Primarie del centrosinistra 2012. Riflessioni sulla sfida di Matteo Renzi

Prima ancora di prendere posizione per l’uno o l’altro dei candidati che si propongono alle primarie del centrosinistra 2012 occorre comprendere meglio le posizioni in campo, le loro ragioni ed i loro programmi. Altrimenti le primarie rischiano di ridursi ad un censimento delle simpatie o antipatie. La candidatura di Matteo Renzi costituisce indubbiamente il principale elemento di novità di queste primarie – quanto convincente lo sapremo il 25 novembre. Per il modo in cui è nata ed anche per una parte significativa del “messaggio” che propone essa svolge una funzione di stimolo all’innovazione del PD, ma è anche accolta in modo controverso all’interno del partito (vedi). Qui provo a mettere in fila un po’ di convincimenti (e di interrogativi ancora aperti) che mi sono fatto in queste ultime settimane, con l’ausilio di osservatori qualificati.

Incontro bolognese di presentazione del libro “L’Italia dei democratici. Idee per un manifesto riformista”. Da sinistra: Enrico Morando, Sofia Ventura, Salvatore Vassallo, Giuliano Amato, Giorgio Tonini (foto del 26 ottobre 2012).

[1] Matteo Renzi ha lanciato una sfida all’establishment PD con la parola d’ordine “rottamazione”. E’ indubbiamente un’espressione dalla forte carica polemica. E molte critiche si sono appuntate su questo. Dario Franceschini, capogruppo PD alla Camera dei deputati, invita invece a ringraziare Massimo D’Alema e Valter Veltroni per aver fronteggiato la stagione berlusconiana (su la Repubblica del 22 ottobre: pdf). Ecco, un bilancio serio degli ultimi vent’anni andrebbe fatto certamente. E qualcuno, tra gli storici, ha pure iniziato (Antonio Gibelli e Guido Crainz, per esempio). Ma nessuno di loro è tenero con la sinistra – e qualche ragione ce l’hanno. Non solo perché per far nascere il PD ci sono voluti più di dieci anni, consumando in tal modo sia gli entusiasmi di volta in volta prodotti dal progetto, sia i legami di appartenenza della militanza tradizionale. Ma anche perché le parole d’ordine con cui il PD è nato (”casa dei riformisti”, “vocazione maggioritaria”, “nuova politica”) sono state assai presto abbandonate con il congresso del 2009 (ne parlano diffusamente Enrico Morando e Giorgio Tonini nell’ultimo capitolo del libro L’Italia dei democratici. Idee per un manifesto riformista, Marsilio, Venezia, 2012, vedi). Difficile negare che il PD abbia creato aspettative poi andate deluse. Sia per lo scarto “tra il partito nuovo annunciato e quello effettivamente praticato”, sia per le ombre lunghe di alcuni “padri storici” un po’ ingombranti, anche perché “portatori di tesi” non sempre coerenti con la fondazione del PD.  Solo io mi ricordo di D’Alema che sbeffeggiava il progetto del Partito Democratico ad un congresso dei Verdi? Però, nonostante il peso di quelle parole, una volta costituito il PD non ha rinunciato ad esercitare influenza per dettarne la linea. Ed oggi vorrebbe “difenderlo” da Renzi? Le “ragioni” della “rottamazione” – espressione brutta, antipatica, politicamente scorretta (oggi lo ricordano in tanti), ma divenuta “necessariamente” una espressione-chiave di questo periodo – le ricorda con grande acutezza Biagio De Giovanni su La Stampa del 18 ottobre: nel principale partito della sinistra c’è un gruppo dirigente che ha fatto fallimento, ma poi, di volta in volta, ha pensato di poter garantire esso stesso il rinnovamento. “Di volta in volta è come se avessero detto ‘bene, cambio idee, me ne rimangio alcune, ma sono sempre io, siamo sempre noi a rinnovare’. Ecco Renzi certifica che non è più così” (pdf).

Incontro bolognese di presentazione del libro “L’Italia dei democratici”: Salvatore Vassallo e Giuliano Amato (foto del 26 ottobre 2012).

[2] “So bene che ci si interroga su Renzi. Chi è costui? Perché è diventato una sorta di fenomeno? La risposta è semplice. Perché l’insoddisfazione per il modo in cui è stato diretto il partito in questi anni è cresciuta a dismisura. Perché c’è uno scarto tra gli assilli, i tormenti, le domande della società e dei nostri elettori e l’ambiguità, le incertezze, la fragilità della nostra politica. Renzi incalza perché raccoglie un’ansia di cambiamento: qualcosa che va al di là degli stessi programmi. Come si fa a non capirlo. Come si fa a liquidarlo come una variante del berlusconismo, come fenomeno mediatico? Il suo appeal nasce dal logoramento di una complessiva leadership.” Così Umberto Ranieri (presidente del Forum progetto Mezzogiorno del Pd) su Il Foglio del 26 ottobre (pdf). La storia di questo paese dovrebbe, in effetti, aver sedimentato in larghi strati di cittadini la diffidenza verso il demiurgo ordinatore del sistema politico e risolutore dei problemi del paese (o spacciatore di sogni, come il “nuovo miracolo economico italiano” di berlusconiana memoria). E forse il limite di Renzi è quello di non riuscire a convincere pienamente che non siamo di fronte all’ennesimo caso di “un leader troppo convinto di sé per aver bisogno di altri” – così la critica “simpatetica” di Stefano Menichini su Europa del 9 ottobre (pdf). Un argomento sviluppato in modo assai più hard da Miguel Gotor su la Repubblica del 24 giugno (pdf). In realtà, anche tramite gli incontri fiorentini alla Leopolda, Renzi ha creato un proprio network interno al partito, che consente, dunque, di intendere la sua proposta come una iniziativa collettiva – non potrebbe essere diversamente. Comunque sia, quello che Renzi oggi rappresenta è una diversa soluzione alla questione della leadership rispetto a quella tradizionalmente dominante nella cultura politica della sinistra italiana (di diffidenza e contenimento). Forse è il caso di iniziare ad elaborare una nuova cultura al riguardo, riconoscendo la funzione positiva ed insostituibile del leader politico come persona in grado di suscitare entusiasmi e sentimenti collettivi e dunque a mobilitare una volontà collettiva di cambiamento (pensiamo solo al Barack Obama del 2008 – un caso che testimonia alla perfezione che c’è anche poi, ugualmente importante, il tema della capacità di realizzare la “visione” proposta al paese). Attrezzandosi semmai per “addomesticare il principe”, riconducendolo nel modo più rigoroso possibile all’interno di un circuito democratico di indirizzo, controllo e rendicontazione (è il tema che affronta Sergio Fabbrini in Addomesticare il principe. Perché i leader contano e come controllarli, Marsilio, Venezia, 2011, vedi).

Presentazione bolognese del libro “L’Italia dei democratici”: Sofia Ventura, Salvatore Vassallo e Giuliano Amato (foto del 26 ottobre 2012).

[3] Se la proposta di Renzi si esaurisse nel tema della “rottamazione” non avrebbe adeguato respiro per reggere alla competizione di queste primarie del centrosinistra 2012. Lo vedremo nel prosieguo della campagna. In realtà egli incarna anche una proposta politica diversa da quella “ecumenica” bersaniana, ovvero di un Bersani che fa da ombrello a posizioni contraddittorie: da Stefano Fassina, responsabile economico del partito, che vuole “rottamare” l’agenda Monti (così su Il Foglio del 9 ottobre: pdf), a Enrico Letta, vicesegretario, che invece la difende, pur ritenendo necessari aggiustamenti (che, significativamente, titola un suo intervento “Bersani vincerà nonostante Fassina“: vedi). Da questo punto di vista Renzi ha un profilo, pur non privo di incertezze, assai più netto di quello bersaniano (costruito sulla mediazione tra posizioni differenti ed anche contrastanti). Egli infatti si colloca in un’area politica che potremmo definire di “sinistra liberale” – lo spiega molto bene Pietro Ichino sul suo blog (vedi) e lo ribadisce Luca Ricolfi su La Stampa del 16 settembre (pdf). Le stesse cose le dice Michele Salvati nell’esprimere un appoggio condizionato a Renzi su Europa del 3 ottobre (pdf). Se le primarie fossero giocate seriamente servirebbero anche per cercare di capire (e far capire agli elettori, ai cittadini di questo paese) quali delle visioni programmatiche in campo (tra cui le due linee presenti nel PD) ha maggiori chances per offrirci un’Italia migliore. Costituirebbero anche un’occasione di apprendimento – cosa di cui ci sarebbe un gran bisogno, visto il deficit di elaborazione politica nel centrosinistra (vedi).

Enrico Morando, senatore PD, alla presentazione bolognese del libro “L’Italia dei democratici” (foto del 26 ottobre 2012)

[4] In effetti servirebbe un modo nuovo per uscire dal predominio del marketing o della mobilitazione delle tifoserie in questa campagna per le primarie. Perché il rischio di vendere “fumo” o di far pesare soprattutto la forza “organizzata” è assai forte. Già se ogni candidato proponesse 10 disegni di legge confezionati sugli aspetti più importanti che vorrebbe trattare da Presidente del consiglio, con relativa copertura economica e da sottoporre al vaglio di esperti ed opinione pubblica, sarebbe un passo in avanti. Ma non ci si arriverà. Temo prevarranno slogan, “sgambetti” e mobilitazione di truppe. Eppure le primarie sono un potente convogliatore di attenzione. Sarebbe un peccato non giocarle al meglio proprio in questa fase di fluidificazione degli orientamenti di voto.

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4 Responses to Primarie del centrosinistra 2012. Riflessioni sulla sfida di Matteo Renzi

  1. Gabriele Natalini ha detto:

    Bersani ha fatto benissimo a dare la possibilità a Renzi di candidarsi alle primarie di coalizione. Lo ha fatto sopratutto per il bene del PD e non per il suo bene personale, questa non mi sembra una cosa di poco conto e da l’idea di essere un leader vero che non ha paura di mettersi in gioco. Renzi è un bene per PD perchè apre una discussione sul rinnovamento, non solo del personale politico ma anche delle scelte politiche che il partito dovrà affrontare nel suo prossimo futuro. A mio parere sarebbe stata materia di un congresso e non di primarie di coalizione ma in Italia tutto funziona in modo strano e ci possiamo fare ben poco. Ci sono dinamiche che prescindono dai regolamenti che ci diamo nei congressi. Per adesso Renzi non mi convice, ha usato la parola “rottamazione” perchè in questo momento va molto di moda parlar male dei politici in generale e gli ha dato molta visibilità ma siamo tutti convinti che non sarà sufficiente per vincere le primarie, dovrà dare prova che saprà unire prima di tutto il nostro campo, per poi di andare giustamente a cercare di allargare i nostri consensi convincendo gli elettori che la scorsa volta non hanno votato per il centrosinistra, che si sono astenuti o non sono andati a votare. Credo che Bersani, aiutato dal fatto che diversi dirigenti di primo piano si ritireranno, potrà meglio assolvere a questo compito. Come dici Tu nelle righe finali “sarebbe un peccato non giocarle al meglio” quello delle primarie è stata una grande intuizione e sono convinto che nel tempo andranno a far parte della legge elettorale. All’inizio tutti ci prendevano in giro, adesso molti le copiano, qualcosa vorrà dire. Siamo sempre molto severi con noi stessi ma anche con queste primarie dimostreremo che siamo un grande partito democratico ed europeo indipendentemente da chi le vincerà.

  2. paolo serra ha detto:

    Se si esaminano i suoi anni da amministratore in Provincia e Comune Renzi non ha nessuna credibilità come innovatore, ha fatto le stesse cose di quelli che vuole rottamare, ne più ne meno, premi ai dirigenti fedeli, appalti a società di famiglia, sotto inchiesta dalla Corte dei Conti etc…

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Sono considerazioni del tutto generiche le tue Paolo. Non mi sembrano il frutto di un’analisi puntuale (e il tema lo meriterebbe). Personalmente so abbastanza poco di Renzi presidente di provincia e sindaco di Firenze. Così come so poco di Vendola presidente della giunta della Puglia. Un po’ di più, visto il ruolo nazionale che ricopre, so invece di Bersani (ma non del Bersani presidente della Regione Emilia-Romagna). Tutto ciò che può aiutare a comprendere l’esperienza amministrativa dei candidati è buona cosa. Basta non riciclare le notizie di terza mano che vengono fatte circolare in rete. Su cui qualche dubbio in merito all’affidabilità è lecito nutrirlo.

  3. Luciano Credi ha detto:

    Dal primo turno, se uno non é cieco legge bene che la Daria Denti ed i baroni del PD di Vignola, con mia grandissima, enorme, anzi enormissima, stratosferica gioia sono stati politicamente sconfitti.

    A Vignola Renzi é quasi alla pari con Bersani, Zocca in vantaggio, Marano in Vantaggio, Savignano quasi alla pari…

    Cari colonelli che volete solo dettare ordini fate finta di niente?

    Ahoo beccatevi questo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    Andrea, se domenica questa tendenza aumenterà di nuovo, penso che per il PD della zona di Vignola ci sarà di nuovo spazio per me e per te.

    Oh mai io sono buono, come tutti sanno, ma ogni tanti girano anche a me le scatole e non solo ai baroni di partito, che a causa loro il M5S sarà il primo partito del territorio.

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