Il lavoro prima di tutto. L’economia, la sinistra, i diritti. Un libro di Stefano Fassina

L’ultimo libro di Stefano Fassina, responsabile del dipartimento economia e lavoro del PD, si intitola Il lavoro prima di tutto. L’economia, la sinistra, i diritti (Donzelli, Roma, 2012, pp.191, 16,50 euro: vedi). Vuole essere sia una diagnosi della gravissima crisi economica che ci accompagna dal 2008, sia una indicazione di una possibile via d’uscita, per l’Europa e per l’Italia. Al tempo stesso è una presa di posizione sul tema dell’identità della sinistra. Rispetto a ciò il titolo è già un programma. Il tentativo è interessante, anche perché la sinistra è davvero alla ricerca di una identità più precisa, e merita di essere preso sul serio. Il modo migliore per farlo è un’analisi critica. Illuminante e del tutto condivisibile è la diagnosi della crisi. Ma altri aspetti lo sono assai meno.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)


[1] La crisi finanziaria è solo un sintomo. Non è la malattia. Su questo punto il libro è chiarissimo e convincente. Ciò che stiamo vivendo non è una “crisi”, superata la quale si ha il ritorno all’ordine precedente. E’ invece una “grande transizione”, come per la grande crisi del 1929. L’esito non è dunque scontato, ma sarà il risultato delle forze in campo. Può essere un esito progressivo, come il New Deal degli anni ’30 negli USA o come l’istituzione dello stato sociale o welfare state nel secondo dopoguerra in Europa. Ma ciò non è affatto scontato. Ad oggi, anzi, il paradigma “mainstream” liberista è ancora prevalente tra i governi (tanto che Colin Crouch, famoso sociologo inglese, ha potuto intitolare il suo ultimo libro, nel 2011, The Strange Non-Death of Neoliberalism: vedi). “Tra il 2007 e il 2008 si è rotto l’equilibrio (…) promosso nel trentennio alle nostre spalle dal paradigma neo-liberista. La causa di fondo della rottura non è la finanza. E’ la regressione del lavoro (…) e la conseguente impennata della disuguaglianza di reddito, ricchezza, mobilità sociale” (p.5). Insomma la crisi finanziaria e la crisi dei debiti sovrani sono la superficie. Sotto sta invece il mutamento di remunerazione tra lavoro e capitale intervenuto negli ultimi trent’anni, la forte redistribuzione di ricchezza e la conseguente crescita delle disuguaglianze. Dappertutto in occidente (un po’ meno nei paesi scandinavi e in Francia) si è registrato un peggioramento distributivo che ha radici nel mercato del lavoro, ovvero nel mutamento della distribuzione primaria del reddito tra capitale e lavoro (pp.19-20). Si tratta della conseguenza della “lotta di classe” di cui Luciano Gallino ci ricorda l’esistenza, anche se negli ultimi trent’anni essa è stata condotta dalla minoranza dei ricchi contro la maggioranza dei ceti medi ed operai (vedi). Al mutamento intervenuto nella distribuzione del reddito tra capitale e lavoro si è aggiunto l’indebolimento della progressività dei sistemi fiscali ed i tagli al welfare state. Una situazione che non è esplosa subito a causa di due fattori: un maggiore accesso alla finanza ed il credito facile alle famiglie (soprattutto in USA, ma non solo). Nelle parole di Vladimiro Giacché (in una introduzione ad una raccolta di scritti di Marx sulle crisi dell’economia capitalista: vedi, p.36): “la finanza non è la malattia, ma il sintomo della malattia e al tempo stesso la droga che ha permesso di non avvertirla – e che quindi l’ha cronicizzata”. Cos’è dunque successo nel mondo occidentale? “Data la stagnazione dei redditi da lavoro, le classi medie, per continuare a consumare e permettersi stili di vita da classi medie, si sono dovute indebitare” (p.26). Alla fine tutto è saltato. Lo scoppio della “bolla” dei subprime (i titoli ad alto rischio relativi al settore immobiliare) ha fatto da detonatore di una crisi ben più ampia. Redditi da lavoro che non crescono, consumi che sono cresciuti soprattutto spinti dall’indebitamento: sono all’origine della crisi. Tagli al welfare state e alle condizioni del lavoro (parte della ricetta anche del governo Monti) non possono che aggravarla, deprimendo ulteriormente redditi e consumi (della maggior parte degli italiani e dei cittadini del mondo occidentale). Si rischia così di segnare la fine del “modello sociale europeo”.

Gino Severini, L’autobus, 1913 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

[2] In questo scenario si collocano le vicende dell’Europa e dell’Italia. Perché nella crisi non tutti i paesi esperiscono le stesse condizioni. Le tensioni dell’area euro che si manifestano nella “sofferenza” sui mercati finanziari dei paesi “marginali”, quelli a più alto debito pubblico e meno performanti in termini di crescita (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, Irlanda) – registrata dal famigerato spread (il differenziale di interessi tra i titoli di stato tedeschi e quelli degli altri paesi) – è in realtà la manifestazione di un problema sottostante, cresciuto nel tempo dal momento dell’introduzione dell’euro: la crescita dei differenziali di produttività tra le diverse economie (ed i conseguenti squilibri nella bilancia commerciale). Anche se, osserva Fassina, “il nostro problema di fondo è la produttività totale dei fattori, non la produttività dei lavoratori” (p.67). Ovvero: non è questione di far lavorare di più (più intensamente o per più tempo) i lavoratori, ma di garantire più ricerca & sviluppo, più efficienza nell’accesso al credito, migliori infrastrutture, una pubblica amministrazione più efficiente, un sistema giudiziario più rapido, ecc. E’ la “produttività” del sistema-paese che deve essere rilanciata. “La questione fondamentale diventa non le politiche di austerità, ma le divergenze di competitività” tra paesi (p.41). Il problema vero, dunque, sta nel diverso andamento delle bilance dei pagamenti, originate dalle “ampie asimmetrie di competitività” (p.43). I paesi economicamente deboli, non potendo svalutare la moneta, procedono con politiche di “svalutazione interna”, perseguendo una riduzione dei prezzi (dunque competitività) tramite la riduzione del costo netto del lavoro e del welfare state (al fine di ridurre le imposte) (p.43). Tentano così di “approssimare le impossibili svalutazioni della lira con la svalutazione del lavoro” (p.65). Ma in tal modo si innesca una spirale verso il basso: se per competere, per poter far crescere l’export, ogni paese persegue “politiche mercantiliste di svalutazione interna” (p.43) è l’insieme dei paesi che va a fondo, non essendo in grado di mantenere il modello. Si innesca una “spirale austerità-recessione-austerità” (p.46) che gonfia il debito pubblico e alimenta la crisi (rischio insolvenza) dei debiti sovrani. Ma questa crisi – è il punto che merita di essere sottolineato – è solo la manifestazione finale di un processo causale assai più lungo e che ha all’origine la contrazione dei redditi e dunque dei consumi delle classi medie dei paesi occidentali. Se questa è la diagnosi, la terapia consegue: “è necessario e urgente sostenere la domanda aggregata interna dell’area euro. Il sostegno alla domanda può derivare non soltanto da risorse pubbliche. Può derivare da una meno squilibrata distribuzione del reddito e della ricchezza” (p.46). Se non si riesce a invertire la spirale discendente si potrà giungere alla “fine delle democrazie delle classi medie” (p.49) (almeno per i paesi alla periferia di questo sistema economico – è quello che stiamo vedendo per la Grecia). All’interno di questa tendenza diventa agevole collocare l’esperienza dell’Italia degli anni berlusconiani come incarnazione della “via bassa allo sviluppo” (fatta di evasione ed elusione, di salvaguardia delle rendite, coltivazione del proprio elettorato, azioni giocate sul piano simbolico, ecc.). Insomma, come bene hanno spiegato sia Antonio Gibelli (vedi) che Guido Crainz (vedi), entrambi storici, i governi Berlusconi non sono un accidente storico, ma il riflesso degli interessi e degli umori di una larga parte della società italiana.

Giuseppe Capogrossi, Supeficie 479, 1963 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

[3] La prima parte del libro di Stefano Fassina è dedicato alla diagnosi della crisi economica. E’ la parte più convincente. Segue, tra l’altro, l’analisi compiuta in modo più esteso da Emiliano Brancaccio e Marco Passarella in L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, il Saggiatore, Milano, 2012 (vedi). Meno convincente è la seconda parte, quella in cui Fassina prova a rispondere alla domanda “che fare?” (declinata su tre livelli: internazionale, area euro, Italia). Qui si evidenzia l’importanza di un nuovo corso delle politiche (ridurre le asimmetrie di competitività tra i paesi europei, riequilibrare la remunerazione – oggi fortemente squilibrata a favore del primo – tra capitale e lavoro) e di una nuova governancea livello europeo (unione politica dell’area euro). E poi anche a livello internazionale. Ma si minimizza quanto deve essere fatto sul fronte interno – da cui invece dipende la “produttività” del sistema, ma anche l’esigibilità di diritti oggi spesso solo enunciati (diritti dei consumatori, degli utenti della pubblica amministrazione, politici). Per comprendere meglio la ristrettezza della visione di Fassina è interessante mettere a confronto la prospettiva da lui delineata con la riflessione sviluppata già negli anni ’80 dai maggiori sociologi “critici” (Habermas, Offe, Touraine) sulla “fine della società del lavoro” (suggerisco in particolare un confronto con Jürgen Habermas, La nuova oscurità. Crisi dello stato sociale ed esaurimento delle utopie, Edizioni Lavoro, Roma, 1998, vedi; ma l’edizione originale è del 1985). Potrà sembrare un paradosso richiamare quelle riflessioni nel bel mezzo di una fortissima crisi economica che ha fatto crescere (e farà crescere ancora) il numero dei disoccupati. Ma non è così.

[continua]

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2 Responses to Il lavoro prima di tutto. L’economia, la sinistra, i diritti. Un libro di Stefano Fassina

  1. Luciano Credi ha detto:

    Crisi economica=crisi culturale.

    Oggi molti accedono a studi universitari spesso di natura economica, ma al di fuori dei pochi libri studiati per esami universitari, nei nuovi ceti che accedono all’università, si nota un ritardo culturale enorme, una volta la politica metteva in condizione anche ai figli dei proletari, di studiare con spirito critico.

    Ora più che mai l’egemonia culturale è dei ceti dominanti, vediamo l’arte contemporanea che è spesso una riflessione politica ed economica della società, ma è qualcosa di molto elitario, per i ceti alto borghesi, e pensare che noi italiani siamo stati conosciuti in tutto mondo, per l’ARTE POVERA (Germano Celant e…), che criticava la società capitalistica dei nostri giorni.

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Questo post fa parte di un tentativo di costruire una mappa delle opzioni per la fuoriuscita dalla crisi economica. Per quello che vedo, a parte le ricette che si richiamano tuttora alla visione liberista dell’economia, vi sono sostanzialmente quattro orizzonti: (1) quello in qualche modo “keynesiano” a cui possono essere ricondotti Joseph Stiglitz e Paul Krugman, ad esempio; (2) quello che ha come riferimento, più o meno aggiornata, l’analisi marxiana, a cui l’ampiezza di questa crisi economica dà nuova forza. Sono quegli autori che al termine del loro ragionamento fanno intravvedere o richiedono esplicitamente il superamento dell’economia capitalista, ad esempio richiedendo la messa in funzione di un’economia pianificata. E’ una proposta che si trova nel libro di Brancaccio e Passarella, ma anche negli scritti di Riccardo Bellofiore (La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra, Asterios, Trieste, 2012). In posizione più marginale stanno altre due visioni: (3) quella della decrescita di Serge Latouche (forse l’unica che prende sul serio il tema dei “limiti della crescita”), pur non esente da qualche eccessiva semplificazione; (4) quella dei “beni comuni”, esemplificata in Italia da Ugo Mattei (Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari, 2011). Mi sembra che quest’ultima sia convincente nella parte di critica ad un’ulteriore fase di “privatizzazione” dei beni comuni (tentata in Italia, di recente, con le nuove leggi che prefiguravano la privatizzazione della gestione dell’acqua, poi fermata con il referendum del 2011), ma che non sembra in grado di costruire una ricetta percorribile. Per quello che oggi capisco ho l’impressione che dovremo ancora per un po’ fare affidamento su un qualche compromesso tra economia capitalista e democrazia, tra stato e mercato. E’ sull’accoppiamento dei due sistemi che dovremo lavorare ancora, affinché l’economia capitalista non sviluppi le sue tendenze distruttive, ma venga invece “addomesticata”. Certo è che ancora oggi molte ricette sembrano prescindere dal tema della “sostenibilità” ambientale e dalla crescita, tuttora in corso, del riscaldamento globale.

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