Mettiamo un po’ d’Europa nel nostro dibattito locale?

Il 9 maggio è la Festa dell’Europa (vedi). In quella data ricorre infatti la proposta di creare un’Europa “organizzata”, avanzata il 9 maggio 1950 da Robert Schuman, allora Ministro degli Affari esteri francese. In qualche comune italiano la si è celebrata con iniziative pubbliche (es. Parma: vedi). Ma non a Vignola. E neppure negli altri comuni dell’Unione Terre di Castelli. L’Europa, sempre più presente nelle nostre vite quotidiane tramite le decisioni del Consiglio europeo o la Banca Centrale Europea, è ancora oggi un tema che non suscita grande interesse nella maggior parte dei cittadini e neppure delle istituzioni locali. Anche se le conseguenze delle decisioni assunte in sede europea sono drammatiche – lo dimostra ciò che sta succedendo in Grecia (vedi). Anche in tema di Europa, il rischio, fortissimo in questo paese, è che gli orientamenti politici in formazione finiscano per soccombere sotto il peso dei sentimenti o di impressioni maturate nel breve periodo, sprovviste della minima base cognitiva per impostare una corretta, per quanto ardua, relazione tra mezzi e fini. In questa situazione ci si potrebbe dunque aspettare qualche iniziativa da parte delle amministrazioni locali (ancor più se governate dal centrosinistra) per dare un po’ più consapevolezza sull’Europa e sulle sfide che essa si trova di fronte. E dire che qualche stimolo è pur stato proposto in passato anche localmente (da consigliere comunale, ad esempio, presentai una mozione, approvata dal consiglio, per “celebrare” appunto la festa dell’Europa, pensando proprio a momenti di dibattito locali: pdf). Ma ci vuole un po’ di capacità di pensiero. Occorre che i politici, anche a livello locale, non siano dei semplici funzionari intenti a “gestire” il potere.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato, 1898-1902 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

[1] Eppure questa sarebbe una congiuntura favorevole per apprendere ad essere cittadini europei. La crisi economica minaccia le condizioni di benessere di ampi strati della popolazione e, manifestandosi nella forma della “crisi dei debiti sovrani”, ha innescato politiche di austerità (tagli al welfare state ed abbassamento delle garanzie nel mercato del lavoro) che toccano tutti noi. Le rivolte giovanili (indignados, ows, ecc.) sono il sintomo di una tensione sociale crescente (vedi), ma non possono sostituire interpretazioni convincenti di ciò che sta succedendo. Se la crisi è transnazionale anche le politiche contro la crisi debbono articolarsi su quel livello (certo, senza trascurare il “compito” di attuare riforme attese in Italia da qualche decennio: un welfare state più equo, politiche per la famiglia, scuola, università, mercato del lavoro che contribuiscano a ridurre le disuguaglianze, una pubblica amministrazione che funzioni, ecc.).  Per questo oggi sentiamo riecheggiare con frequenza la formula: “serve più Europa”. Insomma, “l’astuzia della (s)ragione economica ha riportato nell’agenda politica la questione del futuro dell’Europa” (Jürgen Habermas, Questa Europa è in crisi, Laterza, Bari, 2012, p.37). Ecco, sarebbe importante iniziare a dirlo. Anche a livello locale. Insomma, anche le amministrazioni comunali del territorio o l’Unione Terre di Castelli potrebbero provare a dare un contributo affinché l’Europa entri un po’ di più nel nostro orizzonte e si abbia qualche chances in più per cogliere la posta in gioco. Visto che è là che, in larga parte, viene oggi deciso il nostro futuro. Invece tutto tace. Ci si guarda l’ombelico, mentre siamo parte (non molto consapevole) di uno dei momenti più importanti nella storia del nostro paese (e del “vecchio continente”) in termini di redistribuzione di chances di vita.

Umberto Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio, 1913 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

[2] A livello locale ci sono due leve che possono essere usate per produrre consapevolezza e cultura sul ruolo che l’Europa gioca e può giocare nelle nostre vite. Si tratta della scuola e delle relazioni tra comunità locali dei diversi paesi, messe in campo con il coinvolgimento di istituzioni e società civile. C’è un progetto nelle scuole superiori del territorio sull’Europa e sulle politiche europee? E’ vero che le politiche nei confronti delle scuole medie superiori (scuole secondarie di secondo grado) sono di competenza della Provincia, ma questo non esclude che le amministrazioni comunali, tramite l’Unione Terre di Castelli, non possano intervenire in questo rapporto e promuovere progetti di “qualificazione dell’offerta formativa”  sui temi che considerano di rilevanza strategica per il territorio. Oggi per formare i nuovi cittadini non si può prescindere dalla formazione ad una “cittadinanza europea”. E se questo termine ha un senso, oggi, ciò implica fornire comprensione e consapevolezza sulle politiche europee di oggi e degli anni appena trascorsi: i difetti di costruzione dell’euro (moneta unica, senza però politiche fiscali ed economiche comuni); la governance transnazionale ed i suoi effetti di svuotamento delle democrazie locali (con il configurarsi di quello che Habermas, cit., p.81, chiama “un dominio burocratico-postdemocratico”); il ruolo delle istituzioni economiche non democratiche, come la BCE; i diritti dei cittadini europei ad influire sulle scelte dei vertici dell’Unione e così via. Nulla di tutto ciò è in campo, purtroppo. Nell’ottica dell’Europa come costruzione da completare la scuola è una risorsa ampiamente sottovalutata e sottoutilizzata. Non che non ci sia qualche docente che singolarmente promuove, con la propria classe, specifici approfondimenti sul tema. Quello che manca è un programma ad ampio raggio a misura del “momento” forse più critico nella storia dell’Unione Europea dalla sua nascita. E la politica, che dovrebbe promuovere questa focalizzazione sull’Europa (magari inserendosi con apposite iniziative negli insegnamenti di storia, diritto, economia, educazione civica) presso le istituzioni scolastiche autonome, è muta. Tipico dei “funzionari” è l’atteggiamento continuistico, la mancanza di visione e del coraggio per lottare per più radicali discontinuità. Suggerisco anche che il tema ben si presterebbe per un programma di lavoro del Laboratorio per l’Innovazione Didattica e la Documentazione (LIDD) che dal 2003 prova, sinora con scarso successo, a contribuire alla qualificazione della didattica nelle scuole dell’Unione Terre di Castelli. Anche qui testimonianze di mancanza di visione.

Lucio Fontana, Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, 1951 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

[3] Oltre all’iniziativa della scuola, a livello locale si potrebbe cercare di riattivare il circuito delle relazioni transnazionali (orizzontali) tra comunità locali. Un programma che si è tradotto sinora in gemellaggi tra enti locali. Per Vignola si tratta di Barbezieux (F), di cui ricorre quest’anno il trentennale (a pochi giorni dall’evento non è ancora pubblico il programma delle iniziative! vedi), Witzenhausen (D) e Angol (RCH). Nell’originario programma dei gemellaggi c’era un richiamo all’antica idea della fratellanza tra i popoli e le comunità locali – nel caso dei gemellaggi con altre cittadine europee si configurava come una sorta di movimento “dal basso” che avrebbe dovuto accompagnare il corrispondente movimento “dall’alto” di costruzione della Comunità Europea, prima, e dell’Unione Europea, poi. Tutte finalità che si sono perse per strada. Oggi le manifestazioni dei gemellaggi si riducono sempre più ad iniziative turistiche o di valorizzazione dei rispettivi prodotti tipici. La prevalenza della finalità turistico-commerciale non è però “destino”. Forse è il caso di interrogarsi sulla possibilità di innestare nuove finalità “politiche” (uso con circospezione questo termine, ma è quello giusto!) in questa rete di scambi comunitari transnazionali. Anche in questo caso attendiamo (con speranza?) il “ritorno della politica”.

Carla Accardi, Grande integrazione, 1957 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

[4] E di che si dovrebbe dibattere? Su quali temi dovrebbero essere chiamati al confronto ed alla discussione studenti, amministratori, società civile transnazionale? La crisi economica ed i suoi effetti sui singoli paesi mette in luce due questioni di fondo: la governance europea e le politiche promosse dall’Europa per fronteggiare la crisi (oggi improntate all’austerity). Uso due libri – che consiglio a tutti di leggere – per introdurre tali temi. Il primo è di Jürgen Habermas, Questa Europa è in crisi, Laterza, Bari, 2012 (vedi). Il più importante filosofo tedesco vivente, rinnovatore della “scuola di Francoforte” e della “teoria critica”, ha assunto da tempo il ruolo di intellettuale a livello europeo ed oltre (ricordo il suo intervento con Jacques Derrida contro l’intervento armato in Iraq nel 2003: pdf). In questo agile saggio Habermas mette in luce i “difetti” di costruzione dell’Unione Europea e reclama l’impegno di governi e cittadini per “più Europa”. “I timori prodotti dalla situazione economica rendono i problemi dell’Europa più fortemente presenti nella coscienza delle popolazioni e conferiscono loro una importanza esistenziale più grande che mai. Le élites politiche dovrebbero cogliere questa insolita spinta ad affrontare il tema come un’occasione e a riconoscere in essa la straordinarietà della situazione attuale. Ma anche i politici sono diventati da tempo una élite di funzionari: non sono più preparati a una situazione senza paletti di confine, che si sottrae alla consueta presa demoscopico-amministrativa e richiede una diversa modalità di fare politica, una modalità capace di modellare le mentalità.” (Habermas, cit., p.X) Il fatto è che il sistema di governance europea vede all’opera un circuito vizioso che consegna le decisioni importanti sempre più ai capi di governo riuniti nel Consiglio Europeo (così marginalizzando gli organi dell’Unione: la Commissione ed il Parlamento), inibendo in tal modo la partecipazione dei cittadini dell’Unione alle decisioni dell’Unione stessa ed in tal modo alimenta populismo e sentimenti di distacco che riverberano nei sistemi politici nazionali. La sfida che l’Unione ha davanti a sé riguarda dunque, da un lato, un cambio di politiche (in una parola: sviluppo anziché austerity), e, dall’altro, il compimento di un assetto veramente democratico in cui i cittadini, tramite il voto, possono orientare le decisioni, con l’ausilio di una “sfera pubblica” europea (e qui le comunità locali, collegate tra di loro da reti transnazionali, potrebbero giocare un ruolo!). Ma non è tutto. Nella sfida che i governi ed i cittadini europei hanno davanti Habermas vede qualcosa che va oltre l’Europa stessa: una chances di “civilizzazione” del potere che può fungere da apripista per una futura forma di governo mondiale (riecheggiando un ideale elaborato compiutamente per la prima volta da Kant). Se il progetto dell’Unione Europea, anche senza raggiungere il livello di uno stato federale, dovesse aver successo esso potrebbe illuminare il percorso per organizzare analoghi dispositivi di governance per la comunità cosmopolitica.

Osvaldo Licini, Angelo ribelle su fondo giallo, 1950-1952 (Museo del Novecento, Milano, foto del 27 dicembre 2010)

[5] Il secondo libro affronta il tema dell’Europa dal lato delle politiche economiche che oggi, impostate come politiche di austerità, rischiano di essere autodistruttive. Frutto del lavoro di due giovani economisti “critici”, è forse il libro, assolutamente comprensibile anche ai non specialisti, che racconta meglio di ogni altro “com’è stato possibile tutto ciò”, ovvero la crisi profonda in cui l’Europa dell’euro è precipitata in questi anni. Emiliano Brancaccio (vedi) e Marco Passarella (vedi) ne sono gli autori: L’austerità e di destra. E sta distruggendo l’Europa, Il Saggiatore, Milano, 2012 (vedi; qui una recensione critica con replica di uno degli autori: pdf). La narrazione offerta è in realtà una contro-narrazione. Gli autori, infatti, contestano il paradigma “mainstream” della teoria macroeconomica (rappresentato da economisti come Giavazzi e Blanchard, ma anche Stiglitiz e Krugman) e sono convinti che si può descrivere in modo più efficace quanto sta avvenendo se si guarda alla realtà con lenti diverse, recuperando Keyns, Minsky e, perché no, anche Marx. Il fatto è che le politiche di austerity che le autorità europee (Consiglio Europeo e BCE) stanno imponendo ai paesi “periferici” della zona euro, i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), sono politiche depressive che rischiano di destabilizzare l’intera costruzione europea (segnali preoccupanti giungono da tempo soprattutto dalla Grecia, ma anche dall’Italia). “Un intero paese che riduce le spese [politica di austerity] deprimerà la produzione e i redditi, e alla fine potrà trovarsi ancor più invischiato nei debiti. Il disastro attuale della Grecia è solo l’ultimo di una storica catena di fallimenti nell’austerità a ogni costo.” (p.27) Ne consegue che “nel modo di produzione sociale vigente, esortare le masse all’austerità significa di fatto assuefarle a una crisi che, proprio per le stesse restrizioni che impone, è destinata ad autoalimentarsi e a durare nel tempo. Per questo l’austerità è un’ideologia reazionaria, è restauratrice, è di destra in senso non banalmente parlamentare, ma antropologico.” (p.30) Per impostare corrette politiche di fuoriuscita dalla crisi occorre riconoscere che il problema di fondo non sta nei debiti pubblici dei paesi periferici dell’area euro (si tratterebbe di un sintomo, non della causa prima), ma nello squilibrio strutturale tra economie forti ed economie deboli dell’eurozona e dunque nel diverso andamento della loro bilancia dei pagamenti (con la Germania campione di export, ed i paesi deboli che invece vedono crescere il deficit commerciale). La strategia suggerita sino ad oggi dalle autorità europee (tagli al welfare e riduzione dei diritti dei lavoratori – ricordiamo le misure “consigliate” nella lettera che la BCE trasmise al governo Berlusconi nell’estate 2011) porta verso una “deflazione competitiva dei salari” che alimenta la depressione economica, frutto dell’impoverimento della maggior parte dei cittadini. Secondo gli autori occorre invece invertire la direzione del mutamento della distribuzione primaria del reddito tra capitale e lavoro intervenuto negli ultimi trent’anni (dalla svolta “neoliberista” impressa sulla scena mondiale dai governi Reagan e Thatcher). Occorre, cioè, contrastare la riduzione della remunerazione del fattore lavoro (“deflazione competitiva”), così da consentire una nuova fase di “consumi” e di “sviluppo”, ad esempio introducendo misure come lo “standard retributivo europeo” (per simili misure si veda il cap. 15), un primo passo verso un “nuovo internazionalismo del lavoro” (p.118). Non tutto nel libro è convincente (non lo è, secondo me, la ri-proposta della pianificazione, nel cap.16, come non lo è la totale assenza di riferimenti alla “qualità” dello sviluppo: “sostenibilità”, “decrescita”, ecc.), ma senza dubbio esso costituisce un esempio riuscito di “divulgazione” su un tema fondamentale per l’Europa ed i suoi cittadini (ovvero noi). Il fatto è che come vignolesi, cittadini dell’Unione Europea, abbiamo bisogno di padroneggiare un po’ questi temi certo non semplici, ma da cui dipende fortemente il nostro futuro. Se vogliamo essere in grado di orientare nella giusta direzione la costruzione dell’Unione Europea e le sue politiche. Forse la mancata celebrazione della Festa dell’Europa è un peccato veniale. Non lo è, invece, la mancanza di iniziative locali sull’Europa.

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2 Responses to Mettiamo un po’ d’Europa nel nostro dibattito locale?

  1. Luciano Credi ha detto:

    Salve,

    se pur sto cercando di finire un dottorato sulle letterature dell’Europa Unita, in lingua francese, e pur avendo vissuto 3 anni fuori dall’Italia fra Belgio, Svizzera e Francia il mio entusiasmo per l’Europa negli ultimi è calato tantissimo; perchè l’Europa è spesso un concetto utopico, dove gli interessi burocratici hanno spesso ragione su ogni cosa.

    Mi sono ritrovato in Francia per 4 mesi in ospedale per incidente, ed il cartellino sanitario europeo ci copre in parte fuori dell’Italia, in quanto a spese mie dovevo pagare 18 euro al giorno durante tutto il ricovero; inoltre i francesi non vedono troppo di buon occhio l’Europa e tutte le volte che mi dovevo trasportare da un ospedale all’altro, mi facevo notare i semplici conducenti dell’ambulanza, che come straniero pur avendo il mio cartellino sanitario europeo ero una spesa per la Francia.

    Sono stato al parlamento europeo ed ho partecipato a seminari intervenendo con relazione presso il centro di traduzione europeo, mi risulta difficile dare un giudizio sereno su tante cose, posso solo dire che avere a che fare con l’Europa, in certi ambiti puo essere stimolante ma è molto stressante.

    Da semplice studente del Dams (sezione storia dell’arte), 11 anni fa, prima di laurearmi partii per l’Erasmus in Belgio e posso dire che c’era un’autenticità verso l’Europa che non ho più incontrato, anche perchè dopo trasferendomi in Francia ho spesso incontrato difficoltà, a farmi accettare come europeo, Marine Le Pen è molto più influente di quanto non lo si possa pensare, nella società francese.

    A Vignola è vero non c’è una vera attenzione verso l’Europa; nelle campagne circostanti si pensa all’Europa, come l’ente che da contributi a fondo perduto per il fieno biologico, ma non c’è un vero interesse culturale anche per colpa dei nostri politici locali, che ragionano in termini quasi sempre localistici, come avviene anche in molte zone dell’Europa.

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Il fatto, Luciano, è che siamo cittadini europei … inconsapevoli. Già facciamo fatica a capire la politica nazionale, figurarsi l’Unione Europea! Eppure oggi è drammaticamente sotto gli occhi di tutto quanto le “politiche intergovernative” fatte in sede europea influenzino la nostra vita. Ci fosse un po’ di consapevolezza di questo nascerebbero come funghi le associazioni civico-culturali sull’Europa e tanto le istituzioni locali, quanto le associazioni di categoria almeno un incontro ogni tanto sulla politica europea lo promuoverebbero! Va bene essere provinciali, ma questo è troppo!

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