Il giardino dei tarocchi. Una mini-Disneyland dada?

Giardino dei Tarocchi a Capalbio: il Papa e il Sole (foto del 23 luglio 2012)

In località Garavicchio, nel comune di Capalbio (GR), si trova il “Giardino dei Tarocchi” (vedi) realizzato ed interamente finanziato dall’artista franco-americana Niki de Saint Phalle (vero nome: Catherine Marie-Agnes Fal de Saint Phalle) (vedi). 22 sculture, alcune di enormi dimensioni (15 metri), riproducono le figure degli Arcani maggiori dei tarocchi, ricoperte di ceramica colorata, mosaici o specchi. Molte di queste sono penetrabili, percorribili o addirittura abitabili, come la grande sfinge che raffigura l’Imperatrice, all’interno della quale la stessa Niki de Saint Phalle ha vissuto durante la realizzazione del giardino. Tutto questo configura il Giardino dei Tarocchi non solo come un complesso artistico, ma come un vero e proprio “parco divertimenti”. Ed in effetti è così che è vissuto dalle migliaia di famiglie con bambini (moltissime straniere) che lo visitano nei mesi d’apertura (da maggio ad ottobre). Questa esperienza è anche un invito a riflettere sui luoghi della cultura (anche quelli presenti – o più spesso “mancati” – nel territorio dell’Unione Terre di Castelli) e sulla connessa “economia dell’esperienza” di cui parla Pier Luigi Sacco.

Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle. Due figure sovrapposte: il Mago (sopra) e la Papessa (sotto) (foto del 23 luglio 2012)

[1] Realizzato tra il 1979 ed il 1996, il giardino sorge sull’area di una cava di pietra abbandonata, di proprietà della famiglia Caracciolo e donata allo stato italiano a metà degli anni ’90 (per un po’ di storia: vedi). Il considerevole lavoro di impianto ha comportato una spesa di circa 10 miliardi di lire, interamente autofinanziati dall’autrice. L’architetto Mario Botta ha realizzato la barriera di entrata in blocchi di tufo. Circondato dal verde, distribuito su un’area di circa 2 ha, il Giardino dei Tarocchi è stato aperto al pubblico il 15 maggio 1998 ed è gestito da una fondazione (Fondazione Il Giardino dei Tarocchi, costituita nel 1997). Varcata la soglia, il viottolo sterrato sale fino alla grande piazza centrale occupata da una vasca e sovrastata dalle figure unite della Papessa e del Mago, i primi arcani maggiori dei Tarocchi che segnano l’inizio del percorso. La vasca circolare in cui si raccolgono le acque sgorganti a cascata dalla scalinata che procede dalla enorme bocca aperta della Papessa, è segnata al centro dalla Ruota della Fortuna, la scultura meccanica semovente eseguita da Jean Tinguely (dalla fine degli anni ‘50 compagno di lavoro e di vita dell’artista francese). Questo punto sperduto della Maremma costituisce, nel periodo estivo, la meta di migliaia di visitatori (lunedì 23 luglio ne ho stimati almeno 500). Moltissimi gli stranieri, evidentemente più sensibili dei turisti italiani al richiamo dell’arte contemporanea.

Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle: l’Imperatrice (foto del 23 luglio 2012)

[2] Luogo dell’arte (e dunque della cultura) o parco dei divertimenti? Entrambe le dimensioni sono indubbiamente presenti e non debbono di certo ritenersi l’un l’altra escludentesi. Ma non c’è dubbio che è la seconda a prevalere, anche se questo non è affatto un “fatto del destino”, ma piuttosto una conseguenza della progettazione del luogo. L’eterogeneità del pubblico (“bambini di tutte le età”, potremmo dire) non è necessariamente un elemento che impedisce la differenziazione delle modalità di fruizione. Nulla vieta infatti di predisporre “percorsi” e “strumenti” che consentano una fruizione la più rispondente possibile alle esigenze di un pubblico differenziato, lungo una gamma che va dalla pura fruizione sensoriale e giocosa (il piacere dell’insolito, di un ambiente vivacemente colorato, del movimento dell’acqua, ecc.) ad una  fruizione “intellettuale”. Insomma, oltre ad offrire l’opportunità di un’esperienza insolita, giocosa, artistica, è anche possibile offrire l’occasione di “elaborare cognitivamente” quell’esperienza, ad esempio collocando l’opera e l’artista nel tumultuoso processo di “sviluppo” dell’arte contemporanea. Collocandoli, cioè, in relazione a momenti (opere ed artisti) precedenti o contemporanei, per evidenziarne le similitudini o le differenze, anche nel tentativo di interpretare la loro origine. Ed in questo modo svelando qualcosa, ovvero dando consapevolezza, del “processo” della creazione artistica (un “fatto” che turba chiunque si accosti all’arte contemporanea). L’economia dell’esperienza (sensoriale) andrebbe affiancata offrendo qualche chances di “esperienza intellettuale” (ed anche su questa si può sviluppare “economia”). Da questo punto di vista la visita del Giardino dei Tarocchi è deludente, come molto spesso sono deludenti le visite ai luoghi della cultura (musei, esposizioni d’arte, complessi di arte pubblica) che disseminano il nostro paese (ed anche il territorio più ristretto della valle del Panaro: vedi). In effetti lo sviluppo di un’adeguata “dimensione cognitiva” è lasciata al lavoro del fruitore (che, come nel mio caso, lo assolve come può, ricorrendo a ricerche su Internet o nella biblioteca domestica), mentre invece dovrebbe far parte dell’offerta del “luogo della cultura” (ed in effetti in qualche raro caso è così). Basterebbe una sala in cui proiettare un video sull’opera, i suoi “legami”, il suo iter realizzativo, ecc. in cui chi vuole può “apprendere” (e non solo, dunque, “fare esperienza”). E’ l’antica funzione dei libri che oggi, in questi contesti, va adattata ai nuovi media (al fine di consentirne la fruizione nel tempo ristretto della visita – opportunità di approfondimenti a posteriori sono sempre possibili). Ed in effetti un video è pure disponibile (ma non fruibile come “introduzione” alla visita al Giardino), realizzato in tedesco dal regista Peter Schamoni nel 1994: Wer ist das Monster – Du oder ich? (vedi).

La Ruota della Fortuna di Jean Tinguely (foto del 23 luglio 2012)

[3] “Il Giardino dei Tarocchi è una delle principali presenze dell’arte contemporanea all’aperto in Italia” – così recita la mia guida Arte Open Air. Consideriamolo dunque da questo punto di vista, ovvero come opera d’arte o complesso artistico. Volendo “comprendere” qualcosa in più del Giardino dei Tarocchi accostiamoci dunque all’artista che l’ha progettato e realizzato: Niki de Saint Phalle (1930-2002) (vedi). Dopo un esordio come pittrice all’inizio degli anni ’50, rimane colpita, nel corso di un soggiorno in Spagna, dall’architettura di Antoni Gaudì (1852-1926) e specialmente dal Parc Güell a Barcellona (vedi). All’inizio degli anni ’60 crea “shooting paintings“, complessi assemblaggi di materiali e contenitori di colore che, colpiti da uno o più proiettili, creano particolari effetti che “finiscono” l’opera (vedi). E’ in questi anni che diventa parte del movimento artistico definito “Nouveau Réalisme”, assieme, tra gli altri, a Jean Tinguely (1925-1990) (vedi) di cui diventa la compagna. Tra la metà degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 inizia invece una nuova fase artistica che la porta a realizzare sculture fantastiche, del genere di quelle che oggi vediamo anche nel “Giardino dei Tarocchi” (vedi). Nel 1966, assieme a Jean Tinguely e Per Olof Ultvedt realizza una enorme scultura femminile nella grande sala del Moderna Museet di Stoccolma. La Hon (che in svedese significa Lei) giace sul dorso con le gambe piegate (vedi). Per entrare si deve passare attraverso il sesso e all’interno il visitatore trova diverse cose: in una gamba una galleria di falsi Paul Klee, Matisse, ecc., tutti eseguiti per l’occasione; in una delle ginocchia Tinguely colloca la panchina degli innamorati, un vecchio divano di velluto sotto il cui sedile colloca alcuni microfoni per registrare le conversazioni e trasmetterle in altre parti della scultura; dentro la testa Ultvedt costruisce un cervello in legno animato da motori. E così via. Sulla scia di Marcel Duchamp (1887-1968) il messaggio è esplicito: gli oggetti d’uso quotidiano, gli “assemblaggi” più originali, tutto oramai può diventare arte. Sul Blackwell Companions to Art History questa “corrente” artistica, che i critici allora etichettarono come neo-Dada, è ritenuta espressione di un “Duchamp effect”. Robert Rauschenberg, Jasper Johns vi appartengono assieme a Jean Tinguely, famoso soprattutto per i suoi meccanismi del movimento (vedi) – un cui esemplare (la “ruota della fortuna”) è al centro della vasca antistante la grande scultura della Papessa, proprio nel Giardino dei Tarocchi.

La fontana nella corte della figura de l’Imperatore (foto del 23 luglio 2012)

[4] Le sculture che vediamo oggi nel Giardino dei Tarocchi sono dunque l’ultima tappa di un percorso artistico iniziato da Niki de Saint Phalle a metà degli anni Sessanta, dopo aver abbandonato il Nouveau Réalisme e gli assemblaggi polimaterici, ed essere approdata alla creazione delle cosiddette “Nanas” (vedi), enormi sinuose figure femminili percorribili ed abitabili, tra cui quella del 1966 per il Museo di Stoccolma. Le loro forme sinuose ed i loro colori sgargianti sono indubbiamente piacevoli e rassicuranti, tanto da poter fungere da “parco divertimenti” – una sorta di mini-Disneyland dada. Ma ci parlano, pur con questo “linguaggio” familiare, della trasformazione dell’arte. Rimandano, seppur indirettamente, ad un effetto-Duchamp che ancora oggi, a decenni di distanza, ci rende spesso difficoltoso il rapporto con l’arte contemporanea. Offrire un contributo alla “comprensione” dell’arte – “ma questa è arte? Se sì, perché?” – sarebbe un “servizio” importante a cui dovrebbero tendere tutti i luoghi della cultura. Qui da noi, nell’Unione Terre di Castelli, più di un amministratore si diletta con l’arte contemporanea (anche se il riferimento principale è al MUSA – Museo dell’Assurdo, a Castelvetro: vedi). A Vignola abbiamo avuto i nostri 5 minuti di gloria (sic), in questa legislatura, con “La vita es sueno”, mostra di sculture (poche) e opere grafiche (scarse) di Salvador Dalì (1904-1989) – duemila visitatori circa. Ci fosse una vera “politica culturale” queste “occasioni”, più o meno estemporanee, offrirebbero un qualche contributo alla comprensione del modo in cui oggi si produce l’arte e del network sottostante. Insomma, non solo l’aura dell’opera d’arte (ma da tempo le opere sono “orinatoi” o anche “merde d’artiste”), non solo l’esperienza visiva, uditiva o tattile, ma anche un po’ di “cognizione”. Altrimenti, come ricorda Marc Augè, tutto si riduce a spettacolo ed in particolare allo spettacolo di noi che guardiamo (ciò che riteniamo lo “spettacolo”). Un fenomeno che si esprime al massimo livello, appunto, nei luoghi del divertimento della “modernità”: “Disneyland è il mondo di oggi, in quello che ha di peggiore e di migliore: l’esperienza del vuoto e della libertà” (Augé M., Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, Torino, 2006, p.25)

Camminamento di accesso alla Torre che cade (foto del 23 luglio 2012)

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One Response to Il giardino dei tarocchi. Una mini-Disneyland dada?

  1. Adam Clayton ha detto:

    Ci sono stato l’anno scorso. Meraviglioso!

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