Fusione dei comuni in Valsamoggia. Cos’è che non va

Il percorso verso la costituzione del comune unico della Valsamoggia (vedi) è arrivato ad un punto decisivo. Nel volgere di pochi giorni i consigli comunali dei 5 comuni interessati approveranno la delibera per richiedere alla Regione Emilia-Romagna l’adozione di una legge per istituire il nuovo comune. Iniziano Bazzano, Castello di Serravalle e Monteveglio, il 26 aprile; quindi Crespellano, il 27 aprile; infine Savigno il 30 aprile. A quel punto il procedimento è formalmente avviato e potrà essere fermato solo se il voto referendario (ad oggi ipotizzato per l’ultima domenica di novembre, il 25) consegnasse un esito fortemente negativo. Non mi azzardo in previsioni, ma ritengo plausibile che con queste deliberazioni consiliari si superi il “punto di non ritorno”. Il referendum è infatti soltanto “consultivo” – lascia margini agli amministratori per decidere di procedere indipendentemente dal suo esito. Anche se è chiaro che una prevalenza del no al comune unico  potrà mettere a rischio il raggiungimento dell’obiettivo. In vista di questo primo impegnativo passaggio nei consigli comunali si è tenuta ieri sera a Bazzano, organizzata da Sinistra Ecologia Libertà-SEL Bologna, una interessante iniziativa, per presentare la proposta di organizzare un processo partecipativo che alimenti il dibattito in vista del referendum di fine anno (vedi). Anche se, va subito notato, l’apertura di un processo partecipativo richiederebbe la possibilità di un esito aperto, mentre qui le cinque amministrazioni comunali hanno già deciso: la “fusione” si farà. Ciò che interessa una parte politica (che chiede un percorso per una partecipazione informata dei cittadini), interessa assai meno alle amministrazioni coinvolte (che già operano alla ricerca del consenso sul progetto, non per dibattere i pro od i contro). Comunque, vorrei cogliere l’occasione di questi eventi per mettere in luce alcune criticità o impostazioni non convincenti del progetto. Premetto che sono favorevole alla fusione di comuni come risposta all’eccessiva frammentazione amministrativa che caratterizza l’Italia (più del 70% degli 8.100 comuni ha meno di 5.000 abitanti) ed alle conseguenti inefficienze e perdita di capacità di governo (vedi). Ma mi è anche molto chiaro che per processi complessi di questo tipo non basta l’ottimismo della volontà. Vediamo.

Presentazione del progetto del comune unico di Valsamoggia (Bazzano, 27 febbraio 2012). In piedi a sinistra il sindaco di Bazzano Elio Rigillo

[1] Nel luglio 2011 la Scuola di Specializzazione in Studi sull’Amministrazione pubblica (SPISA) dell’Università di Bologna consegnava i risultati dello studio di fattibilità per la costituzione del comune unico Valsamoggia (vedi). A settembre lo studio era discusso in diversi incontri dagli amministratori comunali, mentre ad ottobre, per la prima volta, veniva presentato ai cittadini. Da dicembre 2011 tre “tavoli tecnici” (architettura istituzionale, organizzazione e bilancio del nuovo comune, potenziale di sviluppo dei servizi) sono stati messi al lavoro per perfezionare alcuni aspetti del progetto (purtroppo “riservati a consiglieri e assessori dei Comuni”, rifiutando la richiesta delle minoranze di coinvolgere propri esperti): qui il documento con le conclusioni raggiunte (pdf). Quindi nella settimana dal 27 febbraio al 2 marzo un’ulteriore serie di incontri pubblici, uno per comune, faceva di nuovo il punto sullo stato di avanzamento del progetto, illustrando i risultati dei “tavoli tecnici”. Infine da domani i consigli comunali approveranno la richiesta, indirizzata alla Regione, di una legge regionale per la costituzione del comune unico. Valutato retrospettivamente, questo primo tratto del percorso evidenzia già alcuni aspetti problematici. Lo studio della SPISA consegnato a luglio 2011 non risponde in modo inequivocabile alla domanda “fusione sì o fusione no”. Fornisce però molti elementi a favore del comune unico.

  • Il confronto con il comune di San Giovanni in Persiceto (paragonabile, per numero di abitanti, al comune unico Valsamoggia) evidenzia una maggiore “efficienza operativa”, raggiungibile solo con la fusione e rappresentabile sotto forma di risparmio potenziale del 15% del personale a parità di servizi erogati (economie raggiungibili non nell’immediato, ma tramite il mancato rimpiazzo del personale che va in pensione – peraltro oggi una scelta obbligata per la pubblica amministrazione – e comunque stimate nella misura di circa 1,2 milioni di euro in 10 anni o, secondo una diversa versione, pari a 540mila euro nella “fase 2” e corrispondenti a 18 unità di personale).
  • Lo studio riconosce, inoltre, che la capacità operativa di un comune maggiore cresce in conseguenza della maggiore specializzazione del personale.
  • A queste ragioni si uniscono considerazioni sul versante degli incentivi sia statali (circa 900.000 euro all’anno per 10 anni) e regionali (di almeno pari importo, per 15 anni) – nonostante sia legittimo nutrire qualche dubbio sulla certezza di queste entrate – ed in merito alla possibilità di deroga al patto di stabilità per due anni.
  • Un ulteriore elemento, seppur di difficile “quantificazione”, risiede nell’aumentato “peso politico” e capacità di contare in ambito provinciale del nuovo comune unico, oltre ad una maggiore capacità di governo del territorio (per considerazioni sul tema: vedi).

Incontro di presentazione del progetto del comune unico di Valsamoggia (Bazzano, 27 febbraio 2012). In primo piano, seduti, Elio Rigillo, sindaco di Bazzano, e Daniele Ruscigno, sindaco di Monteveglio. In piedi sullo sfondo Simone Rimondi della lista civica “Civicamente Bazzano”

Evidenziando questi elementi a favore – tutti plausibili – lo studio di fattibilità della SPISA (che non tralasciava però anche di enucleare i rischi) costituiva un promettente inizio per un dibattito che avrebbe dovuto approfondire e focalizzare meglio rischi ed opportunità del “comune unico”. Dibattito che però non c’è stato, visto che è iniziata sin da subito, da parte delle amministrazioni, la fase del marketing politico, ovvero della “vendita” del prodotto “comune unico”. Purtroppo gli elaborati dei tre “tavoli tecnici” avviati a dicembre 2011 non sono all’altezza dello studio di fattibilità: non approfondiscono i nodi critici evidenziati ed in merito alle soluzioni organizzative si limitano a presentare dei modelli astratti, senza prospettare un vero e proprio “piano industriale”, senza rappresentare l’impiego di risorse necessarie (economiche, umane, organizzative) e modalità e tempistiche di implementazione. La consulenza della SPISA avrebbe dovuto essere “stressata” su tali questioni – si ha invece l’impressione che l’apporto esterno sia stato ridimensionato in questi ultimi mesi, ritenendo che il più fosse fatto. Vedremo con riferimento alla barocca architettura della “rappresentanza” che non è così. Inoltre nel ragionamento di fondo c’è un evidente bias: la soluzione del comune unico è confrontata con l’attuale assetto comunale al fine di far emergere la superiorità della prima. Non è invece messa a confronto con quella di un potenziamento dell’attuale Unione di comuni che, per molti versi, costituisce una sorta di equivalente funzionale della fusione. E’ chiaro, infatti, che un incremento dell’efficienza operativa si consegue anche incrementando la quota di funzioni e servizi trasferiti all’attuale Unione (una soluzione che, almeno, avrebbe il vantaggio di non dover compensare la “perdita” di rappresentanza politica con un’architettura degli organi elettivi o di consultazione articolata in ben 4 livelli e dunque plausibilmente inefficace ed inefficiente). Non voglio con questo concludere che nell’attuale situazione dei comuni della valle del Samoggia la soluzione di un’Unione rafforzata sia preferibile a quella del comune unico. Ma la mancanza di questo confronto testimonia piuttosto la fragilità dell’analisi e delle argomentazioni, facendo pensare che comunque la decisione è già presa “a prescindere”.

Assemblea pubblica di presentazione del progetto del comune unico di Valsamoggia (Crespellano, 1 marzo 2012)

[2] Uno degli argomenti utilizzato per giustificare il comune unico richiama il ruolo propedeutico dell’esperienza dell’Unione dei comuni. E’ un tema che merita qualche riflessione aggiuntiva. E’ infatti certamente vero che, come ricorda lo studio di fattibilità SPISA, l’esperienza dell’Unione di Comuni Valle del Samoggia costituisce una “palestra” per più ambiziosi livelli di integrazione, sino alla fusione degli stessi comuni interessati (cfr. SPISA, Introduzione allo studio di fattibilità, luglio 2011, p.5). Ma forse non basta il dato in sé dell’Unione. Occorre invece considerare  il “peso” che essa ha in termini di funzioni e servizi gestite. E rispetto a questo punto di vista non si può non rilevare che l’Unione Valle del Samoggia è un’Unione decisamente “leggera”. Ovvero che ha sin qui gestito un ammontare assai ridotto di funzioni e servizi comunali. Occorre dunque chiedersi se questo basso livello di gestione associata non costituisca un ostacolo all’implementazione del comune unico. Ovvero se non sia preferibile un percorso maggiormente progressivo, che prima fa crescere in quantità e qualità le funzioni ed i servizi assegnati all’Unione e poi, superata una certa soglia, dischiude eventualmente il percorso verso la fusione. L’Unione di Comuni Valle del Samoggia è in effetti un’istituzione recente. Essa si è costituita in data 3 giugno 2009 ed è divenuta operativa con l’insediamento degli organi avvenuto il 23 settembre 2009 (a seguito del processo di riforma della L.R. n. 10/2008). E’ l’esito della trasformazione da Comunità Montana, formalmente cessata dall’1 gennaio 2010, dopo un periodo di convivenza tra le due istituzione. In ogni caso è un’Unione “leggera”. Lo si vede da almeno tre “indicatori”: i servizi e le funzioni gestite in modo associato; il rapporto tra bilancio dell’Unione (spesa corrente) e complesso dei bilanci comunali dei 5 comuni; il rapporto tra personale dell’Unione e dei comuni.

  • I servizi comunali trasferiti ad oggi all’Unione sono: Sportello Unico Attività Produttive (SUAP), Polizia Municipale, Ufficio personale, Informatica e statistica, Ufficio progettazione (in fase di chiusura). Ad essi si aggiungono servizi comunali solo coordinati: Ufficio catasto, PSC sovracomunale; servizi comunali coordinati in via di attivazione sono: trasporto scolastico, promozione del territorio. Oltre a ciò l’Unione svolge (per 4 dei 6 comuni) le competenze ereditate dalla Comunità Montana: agricoltura, vincolo idrogeologico, forestazione, difesa suolo, programmazione, sviluppo aree montane. I servizi più importanti sono ad oggi ancora a gestione comunale: servizi scolastici, welfare locale, lavori pubblici, tributi, interventi economici, ecc.
  • L’Unione Valle del Samoggia ha una spesa corrente di 3,3 milioni di euro (previsione 2012, al netto di partite di giro; il 46,6% va alla Polizia Municipale), contro una spesa corrente complessiva dei 5 comuni pari a circa 30 milioni di euro. Il rapporto tra questi due valori, per quanto impreciso e grossolano, ci dice che, in termini di spesa corrente, l’attuale Unione “pesa” poco più del 10% della spesa corrente delle cinque amministrazioni comunali. Tanto per fare un confronto con una realtà più avanzata, quella dell’Unione Terre di Castelli, osserviamo che per i comuni che la compongono più del 50% del bilancio comunale è oggi composto da trasferimenti all’Unione, a riprova della consistenza dei servizi trasferiti (scuola, sociale, gestione del personale, polizia municipale, ecc.).
  • A valutazioni non dissimili si giunge considerando il personale. L’Unione Valle del Samoggia conta 49 unità di personale. L’insieme dei 5 comuni ne ha 159 (dati SPISA relativi al 2009). Sul complesso del personale degli enti locali (comuni + Unione, pari a 208 unità) il personale dell’Unione vale il 23,6%.

Iniziativa di SEL a Bazzano del 24 aprile 2012. Intervento di Germano Caroli, sindaco di Savignano nonché presidente del coordinamento delle liste civiche di Modena e Bologna.

Questi dati ci dicono che con la costituzione del comune unico si dovrà affrontare il problema di una necessariamente rapida armonizzazione non solo delle politiche fiscali, tariffarie e di bilancio, ma anche di funzioni e servizi ancora oggi in larghissima parte gestiti a livello comunale, e dunque con impostazioni differenti a livello politico ed organizzativo. Plausibile ritenere che ciò possa produrre disagi e tribolazioni. Disagi e tribolazioni che potevano essere evitate se si fosse negli anni passati “investito” di più sull’Unione. Non si tratta, certo, di un argomento decisivo contro l’ipotesi della fusione, ma non c’è dubbio che ad oggi manca completamente una valutazione di questo aspetto, ovvero dell’implementazione del comune unico a livello di politiche e servizi e dei “costi” e “disagi” che il superamento d’un sol colpo di questo forte gradino determinerà sui cittadini e sul territorio. Forse non sarebbe inopportuno che i processi di fusione di comuni venissero subordinati al raggiungimento di una soglia minima di funzioni e servizi a gestione associata (a livello di Unione), così da evitare gli inconvenienti ed i disagi dello switch-on del comune unico tutto d’un colpo (o quasi). Se è giusto che le esperienze di Unione vengano considerate propedeutiche alla fusione di comuni è importante che la gestione associata abbia già raggiunto un buon livello di esercizio consolidato, rispetto a cui la costituzione del comune unico possa davvero configurarsi come il completamento di un percorso progressivo piuttosto che come un “grande balzo” (con le incertezze che ne conseguono).

Iniziativa di SEL a Bazzano (24 aprile 2012). Seduti al tavolo dei relatori (da sinistra): Luca Basile, coordinatore SEL Bologna; Luigi Benedetti, direttore generale dell’assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna e garante regionale per la partecipazione; Rodolfo Lewanski, docente universitario e garante per la partecipazione della Regione Toscana.

[3] Ugualmente preoccupante è l’architettura della rappresentanza che si prospetta con la costituzione del comune unico. Essa risulta articolata su ben quattro livelli. Al livello più alto sta il consiglio comunale del nuovo comune, organo della rappresentanza politica con potere decisionale. Sotto di esso stanno altri tre livelli, tutti con funzione solo consultiva. Al livello più basso si collocano le “consulte di frazione”, in parte già oggi esistenti o che potranno essere create per consentire la rappresentanza di territori circoscritti (sub-comunali). Ognuno degli attuali comuni, inoltre, si configurerà come “municipio” e sarà dotato di un “consiglio municipale”, organo elettivo in cui siedono rappresentanti di maggioranza e di minoranza (rispettivamente almeno 6 e 3). Secondo questa visione “i municipi saranno espressione degli interessi delle singole comunità locali”. Ogni “consiglio municipale”, inoltre, esprime propri rappresentanti in una sorta di organismo federale della rappresentanza, il “Consiglio delle municipalità”. Il “presidente del municipio”, ad esempio, “è membro di diritto del Consiglio delle Municipalità ed è invitato permanente al Consiglio Comunale con diritto di intervento.” Questo Consiglio delle Municipalità (definito una “assemblea federale” composta dai presidenti e da alcuni consiglieri di ogni Municipio) sarà “chiamata per alcune tematiche ad esprimere un parere a maggioranza.” Il documento precisa anche gli ambiti di consultazione obbligatoria dei municipi: documenti di bilancio e praticamente ogni documento di pianificazione (p.6 del documento riassuntivo delle posizioni dei tre gruppi tecnici: pdf), anche con uno sconfinamento nelle competenze dell’organo esecutivo, la giunta municipale, anche se solo per un “parere obbligatorio” (assegnazione ad associazioni di volontariato che operano nell’ambito municipale di spazi pubblici e/o finanziamenti e/o permessi). Difficilmente comprensibile è la motivazione di ulteriori attribuzioni: “i municipi saranno chiamati a valutare anche tutte le scelte comunali inerenti l’acquisto di quote societarie e/o la costituzione di nuove società e la partecipazione del comune a nuove forme associative intercomunali.Si tratta di un’architettura della rappresentanza barocca (inutilmente complessa), inefficace (già oggi i consigli comunali non riescono a svolgere funzioni di indirizzo e controllo nei confronti degli organi esecutivi, da cui dipendono interamente dal punto di vista informativo, figurarsi il destino di organi “solo consultivi”) e rivolta al passato (ovvero guidata dall’idea che il problema principale sia quello della rappresentanza dei territori come ereditati dal passato, frazioni incluse!). Tale architettura tradisce l’ansia di voler rassicurare la rappresentanza e l’equilibrio dei micro-territori, mentre il problema vero degli organi di rappresentanza elettivi è la scarsa incisività nei processi decisionali politico-amministrativi. Ancora più marginali sono i cittadini ed i rappresentanti della società civile (a meno che non appartengano alla categoria dei “piccoli” poteri forti locali). E’ vero che, correttamente, lo studio SPISA mette in luce le indicazioni legislative che spingono verso l’assicurazione di “adeguate forme di partecipazione” alle “comunità di origine” (cfr. SPISA, Studio di fattibilità … Parte IV, luglio 2011, pp.10-12). Ma questa giusta esigenza di “rassicurare” e garantire rappresentanza territoriale qui viene spinta al livello parossistico di un’architettura a quattro livelli in cui tutti partecipano alla “consultazione”, mentre il vero livello di istruttoria e preparazione dei processi decisionali sta altrove (negli organi esecutivi). Se gli attuali consigli comunali sono un luogo di produzione di frustrazioni, chissà cosa possiamo attenderci da una tale articolata architettura! Acclarato che è opportuno garantire un livello istituzionale della rappresentanza delle “comunità di origine”, il tema vero è come rinnovare a livello comunale i processi della partecipazione dei cittadini, innestando elementi di “democrazia deliberativa” sull’esangue corpo della democrazia rappresentativa locale. Istruttoria pubblica, referendum consultivi ed abrogativi (senza quorum), processi partecipativi e deliberativi relativi a bilanci, atti di pianificazione, opere pubbliche più importanti, ecc. – questi ed altri dovrebbero essere gli elementi di innovazione (assieme a veri livelli di trasparenza, oggi realizzabili grazie all’ausilio del web) da fissare nello Statuto del nuovo comune unico Valsamoggia. A mio modo di vedere qui si apre uno spazio di riflessione e di partecipazione ancora più interessante da quello prospettato da Sinistra Ecologia Libertà-SEL Bologna nell’incontro bazzanese del 24 aprile. Il tema, in effetti, è quello del modo in cui i cittadini dei cinque comuni, dopo le “sollecitazioni” intervenute con la crisi economica più acuta degli ultimi ottant’anni e con l’ugualmente acuta crisi della rappresentanza politica, intendono sé stessi come “cittadini”, ovvero del ruolo che intendono esercitare nei processi di indirizzo e di controllo della democrazia locale. Rodolfo Lewanski, relatore all’incontro bazzanese e studioso della “democrazia deliberativa” (vedi), ma anche Autorità regionale per la garanzia e la promozione della Partecipazione della Regione Toscana (vedi), avrebbe ad esempio tutte le competenze per suggerire come innovare gli strumenti della partecipazione affinché il nuovo comune che si prefigura possa nascere attrezzato per offrire qualche chances in più per una politica locale un po’ meno autoreferenziale. Almeno su questo fronte varrebbe la pena lanciare la sfida alle amministrazioni comunali che, al proposito, hanno dimostrato sin qui di essere assolutamente conservatrici.

PS I materiali dello studio di fattibilità ed i successivi elaborati tecnici sono disponibili sul sito web dell’Unione di Comuni Valle del Samoggia (vedi).

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16 Responses to Fusione dei comuni in Valsamoggia. Cos’è che non va

  1. Nadia ha detto:

    Ottima analisi e molto interessanti le conclusioni/proposte di cui terremo sicuramente conto. Aggiungo solo che proveremo almeno nei pochi mesi da qui al referendum dato che finora non è stato fatto, a mio avviso volutamente, a promuovere incontri come da legge regionale sulla partecipazione per permettere alla cittadinanza di fare una scelta consapevole.Per quanto ci riguarda come Sinistra Ecologia Libertà faremo proposte ben precise di modifica del progetto, in particolare sulla democrazia partecipativa molto carente ma non solo. In quanto cittadina coinvolta se rimarrà questo progetto al referendum voterò NO.

  2. ff0rt ha detto:

    Eh la fusione fredda è ancora di la da venire.

  3. Simone Rimondi ha detto:

    Bellissima analisi che condivido nella sua totalità.

  4. Gabriele Natalini ha detto:

    Devo dire che mi sono molto simpatiche le persone che iniziano un ragionamento dicendo: sono d’accordo con……….. poi utilizzano 5 pagine per dire esattamente il contrario. La sua analisi comincia dall’incarico alla SPISA ma la “storia” dei comuni della Valsamoggia data 1994, quando prima delle amministrative si incontrarono a Crespellano e fecero un manifesto per l’unione dei comuni della valle del Samoggia, Rimondi (Crespellano), Lolli (Bazzano), Pecorari (Monteveglio), Cavallari (Castello di Serravalle). Allora la legge prevedeva 10 anni per verificare se esistevano le condizioni per la fusione altrimenti alla fine del percorso ognuno per conto suo. Sono trascorsi quasi 20 anni, molte leggi sono cambiate le Regioni sono diventate titolari della materia ed è stata tolta l’obbligatorietà, in caso di Unioni di comuni, della fusione. I comuni in questione con diversi passaggi (comunità montana poi come unione di comuni) hanno da allora fattivamente collaborato e messo in comune diversi servizi. Facendo un’analisi su quanto fatto emergono aspetti positivi ma anche criticità (fortemente criticate dalle opposizioni di destra e delle liste civiche) e che a questo punto occorreva (nello spirito della legge che istituiva le unioni) uno scatto in avanti o lasciare perdere. Evidentemente non si tratta di “un grande balzo” ma di una progressione iniziata 18 anni fa. Si dovrebbe dare una medaglia ai 5 sindaci (Savigno è entrato quando è cambiato il colore della giunta) che hanno avuto il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo mettendosi a disposizione delle loro comunità per un futuro sicuramente migliore dal punto di vista amministrativo. Lasciamo perdere anche il “piano industriale” perchè dipende sempre dagli advisor, non essendoci la possibilità di una posizione neutra, dipende da quale risultato vuoi e loro te lo fanno uscire. Ora che una operazione del genere abbia delle criticità è sotto gli occhi di tutti e anche i promotori ne sono consapevoli ma si tratta di valutare tutti gli aspetti e sono convinto che siano più quelli positivi che quelli negativi. Sulla questione delle commissioni e degli “esperti” delle minoranze è meglio stendere un velo pietoso, non hanno partecipato semplicemente perchè (come dice Lei erano per la fusione ma non adesso) temono di perdere “potere” di rappresentanza. In un comune unico dovranno, non essendo un partito ma liste civiche con dentro tutto e il suo contrario, presentarsi insieme e ciò diventa complicato politicamente. Aggiungiamo che SeL è poco presente sul nostro territorio e quel poco che c’è è dentro le liste civiche, si trova fra l’incudine e il martello, posizione poco piacevole. La destra sarebbe per l’unione di Crespellano, Bazzano e Monteveglio (tanto qui non hanno nessuna speranza) senza Castello di Serravalle e Savigno perchè li sperano di poter vincere. Queste valutazione non hanno niente a che vedere con l’interesse dei cittadini ma solo interesse di parte come purtroppo è normale in Italia. Avremmo bisogno di grandi trasformazioni in tutti i campi, a cominciare dalla politica, sopratutto economiche e sociali, purtroppo conservatorismi di destra e sinistra non permettono alcun passo avanti, Mi creda quel po’ d’Italia che si è fatta c’è proprio per “ottimismo della volontà” di pochi altrimenti saremmo ancora spartiti fra Austria, Spagna e Francia è una constatazione spiacevole visto che abbiamo appena festeggiato i 150 anni dalla nascita. Ho fiducia che i cittadini della Valsamoggia (visto che parliamo sempre della partecipazione) diano un forte segnale che sono più avanti della politica nel suo insieme e sappiamo tutti quanto ce n’è bisogno.

  5. Simone Rimondi ha detto:

    Il Sig. Natalini (PD CRESPELLANO) è superlativo. Noi saremmo contrari per calcolo…(noi vero? Non magari qualche amministrazione che perde la maggioranza assoluta in 2 dei comuni che vogliono fondersi) sta storia non regge piu’ ed è disonesta intellettualmente. Mai possibile che chi pone dei dubbi non possa essere tollerato dal potere precostituito? E se a fronte di tutto cio’ che Andrea ha scritto (che dubito a sto punto tu abbia letto) qualcuno si pone delle domande e/o è contrario ad un percorso INESISTENTE dal punto di vista della partecipazione dei cittadini e dal punto di vista del merito delle questioni, perché non rispettare queste posizioni e confrontarsi assieme (cosa MAI stata possibile) per crescere e maturare scelte o progetti inerenti la proposta e/o differenti?
    Diventa difficile confrontarsi con chi dice “O fusione o addio ai servizi” in quanto fare leva sulle paure delle persone non informate con l’unico scopo di convincerle è un giochino di matrice Leghista che non incanta quasi più e che ha portato , assieme ad altri fattori, ad avere una crisi della rappresentanza politica mai così forte nel nostro paese.
    Noi siamo ancora disponibili al confronto, con noi SEL ed altri soggetti, ma la palla va rimessa al centro per capire SE fare la fusione, per capire successivamente COME fare la fusione. Tutto questo non tra di noi amichetti del palazzo, ma con il territorio tutto.

  6. Gabriele Natalini ha detto:

    Voi siete per il confronto, per un percorso partecipato, rimettere la palla al centro e ricominciare da capo, per capire successivamente come fare la fusione. Questo è il male della politica in Italia a volte a cominciare proprio dal PD (purtroppo) rimandare, rimandare, rimandare. Siamo a un punto che bisogna fare, bisogna dare lavoro, bisogna ridurre drasticamente la burocrazia pubblica che ormai ha un peso insostenibile, bisogna ridurre drasticamente il personale politico a tutti i livelli (in Italia è il più numeroso e costoso del pianeta) bisogna sradicare la corruzione nella pubblica amministrazione, bisogna cercare vie nuove nella gestione dei pubblici servizi. Il tempo è adesso, rinviarlo sine die significa dire che non si vuole fare. Io ci credo per i motivi che ho scritto, se i cittadini lo vorranno, nel 2014 vedremo chi è disonesto intellettualmente. Mi spiace dover polemizzare con Te in questa sede visto che lo abbiamo già fatto molte altre volte, mi ero permesso sommessamente di portare il mio contributo a una analisi ben fatta ma che, secondo la mia opinione senza nessuna pretesa di avere ragione, portava il ragionamento a una conclusione sbagliata. Non teneva conto di fattori, in particolare che l’idea era partita da molto lontano e che era giunto il tempo (la crisi economica evidentemente ha accelerato il processo) per verificare concretamente di fare un passo oltre l’unione.

  7. Giorgio Degli Esposti ha detto:

    un’analisi molto corretta, trasparente che pone in evidenza criticità espresse da più persone in assemblee pubbliche ma anche di partito, non voglio entrare nel merito “economico” altrimenti il progetto riceverebbe una bocciatura secca, ritengo perciò questa fusione solo “politica”, certo che sburocratizzare come qualcuno ha scritto e creare 3 livelli consultivi ci vuole coraggio poi a presentarsi come modernità,……….. spero francamente che questa soluzione sia rivista.

  8. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Provo a rispondere a Gabriele Natalini. Tralascio gli aspetti pittoreschi e mi concentro sugli argomenti essenziali. Può darsi che tra di noi non ci si intenda. Confido almeno che chi osserva il dibattito abbia la possibilità di imparare qualcosa.
    (1) Secondo Gabriele il progetto avrebbe una lunga storia, con tracce che risalgono a venti anni fa. Può essere. Il fatto è che, se così stanno le cose, bisogna riconoscere che è un progetto che si è “sviluppato” lentissimamente, visto che nel 2012 l’Unione di Comuni Valle del Samoggia gestisce per conto dei comuni funzioni e servizi che pesano appena per il 10% della spesa corrente dei comuni coinvolti. Io ho fatto un confronto con la realtà dell’Unione Terre di Castelli, un’unione costituita nel 2001 e che oggi pesa per più del 50% dei bilanci comunali (spesa corrente). Se l’Unione Terre di Castelli decidesse oggi di procedere con la fusione dovrebbe porsi il problema di una gestione unitaria da conseguire in un paio d’anni della quota di funzioni e servizi oggi non gestita in modo associato, incidente per poco meno del 50% della spesa corrente. Nel caso del comune unico di Valsamoggia si dovrebbe organizzare la gestione unitaria, ovvero unica, di funzioni e servizi che pesano per il 90% della spesa corrente. Quando parlo di “grande balzo” mi riferisco a questo. Chi ha letto con attenzione il post avrebbe visto che osservo: “non si tratta, certo, di un argomento decisivo contro l’ipotesi della fusione …”. Ovvero, volendo si può andare avanti ugualmente. A voler far le cose seriamente, però, sarebbe opportuno dire ai cittadini in quanto tempo ed in che modo, con quali assetti, si prevede di raggiungere l’omogeneizzazione di politiche e servizi, senza la quale il “comune unico” rimane solo un involucro. Io ho visto con quali difficoltà si passa da servizi gestiti da 5 comuni ad un’unica gestione associata (nel caso dell’Unione Terre di Castelli della prima fase, a 5 comuni). E sono difficoltà da moltiplicare per gli N fronti in cui si articola l’attività del comune: servizi scolastici, tributi, interventi economici, servizi sociali, lavori pubblici, ecc. Il servizio più importante gestito dall’attuale Unione Valsamoggia è quello della polizia municipale (incide per poco meno del 50% della spesa corrente e delle unità di personale). Dopo più di due anni di gestione associata la situazione è la seguente: “Nell’analisi del rapporto tra comuni e Polizia Municipale permane, in base a quanto emerso dalle interviste, una lettura del territorio gestito come sommatoria di istanze, a volte tra loro disorganiche.” (SPISA, Studio di fattibilità … I. Analisi organizzativa, p.17). Proietta questo esito sul restante 90% di funzioni e servizi e potresti avere il quadro del “comune unico” dopo due anni dal suo avvio. Un comune unico … disorganico. Forse una parte dello studio dovrà spiegare come evitare un esito di questo tipo.
    (2) Ribadisco, a dispetto di quel che pensa Gabriele, che io sono favorevole alla fusione dei comuni di piccole dimensioni. Sono favorevole (per quello che conta, non essendo lì residente) alla costituzione del comune unico della Valsamoggia. Ma so bene che un progetto, anche se importante e positivo, può naufragare se condotto in modo maldestro. Per questo ribadisco che non basta l’ottimismo della volontà (e proprio la storia dei 150 anni d’Italia è una conferma di ciò). Detto diversamente: fossi uno degli amministratori al governo di questi cinque comuni avrei impostato le cose diversamente. Innanzitutto avrei trasferito all’Unione più servizi, così da preparare meglio il passaggio al comune unico. In secondo luogo avrei lanciato un percorso di partecipazione dei cittadini, anche per far emergere meglio le possibili perplessità, contrarietà o punti da approfondire (Rodolfo Lewanski, nell’incontro a Bazzano del 24 aprile, ha raccontato un’interessante percorso partecipato per dibattere l’ipotesi di fusione tra due comuni toscani: Figline Valdarno e Incisa), che però era da far partire un anno fa! Il percorso di partecipazione e coinvolgimento avrebbe potuto far emergere quelle domande su cui poi mettere a lavorare gli esperti, anche quelli della SPISA – questo in terzo luogo. Ovvero una “socializzazione” dei problemi e degli interrogativi, a cui fornire risposte pubbliche. In quarto luogo non avrei avuto nessuna difficoltà ad istituire dei tavoli allargati con chiunque fosse interessato a dibattere in modo serio dei problemi di architettura ed organizzazione del nuovo comune (questa cosa della mancata risposta alle richieste delle liste civiche di far partecipare propri esperti non l’ho proprio capita). E così via. Sono solo esempi del fatto che a me, in quanto osservatore esterno, preme fare un’analisi la più accurata possibile dei punti critici del “procedimento” per giungere al comune unico. Posso prendermi il lusso di non prendere immediatamente posizione pro o contro. Da osservatore posso “dissezionare” la vostra esperienza, argomentando cosa mi convince e cosa non mi convince (e di cose che non mi convincono ce ne sono). Faccio notare che nelle tue repliche non c’è un solo argomento che risponde ai nodi critici che ho evidenziato: (a) un’Unione leggera sin qui poco valorizzata (tanto che gestisce solo il 10% della spesa corrente dei comuni); (b) mancanza di coinvolgimento dei cittadini e di trasparenza nella valutazione pro o contro la fusione; (c) architettura della rappresentanza del comune unico … diciamo naif. Ed invece per me questi sono nodi critici veri. Sta poi a voi, che non siete solo “osservatori”, ma anche “partecipanti” (in quanto cittadini necessariamente coinvolti), decidere se le criticità sin qui accumulate siano tali da richiedere una sospensione del progetto, un suo spostamento nel tempo o semplicemente una “manovra di recupero”. Per quel poco che vedo non mi sembra che ci sia consapevolezza dei problemi che state accumulando lungo questo percorso e che possono mettere in difficoltà il progetto. Forse tra le minoranze c’è chi è contrario a prescindere, ma forse non tutte le minoranze hanno lo stesso atteggiamento. In ogni caso sta nell’intelligenza di chi amministra (e dei partiti di maggioranza) cercare di essere i più inclusivi possibile e investire il più possibile in un’opera di analisi “oggettiva” dei pro e contro del comune unico e in un’iniziativa di conseguente convincimento sui punti di forza del progetto. Certo, ogni giorno che passa diventa sempre meno recuperabile il mancato lavoro svolto in passato. Ma su questo aspetto, sulla dialettica tra maggioranza e minoranza, non mi azzardo a valutazioni.

  9. Gabriele Natalini ha detto:

    Il “comitato don Dossetti” di Monteveglio ha fatto un incontro sul tema della fusione dei comuni invitando il Prof. Umberto Allegretti, ordinario università di Firenze, disse che il progetto era ottimo e diede consigli per mettere nel Statuto e nei regolamenti del nuovo Ente elementi di “democrazia partecipativa” facendo esempi applicati in Nuova Zelanda, Brasile e in Italia a Grottammare, quella che Lei chiama “architettura barocca” è un tentativo di allargare il più possibile ai cittadini la partecipazione alla determinazione delle scelte amministrative. Potrà anche sembrare velleitario ma lo sforzo che si sta facendo va in questa direzione. A Lei è sembrato “pittoresco” il mio racconto e rispetto la sua opinione a me invece è sembrato che la sua analisi non fosse di un osservatore esterno perchè ricalca esattamente (in modo molto preciso devo dire) le motivazioni delle liste civiche a dire no al progetto. Anche loro inizialmente avevano detto che erano a favore ma ci voleva più tempo. Niente di male ovviamente ma purtroppo non aggiunge niente a un progetto complesso e delicato se non quello che sarebbe meglio spostarlo avanti nel tempo per fare quelle cose che non abbiamo fatto nei 18 anni precedenti. Così va l’Italia, è quello che abbiamo fatto da sempre, compresi i debiti che abbiamo affibbiato alle generazioni successive. Abbiamo avuto maggioranze che approvavano leggi che andavano applicate dalla legislatura successiva, vedi il famoso “scalone” di Maroni. Prima il proprio interesse di parte poi (forse) i cittadini questa è la logica in vigore e che sta producendo quei guasti che tutti abbiamo sotto gli occhi. Siamo perfettamente coscienti che il tentativo che stiamo facendo per ridurre il costo del personale politico e burocratico sui cittadini sia complicato e avrebbe bisogno di tempo, ma la situazione economica delle amministrazioni comunali sta degradando ogni giorno di più a nostro avviso è necessario uno scatto, di un balzo se vuole, in avanti e spero che i cittadini della Valsamoggia vorranno dare un contributo decisivo perchè il progetto vada in porto.

  10. Simone Rimondi ha detto:

    Aggiungere a quale PROGETTO Gabriele? Non c’e’ il progetto, non c’e’ nemmeno uno schema, non c’e’ nulla a partire da un’analisi dei costi. Non conosco le esperienze all’estero (solo un po quella di porto alegre) ma l’archietettura barocca qui in questa fusione è evidente. Ho studiato il modello partecipativo di Grottammare 2 anni (sindaco Massimo Rossi) sono stato da lui per conoscere e capire varie volte e lui è stato nostro ospite a Bazzano 2 volte. Mi diceva sempre che era stupito che noi andavamo a studiare da lui quando lui aveva semplicemente applicato quello che Dozza e Fanti facevano sin dal primo dopo guerra a Bologna. Ti posso garantire, da estimatore e interessato studiso dei modelli partecipativi di Grottammare e di Bologna anni 50, che nulla, nemmeno lontanamente, assomiglia a cio’ che avete pensato per l’architettura istituzionale del nuovo comune unico.

    Come ha detto l’altra sera Lewanski, occorre tempo per fare le cose fatte bene e forse conviene impiegare un poco di tempo in piu’ ma raggiungere un buona qualità progettuale (da noi ancora assente). Il tempo serve ed è risorsa preziosa. Ma non per scaricare i costi su altri o per temporeggiare e lasciare irrisolti i problemi, ma proprio per elaborare idee che non abbiano impatto, economico sociale, su chi verrà.

  11. Giovanna Busi ha detto:

    Sono d’accordo che la Democrazia Partecipativa sia la strada da percorrere, anzichè il sistema “barocco” di democrazia rapprentativa prevista. Su questo punto, Simone, possiamo lavorare-combattere benissimo insieme. Ma questo perchè deve bloccare un progetto per altri 5 anni, quando siamo ad un passo da raggiungere un obbiettivo innovativo e pieno di possibilità molto, molto interessanti. Chiediamo ai Sindaci, agli Assessori, di andare aconsultazioni capillari con tutti i cittadini/e variemente già partecipi. Chiediamo più chiarezza su tutti i dubbi che abbiamo, elencandoli uno per uno, ma non blocchiamo la Fusione proprio ora che possiamo realizzarla, pur fra difficoltà che non potranno mai mancare quando si avvia un processo innovativo.
    Qualunque progetto nuovo ha delle incertezze, nulla può essere perfetto fin dall’inizio, e questo è vero in tutti gli aspetti della vita, quindi a maggior ragione in questo caso.
    Ma andiamo avanti per favore. Altrimenti non è che restiamo fermi, andiamo indietro, noi come tutti i piccoli Comuni.

  12. Sauro Ventura ha detto:

    Ho letto con piacere questa analisi che apprezzo soprattutto per il desiderio di dare un contributo sincero. Avendo partecipato come allora segretario del PD di Monteveglio all’incontro con SeL lunedì 3 ottobre 2011 alle ore 20.30 al Parco Berlinguer (sono passati quasi sette mesi) sulla proposta della fusione dei 5 Comuni con presenti alcuni dei commentatori di questo post, posso dire con cognizione di causa che in quella sede non ho sentito proposte di modalità diverse per sviluppare in maniera partecipata questo processo. Per questo il 24 Aprile ho apprezzato il contributo (peccato per il tempo passato), di SeL con l’augurio che non ci si limiti ad essere le “vestali” severe del processo e dimostrare con opere e fatti di non essere forze conservatrici, accusa che lei rivolge alle amministrazione che quantomeno hanno messo in moto questo processo.

  13. Simone Rimondi ha detto:

    democrazia partecipativa significa COSTRUIRE assieme le scelte, non preconfezionarle per “andare ad un percorso CONSULTIVO con tutti i cittadini” per convincerli delle nostre ragioni.

    @Sauro: io ero in quell’incontro e da subito dicemmo che i tempi erano impossibili, che volevamo un processo che coinvolgesse la gente per capire SE fare la fusione ed EVENTUALMENTE dopo COME farla. Avete provato ad andare avanti da soli, a correre verso le vostre convinzioni senza mai lavorare su progetti chiari e concreti. Li ci siamo lasciati. Siamo disponibili a lavorare con voi ma non ci piace sedere a tavoli dove tutto è già prestabilito.

  14. Gabriele Natalini ha detto:

    A leggere Simone si rimane stupiti: ” Avete provato ad andare avanti da soli…….”. Prima di rendere pubblica la proposta di fusione i sindaci promotori hanno partecipato all’assemblea di zona del PD presente Bonaccini (segretario regionale PD) che ha approvato e dato disponibilità a contribuire come consigliere regionale alla sua realizzazione. In quella sede si sono indetti gli stati generali del PD di zona, tenutesi nella primavera scorsa al Centro S.Teodoro di Monteveglio, invitati e presenti tutte o quasi le associazioni economiche, sociali, sindacali e del volontariato della Valsamoggia (Cna, Cia, Unione coltivatori, Confesercenti, Ascom, Cgil, Cisl, Lega delle cooperative e altri) che sono direttamente intervenuti approvando la proposta di riorganizzazione istituzionale, nessuno e ripeto nessuno ha espresso opinioni contrarie. Anzi il rappresentante della Cgil (Melotti segretario Cdl Casalecchio dove fa capo la nostra zona) ha detto che eravamo 5 anni in ritardo non in anticipo. Di più, lo Spi/Cgil (sindacato pensionati) ci ha fatto su un convegno, sempre al Parco Berlinguer, presenti il segretario provinciale Pizzica, Vannini segretario Funzione pubblica Cgil e altri per contribuire a spingere in avanti il progetto. A Bazzano nella palestra su questo tema erano presenti più di 500 persone ad ascoltare Donini, Merola e Anna Finocchiaro che hanno aggiunto argomenti a sostegno di un progetto (complicato indubitabilmente) innovativo e ha suscitato grandi speranze che in Italia sia possibile cambiare qualcosa a cominciare dalle sue istituzioni più vicine ai cittadini. Altro punto importante è il fatto che si tende a nascondere è che le altre forze del centrosinistra IDV in testa e anche minoranze di centrodestra votano a favore della richiesta di fusione. Anche Sel, pur non presente nei consigli, non si è mai espressa contro. Da soli………… per cortesia qui si prendono fischi per fiaschi, i cittadini valuteranno e decideranno la sorte di questa proposta ma non mistifichiamo la realtà oggettiva che abbiamo di fronte.

  15. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Un interessante contributo di Roberto Balzani e Gilberto Capano, entrambi professori dell’Università di Bologna (il primo anche sindaco attuale di Forlì) sul tema della ridefinizione dell’assetto delle istituzioni locali. L’accorpamentio dei comuni (in Italia troppi e dunque troppo piccoli) è uno scenario convincente. Si tratta di vedere se il sistema politico ha la forza per imboccare questa via. Ed anche la capacità di governare al meglio questo processo. (AP)

    La riorganizzazione necessaria
    Il tema degli accorpamenti amministrativi in Italia, recentemente ripreso dalle istituzioni europee come obiettivo cui tendere per snellire l’amministrazione (e per renderla non solo più efficiente dal punto di vista finanziario ma anche più efficace nelle prestazioni verso i cittadini), trova potenziali declinazioni regionali e territoriali. Una è quella romagnola, riproposta da Giancarlo Mazzuca come antidoto contro il potente solvente del feudalesimo neo-municipale, esiziale per le stesse politiche regionali. In effetti, i vari attori locali – in questa Italia d’inizio secolo -, nel venir meno di un potere statale con funzioni distributive, tendono a perseguire negoziazioni minime, preferendo rifugiarsi in un’illusoria autosufficienza autarchica. La pratica più diffusa diventa così quella ostativa, per evitare che “qualcun altro vinca”. Risultato: paralisi, litigi, fallimenti. I casi sono numerosi: dagli aeroporti alle fiere, dalla sanità ai trasporti, sembra difficilissimo costruire o difendere una logica di “sistema”. D’altra parte, pure l’ente regione boccheggia: dovrebbe dare le grandi chiavi di lettura dei macro-processi, inserendo armonicamente i territori in una maglia, se non di coesione, di compatibilità, ma non ce la fa e resta avviluppato anch’esso nella rete dei poteri polverizzati. Il paradosso è evidente: mentre la scala della relazioni nazionali internazionali – dall’economia alla politica – esigerebbe blocchi territoriali sempre più ampi e compatti, l’amministrazione in Italia si sfarina nel tentativo impossibile di recintare scampoli di “benessere”, come se il sistema-Paese nel suo complesso potesse essere tranquillamente by-passato; come se ciò che avviene nel resto d’Italia, lo spirito pubblico che vi aleggia, non ci riguardasse. Per questo, forse, il tentativo di razionalizzare la struttura amministrativa degli enti locali, dalle province agli stessi comuni, possibilmente dal basso – per mettere alla prova una classe dirigente non particolarmente propensa a mettersi in discussione -, si segnalerebbe come un contributo alla ricostruzione civile dell’Italia. Non solo per i benefici concreti al Salva Italia di Monti, ma per gli effetti che indurrebbe, o potrebbe indurre, nel corpo ormai esausto di un “ potere pubblico” ormai in caduta libera. Da questa prospettiva, ipotesi come la provincia unica romagnola o come la fusione di comuni (ad esempio la creazione di un comune metropolitano forlivese costituito dalle municipalità vicine, o altre forme di aggregazioni a livello di vallata) non sono affatto progetti utopistici oppure provocazioni intellettuali. Ogni tempo ha la sua scala, è non è più il tempo del piccolo è bello. Non è un caso che in molti paesi europei la razionalizzazione del numero dei comuni mediante accorpamenti sia stata una politica fortemente perseguita negli ultimi decenni. La Danimarca è passata da 1.100 municipi a 270; la “grande” Germania è passata da 24.500 a 13.500 comuni; il Belgio da 2500 a circa 600. Olanda, Norvegia, Austria e Svezia hanno dimezzato il numero dei comuni. Perché da noi no? Suvvia: le identità locali e le culture locali (se davvero radicate e condivise) persistono all’interno di qualsiasi disegno istituzionale. La riorganizzazione degli assetti politico-istituzionali del territorio è necessaria non solo per affrontare la strutturale crisi finanziaria in cui ci troviamo (e ci troveremo ancora a lungo) ma anche per disegnare il contenitore più adatto al fine di offrire servizi migliori e più efficienti ai cittadini. Continuare a resistere a questa riorganizzazione necessaria, è prova di irresponsabilità, di scarsa lungimiranza, e di poca attenzione per il futuro della nostra gente.
    Roberto Balzani (Università di Bologna, Sindaco di Forlì)
    Giliberto Capano (Università di Bologna)

    (da facebook, 8 maggio 2012)

  16. Andrea Paltrinieri ha detto:

    E qui invece il comunicato stampa dal sito web della Regione Emilia-Romagna circa l’approvazione, nei consigli comunali dei 5 comuni della valle del Samoggia (Bazzano, Castello di Serravalle, Crespellano, Monteveglio e Savigno), della richiesta di una legge regionale per il futuro comune unico:

    “I Consigli comunali di Savigno, Castello di Serravalle, Monteveglio, Bazzano e Crespellano in Valsamoggia hanno detto sì alla loro fusione per costituire una nuova municipalità più competitiva in grado di dare risposte ai bisogni dei cittadini.
    Il nuovo Comune diventa uno dei più grandi della provincia di Bologna con 30mila abitanti e 78 Km quadrati di territorio. E’ previsto tra i cittadini un referendum consultivo che deve esprimersi sulla scelta del nome in una rosa di opportunità che comprende Valle del Samoggia, Valsamoggia, Samoggia e Samodia.”

    La news completa:

    http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/attualita/cinque-comuni-della-valsamoggia-dicono-si-alla-fusione

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