Carta d’intenti “Italia bene comune”. Perché il PD non ce la fa ad essere convincente?

E’ stata presentata in pompa magna da Pier Luigi Bersani, segretario del PD, il 31 luglio scorso. Dieci punti, dodici pagine. “Italia. Bene comune” – questo il titolo (che strizza l’occhio al movimento referendario; però senza chances di successo se si legge il testo!). E’ la “carta d’intenti” (qui il testo: pdf). Il “patto dei democratici e dei progressisti” (confesso che non mi è chiaro chi sono i primi e chi i secondi). Sottotitolo: “Per la ricostruzione e il cambiamento”. Purtroppo un documento vago. Risultato di una politica vecchia. Forse convinta di avere un’autorevolezza che invece non ha più. Vediamo cosa dice (e soprattutto non dice) e perché è deludente.

Serve una politica che recuperi credibilità (Vignetta di Altan)

[1] Una “buona sintesi retorica”. Non un “programma di governo”, ma un “documento politico rivolto ai propri militanti”, ovvero ai militanti del PD. E’ Michele Salvati che parla – intellettuale “simpatetico” verso il PD, ma con sufficiente capacità critica da vedere (e dire) che il documento è ancora lontano dal risultare convincente (Corriere della Sera del 2 agosto 2012, p.34: pdf). E in grado di convincere qualcuno che già convinto non lo sia. Ed in effetti Salvati precisa: “gli intenti sono intenti (…) le realizzazioni tutt’altra cosa”. Ma soprattutto, aggiunge, a proposito degli “intenti”: “sono pochissimi quelli formulati in modo abbastanza chiaro e duro da dare un’idea delle misure concrete che il PD vorrebbe adottare per trasformarli in realtà”. Su moltissimi ed importantissimi temi “la formulazione degli «intenti» è così generica da consentire provvedimenti d’attuazione molto diversi: in questo campo, forse, solo l’impegno alla concessione della cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia è realmente vincolante.” Chi, come me, è osservatore delle vicende della politica italiana da più di 15 anni difficilmente si farà “stregare” da questa carta d’intenti. Ne ho viste troppe, anche nel campo del centrosinistra. Ed ho davvero un grado di fiducia molto basso sulla reale capacità, anche del PD che pure è il maggior partito del centrosinistra, di elaborare quelle politiche innovatrici di cui questo paese ha bisogno (per una riflessione: vedi). Condivido certo lo “scenario” tratteggiato: guidare l’economia fuori dalla crisi (e chi non lo condivide?), ridare “autorità ed efficienza” alle istituzioni, rilanciare l’integrazione politica europea. Così come condivido l’enfasi sul contrasto alla disuguaglianza sociale (a partire da quella economica, cresciuta negli ultimi trent’anni anche in Italia). Ma vorrei, per capire se per davvero, stiamo intendendo la stessa cosa, una declinazione degli intenti molto meno fumosa. Vorrei molta più chiarezza (lo stesso Salvati osserva: “insomma, quel che è chiaro è che il PD non intende ancora usare un linguaggio di verità con il suo popolo”). Vorrei, anzi, che il PD (ma anche SEL, ma anche i tentativi di nuova aggregazione a sinistra, come Alba) fosse molto, ma molto più chiaro sia nella diagnosi dei “mali” che affliggono il paese, sia nell’indicazione dei provvedimenti da prendere per porvi rimedio (con l’indicazione anche di una stima delle risorse eventualmente necessarie e delle modalità con cui tali risorse si reperiscono). Senza questi “dettagli” l’attuale carta d’intenti mi convince assai poco (non perché non condivida la “direzione di marcia”, ma perché, come ben rileva Salvati, quelle parole sono talmente vaghe da poter essere tradotte in fatti anche assai diversi tra loro). Faccio qualche esempio. Sta scritto che “la sola vera risposta al populismo è in una partecipazione rinnovata come base della decisione” (punto 2 Democrazia). Lo condivido in pieno. Ma a queste parole io associo un rinnovamento delle pratiche della democrazia, tanto in ambito nazionale, quanto locale. Innanzitutto grande trasparenza sui processi decisionali, le loro premesse, le ragioni che portano alle decisioni. Quindi nuove pratiche di partecipazione, ad esempio sulle “grandi opere” (introduzione del débat public, come in Francia: vedi), sugli strumenti di pianificazione, sugli atti “di bilancio” più importanti. Revisione dello strumento referendario (con innalzamento del numero di sottoscrizioni per l’indizione, ma eliminazione del quorum) e vincolo di discussione sulle leggi di iniziativa popolare. Infine, profonda revisione degli strumenti del “rendere conto” (magari con la messa in campo di authority indipendenti). Insomma, non sarebbe male trasparisse che anche il PD prende sul serio vent’anni di dibattito e analisi teorica su democrazia “partecipativa” o “deliberativa” (vedi). Di tutto questo non c’è però alcuna traccia nella carta d’intenti! Disturba invece l’omaggio verbale (p.6) ad un “federalismo” di cui non abbiamo alcun bisogno (occorre invece efficienza e responsabilità delle autonomie locali, semmai l’eliminazione o almeno attenuazione dei privilegi delle regioni a statuto speciale – vedi ultime vicende della Regione Siciliana), così come disturba la mancanza di indicazioni precise sulla riforma degli enti locali (dobbiamo ancora permettere l’esistenza di comuni con meno di 1.000 abitanti? possiamo fare a meno di uno degli attuali livelli amministrativi o almeno procedere con l’accorpamento dei comuni?), su una “semplificazione” di cui abbiamo un gran bisogno proprio per recuperare risorse da impiegare per rilanciare formazione ed economia! Quasi tutti i punti della carta d’intenti non sono convincenti per l’assenza di indicazioni precise sulle politiche da mettere in campo (per me certamente i seguenti: 2 democrazia, 4 lavoro, 5 uguaglianza, 6 sapere, 7 sviluppo sostenibile, 8 beni comuni – quest’ultimo incomprensibile nel tentativo di non scontentare nessuno, sostenitori delle multiutilities e sostenitori dei principi affermati con il referendum del 2011!).

Cittadinanza “italiana”? (vignetta di Altan, maggio 2010)

[2] Non c’è dubbio che questa mia posizione rifletta un generalizzato crollo della fiducia nei confronti del “sistema politico”, ma anche nei confronti delle opposizioni al “campo berlusconiano” che ha dominato in questi ultimi 15 anni. Non basta la completa perdita di credibilità del centrodestra e del suo leader Berlusconi (con annesso Bossi-affaire che ha ulteriormente ridotto la credibilità della Lega Nord), per far crescere i consensi elettorali delle opposizioni di centrosinistra. Ed, anzi, la sfiducia colpisce anche il campo del centrosinistra, certamente anche il PD. Ce lo ricorda oggi su la Repubblica, per l’ennesima volta, Ilvo Diamanti (pdf): “tutti, senza eccezione” i principali partiti dell’era berlusconiana hanno subito un calo di consenso elettorale nel corso del governo Monti (certo PDL+Lega Nord crollano a meno del 25%, ma il PD non aumenta i consensi elettorali né in valore assoluto, né relativo). Solo il Movimento 5 stelle è in crescita (“stimato un po’ oltre il 20%”). C’è dunque un problema chiarissimo di fiducia anche verso il PD (pur se in misura minore rispetto ad altri). Per cui – lo ricorda Roberto Weber su l’Unità di oggi (pdf) – non bastano i vecchi “riti” a cui il partito sembra apprestarsi: definizione della “formazione” (su cui in verità non c’è molta chiarezza!), documento programmatico, “narrazione”. Roba vecchia. Soprattutto realizzata in modo vecchio, come dimostra proprio questa carta d’intenti. A proposito: la confusione regna sin dalla copertina, dal titolo: “patto dei democratici e dei progressisti” – e chi sono? E perché è firmasto solo dal PD? E perché sfrutta il lessico – “bene comune” – del movimento referendario? E senza riconoscerlo, dunque in modo “parassitario”? Comunque, scrive Weber: “per percepire il «nuovo» e per ritrovare «fiducia» gli elettori hanno bisogno di vederlo fin da oggi, nel suo materiale dispiegarsi, non si affidano alle semplici «narrazioni», ai programmi elettorali, piuttosto che alle ipotesi di alleanza”. Riconoscere l’esistenza di questo problema fiduciario vuol dire rispondere nei due soli modi possibili: massima trasparenza sulle politiche che si intende mettere in campo (ovvero sui “programmi”) e massimo investimento sulla “testimonianza” del nuovo, già oggi possibile dove il PD amministra (regioni, province, comuni). Perché, ad esempio, non rendere disponibili prima delle elezioni le “schede” dei provvedimenti che si intende attuare una volta al governo? A disposizione di cittadini ed esperti, a disposizione per il vaglio della “critica”. Temo invece che, come per il passato, non solo la carta d’intenti, ma anche il programma vero e proprio risulterà sufficientemente vago (non da ultimo perché deve accontentare le diverse “correnti” del PD). Io però, tanto per fare un esempio, vorrei capire qualcosa di più di come si pensa di far funzionare l’accesso all’università: del perché alcuni corsi di laurea sono a numero chiuso ed altri no (è solo questione di “forza contrattuale” delle corrispondenti professioni?) e dell’intenzione di proseguire o meno con questi test d’ingresso o, invece, della volontà da un lato di “standardizzare” le valutazioni dell’esame in uscita dalle scuole superiori e dunque, dall’altro, di tenerne conto laddove si prevedano (ancora) graduatorie per l’accesso a facoltà a numero chiuso. Difficile ritenere che in questo ambito oggi le cose funzionino bene e non si nasconda, invece, uno dei classici modi di fare “all’italiana” in cui le istituzioni forti (le università) scaricano le inefficienze del sistema sugli utenti deboli (gli studenti), favorendo tra l’altro l’emergere di nuovi ambiti di “business” di cui si dovrebbe assolutamente fare a meno (quello dell’editoria dei manuali sui quiz d’ingresso e quello degli appositi corsi di formazione! vedi). E’ solo un esempio di un ambito in cui vorrei vedere già oggi i programmi d’intervento dei diversi partiti (e certamente del PD), per essere certo che le politiche che si perseguiranno saranno a beneficio non delle “corporazioni” (docenti universitari), ma degli utenti (gli studenti, il sistema complessivo della formazione).

Occorre recuperare capacità di futuro. Senza sacrifici da parte di nessuno? (vignetta di Altan)

[3] Ma c’è anche un ulteriore modo per recuperare fiducia in nell’elettorato disilluso del centrosinistra. O meglio, ci sarebbe. Si tratta della testimonianza del già ora, già qui. Ovvero di quelle realtà amministrate dal PD (o da coalizioni di centrosinistra) in cui si dovrebbe già oggi toccare con mano in cosa consiste la “nuova politica” per l’Italia bene comune. Dunque, fatte le dovute proporzioni, noi dovremmo già vedere all’opera anche a Vignola (ed in molte altre realtà) la “nuova politica” che il PD oggi vorrebbe proporre ai cittadini. Insomma, “Vignola bene comune” (ecc.) dovrebbe già essere tangibile. Ed invece è proprio guardando alla politica locale nelle molte realtà amministrate PD che vengono i dubbi maggiori sulla reale capacità di innovazione del fare politica. Nella carta d’intenti è scritto: “In democrazia ci sono due modi di concepire il potere. Usare il consenso per governare bene. Oppure usare il governo per aumentare il consenso. La prima è la via del riformismo. La seconda è la scorciatoia di tutti i populismi e si traduce in una paralisi della decisione” (p.6) Confesso che la seconda opzione mi sembra adattarsi abbastanza bene alla realtà dell’amministrazione Denti, targata PD. Eppure è proprio nelle realtà locali dove una forza politica è già al governo che dovrebbe emergere con forza il “potere della testimonianza”, il potere di far vedere, in anticipo, come potrà essere un governo nazionale del centrosinistra. Forse questo vale per alcune realtà “contendibili” (penso a Milano, dove è sindaco Giuliano Pisapia), ma da noi la continuità ininterrotta al governo ha prodotto anche nel PD un atteggiamento “conservatore”. Dove appunto il governo è manovrato per accrescere il consenso, per rassicurare i piccoli “poteri forti” locali, spesso a scapito degli interessi della collettività tutta. Ecco, se facciamo questo esperimento mentale, se proviamo ad intendere l’amministrazione vignolese come possibile anticipazione dei contenuti e del modo di fare politica richiamato dalla carta d’intenti “Italia bene comune”, si comprende la ragione della scarsa fiducia nei confronti di questa proposta. Su democrazia locale, trasparenza, tutela degli utenti dei servizi pubblici (vedi), politiche ambientali, “sviluppo sostenibile”, nuovo assetto istituzionale (rafforzamento dell’Unione, se non invece “fusione dei comuni”), nomine per “competenza” anziché “di partito” (vedi), nuovi modelli di governance e di rendicontazione, una diversa mobilità (con meno auto, meno inquinamento, più spazi alle persone), ecc.,  non si è visto in questi tre anni di legislatura né un’idea particolarmente innovativa, né capacità realizzative adeguate alla sfida del cambiamento che sta di fronte al paese. Se così stanno le cose (cosa che io penso), comprensibile che anche da noi documenti vaghi come la carta d’intenti non siano in grado né di esibire appeal, né di motivare al voto.

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2 Responses to Carta d’intenti “Italia bene comune”. Perché il PD non ce la fa ad essere convincente?

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    “E poi c’è la carta d’intenti del PD di cui sorprende non tanto la vaghezza, scontata in programmi elettorali, quanto l’incapacità di fare i conti con l’Europa. Oggi il paese non ha bisogno di europeisti e antieuropeisti, ma di proposte per ridisegnare l’Europa, perché l’unione monetaria così com’è (…) non può reggere. Non c’è affatto bisogno di ribadire la vocazione europeista perché questa unione monetaria non può andarci bene. C’è bisogno perciò di prefigurare un sentiero per raggiungere maggiore integrazione nelle politiche fiscali, nella supervisione bancaria e nella politica, pensando a nuove istituzioni davvero paneuropee. Perché è solo questa condizionalità che può permettere di conciliare la solidarietà dei paesi forti con l’assenza di comportamenti opportunistici da parte di chi riceve aiuto. Ci vuole una rinuncia alla sovranità, una condizionalità costituzionale, con un bilancio federale in graduale ma costante crescita, che legittimi anche l’adozione di vincoli al bilancio in pareggio nei singoli paesi dell’Unione” – così scrive Tito Boeri su la Repubblica del 4 agosto scorso (p.27). E’ vero che, diversamente da quanto scrive Boeri, la “carta d’intenti” non è ancora un “programma elettorale” (che potrà dunque essere più preciso – ce lo auguriamo). Ma la vaghezza non è certo una virtù, neppure per la carta! Da un partito che si appresta a governare il paese ci si aspetterebbe maggiore chiarezza, maggiore precisione, maggiore sincerità. Anche maggiore “coraggio e onestà”, come chiede Nadia Urbinati proprio rivolgendosi al PD: “onestà nel dire che il dopo-Monti non sarà meno duro del governo Monti” (l’Unità, 8 agosto 2012, p.9). Ed anche nel commentare con severità il capitolo della carta sell’Europa (punto 3) Boeri ha qualche ragione. Non nel rimproverare l’attestazione di una “vocazione europeista”, che è operazione sempre salutare dopo la triste esperienza dell’opportunismo internazionale del duo Berlusconi-Tremonti. Ma invece nel richiamare l’importanza di predisporre dispositivi, lungo il percorso di “più Europa”, che diano garanzie ai paesi forti, Germania in primis, circa il non opportunismo dei paesi aiutati (quelli del Sud Europa). E’ quella “condizionalità” (ovvero cessione di sovranità) costituzionale (ovvero da non contrattare volta per volta, ma istituzionalizzata) di cui parla Boeri, ma che si ritrova anche negli interventi degli intellettuali più illuminati, come nell’appello firmato da Jürgen Habermas, Peter Bofinger e Julian Nida-Rümelin e apparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 3 agosto e prontamente tradotto su la Repubblica il 4 agosto:
    http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=1IMC7Y
    Sulle idee di Habermas in merito ad una nuova costruzione dell’Europa abbiamo peraltro già scritto:
    https://amarevignola.wordpress.com/2012/05/13/mettiamo-un-po-deuropa-nel-nostro-dibattito-locale/

  2. Nadia ha detto:

    Gli intenti, gli indirizzi e i programmi sono documenti fondamentali ma non sufficienti a recuperare la fiducia dei cittadini/elettori anche se pieni di buone intenzioni poichè delusi nella prassi dove succede diversamente da quanto affermato. I documenti preliminari non sono più sufficienti e vanno integrati con le azioni conseguenti a decisioni da prendere in modo trasparente e sottoscritte da tutti i soggetti coinvolti su come, quando, dove e chi. E’ la sede politica delle decisoni che difetta chiusa ormai in alcune stanze di vertice e chi non si aggrega è “radicale”, “non costruttivo”,o “rompi…” non si discute più, come se il conflitto inevitabile tra pensieri diversi fosse da evitare come la peste. Lo vediamo in Valsamoggia come agisce il PD, un passo indietro rispetto al centralismo democratico! Siamo al pensiero unico e autosufficiente nello stesso momento in cui si dice di volere essere aperti. D’altra parte il PD si dice tutto da solo è democratico-progressista-di centro-di sinistra…

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