Libera Associazione Genitori (LAG). Una riflessione per i trent’anni

Domenica 16 settembre, nel borgo di Campiglio, si festeggiano i trent’anni della Libera Associazione Genitori (LAG) di Vignola (vedi). Nata nel 1982 da un gruppo di genitori toccati direttamente dal problema “droga”, costituisce certamente una delle realtà associative più importanti del nostro territorio. Anche perché ha sviluppato una forte capacità di percepire i “nuovi bisogni” che hanno segnato e segnano la comunità locale e di rimodulare nel tempo il proprio impegno. In effetti in questi trent’anni la finalità associativa si è notevolmente allargata: non più solo percorsi di fuoriuscita dall’esperienza della tossicodipendenza, ma iniziative per il “benessere” dei giovani del territorio, contrasto alle diverse forme di “dipendenza” (alcol, gioco d’azzardo), nonché promozione della legalità (fino al sostegno del commercio equo e solidale: vedi). Nel celebrare una siffatta ricorrenza si rischia sempre di indulgere nella retorica. Vorrei dunque seguire una strada diversa, che non rinuncia alla riflessione.

La caratteristica sagoma dei cipressi in località “Santa Croce”, sulle colline di Campiglio (foto del 23 ottobre 2010)

[1] Nella giornata di domenica 16 settembre verrà presentato un libro (“30 anni di LAG”), una sorta di album fotografico e di appunti, che ricorda le realizzazioni più significative di questi trent’anni, anno dopo anno. Come quando si apre un album fotografico di famiglia, le immagini aiutano a recuperare alla memoria i momenti più significativi. E’ impressionante vedere la ricchezza di iniziative dispiegate in questi anni. Dall’apertura della prima sede a Campiglio e poi, qualche anno dopo, anche a Festà di Marano, alle iniziative per la giornata mondiale di lotta alla droga (26 giugno) o contro l’AIDS (1 dicembre). Dalle iniziative culturali, alle iniziative di formazione dei genitori, alle indagini sul disagio o sui rapporti genitori-figli. Dalla promozione di luoghi di aggregazione e di animazione giovanili alla realizzazione di cortometraggi sul mondo giovanile e sulle seconde generazioni di stranieri (rendendo giovani e stranieri protagonisti). E molto altro. Questa progressiva diversificazione delle attività non è casuale, ma segue un obiettivo ben preciso. Sin dall’inizio la LAG opera non solo per il recupero dalla tossicodipendenza (e per il reinserimento sociale), ma anche con attività di prevenzione ed informazione. Su questa originaria impostazione si innesta dopo qualche anno un nuovo elemento di consapevolezza: sui limiti di politiche di prevenzione e, invece, sull’importanza della promozione dei fattori di benessere. Dunque non tanto (o non solo) “contrastare il disagio”, ma piuttosto “promuovere l’agio” (uso la terminologia più volte usata da LAG per ribadire il cambio di visione), ovvero creare opportunità (spazi, tempi, progetti, tecnologie) per il benessere di adolescenti e giovani. Colpisce anche vedere in che misura, proprio al fine di entrare in contatto con i gruppi informali giovanili, la LAG abbia riconosciuto l’importanza di utilizzare il linguaggio stesso dei giovani per fare “politiche giovanili” – una capacità testimoniata dalla realizzazione di video (il primo nel 2002: vedi), dall’uso del “fare musica” come potente aggregatore, fino alla realizzazione di una web-radio (vedi). Piccola parentesi: è un peccato che un cortometraggio come “Faccio come te” (2003) non sia oggi digitalizzato e disponibile su You Tube, perché è l’esempio di un prodotto comunicativo simpatico e leggero, ma che trasmette con efficacia il messaggio della libertà responsabile a cui non possiamo rinunciare senza infragilire la nostra comunità (sono invece disponibili i video realizzati dal 2004: vedi). I trent’anni di attività documentati dal libro sono dunque il segno di una grande “ricchezza civica e sociale”: capacità di percepire i bisogni del territorio e di mettere in campo azioni innovative nel tentativo di rispondervi. Sarebbe importante, nel festeggiare questa ricorrenza, poter dire se questo percorso può essere letto (come io penso) nei termini di un processo di apprendimento. Ad esempio circa il riconoscimento dell’importanza della promozione del benessere rispetto alla prevenzione del malessere. Perché è davvero così importante non limitarsi alla “prevenzione”? E nel momento in cui ci si pone l’ambizioso obiettivo di contribuire a creare opportunità di benessere (con luoghi, occasioni, creazione di relazioni e di comunità, ecc.) non si sperimenta, però, la mancanza di strumenti efficaci per un’azione a vasto raggio? In che misura, detto altrimenti, i progetti realizzati in passato e in corso oggi producono davvero empowerment della comunità locale (degli adolescenti e dei giovani, delle famiglie, delle realtà associative)? Sarebbe di grande importanza riuscire a comunicare (a sé ed alla comunità tutta) cosa si è appreso rispetto alle politiche rivolte al mondo giovanile (recupero, prevenzione, promozione) nei trent’anni di esperienza fatta al di là di ogni retorica.

La facciata della Chiesa di San Michele Arcangelo a Campiglio, vicino a cui si trova la sede della LAG (foto del 12 dicembre 2009)

[2] Ho avuto occasione di vedere da vicino la LAG a partire dal 1997, quando sono diventato assessore alle politiche sociali a Vignola. E non mi ci è voluto molto per riconoscere la rilevanza di questa realtà associativa: non certo legata al numero degli associati, ma piuttosto all’essere un sensore sensibilissimo in grado di percepire ed intercettare i variegati fenomeni del disagio che segnano il campo della realtà giovanile anche in una realtà a benessere diffuso come la provincia Modenese. Erano tra l’altro gli anni in cui grazie alla “legge Turco” (n.285/1997) si avviava un programma di finanziamento a favore degli enti locali e dei soggetti del terzo settore per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza. Per la prima volta una legge dello stato riconosceva l’importanza di promuovere nuove opportunità di formazione e di svago per questa fascia della popolazione. Anche grazie a quell’impulso si iniziò a sviluppare una rete tra i diversi soggetti impegnati verso il mondo dell’adolescenza e dei giovani: amministrazioni comunali (quelle del distretto, l’Unione Terre di Castelli era ancora da venire), servizi sanitari dell’Azienda USL, associazioni di volontariato, istituzioni scolastiche. E non c’è dubbio che all’interno di questa rete competenze importanti erano garantite più dalle realtà associative come la LAG che dagli enti locali, per cui ho sempre considerato fondamentale questo sistema di “alleanze” per riuscire a realizzare iniziative ed a creare opportunità altrimenti non concretizzabili. L’idea della “rete” come ispirazione per l’organizzazione di servizi e politiche nel sociale non era più novità già allora. Ma forse per la prima volta si provava ad organizzare una rete sul territorio che nelle politiche per l’infanzia e l’adolescenza mettesse in collegamento le istituzioni pubbliche (enti locali, azienda USL, istituzioni scolastiche) e mondo dell’associazionismo e del volontariato, provando a costruire condivisione delle finalità e coordinamento nelle modalità d’intervento. Ed arrivando anche a formalizzare con la sottoscrizione di un protocollo d’intesa la volontà di collaborare, in modo trasversale, interistituzionale, nel campo delle politiche per l’infanzia, l’adolescenza, i giovani. Da allora l’idea della “rete”, essendo divenuta di moda, è stata continuamente ripetuta, enunciata pubblicamente, inserita nei documenti ufficiali. L’impressione, però, è che non si sia fatto alcun passo in avanti nell’organizzare la rete e nel farla funzionare. Tra i modelli organizzativi, tra l’altro, la “rete” è quello che necessità l’investimento più alto per la “manutenzione” – e mi sembra un fronte su cui le istituzioni locali hanno oggi performance assolutamente modeste. Tra le realtà associative del territorio, con ogni probabilità, la LAG è una di quelle che più ha partecipato alla costruzione di reti. Anche qui, dalle esperienze fatte, dalle difficoltà incontrate, quali apprendimenti? C’è un sapere acquisito sui requisiti per il buon funzionamento delle reti interorganizzative ed interistituzionali? Hannah Arendt elabora un concetto di potere come capacità di mobilitazione collettiva: quello che da solo non riesco a fare, posso farlo invece associandomi ad altri. Potere è dunque “potere di fare”. Quando però parliamo di “potere”, di solito è intesa la capacità di esercitare influenza o decidere per altri. Le reti interistituzionali, oggi, quale tipo di “potere” veicolano? Quali sono i meccanismi del potere che “governano” le reti, tra istituzioni pubbliche ed associazionismo: l’asimmetria di conoscenza? Le risorse economiche? Altro? Le realtà associative che più si sono impegnate a partecipare a reti riescono ad esercitare influenza sui processi decisionali che contano, es. di allocazione di risorse, di definizione degli obiettivi dei programmi di medio-lungo periodo? Nel celebrare trent’anni di storia la LAG potrebbe mettere a disposizione del mondo associativo (e delle istituzioni pubbliche) i propri apprendimenti in tema di funzionamenti di reti e di mobilitazione collettiva.

Chiesa di San Michele Arcangelo a Campiglio (foto del 27 maggio 2010)

[3] Un’ultima questione riguarda il ruolo “facilitatore” delle istituzioni pubbliche locali, in primis degli enti locali. Nel festeggiare la presenza sul territorio di una importante realtà associativa non è improprio chiedersi anche: cosa possono fare le istituzioni pubbliche? Sostenerne l’attività mettendo a disposizione risorse (sedi, contributi economici) è importante. Ma forse ciò che oggi manca di più al mondo dell’associazionismo e del volontariato è un luogo pubblico di confronto e di discussione. Anche a partire dai temi elencati sopra. Creare e mettere a disposizione arene di confronto e dibattito. Ovvero una “sfera pubblica” dialogante, piuttosto che eventi in cui “rappresentarsi” e “essere celebrati” (vedi). Le sollecitazioni all’innovazione giungono oggi prevalentemente lungo i network “verticali” in cui le associazioni sono inserite (es. per LAG dal network CNCA). Più deboli sono i flussi comunicativi orizzontali interni alla comunità e che tagliano trasversalmente i settori d’intervento (anziani, sanità, giovani, sport, ecc.). Ecco, forse un riequilibrio degli scambi comunicativi e dei dibattiti pubblici è un impegno da perseguire nel prossimo futuro. Oggi la discussione pubblica nella nostra comunità locale è alquanto rarefatta. Molte realtà associative (la LAG è certamente tra queste) hanno tuttavia competenze di alto profilo che potrebbero mettere al servizio di una rivitalizzata sfera pubblica locale. Per dare un po’ più di sostanza ad una “figura” di cittadino oggi un po’ esangue.

PS Chi scrive fa attualmente parte del consiglio direttivo della LAG. La prima immagine sotto il titolo è un “estratto” della copertina e quarta di copertina “30 anni di LAG”. Qui la lettera di invito (partecipate!) con il programma della giornata (pdf).

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