Ultime news dal Comitato No Impianto a biomasse Inalca

Dopo la conclusione dei lavori della Conferenza di servizi, il 22 maggio scorso, il Comitato No Impianto a biomasse Inalca ha deciso di continuare la lotta contro il progetto dell’azienda di Castelvetro. Come sappiamo il progetto originario relativo ad una centrale di cogenerazione alimentata dal grasso ottenuto dal trattamento degli scarti della macellazione bovina è stato “sezionato” in due parti: la Conferenza di servizi ha bocciato la parte terminale, relativa all’impianto di termovalorizzazione, ma ha dato il via libera alla parte di trattamento degli scarti, il cosiddetto impianto di rendering (vedi). Il Comitato è però convinto che anche questo impianto e la successiva destinazione degli scarti trattati (8.600 tonnellate annue di farine animali e 4.500 tonnellate annue di grasso animale) non sia conforme alle normative comunitarie e dunque continua la lotta a tutela dei cittadini e del territorio (intanto le firme raccolte sono salite, oggi, a 5.283). E’ di questi giorni la decisione di ricorrere al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) contro la decisione della Provincia di Modena, grazie anche all’intermediazione e collaborazione del Codacons di Modena. Intanto è stato eletto un nuovo presidente del Comitato (vedi) ed è stata messa in campo una nuova ed ulteriore azione di autofinanziamento: una bottiglia di lambrusco al prezzo di 10 euro per contribuire alle spese del Comitato (vedi). Che sia il caso di “berci su”?

Il “lambrusco del Comitato”, nuova occasione di autofinanziamento per il Comitato No Impianto a biomasse Inalca. Bere (con moderazione) aiuta la salute (del territorio)!

[1] Il punto centrale della contestazione avanzata dal Comitato riguarda la natura dei sottoprodotti della macellazione. Si tratta, questa la tesi del Comitato, di materiali cosiddetti di “categoria 1” ed in quanto tali (essendo a rischio di trasmissione del morbo della BSE, la cosiddetta “mucca pazza”) debbono essere considerati “rifiuto” e possono solo essere inceneriti. Come mi spiega Roberto Monfredini, veterinario del Comitato, per capire cos’è che non va occorre armarsi di pazienza e cercare di comprendere la normativa relativa al “mondo dei SOA”, i Sottoprodotti di Origine Animale, distinto, appunto, in 3 categorie:  “categoria 1, la peggiore, a rischio per la salute umana e destinata all’incenerimento; categoria 2, contenuto intestinale destinato al biogas; categoria 3, grasso e ritagli, destinato alla produzione di alimenti per piccoli animali, ma nulla di ciò deve entrare nel circuito alimentare umano.“ In queste settimane, avendo avuto occasione di parlare in più occasioni con Monfredini, mi è stato dischiuso il mondo della produzione industriale dei cibi, in questo caso delle carni (hamburger & c.), un mondo che in genere rimane rigorosamente occultato ai consumatori, ma che meriterebbe una visita! Avremo occasione di tornarci presto. In ogni caso, qui è in questione l’impiego di “materiali” di categoria 1. Se si presta attenzione a questo fatto allora si possono comprendere le ragioni del Comitato. Essendo materiale “a rischio” i Regolamenti dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) sono molto rigorosi e intendono applicare un principio di precauzione: per garantire il massimo di sicurezza per gli esseri umani l’EFSA dispone (con il Regolamento n.749 del 29 luglio 2011) che tali materiali vadano solo inceneriti e che, per evitare “commistioni” o possibili frodi, debbano essere “marchiati” (colorati con una sostanza nerastra), così da impedire che nel corso della filiera per la distruzione possano subire “deviazioni” e ci sia il rischio di una loro re-immissione fraudolenta nel circuito commerciale. Insomma, si tratta necessariamente di rifiuti: rifiuti speciali necessitanti di uno specifico trattamento di smaltimento (tramite incenerimento).

Il tavolo dei relatori del Comitato No Impianto a biomasse Inalca in occasione dell’assemblea pubblica a Spilamberto (foto del 9 marzo 2012)

[2] Ecco dunque il testo del comunicato trasmesso alla stampa locale da parte del Comitato (vedi):
Il Comitato “No impianto a biomasse Inalca” ritiene che il progetto di rendering (trattamento di scarti animali pericolosi) approvato dalla Provincia e da realizzarsi nel comune di Castelvetro di Modena non sia conforme alle norme sanitarie e ambientali; si fanno infatti figurare come “sottoprodotti” cioè materia in qualche modo trattabile e utilizzabile commercialmente quelli che in realtà sono rifiuti da incenerire.  Il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (P.T.C.P.) di Modena, che è lo strumento di pianificazione che definisce l’assetto del territorio, vieta infatti che nel territorio in oggetto si possano realizzare impianti di smaltimento/trattamento rifiuti. Se realizzato, tale impianto comporterebbe problemi per la salute (rischio “mucca pazza”), peggioramento della qualità di vita (odori nauseabondi e inquinamento legato all’aumento considerevole di traffico pesante), utilizzo delle già scarse risorse idriche, svalutazione di terreni e immobili civili e industriali, danno d’immagine per un territorio  noto per coltivazioni e produzioni di pregio nell’ambito alimentare (Grasparossa, Parmigiano Reggiano, Ciliegie, Aceto Balsamico). Per questo motivo, in data 7 agosto 2012 il Comitato, rappresentato dal nuovo presidente dott. Manfredi Lanza e tramite il Codacons di Modena, ha conferito all’avvocato Alessandra Magnani di Bologna l’incarico di contestare presso il TAR regionale la decisione favorevole della Provincia in ordine all’impianto di rendering dell’Inalca del 26 giugno u.s.

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3 Responses to Ultime news dal Comitato No Impianto a biomasse Inalca

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    E’ di questi giorni la riammissione, da parte dell’Unione Europea, dell’uso di “farine animali” (ottenute dai sottoprodotti della macellazione) per la produzione di alimenti per animali. “L’Unione europea riapre alle farine animali: dodici anni dopo la pandemia chiamata mucca pazza, saranno di nuovo pasto per il bestiame da allevamento. Il contagio della Bse, l’encefalite spongiforme bovina, fu devastante: 190mila casi accertati nel mondo e 225 morti ufficiali per la sua variante che attacca l’uomo. Due decessi furono registrati anche in Italia.” Ma il provvedimento NON riguarderà le “farine animali” di origine bovina (e ovina), nonostante la pressione delle lobbies: “Sul “divieto sui ruminanti” (dal marzo 2001 non possono diventare cibo per altri animali, né possono nutrirsi di farine animali di alcun tipo) la discussione tra l’eurocommissione e i tecnici esterni è stata conflittuale e la spinta lobbistica dell’industria delle carni, che ha trovato sponde negli uffici europei, è stata arginata dalla resistenza dell’Efsa. La proibizione è stata mantenuta e anche in futuro, in qualsiasi tipo di allevamento, non si potranno produrre e dare in pasto farine di bovini e ovini.” Qui l’intero articolo, pubblicato oggi su la Repubblica:
    http://www.repubblica.it/ambiente/2012/08/15/news/bruxelles_riammette_le_farine_animali_a_12_anni_dalla_crisi_della_mucca_pazza-40970297/?ref=HREC1-11

  2. Marcello Mattioli ha detto:

    http://europa.eu/legislation_summaries/food_safety/animal_nutrition/f81001_it.htm

    Perché gli scarti di macellazione sarebbero in categoria 1 e non in categoria 3 ? Ad esempio sono in categoria 3:

    – le parti di animali macellati idonee al consumo umano ma ad esso non destinate per motivi commerciali;
    – le parti di animali macellati dichiarate inidonee al consumo umano ma che non presentano segni di malattie trasmissibili;le pelli, gli zoccoli e le corna, le setole di suini e le piume ottenuti da animali macellati in un macello e considerati, in seguito a ispezione ante mortem, idonei al consumo umano;

    In che cosa il progetto INALCA differisce ad esempio dal ben noto impianto SAPI (non immune peraltro da problemi ambientali) ?

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Non sono un’esperto del tema, ma quello che ho imparato in questi mesi, seguendo la vicenda del progetto Inalca, è questo. Gli scarti di macellazione sono di tre categorie. Rientrano nella categoria 1 quei “materiali” (midollo, cervello, occhi, tonsille, intestino, grasso bovino in genere) che, essendo a rischio di trasmissione del morbo BSE, vanno assolutamente inceneriti, ovvero debbono essere considerati rifiuti. Altri “sottoprodotti”, quelli di categoria 3 (quelli che tu citi), possono essere utilizzati per altri fini. I categoria 2 sono diversi ancora (se ho inteso bene si tratta del contenuto del sacco di ruminazione). Comunque il progetto Inalca cozzava contro il divieto di utilizzo dei materiali di categoria 1: questi non possono essere utilizzati per la produzione di combustibile per centrali di produzione di energia elettrica, ma in quanto rifiuti speciali vanno inceneriti a specifiche temperature. E’ evidente l’interesse di Inalca: oggi deve pagare per incenerire i materiali di categoria 1; se fosse stato autorizzato il suo progetto poteva usare questi materiali per produrre combustibile e dunque guadagnare nella produzione di energia da fonti alternative (con relativi benefici fiscali). Ci sono però norme contraddittorie in materia nel decreto legge 83/2012 approvato qualche settimana fa dal Governo Monti, su cui scriverò qualcosa al più presto. Certo, questa tempestività forse non è proprio casuale – con riferimento alla vicenda di cui stiamo parlando. In altri paesi europei, es. Germania, è stata irrigidita la normativa, per evitare il rischio di commistione (per errore o per frode) tra i materiali di categoria 1 e quelli di categoria 3 (ad es. non possono essere trattati e lavorati nello stesso luogo, ovvero in aree adiacenti, ma debbono essere distinti anche logisticamente). Da noi, purtroppo, questi accorgimenti non sono presi. Anzi.

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