Arriva il no alla Centrale a biomasse Inalca. Una riflessione

Il progetto presentato da Inalca Spa per la realizzazione di una centrale a biomasse da realizzare nello stabilimento di Castelvetro è stato valutato “non conforme” dalla Conferenza dei servizi che si è riunita il 22 maggio scorso. “L’impianto di termovalorizzazione dell’Inalca di Castelvetro non è conforme alle norme europee e alle norme urbanistiche quindi non può esser realizzato.” Il giudizio era già stato anticipato, in modo assai singolare, dall’assessore provinciale all’ambiente Stefano Vaccari (il 3 maggio su Il Resto del Carlino) – l’unico motivo che può spiegare questa prassi inusuale è il timore di effetti sul voto (visto che a Castelnuovo il 6 e 7 maggio si sono svolte le elezioni comunali) (vedi). Il Comitato No Centrale a Biomasse Inalca esprime soddisfazione per l’epilogo di questa vicenda (vedi), ma già si prefigura impegnato ad affrontare altri progetti del genere, sinora solo abbozzati (si parla di un  “polo energetico” in comune di Castelnuovo Rangone). Più che commentare questa decisione, mi preme riflettere ancora una volta sul procedimento e sul ruolo giocato dal Comitato. Vediamo.

Il Comitato No Impianto a Biomasse Inalca ringrazia così tutti i suoi sostenitori nella campagna di contrasto alla centrale (vignetta presa dal sito web del Comitato)

[1] Proprio in questi giorni è uscito un libro che dovrebbe stare nella “cassetta degli attrezzi” di ogni amministratore locale: Roccato M., Mannarini T., Non nel mio giardino. Prendere sul serio i movimenti Nimby, Il Mulino, Bologna, 2012 (vedi). Gli autori, due psicologi sociali, sviluppano in modo convincente la tesi che non si può comprendere il fenomeno dei comitati che si costituiscono per contrastare un “uso del territorio” non desiderato se si parte dall’assunto che si tratta solo di una reazione egoistica di cittadini poco informati. Nel caso del Comitato No Centrale a Biomasse Inalca l’abbiamo detto sin dall’inizio (vedi). Richiamano invece l’attenzione sulle “trappole” procedurali, specie quando l’atteggiamento dei decisori è reticente o ambiguo. In effetti ciò che caratterizza questo paese (non del tutto a torto) è la scarsa fiducia verso le istituzioni. In effetti, a ben pensarci, dovrebbe essere evidente a tutti che se ci fosse grande fiducia nel funzionamento corretto delle istituzioni non ci sarebbe bisogno di mobilitarsi in comitati per difendere i propri diritti. In un certo senso è proprio il comportamento delle istituzioni che innesca la mobilitazione. Come affermano gli autori, “il vissuto d’ingiustizia si alimenta ulteriormente se le parti hanno l’impressione di essere poco rispettate e percepiscono che chi ha il potere di decidere è inaffidabile o incompetente, non fornisce tutte le informazioni o le spiegazioni necessarie, non è neutrale” (p.54) Mi sembra facile convenire che nel comportamento delle istituzioni locali (Comune di Castelvetro e Provincia di Modena in primis) ci fosse proprio quella reticenza ed ambiguità che ha spinto alla mobilitazione, alimentando in molti cittadini proprio un sentimento di ingiustizia. Per più di tre mesi, infatti, non è stata data notizia del progetto (se non con la formale pubblicazione dell’avvio del procedimento – che è come non darne comunicazione pubblica). Quando la notizia è divenuta effettivamente pubblica – non per iniziativa delle istituzioni, ma a seguito di un’assemblea promossa dal Movimento 5 Stelle il 30 novembre 2011 (pdf) – gli esili riconoscimenti fiduciari sono presto svaporati. Anche allora le istituzioni, in affanno, hanno tardato a ricercare il confronto con i cittadini e ad illustrare procedimento e principi decisionali, accrescendo la spirale del dubbio e della sfiducia. Il sindaco di Castelvetro, Giorgio Montanari, ha affermato: “risulta controproducente per il territorio di Castelvetro usare toni e contenuti, come purtroppo è capitato di leggere, al limite del procurato allarme”. E poi anche: “voglio sottolineare con grande franchezza che sono fermamente contrario al tipo di comunicazione sociale che si sta adottando, la ritengo controproducente rispetto ad un possibile obiettivo comune, in grado di produrre allarme e non consapevolezza sul problema, eccessiva nei toni” (L’Informazione di Modena, 31 dicembre 2011, p.18). Certo, non serve leggere il libro di Roccato e Mannarini (però aiuta!) per riconoscere che quel “tipo di comunicazione sociale” era anche una reazione alla precedente mancanza totale di qualsiasi comunicazione da parte delle istituzioni! Se si vuole evitare il propagarsi dell’allarme sociale occorre impostare diversamente il procedimento, riconoscendo l’immediato  diritto all’informazione della comunità locale interessata (vedi).

Incontro pubblico, a Spilamberto, organizzato dal Comitato No Impianto a Biomasse Inalca (foto del 9 marzo 2012)

[2] Alla notizia “nasce un Comitato per il no” Inalca ha mostrato la faccia rassicurante, quella della ricerca del confronto e della disponibilità a dimostrare la bontà del progetto. “E’ tutto in regola e siamo disponibili al confronto”. E poi anche: “Non ci sono misteri: nei prossimi incontri i cittadini avranno tutte le risposte che cercano” (Il Resto del Carlino, 31 dicembre 2011, p.18) Solo che man mano che il tempo passava diveniva evidente che l’azienda non era proprio disposta a dare tutte le risposte invocate dai cittadini e dal comitato. Anche la Conferenza dei Servizi ha infine giudicato incompleta la documentazione prodotta in merito alle emissioni, così almeno sembra dai resoconti sulla stampa. E’ comunque certo che il quadro normativo non risulta univoco e chiaro, specie sull’utilizzo di sottoprodotti della macellazione animale per la produzione di combustibile per una centrale di produzione di energia elettrica (termovalorizzatore). Lascia dunque un margine di incertezza ed uno spazio di discrezionalità. Tecnici dell’azienda ed esperti del comitato hanno cercato di interpretare le norme ciascuno al fine di dimostrare la validità della propria tesi. Il fatto che anche la Conferenza dei Servizi abbia riconosciuto una non piena coerenza tra il progetto e le norme evidenzia che anche gli esperti ufficiali possono non avere ragione. Da un lato è difficile non pensare che il pressing della mobilitazione non abbia in un qualche modo influito sul procedimento, anche solo facendo avvertire una grande attenzione sul dispositivo argomentativo. Dall’altro si dimostra che l’interpretazione della mobilitazione come una pura manifestazione Nimby, ovvero di egoistico rifiuto, non regge. In questo caso il comitato aveva buone ragioni per opporsi e tali ragioni sono sostanzialmente quelle addotte dalla Conferenza dei Servizi.

Biciclettata per l’aria pulita, maggio 2012 (foto dal sito web del Comitato No Impianto a Biomasse Inalca)

[3] Il libro di Roccato e Mannarini consente di focalizzare l’attenzione su un ulteriore aspetto. Il Comitato costituisce un esempio riuscito di una strategia di empowering, sia sotto forma di mobilitazione di contro-expertise, sia sotto forma di mobilitazione sociale, ovvero della comunità. Dal 16 dicembre 2011 al 2 aprile 2012, termine per le osservazioni, ed anche dopo, il Comitato ha dispiegato un’azione davvero impressionante: 4.978 firme raccolte a sostegno della propria iniziativa; diversi eventi di raccolta fondi organizzati; iniziative pubbliche tenute con periodicità e aperte agli interlocutori sia istituzionali che dell’azienda; coinvolgimento degli attori rilevanti sul territorio, anch’essi potenziali danneggiati dalla realizzazione della centrale (associazioni economiche degli agricoltori e dei produttori di prodotti tipici); sistematico rapporto con la stampa per pubblicizzare la campagna. Tutto questo dispiegato nell’arco di pochi mesi. Non c’è dubbio che l’azione del Comitato No Impianto a Biomasse Inalca costituisca un caso da manuale di mobilitazione collettiva. Un caso che potrà “fare scuola” per altri soggetti collettivi impegnati a contrastare gli “Usi localmente indesiderati del territorio” (Locally Unwanted Land Uses, ovvero Lulu) – è questa l’espressione, da preferire a quella connotata negativamente di Nimby, che Roccato e Mannarini suggeriscono di adottare.

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