Social housing: davvero per realizzarlo è necessario consumare ancora territorio?

I documenti relativi al PSC dell’Unione Terre di Castelli ad oggi resi pubblici, praticamente nulla, riconoscono l’esistenza di un “problema abitativo” per una quota minoritaria di famiglie, ma rispetto a cui le politiche pubbliche non possono chiudere gli occhi – come testimoniano le manifestazioni di disagio e le proteste che proprio a Vignola hanno preso il via (vedi). Tale problema è noto da tempo, in verità. Era anche analizzato nei documenti elaborati nel 2007-2008 per il PSC, poi abortito (vedi). Allora come oggi il tema era rubricato sotto l’espressione “social housing”, un concetto assolutamente generico che sta semplicemente a richiamare la necessità di conseguire alloggi a basso costo. Il tema è cruciale, ma l’investimento in termini di “studio” alla ricerca di soluzioni percorribili è stato sino ad ora inesistente (sic). Scrivevo in un post del 21 agosto 2008 dedicato al social housing nel PSC: “occorre tuttavia un progetto compiuto sull’edilizia sociale – progetto che ad oggi non c’è” (vedi). Oggi, cinque anni dopo, la situazione è ancora quella!

Intervento residenziale "Fuori porta" a Mulino di Savignano: il cantiere è fermo da più di due anni. Ripartirà mai? Cosa ne facciamo di questi alloggi? (foto del 2 agosto 2012)

Intervento residenziale “Fuori porta” a Mulino di Savignano: il cantiere è fermo da più di due anni. Ripartirà mai? Cosa ne facciamo di questi alloggi? (foto del 2 agosto 2012)

[1] Nei due striminziti documenti ad oggi resi pubblici (Relazione di sintesi e Bozza di documento strategico) l’espressione “social housing” compare solo quattro volte e con formulazioni assolutamente generiche! Vi si proclama in sostanza il riconoscimento dell’insufficiente dotazione di Edilizia Residenziale Pubblica (le cosiddette “case popolari”; sono infatti poco meno di 300 in tutto il territorio dell’Unione e costituiscono una risposta per appena l’1% dei nuclei famigliari: vedi) e la rinuncia a perseguire questa via. In alternativa si propone, appunto, la realizzazione di “social housing”, nella forma di edilizia convenzionata destinata all’affitto “in grado di garantire un canone mensile non superiore al 35% del reddito medio di un lavoratore a tempo pieno” (Documento strategico, p.8), ovvero all’incirca 350-400 euro mensili. Dei circa 6.000 alloggi di cui i sindaci stimano, gonfiandolo ampiamente (vedi), il fabbisogno, circa un quinto (ovvero 1.000-1.200) dovrebbe essere social housing. Ma come pensano di ottenerli? E’ qui che difetta il “pensiero strategico”, visto che la risposta è ancora quella solita: consumando territorio! La nuova quota di social housing, si legge a pagina 18 della “Relazione di sintesi”, “dovrà essere reperita anche nelle aree di PRG confermate e non ancora attuate e nelle aree di riqualificazione urbana”, però “ad esse la eventuale manovra su nuove aree (sulle quali non insistono ancora diritti edificatori riconosciuti) dovrà dare il più alto contributo”. Insomma, per realizzare la maggior parte di questi 1.000-1.200 alloggi la “ditta” Bruzzi & C. propone di procedere all’ulteriore consumo di territorio agricolo! Altro che stop al consumo di territorio non compromesso! Se si riproducono meccanicamente le modalità operative del passato viene da chiedersi: dove sta il “pensiero strategico”? Non in questi documenti di piano (vedi)!

Intervento residenziale "Fuori porta" a Mulino di Savignano: uno dei casi più eclatanti di cantiere in stato di abbandono (foto del 23 giugno 2011)

Intervento residenziale “Fuori porta” a Mulino di Savignano: uno dei casi più eclatanti di cantiere in stato di abbandono (foto del 23 giugno 2011)

[2] La sfida vera, anche per il social housing, è quella di conseguire l’aumento della dotazione di alloggi a prezzi bassi o medio-bassi evitando l’ulteriore consumo di territorio. Bisogna infatti chiedersi (domanda che è rimasta non solo senza risposta, ma anche senza che qualcuno la formulasse in questi cinque anni, nonostante, come già detto, che il tema fosse già stato sollevato nel 2008: vedi) è possibile realizzare social housing evitando l’ulteriore consumo di territorio? Ovvero, è possibile realizzare social housing puntando sul riuso di immobili sfitti, degradati o invenduti? Che la domanda non sia peregrina lo testimonia, ad esempio, la trattazione che del social housing è fatta sulle colonne de Il Sole 24 Ore (vedi l’inserto Casa24Plus del 16 maggio 2013, che vi dedica le pagine 22 e 23). Vi si parla di esperienze in cui “riutilizzare cubature senza consumare suolo”, ad esempio attraverso l’acquisto di invenduto (oggi presente in quantità vista la crisi del mercato immobiliare) e la destinazione di una quota di esso a social housing. “Oltre a rispondere all’emergenza abitativa delle famiglie, [tali operazioni] possono sostenere imprenditori in difficoltà e l’universo delle banche che ‘riattivano’ così i loro crediti”. Ovviamente non vi sono strade semplici per centrare obiettivi ambiziosi di realizzare social housing con consumo zero (o assai minimo) di territorio non compromesso. Ma esperienze di questo genere sono già presenti in Italia. E’ dunque singolare che non se ne trovi traccia nei documenti di piano, neppure il quel “documento strategico” che più lo si guarda e più appare povero di … strategie! Davvero singolare. Ancora una volta sorge il sospetto che la logica del PSC sia in realtà un’altra: ancora costruzioni, ancora “cementificazioni”. E per giustificare ciò si va alla ricerca degli argomenti che sembrano più promettenti: servono più case per rispondere alla crescita demografica (che però viene gonfiata! vedi); occorre consumare ulteriore territorio per il social housing (e si evita però di studiare le esperienze che puntano a conseguire social housing tramite il riuso di immobili sfitti, degradati o invenduti). E così via. Di nuovo: è questa la “strategia”?

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One Response to Social housing: davvero per realizzarlo è necessario consumare ancora territorio?

  1. PM ha detto:

    L’ha ribloggato su Parte Attiva.

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