Cosa ci facciamo con questi musei? Ancora sul MUSA & C.

Circa un anno fa un mio post dedicato al “MUSA”, il Museo dell’Assurdo a Castelvetro (non preoccupatevi: se non lo conoscete non avete perso nulla), ha provocato una piccola “rissa” nel web con Giorgio Montanari (suo ideatore quando a Castelvetro era assessore alla cultura) e Valerio Dehò (critico d’arte, suo curatore) (vedi). In sintesi sostenevo che il MUSA non è solo un Museo dell’Assurdo, ma anche un assurdo di museo. Vedere per credere (vedi). Poiché ogni tanto sul tema delle “politiche culturali” mi incrocio su facebook con il sindaco di Castelvetro (che è anche assessore alla cultura dell’Unione Terre di Castelli), mi sembra opportuno aggiungere qualche considerazione. Anche perché proprio oggi la stampa locale ha dato risalto (temo più di quanto meritasse) alla notizia circa l’avvio del progetto di “museo diffuso” del territorio. Un’idea indubbiamente buona, solo che la si riempia di contenuti sostanziosi. Che però oggi ancora non ci sono. Vediamo.

MUSA-Museo dell’Assurdo o assurdo d’un museo? Tra l’altro da aprile 2012 il MUSA è visitabile solo su appuntamento (sic)! (foto dell’1 maggio 2011)

[1] Giorgio Montanari ritiene (erroneamente) che il metro di valutazione che propongo per il MUSA e per i restanti musei o luoghi della cultura del territorio sia basato esclusivamente sul “successo” in termini di pubblico. Ovvero il numero di visitatori. Basta leggere il mio post per vedere che non è così. Scrivevo infatti che ogni museo, specie di arte, dovrebbe avere un progetto che risponde a tre “funzioni”: “(1) richiamare visitatori (e dunque generare anche economia nel territorio); (2) trasmettere cultura (… per fare ciò, non basta la presenza fisica del visitatore all’interno del museo); (3) supportare le nuove produzioni culturali (locali).” E aggiungevo: “Mi sembra che nessuna delle tre funzioni sia svolta adeguatamente dal MUSA, cosa che vorrei provare ad argomentare.” E così via (vedi). Dunque non è affatto vero che il presupposto del mio ragionamento è che “un museo ha successo se  “produce “ grandi numeri di visitatori , e quindi, la cultura , l’offerta culturale “ valida “ è quella (solo quella?)  che si traduce in  afflussi di qualche  decine di migliaia di visitatori” (così Montanari su facebook il 30 luglio scorso, ore 10.40). Avevo già infatti argomentato che il MUSA non solo fallisce il criterio dell’appeal e del pubblico, ma anche gli altri due: non “diffonde” cultura e non “produce” cultura, ovvero non “promuove” la creatività degli artisti locali. Insomma, se è vero che dietro ha un “progetto” (può essere), è però altrettanto vero che è un progetto datato e stantio. Ci sono cose assai più interessanti che è possibile fare con un museo di nicchia dedicato all’arte contemporanea (peraltro ubicato in un contesto altamente provinciale) che non mettere opere in una sala (peraltro inadeguata) a prendere polvere.

Mokichi Otsuka, una delle opere esposte alla mostra “Il sorriso interiore” (Faenza, 1 settembre 2012)

[2] Mi sono imbattuto nella formula delle “residenze d’artista” (o “artisti in residenza” o “artist residence”) a Faenza, città della ceramica, dove dal 2003 sono organizzate presso il Museo Carlo Zauli (vedi). Di cosa si tratta? “Dal 2003 il Museo Carlo Zauli porta avanti il progetto Residenza d’Artista che prevede l’incontro fra un’artista, scelto da un curatore, la città di Faenza e il materiale ceramico. L’artista, con la supervisione di un tutor ceramista e di un gruppo di studenti del territorio e delle migliori accademie d’Italia, lavora per la realizzazione di una serie di opere d’arte, secondo la propria poetica e modalità di lavoro, rendendo ogni residenza un’esperienza unica.  Uno dei pezzi prodotti in residenza entra in collezione al museo, contribuendo a lasciare un tangibile segno del lavoro in città, mentre l’altro, di proprietà dell’artista, diventerà mezzo di diffusione del nostro lavoro nel mondo dell’arte contemporanea. La partecipazione degli studenti al processo creativo e di realizzazione, coinvolti essi stessi a ideare e creare un loro pezzo in ceramica, porta avanti la forte attitudine didattica del museo. Periodicamente i lavori realizzati da artisti e studenti vengono raccolti e presentati al pubblico in una mostra, solitamente il luoghi inaspettati o inediti della città, e in una pubblicazione, per poi entrare nella collezione permanente esposta al museo.” La formula dunque consiste in questo: un’istituzione ospita un artista (anche straniero) mettendogli a disposizione un atelier. L’artista ha quindi la possibilità di lavorare realizzando una o più opere (in un tempo che va da qualche giorno a qualche mese – dipende ovviamente dalle possibilità dell’istituzione ospitante), offrendo la possibilità ad altri artisti locali (più o meno giovani) di seguire il processo di realizzazione. Almeno una delle opere realizzate, inoltre, può rimanere presso il museo ospitante, andando così ad accrescere il patrimonio artistico locale. Ma, forse ancora più stimolante, è la possibilità di documentare il processo di ideazione, creazione, realizzazione – magari andando a produrre materiale video per raccontare le esperienze più interessanti (da raccogliere in un archivio multimediale) e da diffondere worldwide (su Internet) e sul territorio, presso le comunità artistiche locali. Esperienze di questo tipo sono oggi relativamente diffuse, tanto che sono sorti network (italiani ed internazionali) per promuoverle (vedi). A Giorgio Montanari vorrei fare presente che un siffatto dispositivo riflette un vero progetto culturale che mira, appunto, non al museo-vetrina (com’è oggi il MUSA, peraltro pure privo di visitatori!) ma a promuovere una conoscenza vera del mondo artistico ed a promuovere processi di confronto ed apprendimento culturale sul territorio. Di recente, a Faenza, ho avuto occasione di assistere, presso il Museo Carlo Zauli (vedi), al processo di realizzazione di ceramiche artistiche da parte di Jeff Shapiro, noto artista statunitense (vedi). In questo modo il museo “fa cultura”, promuove e diffonde nuove capacità ideative e realizzative, facilita la contaminazione e l’apprendimento. Tutte cose che il MUSA non fa.

Workshop con Jeff Shapiro, artista della ceramica statunitense, presso il Museo Carlo Zauli di Faenza (foto dell’1 settembre 2012)

[3] Con la delibera del 26 luglio 2012, n.72, la giunta dell’Unione Terre di Castelli ha approvato il “progetto museo diffuso” la cui attivazione, dice la delibera, è prevista tra settembre 2012 e maggio 2013 (qui il testo in pdf). In cosa consiste il progetto? Essenzialmente in tre “azioni pilota”: (1) un concorso di idee per il nome ed il logo (del museo diffuso) – in palio ci sono 2.000 euro (è riservato agli under-36); (2) un corso di formazione per dipendenti pubblici e volontari attualmente coinvolti nella gestione dei musei afferenti al progetto (anche qui 2.000 euro di spesa prevista), al fine di dare loro competenze per fare informazione ed orientamento sull’intero network museale; (3) un progetto indirizzato ai Consigli Comunali dei Ragazzi (presso le scuole medie del territorio) per far conoscere il patrimonio museale. Tutte cose positive, per carità, ma non certo eclatanti. Non certo in grado di mutare l’attuale tran tran. Innanzitutto viene da chiedersi cosa abbia fatto l’assessore alla cultura dell’Unione Terre di Castelli nei primi tre anni di legislatura. Un programma così minimale non richiede né grande sforzo progettuale, né grandi risorse. Era dunque cosa da fare entro 3 mesi dall’insediamento della giunta, non dopo tre anni! Ma soprattutto siamo ancora distanti dall’impostare un programma incisivo per l’offerta di luoghi della cultura (tra cui i musei) di questo territorio. Qualcosa che per davvero faccia fare un salto di qualità (vedi). Cosa che, per accadere, richiede un “progetto culturale” di territorio (che non c’è – sul tema: vedi) ed un po’ di risorse (che potrebbero esserci, non solo attingendo un po’ dai bilanci, esangui, di comuni e Unione, ma anche rivolgendosi alla Fondazione di Vignola e ricercando collaborazioni pubblico-privato). E’ bene dire con chiarezza, inoltre, che perché il sistema museale del territorio possa fare un salto di qualità occorre avere la capacità di mirare gli investimenti, senza disperdere le scarse risorse sull’intera rete che oggi include anche qualche museo-fantasma di troppo (uno di questi è proprio il MUSA). E’ questa una discussione che andrebbe fatta in sede di pianificazione territoriale, ovvero in sede di “piano strategico” di territorio (un’esperienza sin qui fallimentare: vedi) e PSC (un’esperienza sin qui “interminabile”: vedi). Ma per siffatti compiti alla politica locale manca sia il coraggio, sia le capacità. Purtroppo.

Un’opera di Mirta Morigi, nota ceramista faentina (foto del 31 agosto 2012)

PS Secondo la delibera della giunta dell’Unione n.72/2012 il “museo diffuso dell’Unione Terre di Castelli” è composto dalle seguenti “realtà espositive”: (1) museo dell’Aceto Balsamico Tradizionale (Spilamberto); (2) museo archeologico (Spilamberto); (3) Museo dell’Assurdo – MUSA (Castelvetro); (4) Museo “dama vivente” (Castelvetro); (5) Parco archeologico della Terramara di Montale (Castelnuovo Rangone); (6) Museo civico (Vignola); (7) Museo del cinema “Marmi” (da realizzare a Vignola); (8) Museo delle energie (Marano); (9) Museo dell’elefante (Savignano); (10) Museo della venere (Savignano); (11) Museo del castagno (Zocca); (12) Centro parco Il fontanazzo a Pieve di Trebbio (Guiglia).

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5 Responses to Cosa ci facciamo con questi musei? Ancora sul MUSA & C.

  1. Arch. Lanfranco Viola ha detto:

    Ogni assessore alla “Cultura” (?) nel corso degli ultimi anni si è fatto il proprio Museo (assurdo) e nessuno ha avuto il CORAGGIO di affermare come Fantozzi sulla corazzata Potiemkin “E’ una cagata pazzesca!” Da quì bisogna ripartire, anche perchè FORTUNATAMENTE sono finiti i soldi.
    Anche il Museo Casa di Enzo Ferrari, va in questa direzione, solo è una “Ca……ta” più grossa. La mancanza di clientela capace di pagarne i COSTI di gestione costringerà prima o poi a chiuderlo.
    Nel terzo Millennio siamo entrati nell’epoca dell’Immateriale, dei soft-ware.
    Senza questi, nulla può più funzionare nella economia, nel Turismo e nella società: purtroppo a costruirli e progettarli abbiamo degli incompetenti e degli sprovveduti.
    Quindi le consuenze negative sono già iscritte nel DNA di ogni nuovo investimento nell’Hard-ware.

  2. robertomonfredini@gmail.com ha detto:

    Dott. Monfredini Roberto
    Io propongo Andrea Paltrinieri assessore alla cultura dell’Unione, in quanto una analisi precisa e corretta come la sua difficilmente trova spazio in un contesto ormai privo di qualsiasi decenza inellettuale e morale soprattutto in quel mondo raccontato e vuoto, come se il suono che esce dal movimento della lingua nulla avesse in rapporto al funzionamento dei neuroni.
    La sottocultura nella quale stiamo precipitando da decenni è proprio questa, raccontare che esiste un mondo virtuale, che siamo ancora nel rinascimento, che siamo la terra di Leonardo e poi vedere gli artisti che per esprimersi vanno all’estero, coltivare la mediocrità infarcita di coperture politiche decise fra 4 gatti che sono riusciti ad avere uno stipendio.
    Geneticamente abbiamo la creatività nel sangue, ma se la pianta non si annaffia essa muore, per farla vivere occorrono le botteghe d’arte, occorre respirare la cultura quando si passeggia, l’assurdo è proprio rinchiudere dentro 4 pareti l’assurdo.

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Due considerazioni. (1) Il progetto del “museo diffuso” è già una realtà a Bologna, dove è stato realizzato dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna (presidente: Fabio Roversi Monaco) con il titolo “Genus Bononiae – Musei nella città”. Il museo in effetti è costituito da diverse mostre, esposizioni, palazzi distribuiti nella città di Bologna. Ed ha al centro il “Museo della città”, quello che racconta, anche con l’ausilio delle nuove tecnologie, la storia di Bologna e dei bolognesi.
    http://www.genusbononiae.it/
    Un progetto ambizioso e che ha richiesto ingenti finanziamenti. Non ancora completo (manca, ad esempio, la valorizzazione di San Michele in Bosco), visto che la crisi finanziaria ha sottratto risorse alla Fondazione. Non so dire se un tale progetto funziona o no. Una prima risposta verrà dai numeri. Anche se l’operazione ha perlomeno aumentato il livello di consapevolezza e di attenzione dei bolognesi verso una parte importante del loro patrimonio artistico e monumentale. Si può tradurre un tale modello sul territorio dell’Unione Terre di Castelli? Certamente, ma non è il progetto deliberato dalla giunta a luglio. Lì ci si è limitati a registrare l’esistente (e l’imminente futuro). Ed in effetti la spesa complessiva è di 4.000 euro. Una cifra ridicola per un progetto di “museo diffuso”. Occorrerebbe però non solo mobilitare risorse di un diverso ordine di grandezza (e con continuità per diversi anni). Occorrerebbe anche individuare i fili di connessione (e di selezione) dei diversi musei e luoghi della cultura. A puro titolo d’esempio ci sono almeno due “fili conduttori” che già oggi emergono e che potrebbero essere valorizzati nell’ipotesi di costruzione di un museo diffuso. Da un lato il “tema storico”, ovvero eventi, luoghi, ricorrenze dell’età medioevale e della prima età moderna su questo territorio (richiamato dalla denominazione scelta anche per l’ente di secondo livello: Terre di Castelli). Dall’altro il tema “gastronomico” e dei prodotti tipici. Tra l’altro sono evidenti gli intrecci. Ci vuole però una scelta forte e la capacità di declinarla in modo innovativo (un po’ come fatto, nel suo piccolo, dal Parco della Terramara di Montale). (2) Lanfranco ha ragione. Bisogna contrastare la “personalizzazione” delle politiche culturali, ovvero la loro troppo stretta rispondenza a visioni ed interessi di un singolo assessore. Gli assessori poi cambiano e questi musei estemporanei iniziano un tormentato percorso di declino. Divenendo presto fonte di imbarazzo per il territorio (lo avrete capito: per me questo è il destino del MUSA). Anche perché difficilmente una amministrazione avrà il coraggio di deciderne la chiusura. Eppure come i vecchi capannoni dismessi occorre imparare a dismettere anche i musei quando non svolgono più la funzione per cui erano stati pensati. Per agevolare questo processo (che poi significa anche riconoscere che ogni istituzione ha un suo ciclo vitale e che vi possono essere processi di rigenerazione, ma anche di definitiva chiusura di un’esperienza) occorre fare alcune cose che oggi sarebbero modi di “buona amministrazione”. Innanzitutto rendere pubblici gli obiettivi che ci si pone, ad esempio in termini di visitatori o di “impatto culturale”. Quindi adottare una prassi effettiva di rendicontazione, pubblicando dati e report che consentano ai cittadini di valutare il raggiungimento degli obiettivi del “sistema museale”.
    Ad esempio: http://www.genusbononiae.it/index.php?pag=8&ins=779
    Insomma, servirebbero altre prassi amministrative (più serie) e, dunque, altre amministrazioni.

  4. Arch. Lanfranco Viola ha detto:

    Visto che questo è l’unico sito di tutta la regione dove è stato affrontato il tema dei Musei (che sono fatti per essere visitati, o no?) essendomi da sempre occupato di Turismo Culturale, sono ovviamente interessato a proseguire li confronto, affinchè ne rimanga nella memoria anche del WEB.
    Hai scritto “…. quando i musei non svolgono più la funzione per cui erano stati pensati …”
    Ma se vengono pensati SOLO per avere un appalto in più da fare, o per qualche “consulenza” in più da dividere con gli Arci-esperti amici, c’è poco da stare allegri.
    Sul sito di ogni “Museo” ci dovrebbe essere in Home Page, oltre ai DESIDERATA dell’Assessore di turno anche il PIANO DI GESTIONE ORDINARIA dello stesso sottoscritto o da chi è stato complice nel volerne la realizzazione.
    Cosa che questa CLASSE DIRIGENTE non farà mai!
    Una ultima annotazione: sarebbe sufficiente che, sempre in home page un contattore contasse i Visitatori Diversi, per avere in tempo reale l'(in)successo della iniziativa, prima ancora che l’Assessore abbia il tempo di cambiare opinione e trasferirsi in qualche municipalizzata.

  5. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Lee Marshall, Italy expert per l’inserto viaggi del Daily Telegraph di Londra, scrive cose interessanti sulle politiche museali nell’ultimo numero di Internazionale (25 luglio 2014). Non tanto la minimizzazione della decisione del ministro Franceschini di eliminare l’ingresso gratuito ai musei statali per gli over65 (un “privilegio” giustificato negli anni ’80, ma non più oggi, dove le vere categorie da agevolare sono quelle dei più giovani) – ma poi subito compensato dall’ingresso gratuito PER TUTTI la prima domenica di ogni mese -, quanto invece la prospettiva di una diversa valorizzazione del patrimonio artistico e culturale italiano. Cosa che richiede, però, visione, risorse, capacità organizzative. Insomma il superamento della concezione museale ancora diffusissima: “la mentalità che vede il museo come semplice contenitore di oggetti”.
    Insomma, basta “musei over65”!
    Ecco il passaggio:

    “Se il paese che detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco non riesce ad entrare nella top ten dei musei più visitati del mondo (i musei Vaticani stanno al quinto posto, ma non sono in Italia), è anche perché l’Italia fatica ancora a superare la mentalità che vede il museo come semplice contenitore di oggetti. L’esperienza di un visitatore al Louvre o al Metropolitan di New York è stata rivoluzionata (qui il termine mi pare che sia giustificato) negli ultimi vent’anni. In Italia siamo ancora fermi a qualche bookshop e magari un café semivuoto, dato in gestione ad una società di catering. Sono i musei stessi, in Italia, che sono over 65.
    I musei statali possono fare numeri senza vendersi l’anima. Prendiamo il caso di una mostra al British Museum dell’anno scorso, intitolata Life and death in Pompeii and Herculaneum. In sei mesi è stata visitata da 471mila persone: tante, se si pensa che il biglietto di entrata costava 15 sterline (19 euro) esclusa la prevendita, che ci voleva perché era praticamente impossibile entrare senza prenotare. Tante, anche perché l’entrata normale al British Museum – per vedere la collezione permanente – è gratis (ci vanno quasi sette milioni di persone all’anno).
    Da dove proveniva la maggior parte delle opere esposte alla mostra? Dal museo Archeologico nazionale di Napoli (308.387 visitatori nel 2013, biglietto 8 euro). Certo, qualcuno dirà, Londra è molto più visitata di Napoli, quindi i numeri riflettono soprattutto la comodità della location. Può essere vero in parte, ma è anche vero che molte delle opere e reperti esposti alla mostra del British sono nascosti nei depositi del museo Archeologico di Napoli, non sono mai stati visti dal pubblico. Tirarli fuori, portarli a Londra e inserirli in una narrativa affascinante, grazie anche a un allestimento tecnicamente all’avanguardia, è stato piuttosto semplice. Perché non è mai venuto in mente a nessun amministratore culturale italiano? Quello che è stato spacciato da qualcuno come una vittoria in trasferta della cultura italiana, a me sembra piuttosto un fallimento.”

    http://www.internazionale.it/opinioni/lee-marshall/2014/07/25/i-musei-non-sono-una-cosa-da-vecchi/

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