Quarant’anni di scoutismo a Vignola. Una riflessione su educazione e libertà

Foto di gruppo, con anche qualche ex-scout degli anni ’70 ed ’80, del gruppo scout Agesci Vignola 1 (foto del 10 giugno 2012)

Quarant’anni di scoutismo a Vignola. Li ha celebrati quest’anno il gruppo scout Agesci Vignola 1 (vedi). Un’avventura vignolese iniziata nel 1972 e che ha coinvolto – è una stima grossolana, ma non troppo distante dalla realtà – almeno un migliaio di persone. E per ricordare i quarant’anni, una cinquantina dei ragazzi e delle ragazze di allora (gli anni ’70 od ’80) si sono dati appuntamento a Pieve di Trebbio nel week end appena passato (9 e 10 giugno). Una riflessione su questi quarant’anni è opportuna. Una riflessione sul “valore aggiunto” di questa esperienza per ragazze e ragazzi che l’hanno vissuta e per la comunità vignolese. Una riflessione sull’educare e sull’importanza del senso di prospettiva. Io che non sono più scout dal 1984 una cosa la vorrei dire. A partire dall’esperienza del ritrovarsi … quarant’anni dopo.

Roberto Bettelli e Giovanni Barani, due tra i primi scout del gruppo Agesci Vignola 1 (foto del 10 giugno 2012)

[1] Vita all’aria aperta, spirito d’avventura, vita di gruppo sono alcuni degli ingredienti del “metodo scout”, messo a punto da sir Robert Baden Powell ed inaugurato nel famoso campo di Brownsea del 1907, che determinano il prolungato successo dello scoutismo. Dopo centocinque anni l’impalcatura metodologica ed organizzativa del movimento scout è stata notevolmente sviluppata, ma al centro stanno sempre quegli elementi fondamentali, quelle intuizioni di allora. Far leva sullo spirito d’avventura di ragazzi e ragazze e sul fascino della vita in mezzo alla natura. Offrire l’opportunità di un’esperienza educativa molto diversa dall’esperienza scolastica, per certi versi quasi antitetica. Certo, in entrambi i casi molto si gioca nel rapporto tra l’educatore adulto ed un gruppo di ragazzi e ragazze. Ma mentre a scuola prevale nettamente la dimensione teorica, nello scoutismo quasi tutto è giocato sulla pratica: sul fare e sul fare esperienza. Offre dunque una diversa possibilità di mettersi alla prova, di sperimentarsi in abilità pratiche e sociali in un contesto assai diverso (un esempio riferito ai ragazzi ed alle ragazze più grandi è il “Progetto Brasile 2009”: vedi). Ed in questo modo offre una ulteriore chances di rafforzare l’io e l’autostima. Ragazzi e ragazze che secondo i parametri della valutazione scolastica sono considerati “mediocri” possono ottenere ben altri riconoscimenti ed apprezzamenti dal punto di vista delle abilità pratiche, relazionali o espressive. Insomma, un ambiente educativo significativamente diverso da quello scolastico consente – ed ha effettivamente consentito – a tanti ragazzi e ragazze di prendere familiarità con proprie capacità altrimenti non riconosciute e dunque sentirsi “altrimenti” valorizzati. Ritrovarsi quarant’anni dopo offre l’opportunità di vedere le agenzie educative della propria infanzia ed adolescenza (scuola, famiglia, scoutismo) per così dire in prospettiva. Ragazzi che allora erano ai margini del sistema scolastico oggi sono imprenditori di successo o professionisti affermati. Qualcuno che era valutato un “perfetto somaro” in ambito scolastico oggi è uno scrittore affermato – questo ce lo ricorda Daniel Pennac in un diario autobiografico (vedi). L’aspetto su cui vorrei richiamare l’attenzione in occasione dei quarant’anni dello scoutismo vignolese è proprio questo: l’opportunità di riscatto che esso ha offerto per un certo numero di persone “marginalizzate” dal sistema scolastico. Qui, con il gruppo scout, è stata offerta una chances in più. Qui si è avuta la possibilità di apprendere e dimostrare abilità di altro tipo – e su queste abilità si è anche costruita, pian piano, una diversa vita. Penso che questo aspetto vada sottolineato. E penso che il sistema scolastico dovrebbe trarre motivo di riflessione dall’efficacia formativa di ambienti educativi diversi. Magari anche per introdurre elementi di innovazione e di autocorrezione (es. learning by doing e metodi di apprendimento basati sul problem solving). Vedere le traiettorie di vita nell’arco di qualche decennio relativizza i giudizi e le valutazioni del sistema dell’istruzione formale. Non tutti ovviamente. Ma in un certo numero di casi è sorprendente vedere le discrepanze tra le “valutazioni formali” di allora e quello che è accaduto dopo in termini di successo universitario o professionale.

Cesare Pelloni e Giovanni Casolari, scout dei primi tempi del gruppo vignolese (foto del 10 giugno 2012)

[2] In questo confronto tra esperienza educativa scout e sistema formale d’istruzione vi sono indubbiamente alcuni punti a vantaggio dello scoutismo. Ma non sarebbe corretto negare che, con la formalizzazione di un metodo, anche lo scoutismo corre il rischio di irrigidirsi e di dare priorità ad aspetti formali, perdendo di vista l’obiettivo di educare ragazzi e ragazze in carne ed ossa, quelli che sono qui, fanno parte del gruppo in questo specifico momento. Nei tre anni in cui sono stato educatore scout (1981-1984) questo era il principale tema della discussione nella “comunità capi”. E per quello che intendo, il dibattito è ancora acceso anche oggi. Di nuovo, porre il proprio lavoro educativo in prospettiva, provare ad immaginarselo nel lungo periodo, potrebbe aiutare a superare una malintesa rigidità metodologica ed un eccesso di “formalismo”. Ritrovarsi a quarant’anni di distanza consente di vedere che non tutte le “traiettorie di sviluppo” sono prevedibili e che anche alcune persone a suo tempo non adeguatamente considerate od apprezzate, oggi esprimono una vita sociale e professionale ricca ed apprezzata. Ci sono ambienti educativi e persone di riferimento che costituiscono una chances, un’opportunità per una svolta, una spinta positiva nella vita di una persona. L’azione educativa, anche nel mondo scout, deve sempre mantenere la consapevolezza di ciò. E deve sempre preoccuparsi di offrire un’opportunità aggiuntiva. E’ questo il messaggio di libertà che certe esperienze, certi incontri offrono. Una “figura” che si trova, della massima potenza, in certi passi evangelici del Gesù che salva e che offre una chances di ripartenza. Fare l’educatore scout richiede la capacità di vedere la persona in formazione, con le sue potenzialità, oltre il metodo e l’organizzazione. Oggi come allora il dibattito è aperto.

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