di ciliegie" (foto del 9 giugno 2013)

Uno degli stand dei produttori locali allestito in occasione della manifestazione “Vignola è tempo di ciliegie” (foto del 9 giugno 2013)

[1] “Unica specie in controtendenza sono le ciliegie, con una produzione in aumento del 75% rispetto all’anno scorso e addirittura raddoppiata rispetto al 1998: tale andamento in costante crescita fa ben sperare per i prossimi anni, e deve far riflettere quanti avevano dato la nostra cerasicoltura per spacciata” – è un brano tratto dalla relazione sull’attività del mercato agroalimentare di Vignola nell’anno 2000. L’annata vide in effetti un picco produttivo: 18.570 quintali di ciliegie conferite al mercato ortofrutticolo di Vignola (che tratta circa il 50% della produzione locale). Ma fu, purtroppo, un picco isolato. Una soglia mai più raggiunta negli anni successivi. La cerasicoltura vignolese non è certo spacciata, ma non gode di sicuro di buona salute. Questo è indubitabile. Già il dato del 2000 era di molto inferiore alle produzioni di ciliegie di qualche decennio prima. Da allora il calo produttivo è proseguito. Nel 1955 la produzione di ciliegie conferite al mercato ortofrutticolo di Vignola (che allora era nel centro urbano e che trattava circa il 70% della produzione locale) era di 176.831 quintali. Negli anni successivi al 2000 è stata quasi sempre inferiore ai 9.000 quintali (il valore più alto è quello del 2007: 10.748 quintali conferiti al mercato ortofrutticolo), a volte anche con picchi negativi inferiori della metà rispetto a questo valore. Anche se ancora oggi la “potenzialità produttiva” è stimata pari a circa 40.000 quintali.

Quintali di ciliegie conferite al mercato ortofrutticolo di Vignola, anni 1998-2011 (dati tratti dalle relazioni annuali del direttore del mercato, Stefano Zocca)

Quintali di ciliegie conferite al mercato ortofrutticolo di Vignola, anni 1998-2011. Per gli anni 2006, 2009 e 2010 il dato è mancante (dati tratti dalle relazioni annuali del direttore del mercato, Stefano Zocca)

[2] Non c’è tuttavia solo un crollo quantitativo della produzione, ma anche una profonda trasformazione dal punto di vista qualitativo. Il tradizionale prodotto vignolese, accertato in questa zona della provincia di Modena dalla fine dell’800 (Mora di Vignola, Nero I e II, Anella e Anellone, Durone della Marca, Nero ultimo, Ciliegia ultima), è diventato un prodotto di nicchia, in alcuni casi a rischio estinzione. E’ stato progressivamente sostituito da nuove cultivar originarie di altre zone di produzione o di altri paesi (es. Ferrovia, Lapins, Celeste, Giorgia). La “ciliegia Moretta” o “Mora di Vignola” rappresentava il 25% della superficie coltivata a ciliegio della provincia di Modena nel 1964. Nel 1998 rappresentava il 3,72%. Nel passaggio tra anni ’60 e ’70 la produzione provinciale di ciliegia moretta era di 14.000 quintali, oggi è di 300 quintali (dati 2010). I tentativi di “rianimazione” si scontrano con oggettive difficoltà:

  • le varietà tradizionali di ciliegio sono alberi ad alto fusto (10-15 metri di altezza) e per questo non sono remunerativi in fase di raccolta;
  • si tratta inoltre di varietà “disastrose” dal punto di vista agronomico: entrano in produzione assai tardi rispetto agli standard moderni (impiegano fino a 10 anni prima di iniziare a produrre in quantità, contro i 3 anni delle moderne cultivar);
  • la produttività è discontinua anche perché necessitano di essere impollinate da polline di altre varietà, mentre le varietà moderne sono quasi tutte “autofertili”;
  • hanno un frutto di dimensioni contenute (dunque penalizzate in mercati che privilegiano la pezzatura, ovvero l’aspetto esteriore) e dalla polpa molto tenera e delicata (inadatta a resistere ai trasporti), anche se hanno caratteristiche organolettiche e di gusto superiori (tra le diverse varietà la Moretta è quella che ha il livello più elevato di polifenoli e antocianine, oltre a presentare un alto livello di zuccheri riducenti; cfr. Bertelli D. et al., Caratterizzazione nutrizionale e funzionale di cultivar di ciliegia, 2011).

Per queste ragioni le varietà tradizionali non sono in genere utilizzate per i nuovi impianti e ciò determina un progressivo invecchiamento degli alberi ed un mancato rinnovo, ovvero una progressiva contrazione delle produzioni tradizionali. Certo, dal 2007 il comune di Vignola, con la collaborazione del Dipartimento di Colture arboree dell’Università di Bologna (vedi), ha avviato sperimentazioni su nuovi sistemi di impianto applicati a varietà tradizionali, tra cui la Moretta, proprio per supplire agli handicap sopra ricordati. Ma ad oggi ciò non sembra sufficiente per invertire un processo di progressiva marginalizzazione delle varietà tradizionali.

Nuovi imballaggi per le ciliegie non IGP che non possono più utilizzare la denominazione "ciliegie di Vignola" (foto del 9 giugno 2013)

Nuove confezioni per le ciliegie non IGP che non possono più utilizzare la denominazione “ciliegie di Vignola” (foto del 9 giugno 2013)

[3] Per promuovere le principali produzioni locali, tra cui la ciliegia, nel 1964 fu costituito il Consorzio della Ciliegia di Vignola (nel 1992 ha esteso la sua azione di tutela e promozione anche alla susina ed alla frutta tipica di Vignola). Vista retrospettivamente l’azione del Consorzio difficilmente può essere considerata un’azione di successo. La condizione della produzione cerasicola del territorio vignolese sembra testimoniarlo senza equivoci. E’ tuttavia grazie all’azione del Consorzio che la “ciliegia di Vignola” ha conseguito, a fine 2012, il riconoscimento IGP (vedi). Il percorso era stato avviato almeno nel 2006 con la deliberazione dell’avvio del percorso per l’acquisizione del riconoscimento di Denominazione di Origine Protetta (DOP) – qui il comunicato stampa di allora (pdf) dove si annunciava la conclusione del percorso “presumibilmente nel 2007”. In realtà da allora sono invece passati più di 6 anni. L’obiettivo è nel frattempo mutato (da DOP a IGP) ed è infine stato raggiunto l’8 novembre 2012, con la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale europea del regolamento 1032/2012 (vedi). Sugli effetti dell’IGP sulla cerasicoltura locale sarebbe interessante disporre di analisi previsionali approfondite che, però, se ci sono, non sono pubbliche. Servirebbero per poter valutare, tra qualche anno, successo o insuccesso dell’iniziativa. Forse possiamo però osservare sin d’ora che il riconoscimento IGP, ottenuto per 13 diverse cultivar (di cui solo alcune tradizionali), difficilmente potrà incidere significativamente nel mantenimento e nella rivitalizzazione delle varietà tradizionali. Esso è stato ottenuto per varietà che non appartengono alla tradizione vignolese, come Giorgia, Samba, Van, Lapins, Ferrovia, Sweet Heart (vedi), che sono anche quelle più remunerative e più rilevanti dal punto di vista della quantità di produzione. Insomma, anche la cerasicoltura vignolese è da tempo nella morsa della “globalizzazione” – qualsiasi cosa se ne pensi.

Nuove confezioni per le ciliegie non IGP che non possono più utilizzare la dizione "ciliegie di Vignola" (foto del 9 giugno 2013)

Nuove confezioni per le ciliegie non IGP che non possono più utilizzare la dizione “ciliegie di Vignola” (foto del 9 giugno 2013)

[4] Alla difesa dal rischio estinzione delle varietà tradizionali, quelle “tipiche” di Vignola, che hanno segnato la storia meno recente di questo territorio, è oggi vocata innanzitutto la Condotta Slow Food delle varietà tradizionali di Vignola (attuale presidente è l’ex-sindaco di Vignola Gino Quartieri). In questo orizzonte si collocano iniziative particolari come il progetto didattico “Salviamo la ciliegia moretta”, lanciato nel 2007 dal Circolo Didattico di Vignola o il progetto di marketing e didattica “Moretta: ciliegia perfetta” (vedi) promosso da Provincia di Modena, comuni di Vignola, Savignano e Marano, Fondazione di Vignola, Slow Food, associazioni agricole e con l’adesione di diversi istituti scolastici – che vi hanno anche dedicato un apposito sito web (vedi; discutibile, trattandosi di didattica, è stata la scelta di non evidenziare le ragioni del declino delle produzioni tradizionali, trattando, sotto questa specifica angolatura, il tema della trasformazione agricola, dei consumi e della globalizzazione). Ha qualche prospettiva di successo quest’azione di marketing? Ed anche: mentre l’Università di Bologna, proprio a partire dalle varietà tradizionali vignolesi, produce (senza ricorrere all’ingegneria genetica) nuove cultivar come Sweet Arianna e Sweet Saretta & C. (pdf) ha senso spingere i produttori locali nel complicato ed improbabile percorso di “salvare la ciliegia moretta”? Più in generale: l’immagine della ciliegia di Vignola rappresenta ancora un’immagine veritiera della sua economia o anche solo della sua agricoltura?

In occasione della festa "Vignola è tempo di ciliegie ... IGP" non c'erano però le confezioni delle ciliegie di Vignola IGP! Ritardo del marketing o dell'iter di autorizzazione? (foto del 9 giugno 2013)

In occasione della festa “Vignola è tempo di ciliegie … IGP” non c’erano però le confezioni delle ciliegie di Vignola IGP! Ritardo del marketing o dell’iter di autorizzazione? (foto del 9 giugno 2013)

[5] La quasi scomparsa delle varietà tradizionali di ciliegia partecipa al processo di progressiva riduzione di importanza della cerasicoltura. Questo, a sua volta, è parte della progressiva riduzione d’importanza del settore primario dell’economia, l’agricoltura. I dati del Censimento generale dell’agricoltura del 2010 evidenziano una riduzione del 39,1% del numero delle aziende agricole vignolesi nell’ultimo decennio (passate da 443 del 2000 a 270 del 2010), ma una riduzione del 49,1% rispetto a vent’anni prima (erano 530 le aziende agricole vignolesi al Censimento del 1990). Ovviamente questa forte riduzione del numero delle aziende non è solo un fenomeno vignolese, ma riguarda tutto il territorio dell’Unione (dove però è meno accentuato: -26,5% negli ultimi dieci anni) e della provincia di Modena. Ugualmente in calo risulta la SAU (Superficie Agricola Utilizzata), ovvero la superficie coltivata, passata a Vignola da 1.547,99 ha del 1990 a 1.275 ha del 2000, quindi a 1.056 ha del 2010 (-17,2% nell’ultimo decennio; – 31,8% negli ultimi vent’anni). Anche in questo caso sull’intero territorio dell’Unione la riduzione è più contenuta (-7,6% tra 2010 e 2000). Nel 2011, inoltre, il peso dell’agricoltura dal punto di vista occupazionale a Vignola risulta assolutamente contenuto: 512 addetti su 8.785, pari al 5,8% (contro il 7,0% dell’Unione a 5: Castelnuovo, Castelvetro, Savignano, Spilamberto, Vignola). Certo, il confronto con i dati del 2007 evidenziano come il settore, dal punto di vista occupazionale, sia sostanzialmente stabile (508 addetti nel 2007; 512 addetti nel 2011) e magari la crisi economica che colpisce soprattutto l’industria spingerà nuove persone a ricercare occupazione in agricoltura. Potrà essere un fenomeno massiccio o comunque significativo? C’è da dubitarne, almeno fino a quando le politiche a sostegno dell’attività agricola non cambieranno significativamente. La criticità principale dell’agricoltura locale, per quanto possa essere di qualità, è l’incapacità di generare un reddito significativo (e stabile nel tempo), oltre alla difficoltà del lavoro “nei campi” (e ciò nonostante la cerasicoltura sia tuttora considerata maggiormente remunerativa rispetto ad alte colture). E’ anche per questo che l’età media degli addetti in questo settore è superiore ai 60 anni, come certificato dalle analisi conoscitive per il PSC di qualche anno fa (vedi). Insomma, anche in un territorio tuttora associato alla ciliegia, l’agricoltura è un settore marginale e non certo in grado di generare significative ricchezze (diverso è per il commercio della frutta), dunque dal destino assai incerto.

Uno degli stand dei produttori locali allestito in occasione della manifestazione “Vignola è tempo di ciliegie” (foto del 9 giugno 2013)

Uno degli stand dei produttori locali allestito in occasione della manifestazione “Vignola è tempo di ciliegie” (foto del 9 giugno 2013)

PS Riporto dal sito web che le scuole dell’infanzia e primarie del territorio hanno dedicato alla ciliegia Moretta il testo relativo all’iniziativa “E’ arrivata la Moretta” (vedi). “Nella settimana dal 4 al 9 giugno (2012) tra i produttori di ciliegia Moretta, sarà individuato un agricoltore che si occuperà di decretare l’avvenuta maturazione del frutto. Quando questo accadrà, alle ore 17.30, una delegazione formata da “Mastro Ciliegia” e dai suoi araldi si recherà dall’Arciprete di Vignola portando la “lieta novella”. Il giorno successivo, suoneranno a festa tutte le campane delle Chiese dei Comuni coinvolti. Il suono delle campane sarà preannunciato da un SMS inviato ai genitori di tutti gli studenti. Inoltre i messaggeri di “Mastro Ciliegia” (giovani appartenenti al gruppo dei “Baloo”) vestiti con abiti medievali, si recheranno nelle scuole dell’infanzia e della primaria, per portare la bella notizia a tutti i bambini.” Forse però per far comprendere questo territorio ed i suoi prodotti non sarebbe male occuparsi dei perché della trasformazione, indulgendo un po’ meno in manifestazioni folkloristiche.

PPS Resta il fatto che sul prodotto più rappresentativo di Vignola mancano ancora oggi adeguati studi storici ed economici in grado di analizzare in modo puntuale il sorgere, l’affermarsi e quindi il declino di un vero e proprio “distretto” centrato sulla frutta (in primis la ciliegia) e sulla sua lavorazione: dall’introduzione della coltivazione intensiva del ciliegio nell’impresa Mancini negli anni ’20, alla realizzazione del Mercato Ortofrutticolo di Vignola nel 1929 (uno dei più antichi d’Italia, trasferito nel 1992 nell’attuale sede di via dell’Agricoltura), alla realizzazione dei primi impianti di conservazione tramite il freddo e così via, fino alla crisi degli anni ’80 ed alla “riconversione” dei magazzini della frutta in edilizia residenziale – uno degli aspetti che più ha segnato la trasformazione della città negli ultimi vent’anni.

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3 Responses to Vignola, città delle ciliegie?

  1. antonio tavoni ha detto:

    Questo articolo prima che a cercare risposte, mi porta a fare altre domande.

    La ciliegia è sicuramente stata il simbolo dell’agricoltura vignolese, ma che incidenza aveva nel bilancio familiare degli agricoltori nel corso dell’anno? La parola “pomari” forse suggerisce che c’erano altre importanti (e meno stagionali) fonti di reddito.Oggi di cosa si vive veramente in agricoltura nel nostro territorio?

    Cosa fanno gli altri territori tipicamente produttori di ciliegie? puntano sulle cultivar tipiche o “anacquano” anche loro le denominazioni per fare quintali più convenienti? Ci sono modelli migliori del nostro?

    Benvengano i mercati contadini, la vendita diretta e tutte le iniziative di questo tipo. Ma questo mercato super locale (già abbastanza saturo forse…) è l’unica chance di sviluppo? Quanto viaggiava e quanto viaggia oggi la ciliegia di Vignola? Ovvero, chi se li mangiava tutti quei quintali e perchè ha smesso di mangiarseli?

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Antonio, non sono un esperto del settore e anch’io sto cercando di comprendere la trasformazione dell’agricoltura vignolese. Mi preme, in particolare, fare un’analisi che non indulga ai soliti miti, tipo “salviamo la ciliegia moretta” (su cui arriviamo decisamente tardi e, per quello che capisco, si tratta di un prodotto “insalvabile” – ovvero rimarrà una nicchia ristrettissima). Rispondo però al quesito sui “pomari” – termine che identifica non l’agricoltore dedito alla coltivazione del melo, ma il commerciante di frutta. In effetti negli anni ’30 nasce a Vignola e dintorni un vero e proprio distretto della lavorazione della frutta dove, per la prima volta in Italia, si applicano su scala industriale tecniche di refrigerazione della frutta per potrerla conservare più a lungo. Nelle basse di Vignola la località “il ghiaccio”, dove ci sono diversi magazzini, testimonia di questo uso precoce delle tecniche di refrigerazione. Le prime realizzazioni avvengono presso i magazzini Garagnani di Mulino di Savignano. Si sviluppa quindi un’industria di conservazione della frutta che diventa assai presto di rilievo almeno regionale, e che serve praticamente l’intera regione (produttori di diverse province conferiscono a Vignola i loro prodotti perché qui veniva applicata la tecnologia del freddo nel ciclo della frutta). Dagli anni ’30 a tutti gli anni ’70 questo ha determinato la forte crescita della ricchezza dei commercianti vignolesi (oltre ad “effetti collaterali” ugualmente importanti, come una diffusa occupazione femminile, ancorché stagionale). Diversi libri raccontano le vicende dei commercianti della frutta vignolesi – i “pomari” appunto. Ma hanno spesso un taglio autobiografico, soggettivo. Manca purtroppo un’analisi rigorosa che ne illustri nascita, sviluppo e declino, con gli strumenti della storia economica.

  2. Maurizio Quartieri ha detto:

    Io non ho dubbi nel ritenere che Vignola sia ancora “la città delle ciliegie”!
    Non lo dico solo perché sono un appassionato “coltivatore” (nel senso più ampio del termine) del frutto rosso per eccellenza. C’è, infatti, un dato oggettivo e incontrovertibile che spiega perché Vignola è ancora oggi conosciuta come “citta delle ciliegie”: tra i comprensori cerasicoli italiani più importanti nel secolo scorso, quello vignolese ha saputo reagire e risollevarsi dalla crisi che ha interessato il ciliegio negli anni ’70. Il rinnovamento che è avvenuto nel comprensorio della ciliegia tipica di Vignola dalla fine degli anni ’80 in poi non ha avuto riscontro in altre aree italiane storicamente importanti per il ciliegio come Cesena,Verona e la Campania. Ogni novità in materia di cultivar, portinnesti, sistemi di conduzione dell’albero e gestione del frutteto (si pensi ad esempio alle coperture antipioggia!) ha sempre trovato terreno fertile a Vignola e la piena disponibilità dei produttori locali. Secondo l’ISTAT, nel quinquennio 2006-2010 le aree italiane con la percentuale più elevata di ceraseti giovani erano l’Emilia-Romagna e il Trentino (circa il 10-12% del totale dei ceraseti presenti in quelle regioni), mentre altre aree (es. la Puglia) non superavano il 2-3%.
    E poi non dimentichiamo che 2 anni fa la ns. città è stata per una settimana la capitale del ciliegio, sede di un convegno nazionale (con oltre 1000 partecipanti), organizzato proprio da quel Dipartimento di Colture Arboree dell’Università di Bologna che ha sempre avuto (e ha tutt’ora) un legame molto stretto con la città delle ciliegie.
    Se diamo retta ai numeri, è scontato parlare del ciliegio come di una specie frutticola in via di estinzione: una produzione attuale di 15.000-20.000, quintali rispetto ai quasi 180.000 di sessanta anni fa, potrebbe far concludere che il ciliegio sia oggi una coltura di nicchia, ma invece non è così. Il ridimensionamento che ha avuto negli ultimi 30-40 anni il settore primario nel comprensorio vignolese ha interessato anche il ciliegio, ma non solo. Basta pensare al melo: col termine “pomari” si identificavano i commercianti di mele di Vignola e Savignano, frutto all’epoca prodotto in elevata quantità nelle nostre campagne, mentre oggi è quasi scomparso.
    Occorre un po’ più di trasparenza sul dato reale della produzione di ciliegie a Vignola, con un censimento di tutti i canali di vendita, senza trascurare il fatto che oggi una quota importante di prodotto è commercializzato direttamente dal produttore, dato che quindi sfugge alla statistica ufficiale .
    Un’ultima considerazione voglio farla sulle varietà di ciliegio. Il nome Vignola è certamente legato alle sue storiche varietà (Moretta, Nero I, Nero II, Durone della Marca, ecc), che lo hanno reso famoso non solo in Italia ma in tutta Europa, ma che oggi pochi coltivano e quasi nessuno pianta nei nuovi frutteti. Non perché sono “vecchie”, ma per i limiti agronomici e commerciali che anche Andrea ha ricordato, e che ne hanno segnato il destino. Vecchio, infatti, non sempre è sinonimo di superato: nel pero ad esempio, la varietà coltivata più importante in Italia (Abate Fetel) risale al 1800, mentre per il melo la “vecchia” Golden tiene botta da diversi decenni.
    Dunque il ciliegio a Vignola è sopravissuto e si è rinnovato anche perché ha saputo cogliere i frutti della ricerca (vedi le nuove varietà) e dell’innovazione, sfruttando al meglio la professionalità degli operatori del settore e le caratteristiche ambientali (terreno e clima), altri due fattori che fanno la differenza.

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