Referendum in Valsamoggia: un esito che inguaia il progetto del comune unico

Ieri, domenica 25 novembre, si è tenuto il referendum consultivo sulla fusione dei 5 comuni della Valle del Samoggia (Bazzano, Castello di Serravalle, Crespellano, Monteveglio e Savigno). Complessivamente hanno vinto i sì. 5.726 sì contro 5.401 no. I sì ottengono dunque il 51,46% dei voti validi, sul complesso dei 5 comuni (qui i dati completi: pdf). Tuttavia i sostenitori del no vincono in due comuni: a Savigno, dove questo esito era atteso (i no ottengono il 56,80%); ma anche a Bazzano, secondo comune della vallata per numero di abitanti, dove invece la vittoria dei no è una sorpresa (i no ottengono il 58,52%). Se a tutto ciò aggiungiamo che il numero dei votanti non ha raggiunto, seppur per poco, il 50% (si è fermato al 49,15%), non possiamo non riconoscere che le urne consegnano qualche problema ai propugnatori del progetto. E’ vero che il referendum è solo consultivo e che, precauzionalmente, l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna aveva pure eliminato il quorum (ci fosse stato, il referendum non sarebbe valido). Ma politicamente è tutt’altro che un successo: il progetto della fusione è bocciato in 2 comuni su 5 (Bazzano e Monteveglio) e, nel complesso, è approvato esplicitamente da 1 elettore su 4 (visto che a votare c’è andato 1 elettore su 2). E’ opportuno interrogarsi su questo risultato alla luce della conduzione della “campagna” per il sì dispiegata nell’ultimo anno e mezzo. Non c’è dubbio, a mio modo di vedere, che quest’esito tutt’altro che esaltante discenda anche da numerosi errori commessi dal “partito del sì”, sindaci in testa.

Crespellano, monumento (foto dell’1 luglio 2010)

[1] “Il risultato conferma la validità del progetto, la partecipazione ci è sembrata consistente, il risultato complessivo ci consente di dire che possiamo andare avanti potenziando la comunicazione nei comuni più scettici” – così Raffaele Donini, segretario provinciale PD, secondo quanto riportato da la Repubblica Bologna di oggi, 26 novembre 2012 (p.3). Cosa significa? Secondo giro di D’Alema e Camusso nei comuni in cui è prevalso il no? Non scherziamo. E’ bene che al PD prendano atto che non si tratta di un problema di “comunicazione” (così come non era un problema di “presenza sul territorio” quando il PD sentiva la concorrenza della Lega Nord – stare sul territorio è importante, ma solo se sai cosa dire ai cittadini e se hai una credibilità da “spendere”). Anche la reazione di fronte ad un esito non proprio entusiasmante è indicativa della capacità di apprendimento di un’organizzazione politica. Minimizzare o fare finta di niente, o buttarla ancora di più sul marketing politico, è una pessima strategia. Certo. E’ vero che al PD non rimane che andare avanti. Troppo forte sarebbe lo smacco di abbandonare il progetto. Ma c’è modo e modo di procedere. Anche se, una cosa va riconosciuta con chiarezza, gli spazi di manovra per salvarlo e portarlo in porto in sicurezza oggi sono azzerati – e questo per responsabilità dei 5 sindaci e del PD (sia locale, sia – e soprattutto – di quello bolognese), incapace di contribuire a prevenire certi errori grossolani. Vediamo.

Crespellano, colline (foto del 29 giugno 2010)

[2] Se solo un elettore su due ha votato e se, di questi, solo il 51% ha votato sì (in sostanza, un elettore su quattro approva esplicitamente il progetto) vuol dire innanzitutto che l’importanza del progetto non è arrivato nella testa delle persone. Sarebbe interessante un confronto sulle percentuali di votanti a referendum analoghi, per la fusione di comuni. In assenza di questo dato mi sembra facile considerare che è mancato il rapporto con la gente. E’ mancata la partecipazione. Poche le occasioni di dibattito vero, quasi nessun contraddittorio in cui i sostenitori del sì e quelli del no potessero confrontarsi a suon di argomenti. Non che sia facile organizzare la partecipazione dei cittadini su un “progetto” complesso come questo (ma non lo era neppure portare il 55% degli elettori a votare per i referendum sull’acqua pubblica, nel 2011!), ma non c’è dubbio che sia stato fatto poco. Anziché un vero percorso partecipativo si è preferito rispondere alle istanze di potenziamento della partecipazione con un “surrogato”: l’Iniziativa di Revisione Civica – che poteva avere un senso a settembre 2011 (per “mappare” le ragioni del no, su cui impostare una seconda fase di elaborazione), ma non lo aveva più ad ottobre 2012, a poco più di un mese dal referendum. Insomma il PD ha preferito battere la via sicura degli endorsement delle forze sociali e delle associazioni economiche del territorio (solo la Confcommercio ha lasciato “libertà di voto” agli associati! vedi) e quella della “passerella” dei testimonial: D’Alema, Camusso, Franceschini, Merola, ecc. Rinunciando invece a conquistare uno ad uno il consenso degli elettori: il che vuol dire organizzare iniziative capillari per spiegare il “progetto” (che però ci deve essere!). Questa modalità di “convincimento” evidentemente ha perso di efficacia. E questo spiega, sia la bassa partecipazione al voto, sia un’affermazione dei no più forte rispetto a quanto ci si aspettava. Brave sono state le liste civiche ad incunearsi nelle vistose crepe del “progetto” di comune unico: senza farsi risucchiare verso gli argomenti “populisti” della difesa della piccola patria, del comune d’origine, hanno battuto sul tasto dell’indeterminatezza del progetto (possibile che gli amministratori non siano stati in grado di produrre una seria analisi costi-benefici? possibile che la realizzazione del comune unico comportasse solo benefici?) ed hanno confutato le piccole furberie del marketing politico messe in campo dalla “gioiosa macchina da guerra comunicativa” del PD. Che però, anche in questo caso, qualche problema l’ha avuto.

Bazzano città d’arte e città slow, cartello all’ingresso del paese (foto del 28 maggio 2011).

[3] Con questo siamo arrivati al principale insegnamento di questa vicenda. Un progetto ambizioso come quello della fusione di più comuni può essere efficacemente perseguito solo se c’è un impegno forte a spiegare e convincere, prendendo sul serio le perplessità dei cittadini (a questo doveva servire un’eventuale Iniziativa di Revisione Civicavedi – e le perplessità o le osservazioni critiche registrate in quell’occasione dovevano servire per organizzare un surplus di analisi e di elaborazione, per rispondere agli argomenti seri dei cittadini non convinti, operazione che però andava fatta nella fase iniziale del percorso, non nell’imminenza del referendum). Ugualmente importante era impostare il percorso nel modo più inclusivo possibile, assumendo una dose maggiore di coraggio, ovvero trovando il modo di coinvolgere le forze politiche di minoranza (quando non portatrici di posizioni chiaramente strumentali), così da rispondere seriamente e puntualmente alle loro osservazioni. Mi sono stupito, ad esempio, del mancato coinvolgimento degli esperti della SPISA nella fase successiva alla consegna ed alla presentazione dello studio di fattibilità. Quando invece, sui nodi critici che venivano ad essere individuati (io, ad esempio, ho segnalato quello di un’architettura “barocca” della rappresentanza territoriale: vedi) occorreva impostare ulteriori percorsi di approfondimento, studio di altre esperienze, elaborazione. L’esigenza di un coinvolgimento (e convincimento) più ampio risponde anche all’obiettivo di “oltrepassare” quella quota minoritaria di cittadini, ma comunque presente, che per diverse ragioni (magari anche solo anagrafiche) sente maggiormente il tema della perdita di appartenenza, rispetto a quello dei vantaggi dell’aggregazione (che ci sono indubbiamente).

I confini dell’ipotetico nuovo comune di Valsamoggia.

[4] Che fare ora? In questa situazione un po’ scomoda ci si rende conto che il percorso istituzionale non è congegnato in modo ottimale. Oggi le alternative sembrano essere solo due, entrambe insoddisfacenti: o proseguire sentendosi autorizzati da una maggioranza complessiva di appena 300 voti (e però con due comuni in cui prevalgono i contrari alla fusione), o fermare tutto e rimandare la creazione del comune unico ad un futuro indefinito. Servirebbe una terza opzioni, del tipo: ci prendiamo due anni per fare quello che non si è voluto fare prima (elaborare un progetto vero e spiegarlo ai cittadini confidando di conquistare un po’ di consensi aggiuntivi) e poi tornare di nuovo al referendum. Più complicato, invece, ridisegnare i confini del comune unico (lasciando fuori Savigno ed anche Bazzano), visto che lo studio di fattibilità riguarda i 5 comuni. In ogni caso sarebbe opportuno in una eventuale fase aggiuntiva (temporalmente ben delimitata), attrezzarsi per rispondere alle osservazioni di quelle forze politiche che sono disponibili ad esprimere un sì (condizionato) al comune unico. Ma una tale “pausa” di elaborazione ulteriore ci sta dal punto di vista temporale, visto che la legislatura termina nella primavera del 2014? Il fattore tempo ha la sua importanza, ma è in ogni caso difficile pensare che gli errori commessi nel periodo 2011-2012 possano essere “superati” senza pagare alcun prezzo. Anche perché una nota del sindaco di Savigno, Augusto Casini Ropa, di risposta al comitato “Salviamo Savigno”, il 18 febbraio 2012 (prot. n.866/2012), afferma: “Ribadiamo che la legge assegna alla Regione il compito di interpretare l’esito del referendum. La valutazione del Consiglio Regionale deve obbligatoriamente tener conto della volontà popolare, letta nel suo insieme ma anche Comune per Comune. E’ evidente che, se in uno o più Comuni, vi fosse una chiara e maggioritaria volontà dei cittadini contraria alla fusione, la Regione dovrebbe prenderne atto ed interrompere il processo per tutti i Comuni. Nell’ordine del giorno che presenteremo al Consiglio Comunale chiediamo appunto che il Consiglio Regionale tenga conto del risultatonel rigoroso rispetto della volontà popolare“. Ovviamente non è la dichiarazione di un sindaco che decide dello sbocco di un percorso istituzionale, per quanto tribolato, verso il comune unico. Ma anche questo è il segno di un rapporto non chiaro tra il progetto e la volontà dei cittadini – conseguenza del passaggio referendario con valore solo consultivo. Insomma, sembra che una “terza via” a maggior contenuto di ragionevolezza sia preclusa. Ed è un peccato.

Lettera di sindaco di Savigno del 18 febbraio 2012

[5] La vicenda della Valsamoggia è istruttiva per tutti quei territori che osservavano con curiosità la vicenda in corso, pronti a seguire la stessa strada a fronte di un esito incoraggiante del referendum. Anche i comuni dell’Unione Terre di Castelli hanno da tempo avviato una “discussione” (sconclusionata per la verità) sull’aggregazione di più comuni (vedi). Dopo esser stati in letargo per diversi mesi (vedi), proprio nei giorni precedenti al referendum in Valsamoggia si è riaccesa la voce di qualche amministratore che invitava a procedere con lo studio di fattibilità per un’aggregazione dei comuni nelle “Terre di Castelli”. Sia Luca Gozzoli, coordinatore di zona del PD, sia Francesco Lamandini, vicepresidente dell’Unione e sindaco di Spilamberto, hanno esortato dalle colonne della stampa locale a far partire lo “studio di fattibilità” (ovviamente non dicono che è due anni che l’Unione Terre di Castelli manca l’appuntamento di una richiesta di contributo a sostegno dello studio). L’esito tutt’altro che entusiasmante del referendum in Valsamoggia dovrebbe però suggerire perlomeno un cambio di impostazione. Personalmente riterrei più produttivo l’avvio di un percorso che, sin dall’inizio, coinvolga uno schieramento più ampio rispetto alle sole forze di maggioranza (PD e poco altro). Il mezzo per far ciò può essere quello di un atto di indirizzo pro-studio di fattibilità e la contestuale costituzione di una “cabina di committenza” in cui non siedano solo i sindaci o la giunta dell’Unione, ma anche i rappresentanti delle forze politiche di minoranza che condividano la prospettiva. E con il compito di definire l’incarico e di tenere i rapporti con l’équipe degli esperti incaricati di elaborare lo studio. Mentre ritengo appropriato un coinvolgimento ampio sin dalla fase iniziale, esprimo però anche il mio scetticismo sulla volontà degli amministratori PD del percorrere strade nuove al fine di alzare le chances di centrare un ambizioso obiettivo. Vedremo.

PS Due erano i requisiti referendari. Oltre al sì o no al comune unico, si trattava anche di sceglierne il nome. Ha vinto per poco “Valsamoggia” (3.365 preferenze) su “Valle del Samoggia” (3.263). Assai più distanziate le altre due proposte: 913 “Samodia” e 657 “Samoggia”.

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8 risposte a Referendum in Valsamoggia: un esito che inguaia il progetto del comune unico

  1. Roberto Adani ha detto:

    Sinceramente non sarei riuscito a prevedere il risultato del referendum, ma mi sarei certamente aspettato una partecipazione molto maggiore. Pensandoci però, è vero che i cittadini hanno partecipato ai referendum quando hanno interessato diritti individuali o quando riguardavano argomenti che inducevano una certa paura, il nucleare, l’acqua privatizzata etc.
    In realtà non c’è mai stata in questo paese una classe politica che abbia voluto affrontare e spiegare temi complessi nella convinzione che i cittadini non li avrebbero mai capiti. Solo con la recente crisi e con il governo Monti le persone hanno cominciato a capire che i problemi sono piuttosto complessi e le soluzioni non possono essere semplici. In realtà penso che i processi di fusione dei comuni siano partiti sull’onda della critica ai costi della politica, della casta, delle poltrone. Forse solo i sindaci si sono resi conto che in piccoli comuni, non c’è più nulla da governare e che si potrebbe anche fare a meno del sindaco, in queste condizioni, visto che ci si deve limitare ad una gestione ordinaria ed a tagli dettati dall’alto. L’eliminazione dei consigli comunali e dei sindaci sarebbe il massimo dal punto di vista del risparmio dei costi della politica. Ma in realtà questa questione è ridicola, non sono certo le striminzite indennità di sindaci, giunte e consiglieri a costituire un problema per la spesa di un comune, basterebbe rinunciare alle luminarie a Natale o ad una sagra per comune per ottenere un risultato analogo. Magari il tema potrebbe essere che per un grande comune si potrebbe trovare un sindaco e una giunta di maggiore qualità rispetto alle attuali. Rendiamoci conto che nei piccoli comuni, ma potremmo arrivare tranquillamente ai 30.000 abitanti nessuno di coloro che hanno un mestiere o una professionalità è disposto a sacrificarla per fare il sindaco, è diventato un lavoro per pensionati o per dipendenti pubblici. Quindi mentre parliamo di merito dovremmo mettere mano anche ad una riforma sostanziale del sistema istituzionale. Forse si pensava in definitiva che l’indignazione anticasta bastasse, che bastasse dire riduciamo da 5 a 1 sindaci e consigli. Come si vede per il 51% della popolazione che è rimasta a casa questo tema ha un importanza relativa, penso che questo 51% sia sostanzialmente indifferente al tema, pensi che non gli cambia nulla, la mia casa , la scuola, l’ospedale rimangono dove sono sempre state. Quindi penso che questa maggioranza silenziosa sia sostanzialmente abbastanza indifferente, altrimenti visto che tutti sapevano del referendum sarebbero andati a votare. D’altra parte in queste discussioni si enfatizzano sempre i temi dei costi, dei risparmi e dei contributi, che pur avendo un suo peso, non sono determinanti. Un analogo risultato si può ottenere con una buona unione di comuni senza bisogno di referendum. Il tema è un altro a mio parere, nessuno è riuscito a spiegare ai cittadini di questo paese che buona parte dei bisogni e delle soluzioni ai problemi quotidiani della gente non stanno nella disponibilità di un sindaco, nel senso che per temi come il lavoro, lo sviluppo, la sanità, la scuola, il sindaco non ha risorse, competenze, poteri per incidere direttamente. Le leve indispensabili per governare un territorio e risponderne ai cittadini non sono leve che un sindaco possa azionare direttamente con i necessari poteri e le necessarie risorse. Qualunque sindaco vi racconterebbe di ricevere quotidianamente cittadini per i cui problemi non ha risposte, se è molto bravo si arrabatta facendo telefonate, chiedendo piaceri, rompendo le scatole a questo o a quello per tentare di approssimare una risposta o anche semplicemente per dire che ci ha provato. I sindaci di questi comuni mi sembra quindi che non abbiano grandi colpe, si sono resi conto che il loro lavoro così non aveva più senso e con un certo coraggio hanno provato a cambiare. In un contesto politico in cui nessuno fa scelte coraggiose e men che meno innovative se non affidandosi ai governi tecnici, sinceramente a questi sindaci si dovrebbero fare i complimenti per aver avviato un percorso che si sapeva incerto dal principio. Visto poi che nessuno in questo paese rinuncia mai alla propria poltrona, diamogli atto di essere parte di quella buona politica che tutti vorremmo, altrimenti ci rimangono solo quelli che non scelgono mai, che non si assumono mai dei rischi e che pensano solo a loro stessi.
    Anche il povero Donini che ha difeso fino alla morte un progetto ambizioso e incerto, lo metterei tra coloro che hanno avuto coraggio e senso di responsabilità. Io penso che tutta questa problematica debba essere risolta da una politica intelligente e capace, che elabora, spiega e illustra il suo progetto, ma poi decide assumendone la responsabilità e dimostrando nei fatti la bontà di un progetto. Prendiamo atto che l’unica cosa sulla quale il referendum ha dato un indicazione chiara è il nome del nuovo comune. Anche la questione degli studi non enfatizziamola troppo, ce ne sono a decine, anche molto seri della comunità europea fatti in tutta europa che pongono a 50.000 abitanti il comune ideale che ottiene il massimo risultato di efficacia ed efficienza. Ma ditemi cosa ce ne facciamo di questi studi se manca un progetto di riforma istituzionale complessivo. I comuni sono strumenti per dare risposte ai bisogni dei cittadini, la loro forma, dimensione ed organizzazione deve dipendere dal ruolo e dai poteri che gli si vuole assegnare. In Spagna ad esempio se i comuni si fondono o si uniscono fino ad arrivare ad un certo numero di abitanti hanno risorse e poteri per gestire scuola, sviluppo, servizi sociali e sanitari, altrimenti tali competenze sono assolte per i comuni troppo piccoli dalle provincie, Allora sì che un referendum “Volete gestirvi localmente i servizi scolastici, sociali e sanitari e lo sviluppo del vostro territorio o volete delegarlo alla provincia?” è degno di una risposta partecipata da parte dei cittadini. L’assemblea regionale quindi, invece di interrogarsi su chi ha vinto il referendum e sul da farsi per questi 5 comuni, si impegni a sviluppare una riforma profonda del sistema delle autonomie locali. Invece di farsi passare sulla testa un ridicolo ridimensionamento delle provincie, elabori una propria riforma cedendo poteri e risorse a quei comuni che si uniscono. A cosa servono migliaia di dipendenti e centinaia di dirigenti regionali che si occupano di gestione del sociale, di scuola, di ambiente ed urbanistica? Per fare norme e leggi ne basterebbero qualche decina a tempo determinato. Possibile che dalla riforma del titolo quinto della costituzione, che doveva mettere sullo stesso piano comuni, regioni e stato, trasferendo ai comuni tutta la gestione, non ci sia stato un solo trasferimento di competenze e risorse ai comuni, che la riforma costituzionale si sia fermata al livello regionale e non sia andata oltre scendendo ai livelli istituzionali più bassi, esaurendosi in una guerra quotidiana tra regioni e stato sulle competenze? Come sono finite le regioni, chiuse nella propria autoreferenzialità e nell’accentramento del proprio potere è davanti agli occhi di tutti. Possibile che l’ultimo tentativo di riforma istituzionale lo abbia fatto l’assessore regionale Vandelli ormai 12 anni fa. I sindaci dei cinque comuni penso che i loro 1500 euro se li siano guadagnati tutti in questa avventura, così non è per gli oltre 7000 euro dei consiglieri regionali tutti. Se c’è una responsabilità dell’insuccesso di un referendum che in queste condizioni ha poco senso sta tutto sull’assemblea legislativa della regione Emilia-Romagna, che non è stata in grado di creare le condizioni minime al contorno, in modo che la fusioni di cinque comuni avesse un senso che andasse oltre la riduzione dei sindaci da 5 a 1. Altrimenti la prossima proposta potrebbe essere che con la indennità di un consigliere regionale si pagano le indennità di tutti e cinque i sindaci e che quindi se i consiglieri regionali non fanno le leggi che servono tanto vale eliminare questi ultimi invece che accorpare i comuni.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Trovo assolutamente pertinenti le considerazioni che svolge Luca Grasselli sul suo blog, Pentagras:
    http://pentagras.wordpress.com/2012/11/27/dopo-il-referendum/
    Di cui riporto solo un estratto, ma invito a leggere il testo per intero.
    “Il suggerimento di “rafforzare la comunicazione” nei Comuni dove il “no” ha prevalso è ancor più paradossale e mostra un’apparente incomprensione del problema. Difficilmente la “comunicazione” poteva essere più martellante e capillare di quanto è avvenuto, e non c’è dubbio che da questo punto il fronte del “sì” fosse largamente avvantaggiato.Anche una lettura “partitica” sembra difficile da sostenere: nonostante le forze politiche si siano schierate in modo netto con una contrapposizione sempre più frontale, accompagnata dalla malaugurata tacitazione di qualunque dialettica interna e dal tentativo di mobilitazione “militare” dei propri simpatizzanti, ciascuno può verificare facilmente che le opinioni e le prese di posizione dei cittadini sono rimaste alquanto trasversali rispetto allo schieramento politico. Questo sembra ancor più vero rispetto alle “dichiarazioni di voto” espresse dalle organizzazioni sindacali e di categoria. È la conferma, se ce ne fosse bisogno, del prevalere progressivo di una concezione di “appartenenza” profondamente diversa dal passato; e ancor più semplicemente, del fatto che il prendere le decisioni in modo fortemente verticistico, magari ratificandole, a volte senza neppure un voto formale, in assemblee il più possibile plebiscitarie, per poi “comunicarle” semplicemente alla “base” di riferimento riflette logiche sociali ormai perlopiù desuete.
    A molti, troppi cittadini – certo non solo bazzanesi e savignesi, e non solo sostenitori del “no” – non è mancata la “comunicazione”, che forse è stata addirittura sovrabbondante. È mancato il coinvolgimento, la partecipazione, la sensazione della proposta di costruire un progetto condiviso. Una responsabilità che grava per la maggior parte sui promotori della fusione: se una grande debolezza dei sostenitori del “no” è l’inesistenza di un vero progetto alternativo, è chiaro che il compito di essere al tempo stesso convincenti e coinvolgenti spetta anzitutto a chi ha costruito una proposta così esigente.”
    Venendo all’ipotesi di una aggregazione di comuni nelle “Terre di Castelli”, su cui oggi CISL ed anche CGIL chiedevano a gran voce di “fare presto” con lo studio di fattibilità, e su cui domani altre associazioni economiche si aggiungeranno, ci scommetto, occorre prendere atto dell’insegnamento dell’esperienza in Valsamoggia. Un PD che intenda procedere in solitudine, anche fosse per intero supportato da tutte le forze sociali ed economiche del territorio, ed anche fosse in grado di far fare “passerella” agli uomini più importanti di livello nazionale (ricordo che in Valsamoggia sono passati D’Alema, Camusso, Franceschini, ecc.), rischierebbe di pregiudicare l’obiettivo. Che è quello che è successo in Valsamoggia, dove in 2 comuni su 5 ha prevalso il no, nonostante un dispiegamento di forze da far paura (la “gioiosa macchina da guerra comunicativa”, appunto). Insomma, occorre un approccio diverso. Altrimenti non si va da nessuna parte. Questo è bene che sia chiaro a tutti.

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Riporto il comunicato emesso oggi, 30 novembre 2012, da PD, Idv, Rc, Udc. Meriterebbe un commento esteso, ma mi limito a considerare che è segno di scarsa intelligenza politica attribuire ad azioni di disinformazione o manipolazione la vittoria dei no in 2 dei 5 comuni (Bazzano e Savigno).

    “Le forze politiche per il si’ e il risultato del referendum in Valsamoggia”
    Le forze politiche che hanno sostenuto le ragioni della proposta per la nascita del nuovo comune unico della Valle del Samoggia si sono riunite con i comitati di cittadini per il sì ed hanno valutato i risultati del referendum del 25 novembre.
    La discussione ha preso in esame un risultato che contiene in modo evidente luci ed ombre e si è convenuto sul fatto che il progetto per la nascita del comune unico della Valsamoggia esce confermato e sostenuto dalla maggioranza dei cittadini che si sono recati alle urne e che il sì ha avuto esito positivo nella maggioranza dei comuni.
    Per ciò che riguarda l’affermazione dei no nei comuni di Savigno e Bazzano la discussione ha rilevato come si possano percepire in modo evidente segnali di varia natura all’origine di quel voto. Dalla volontà di opporsi alla presunta cancellazione dell’identità territoriale, alla preoccupazione indotta dai processi di cambiamento e delle fasi che inevitabilmente l’innovazione porta con sé,alle considerazioni critiche indotte dal pessimismo rispetto alla grande portata del progetto e alla sua valenza nazionale, fino a giudizi sulla specifica realtà locale e sui problemi di quei territori. Sono circolate infatti argomentazioni prive di fondamento come ad esempio la chiusura dell’ospedale di Bazzano, la marginalizzazione di Savigno o l’accusa circa un inevitabile aumento delle rette scolastiche in caso di vittoria del si’ al comune unico.
    La preoccupante determinazione delle forze politiche sostenitrici del no a non misurarsi con la vera portata della crisi che ha investito il nostro paese e con esso i nostri comuni e l’esigenza di farvi fronte con misure profonde di innovazione, a partire da quelle istituzionali, ha dato luogo a numerose situazioni di disinformazione anche grave che le forze del sì non sono riuscite a contrastare con la dovuta efficacia e questo è anche una delle cause di una partecipazione al voto che si è fermata attorno al 50% degli aventi diritto. Non va comunque taciuto che in questo caso di referendum consultivo si tratta di una delle partecipazioni più alte mai registrate.
    L’insieme degli argomenti messi sul tappeto dalla discussione, a partire dal fatto che il rispetto verso i cittadini che hanno votato no, motivo per noi di seria preoccupazione, non può e non deve sovrastare il rispetto dovuto verso chi ha votato sì, che sono la maggioranza, deve vederci impegnati a dare vita a un percorso che porti a compimento il progetto sottoposto a referendum, consapevoli che il mantenimento della situazione attuale, conduce all’inevitabile aggravamento dei problemi che già oggi pesano sulla capacità degli enti locali di dare i servizi ai cittadini e questo non solo per i piccoli comuni.
    Le forze politiche che sostengono il progetto di fusione si impegnano a operare per far crescere ulteriormente la partecipazione dei cittadini al confronto, per affrontare gli argomenti che si evincono dal risultato referendario, per chiarire ed eventualmente rivedere aspetti del progetto, per dare risposte a quesiti evidentemente irrisolti e per dare certezza circa la sostanza di una proposta che paradossalmente non è stata considerata da tutti reale a causa della grande sfiducia che oggi la politica suscita in gran parte dei cittadini.
    Si tratta di aprire una vera e propria fase costituente che veda l’impegno di tutti nella costruzione della nuova casa comune.
    Idv, PD, Rifondazione Comunista, UdC

  4. Barbara ha detto:

    Bell’analisi. io ho votato SI però ammetto ke il progetto è alquanto indeterminato. Il tuo blog é molto molto bello. Complimenti!!

  5. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Un video realizzato da InformER – Agenzia di informazione e ufficio stampa della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna presenta sinteticamente il progetto di fusione dei 5 comuni della Valle del Samoggia e l’esito del referendum del 5 novembre. Contiene però una palese imprecisione quando afferma che questa fusione dei comuni “sarebbe il primo caso in Italia” – così non è. Le fusioni di comuni sono avvenimenti rari, ma ci sono già stati casi recenti (l’ultimo di cui ho notizia è la costituzione del Comune di Ledro dalla fusione di 6 comuni piccoli, in Trentino, nel 2010). Per il resto il video si contraddistingue per riportare solo le voci favorevoli al processo di fusione e non invece quelle che al recente referendum del 25 novembre hanno espresso contrarietà:
    http://www.inform-er.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/671/FYTV/9N_Ngcmxogk/FYTP/0/FYTO/5#FYTO5

  6. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Entro il 25 gennaio la Regione Emilia-Romagna dovrebbe approvare una delibera che disponesse la nascita del comune unico. Visto l’esito del referendum (dove i no al comune unico hanno prevalso a Bazzano e Savigno) i sindaci dei 5 comuni chiedono un po’ più di tempo, due mesi, ovvero di prolungare i termini per la relativa delibera fino al 25 marzo. Per farci che? Tentativo disperato.
    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/12/12/news/convinceremo_i_contrari_la_val_samoggia_chiede_pi_tempo-48609489/

    Qui invece il testo completo della dichiarazione dei 5 sindaci:
    Nelle prossime settimane l’assemblea legislativa regionale avrà il compito di decidere in merito al progetto di fusione della Valsamoggia, partendo dal risultato del referendum del 25 novembre. Il risultato del voto complessivo (51, 5 %) e quello relativo ai singoli comuni (3 a 2) sono favorevoli al comune unico Valsamoggia. E’ altrettanto incontestabile però che a Bazzano e Savigno si sono manifestate le ragioni del no.

    Come Sindaci pensiamo che l’unico modo per assumere una posizione sia affidarsi alla democrazia. Da un lato questo significa che la maggioranza si è espressa favorevolmente al processo di fusione dei Comuni (e a ciò hanno contribuito anche i voti di quei cittadini che a Bazzano e a Savigno sono risultati in minoranza), che ha trovato quindi un sostegno e una conferma tra i cittadini della vallata; dall’altro prevede che chi governa ha il dovere di ascoltare le ragioni di quei cittadini che non hanno creduto al progetto, dando a tutti pari dignità, evitando immotivati trionfalismi ed essendo capaci con umiltà di ascoltare le ragioni e i motivi di dissenso, mettendoci anche in discussione – come promotori del progetto – su quello che possiamo avere sbagliato e sul perché in due Comuni non siamo stati capiti fino in fondo.

    Questo in concreto significa che per chi crede nella validità del progetto, in questo contesto di crisi sociale, in cui sono messi gravemente in discussione i servizi alla persona, di crisi economica e dei conti pubblici, è giunto il tempo della responsabilità. La responsabilità di fare la scelta di non dover guardare domani in faccia i cittadini e negargli servizi, avendo avuto un risultato referendario che pone le condizioni per andare avanti. E’ una scelta difficile, ma bisogna avere coraggio – sapendo che l’alternativa è il peggioramento della qualità e del numero dei servizi dati alla cittadinanza, come del resto i nostri colleghi Sindaci di tutta Italia stanno disperatamente cercando di far capire a tutti i livelli.

    I cittadini della Valsamoggia hanno scelto di non arrendersi a questo inesorabile declino e hanno deciso di darsi una possibilità di rilancio, facendo squadra e lavorando insieme. Insomma con il Referendum si sono creati la proprio opportunità.

    Fare questa valutazione vuol dire che la maggioranza dei voti in numero assoluto era una condizione imprescindibile per andare avanti e che non si vede per quali ragioni noi dovremmo fermare il processo di fusione che è stato approvato dalla maggioranza dei cittadini. L’assemblea legislativa regionale, a cui spetta la decisione, farà la sua valutazione. Intanto prendiamoci tempo per dialogare con chi non ha condiviso il progetto di fusione, per entrare nelle ragioni del dissenso laddove si è manifestato con maggiore enfasi, per arrivare infine anche a chiarire ed eventualmente rivedere il progetto.

    Ci aspetta inoltre una fase molto delicata ed importante, quella del processo costituente del nuovo comune, a cui tutti siamo chiamati a dare spunti e contributi, forze politiche, associazioni, cittadinanza: è anche in questa direzione che i nostri sforzi si dovranno concentrare nell’immediato futuro, trovando una fase di discussione sui valori che muovono la nostra comunità, sui temi amministrativi, sulle forme organizzative e di rappresentanza del nuovo comune, sulla tipologia dei servizi che una pubblica amministrazione deve fornire.

    Non nascondiamo le difficoltà di questo lavoro e comprendiamo bene le tensioni che ne deriveranno, ma il senso di responsabilità verso la cittadinanza ci impone di affrontare le difficoltà senza paura e con serenità, auspicando che tutti comprendano che lavoriamo per il bene collettivo, del quale si possono avere diverse concezioni, ma che è il nostro obiettivo ultimo: questo momento storico ci impone di avere coraggio. Questo è quello che sentiamo di dover fare per svolgere al meglio il ruolo che ricopriamo come Sindaci; i cittadini come sempre giudicheranno, valutando i fatti, la bontà di queste scelte.

  7. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Il 12 gennaio 2013 5 liste civiche di 4 dei 5 comuni coinvolti dal progetto di fusione (Bazzano, Crespellano, Castello di Serravalle, Monteveglio) hanno scritto una lettera al presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna. Argomentano in modo puntuale i limiti del percorso intrapreso e la spaccatura che si è determinata tra i cittadini partecipanti al voto. Chiedono all’Assemblea legislativa di non procedere ad approvare la legge istitutiva del nuovo comune. Vale la pena leggerla per intero:
    http://www.civicamentebazzano.it/index.php/la-fusione/gli-articoli/25-lettera-aperta-al-presidente-dell-assemblea-legislativa

  8. Andrea Paltrinieri ha detto:

    (ER) VALSAMOGGIA. DONINI (PD): AVANTI, CON ASSEMBLEA COSTITUENTE LUNEDI’ PROSSIMO COMMISSIONE IN REGIONE SU PROGETTO LEGGE FUSIONE

    DIRE) Bologna, 14 gennaio 2013 – Il progetto di fusione tra i Comuni bolognesi della Valsamoggia non puo’ essere accantonato ma, dopo la vittoria di misura nel referendum popolare, nel percorso potrebbe intervenire una vera e propria “assemblea costituente” chiamata ad “esaminare tutte le ragioni, anche quelle di chi non e’ convinto”. E’ la proposta lanciata da Raffaele Donini, segretario del Pd di Bologna, nel corso del Consiglio provinciale che oggi ha effettuato un approfondimento su questo tema. Alla conferenza potrebbero partecipare “tutti i consiglieri comunali e le rappresentanze politiche e sociali del territorio”, spiega Donini. Ci saranno diversi mesi a disposizione per costruire lo Statuto, ricorda il democratico: questo “puo’ essere un atto burocratico oppure, con questo progetto, puo’ essere un vero e proprio atto costituente”. Nel frattempo, e’ stata fissata per lunedi’ prossimo la commissione regionale che deve discutere il progetto di legge di fusione dei Comuni.
    Di certo, per Donini, “la strada dell’abbandono e della resa non puo’ essere percorsa”: in quel modo “esporremmo noi come forze politiche ma anche tutto il Paese, visto che e’ la prima volta che si compie un’esperienza del genere per una riforma istituzionale dal basso, al rischio di affermare che in Italia non si possono fare le riforme se non sono tutti d’accordo – continua il segretario del Pd – anche se la maggioranza dei cittadini e’ favorevole e lo sono tre Comuni su cinque che rappresentano il 68% della popolazione interessata”. Donini boccia anche l’ipotesi di un rinvio della partita, perche’ questo “esporrebbe il procedimento a dubbi di legittimita’ dal punto di vista amministrativo”.
    Il Pd, pero’, propone un’assemblea “costitutente” a cui attribuire “comunque l’obiettivo di arrivare alla fusione- replica il capogruppo del Pdl, Luca Finotti- senza tener conto di chi ha votato no”. Un altro berlusconiano, Giovanni Leporati, aggiunge: “Come si puo’ dire ai Comuni che devono fondersi, quando permettiamo al granducato di Imola di avere perfino una propria Ausl?”. Alla luce del referendum, il dubbio si insinua anche in Giovanni Venturi (Pdci). Con la Valsamoggia “siamo partiti dalla fine” e “forzando le tappe”, ammette il consigliere provinciale: “Sembra un po’ il pasticcio delle Province, con il Governo che ha voluto accelerare con decisione su una cosa impraticabile”. Questo con un grosso rischio: se l’iter della Valsamoggia “viene bloccato, della necessaria fusione dei piccoli Comuni- teme Venturi- torniamo poi a parlarne fra 30 anni?”.
    Per l’Udc si ripropone la gia’ nota spaccatura. E’ contrario alla fusione Gianfranco Tommasi, con “il dubbio e’ che si voglia andare avanti comunque perche’ c’e’ dietro dell’altro”, probabilmente “un imbroglio”. E’ favorevole, invece, Mauro Sorbi: quello della fusione “e’ un progetto politico che parla del futuro di intere comunita’”, mentre da molti di quelli che si sono opposti si e’ manifestata “l’arroganza di chi cerca solo visibilita’ e magari la possibilita’ di conquistare un Comune”. Per Giuseppe Sabbioni (Fli), il referendum ha mostrato “un risultato talmente risicato che dimostra come nella sostanza la volonta’ della popolazione e’ poco favorevole”. Piu’ netto Alessandro Marzocchi (Lega nord): il progetto ha subito “una sonora sconfitta”, con la volonta’ di andare avanti “state dimostrando quanto siete poco democratici”.
    Sulla fusione dei Comuni della Valsamoggia, intanto, interviene con una nota anche Flavio Corti, segretario del circolo Pd di Bazzano, uno dei municipi interessati dal progetto: “Bisogna andare avanti nel rispetto del risultato complessivo, prestando attenzione a quei no che sono disponibili al dialogo”. Fino ad oggi “abbiamo preferito analizzare a fondo la situazione e ascoltare gli umori di Bazzano e di tutta la vallata, piuttosto che intervenire con affermazioni definitive- spiega il dirigente democratico- che non fossero basate sul confronto con gli iscritti”: gli incontri che “hanno coinvolto oltre 200 persone e i comitati del si’- aggiunge Corti- hanno confermato la volonta’ di andare avanti con il progetto”. Dunque nessuna “rottura” nel Pd di Bazzano: “Ci sono punti di vista diversi, ma non opposti”.
    Corti conclude cosi’: “Esistono progetti di grande importanza per la comunita’, progetti che superano i localismi e che la prospettiva di un Comune unico di 30.000 abitanti puo’ avere la forza di portare a termine con maggiore certezza”.

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