Possiamo salvarci dalla crescita?, di Stefano Corazza

Il primo marzo scorso sono passati 40 anni dalla presentazione de “I limiti dello sviluppo”. Anche se negli Stati Uniti, a Washington, vi è stata una celebrazione ufficiale e negli altri Paesi occidentali alcuni giornali hanno pubblicato articoli rievocativi e commenti, la ricorrenza è passata in un generale  inquietante silenzio dei media e in una scarsissima attenzione persino della rete e dei social networks.

La copertina del libro, I limiti dello sviluppo, 1972, pubblicato in Italia da Mondadori – Edizioni Scientifiche e Tecniche EST

I limiti dello sviluppo”, ma sarebbe meglio usare la traduzione letterale del titolo originale: “I limiti della crescita” (Limits to growth, in inglese), è frutto di un lavoro di ricerca sul futuro del pianeta commissionato e poi presentato dal Club di Roma (dal luogo in cui si riunì per la prima volta nel 1968) e realizzato da un gruppo di ricercatori del Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston. Aurelio Peccei, un imprenditore “illuminato” italiano, Alexander King uno scienziato scozzese consulente di diverse agenzie governative, Elisabeth Mann Borgese intellettuale tedesca figlia dello scrittore Thomas Mann, erano stati fondatori del Club assieme ad un nutrito gruppo di premi Nobel, intellettuali e leader politici e ne erano i più noti rappresentanti.Il gruppo di ricerca del MIT era coordinato da Donella Meadows, chimica e biofisica. Per la realizzazione del rapporto i ricercatori misero a punto un modello interamente computerizzato in grado di elaborare grandi quantità di dati per produrre scenari che consentissero di prevedere a quale futuro andavano incontro l’umanità e il pianeta. Per inciso, quel modello (World 3) che accrebbe ulteriormente il prestigio scientifico, già alto, del MIT è arrivato fino ai giorni nostri ed è stato impiegato con poche successive modifiche per produrre aggiornamenti degli scenari originali a distanza di uno, due, tre decenni.
Il modello fu costruito sulla base del concetto, oggi acquisito ma allora non così scontato, di fare interagire tra loro i i diversi “sistemi” di riferimento utilizzati per rappresentare la realtà e la sua dinamica temporale: il sistema “agricolo e della produzione di cibo”; il sistema “industriale”; il sistema “popolazione”; il sistema “risorse non rinnovabili”; il sistema “inquinamento”.
Il “limite” nel titolo del rapporto sintetizzava molto efficacemente le conclusioni della ricerca in cui, detto molto in breve, si sosteneva che, senza modificazioni drastiche all’esistente dinamica (“reference run”) demografica, industriale, agricola, di sfruttamento delle risorse, di inquinamento, la crescita economica avrebbe incontrato, o per meglio dire generato, un rapido declino entro i cento anni (lo scenario temporale prescelto) successivi, manifestandosi sensibilmente a partire dal 2015-2030. Gli autori, tuttavia, comparando i diversi scenari, sostenevano che un’alternativa a tale esito fosse possibile, modificando profondamente il “modello di sviluppo” per renderlo più “sostenibile”  (diremmo oggi) ambientalmente e socialmente.

Il grafico dello scenario “reference run” de “I limiti dello sviluppo”, 1972.

Devono essere proprio queste “fosche” previsioni sulla crescita che, al tempo d’oggi in cui la parola è evocata da ogni parte con identici accenti di venerazione e desiderio passionale, ha fatto sì che l’anniversario sia passato per molti sotto silenzio. Del resto anche nel 1972 il Rapporto non incontrò che un favore limitato. Da un lato veniva criticata la fonte del Rapporto: il Club di Roma, una élite aristocratica per alcuni, un intreccio sospetto fra scienza e politica sotto l’ombrello di Associazioni semisegrete come la Massoneria per altri. Dall’altro si tentava di screditarlo come scenario apocalittico più vicino ad un romanzo di Asimov (lo scrittore di fantascienza in gran voga al tempo) che come serio e fondato prodotto scientifico. Infine le sue conclusioni parevano, ad alcuni, o conveniva loro considerarle, un cedimento alla “controcoltura” che da un quindicennio stava percorrendo tutto il mondo occidentale.
Già dalla fine degli anni ’50, infatti, maturava in America, sulla scia della Beat Generation, la cultura Hippie. Gli Hippies, più che un “movimento” formavano (anche questo è un tratto che li rende attuali) una “comunità” tenuta insieme da valori che ogni individuo sentiva propri e praticava nella sua esistenza. Oltre ad uno spiritualismo mistico di origine orientale, forte era il rifiuto dell’industrialismo e delle convenzioni fondato sull’insegnamento e l’esempio di Henry David Thoreau e di San Francesco che portava gli Hippies a praticare un ecologismo anarchico di profonda matrice etica sostanziato in modelli di vita naturisti e comunitari, liberi costumi sessuali, pacifismo, alimentazione sana (biologica) e vegetariana, rispetto della terra e della natura. Molti di questi valori influenzarono profondamente i movimenti studenteschi dei college e delle università americane e poi anche parte di quelli europei culminati nel ’68.
Esattamente dieci anni prima del 1972, Rachel Carson una biologa marina e scrittrice (aveva già pubblicato nel 1951 un libro di successo: “Il mare intorno a noi”) diede alle stampe “Primavera silenziosa” nel quale, sulla base di evidenze scientifiche ed epidemiologiche, raccolte in un lungo lavoro di preparazione, si denunciava la morte di ogni forma di vita nelle campagne e di lì nei fiumi, nei laghi e fino al mare, provocata dai pesticidi e in special modo dal DDT (para Dicloro Difenil Tricloroetano), utilizzati indiscriminatamente e fuori di ogni controllo per le colture agricole. Si evidenziava quale incombente minaccia la presenza di tali composti chimici persistenti nella catena alimentare esercitasse sulla salute umana. La Carson fu minacciata e derisa in campagne di discredito scientifico (definita una birdwatcher dilettante) e umano (accusata di isteria) orchestrate dalle potenti lobbies chimiche, agricole e  anche accademiche americane, ma il libro diventò un best seller non solo negli Stati Uniti e influenzò profondamente l’opinione pubblica americana e mondiale.

Street art: Kenny Random (Padova, foto dell’8 settembre 2011)

Un decennio, gli anni ’60, in cui la riflessione sulle conseguenze di un modello di produzione e consumo portò tra le altre cose a nuove consapevolezze sul rapporto fra l’uomo e la natura sulle quali è largamente fondata l’attuale, seppure ancora poco diffusa, cultura  scientifica ed etica dell’ambiente. Un decennio in cui maturano studi come, appunto, “I limiti dello sviluppo”, ma anche positive reazioni istituzionali come la costituzione (1970) della prima agenzia per la protezione dell’ambiente: l’Environmental Protection Agency (EPA) americana o la prima presa di posizione strutturata di un organismo politico: l’ONU con la “Conferenza” e la “Dichiarazione di Stoccolma sull’ambiente umano”, nel Giugno dello stesso 1972. Documento nel quale si pongono le basi dei diritti della natura, dei diritti dell’uomo ad un ambiente sano, dei doveri dei popoli e delle istituzioni per la conservazione del patrimonio naturale per il benessere proprio e delle future generazioni.
Quattro decenni dopo molte conoscenze sono evolute: basti pensare alla sistematizzazione del tema dei servizi ecosistemici e della biodiversità;  molte nuove regole sono state introdotte per salvaguardare l’ambiente:  il DDT è scomparso per divieto dalle colture agricole del primo mondo (ma non ancora da quelle dei paesi sottosviluppati);  i diritti della natura sono stati scritti in convenzioni internazionali e persino in alcune costituzioni, etc. Cambiamenti che, però, non hanno sovvertito le dinamiche previste nel rapporto del Club di Roma.
Uno studio del 2008 di un ricercatore australiano G. Turner del CSIRO (istituto di ricerca per il Commonwealth) e un recentissimo lavoro pubblicato nel gennaio di quest’anno su New Scientist e dovuto a D. McKenzie (solo per citare i lavori più recenti) convengono in buona sostanza sul fatto che lungi dall’avere fallito sia sul piano degli assunti (come molti pretendevano) che su quello delle previsioni, “I Limiti” si è rivelato capace di ritrarre con grandissima approssimazione il divenire della realtà da quarant’anni a questa parte. Basta peraltro osservare con attenzione il grafico originale delle curve che rappresentano i “servizi pro capite” o le “risorse alimentari pro capite”, l’”inquinamento” o la “produzione industriale” per capire che quelle drammatiche inversioni o cadute libere delle curve parlano di noi e di oggi. Di quanto servizi essenziali come la scuola, la sanità, l’assistenza ad anziani e disabili siano ogni giorno ridotti; di quanto l’aria delle città sia dannosa per la salute; di quanto la biodiversità, base di ogni servizio che l’ecosistema fornisce all’umanità sia sempre più compromessa (si vedano i recenti rapporti EU e UNEP); di quanto, ogni anno sempre più precocemente, venga superata la soglia per uno sfruttamento eccessivo delle risorse la “biocapacità” del pianeta cioè la sua capacità di ricostituirle, come ci dice l’elaborazione dell’”impronta ecologica” il più accreditato indicatore di sostenibilità. La crescita, così come intesa dal modello di sviluppo esistente nel 1972 e con poche modifiche, molte delle quali peggiorative (si pensi alla finanziarizzazione senza regole dell’economia), anche oggi, è finita. Persino illustri economisti (Amartya Sen, Gunnar Myrdal, Jean-Paul Fitoussi) sostengono che l’identità del PIL (il Prodotto Interno Lordo, l’indicatore moloch della crescita) con la misura del benessere è sempre più falsa.

Street art: Blu (Bologna, 31 luglio 2009)

Che sia proprio la crescita,  il problema?  E non come preteso da molti-Monti la sua soluzione? Molti dati reali inducono a pensarlo. La semplice affermazione che anche nei paesi ricchi, una crescita, seppure bassa, sia nel tempo sostenibile usando meglio le risorse naturali o sostituendo sempre più le non-rinnovabili con le rinnovabili (la sostanza della Green Economy) non è per nulla convincente. Senza scomodare il secondo principio della termodinamica che ne svelerebbe l’inconsitenza teorica, va notato che nelle politiche di “sviluppo e crescita” che ci si appresta a varare, nel nostro o negli altri paesi,  al massimo in modo marginale  è presente il tema dei limiti o degli effetti che quelle politiche sono destinate ad avere sulle risorse, sulla natura, sui servizi ecosistemici e in definitiva sul benessere delle persone e della società (devo sottolineare l’attualità di tale aspetto relativamente alla questione della TAV?).
“Attaccarsi alla crescita”, recita il titolo di un recente articolo del Guardian “soffoca l’immaginazione”. Quella che non mancava certo agli Hippies mentre praticavano la loro alternativa di vita comunitaria; quella che un pensiero non omologato come quello di Ivan Illich, di Georgescu Roegen, di André Gorz o anche di Serge Latouche o Maurizio Pallante o Guido Viale etc. e soprattutto molte esperienze concrete e vitali di economia solidale ci invitano ad utilizzare e praticare: lo scambio disinteressato di servizi; le produzioni basate su flussi non consumatori, ma rigeneratori di risorse e energia; l’arricchimento in conoscenze, relazioni, diversità; si coniughi come “decrescita felice”, “sobrietà”, “altra economia”, etc. Quella fantasia che ci potrebbe ancora salvare, insomma, dalla crescita e dalla …catastrofe.

Stefano Corazza

Trent’anni dopo, l’originaria edizione del 1972 il rapporto sui “limiti dello sviluppo” è stata aggiornata da un’équipe di ricerca composta in parte dagli stessi autori di allora: D.Meadows, D.Meadows, J.Randers, I nuovi limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano, 2006: vedi (ed.orig., Limits to growth. The 30-Year Update, 2004). L’esito non cambia: se non cambiamo rapidamente modello di vita … andremo a sbattere.

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3 Responses to Possiamo salvarci dalla crescita?, di Stefano Corazza

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Se oggi il tema dei “limiti alla crescita” è plausibile, nonostante ci sia ancora qualcuno disposto a negare la sua rilevanza (da ultimo: V.E.Parsi, su La Stampa del 29 febbraio 2012:
    http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=1BFFMU), immaginiamoci le reazioni al rapporto del Club di Roma quarant’anni fa. Eppure i ragionamenti fatti allora ed il modello teorico assunto sono tuttora attuali. Tanto che sono in molti, tra gli esperti, a scommettere che l’umanità non riuscirà a correggersi per tempo, nonostante la crescita (non sempre convinta) di iniziative per contrastare il riscaldamento globale e lo sfruttamento insostenibile di risorse ambientali. Gli accordi internazionali procedono troppo timidamente: “A Durban il protocollo [di Kyoto] è stato, in pratica, procrastinato al 2020 perché, in realtà, non è stato mai messo in pratica fino in fondo. Kyoto non era un granché: solo il 6% di riduzione delle emissioni inquinanti, quando gli studiosi sostenevano già allora che sarebbe stato necessario un taglio di almeno il 60% per ottenere qualche risultato” (M.Tozzi). Le iniziative più interessanti, come spesso succede, sono quelle che provengono dal basso. Anche se il loro limite è quello di avere uno scarso impatto – se non riescono a diventare un movimento generalizzato – su un fenomeno globale. Per ridimensionare e superare il ciclo del carbonio e delle fonti fossili è nato il movimento delle “Transition Town”. Molte città, reti di città, municipalità sono impegnate, spesso con convinzione, in politiche di riduzione dei gas serra e di promozione di una diversa economia (es. filiera corta) che possa affiancarsi a quella tradizionale e sostituirne le parti a minore sostenibilità. Purtroppo Vignola non è tra queste – lo si è visto nell’adozione del PAES:
    https://amarevignola.wordpress.com/2011/06/20/per-labbattimento-del-20-delle-emissioni-di-co2-ci-si-affida-ai-riti-voodoo/
    E lo si vede nella completa mancanza di progetti di sostegno ai circuiti di produzione agricola e consumo di filiera corta. Comunque il tema è troppo importante ed è bene continuare a richiamare l’attenzione su di esso anche dei cittadini di questo territorio. Carlo Petrini, su la Repubblica dell’1 marzo, ha invitato con forza, così come fa su questo blog Stefano Corazza, a non lasciar passare invano questo anniversario: “usiamo questo anniversario per rendere merito a quelle intelligenze e a quelle capacità di prospettiva. Rileggiamo quel volumetto, facciamo entrare in tutte le scuole, riapriamo una stagione di studio e dibattito su quelle tesi, portiamole avanti, se riusciamo, di qualche passo. E soprattutto, variamo politiche che ne accolgano le istanze.”
    http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=1BHJLA

  2. Alessandro ha detto:

    Una attenta e organica disamina, che risulta parecchio necessaria oltre che, ovviamente, gradita.
    Non conosco il libro e sono certo varrebbe la pena leggerlo.

    Chi si pone in maniera antesignana, sia in italia che all’estero, è sempre inviso ai più. Diciamo che nella realtà dei fatti, un radicamento (parziale) di questa tendenza, può anche essere accolto.
    Non sempre le nuove idee ( in qualsiasi campo) vanno accolte a braccia aperte; capita che magari l’entusiasmo del momento nasconda poi insidie successive.
    Basti pensare all’entusiasmo promosso dall’ Inalca, circa il suo nuovo motore/inceneritore. Se non si fosse insinuato un più che normale dubbio sulla questione, ora avremmo già il motore in via di costruzione e la nuova idea diverrebbe poi, nel futuro prossimo, una orrenda idea.

    Bisogna però aver la capacità di capire, e direi che solo i faziosi l’abbiano persa, quali sono le idee nuove e promettenti rispetto alle nuove ma deleterie.

    La tav è una idea non nuova ed è pure deleteria, come si fa ancora a parlarne? Conosco amici ingegneri che senza impuntamenti partitici di quasliasi tipo, sostengono l’idea di questa tav. E’ dura scardinare il pensiero, ed è dura, nonostante i dati siano una delle cose più chiare che io abbia mai visto, mutare un radicamento ideologico.

    A tutto questo bisogna aggiungere chi, in un determinato frangente ha interessi economici diretti e, per condire il tutto, la pressochè totale ignoranza in campo economico e macroeconomico non solo degli imprenditori a capo di aziende che hanno in testa solo il “pompare, pompare, pompare” ma peggio, ed esecrabile, la stupidità delle amministrazioni che dovrebbero orientare questi imprenditori.

    Come è già stato sottolineato, è impossibile che una lista civica o un gruppo di imprenditori, possa da solo pensare, dall’oggi al domani, di riconvertirsi.
    E perchè mai? Anche nel caso in cui i guadagni calassero lievemente, finchè la barca tira e produce, perchè fare astrusi ragionamenti macro?

    Il problema di tutto questo filone di pensieri, è che, come in ambito ambientale, quando arriverà il “boom”, non ci sarà più spazio per ritornare sui propri passi.
    E’ un po’ come chi ha costruito centrali nucleari in zone sismiche e a rischio tsunami e pensava di poter risolvere la questione una volta sommerso dall’acqua. O chi magari spera di salvare la propria casa costruita sotto ad un vulcano in questa italietta povera..

    Fatti certi passi, e sempre più penetranti verso un circolo vizioso deleterio, si arriverà veramente a un punto di tracollo, per niente differente dalla farsa dei mutui subprime in america; però con proporzioni bibliche e terribili.

    Il fatto è che se si volesse improntare un discorso serio, non bisognerebbe fermarsi solamente all’aspetto crescita in senso economico, ma anche in senso demografico.
    Questo pianeta non può più accogliere umani, siamo in troppi, stiamo depauperando le risorse e non sappiamo più come spartirci l’economia, la terra e i prodotti di essa.

    La questione demografica di certo avrebbe un po’ di respiro se si tentasse di redistribuire un po’ i fattori di produzione, ma la cosa appare più utopica che realizzabile.

    Rimanendo in campo locale e nazionale, viene da dire che senza un INTENSO quanto pesante indirizzo e fase organizzativa da parte di GRUPPI di comuni ( uno solo non fa nulla ), e relazioni tra regioni, non si può minimamente pensare di riconvertire alcunchè.

    Inoltre, le amministrazioni dovrebbero avvalersi di venture capitalist tipo “Oltre”. http://www.oltreventure.com/index.php/oltreventure/obiettivi

    Ho letto varie azioni di sostenimento verso economie sostenibili e riqualificatrici in campo edilizio.
    Una sinergia tra l’ignoranza delle amministrazioni e professionisti del campo, potrebbe portare a qualcosa di carino e interessante.

    Il restante fronte da trattare è quello del modificare la domanda nel consumatore, finchè non si arriva a quello, non si può pensare di modificare la produzione.
    Non potrà mai esserci una offerta differente prima di scorgere una domanda nuova.

    Poichè siamo sempre martellanti da marketing pesantissimo, che orienta le masse verso le abitudini più DELETERIE, sbagliate, consumistiche, ciniche, oscene, irrispettose, violente e destabilizzanti, basterebbe una virata decisiva in questo frangente, accompagnato pari passo da una azione di lavoro con le imprese, per fare incrociare perfettamente nuova domanda e nascente nuova offerta.

    Ma per mettere insieme cose di questo tipo servono governi capaci a livello nazionale, e non inetti accademici che fregiandosi di tale titolo e di lauti compensi, credono di poter indirizzare un paese di cui si sono accorti della deriva dopo 50 anni di presunta professionalità nei rispettivi campi.

    Servono anche cittadini con risvegliate coscienze e amministrazioni con la voglia di organizzare i fattori produttivi dei comuni in maniera seria ed intelligente..

    Un esempio è sorto proprio durante la serata informativa a spilamberto, sul motore navale che Inalca sta tentando di improntare: un relatore, fisico, rientrante nel cerchio tracciato relativo all’incidenza delle particelle volatili in aria, ha posto a confronto il fatto che ad inalca sarebbe concessa la costruzione di un mega capannone a pochi metri dal torrente Tiepido e su terreni posti a tutela ambientale, mentre a lui, è stato impedito, pochi metri più distante, di costruire un gazebo solare per sorreggere i pannelli. Va ricordato che questi gazebi non portano superficie utile, dato che sono permeabili all’acqua e quindi non fungono nemmeno da rispostiglio auto.

    Beh, Vignola, in questi termini, non è da meno.
    Quindi, promuoviamo IDEE come quelle dell’inalca, e abbiamo amministrazioni A FAVORE ( vedi spilamberto, vedi castelvetro) , che ovviamente cercano di malcelarlo ma la sostanza è questa , e invece vediamo schieramenti compatti contro idee di energia sostenibile ( che comunque creano un indotto di lavoro non indifferente).

    Un esempio relativo all’edilizia riguarda la risibile e stupida idea di costruire una sede di prelievo Avis proprio nel cuore del merdume vignolese.

    Una amministrazione capace non avrebbe potuto, avvalendosi di consulenti come “Oltre”, citato prima, o simili, ricercare nuovi imprenditori con l’imperativo di una edilizia nuova, sostenibile e riciclante, proponendo un bando per una riqualificazione dei TANTI IMMOBILI INUTILIZZATI SUL TERRITORIO DI VIGNOLA DI PROPRIETÀ COMUNALE E NON, utilizzabile poi come centro prelievi?
    Magari, per incentivare il fiorire di questo tipo di edilizia e per frenare l’edilizia stupida tipo quella promossa per il centro Marcopolo a Vignola, avrebbe potuto poi fornire una via preferenziale per i nuovi bandi edilizi a vignola, a società con determinati requisiti, appunto di edilizia verde ( ma veramente, non solo a parole).

    Di esempi come questi ne avremmo infiniti, una amministrazione, anche in campo locale, avrebbe tanto potere per disincentivare certe aziende ( e spronarle di conseguenza a rincorrere altre già moderne o riconvertite) e promuovere una economia, anche su base locale, più moderna e sostenibile.

    Ma nulla di tutto ciò verrà fatto o si potrà fare, per un semplice motivo:

    al cittadino frega un cazzo.

    E finchè le coscienze, come il Don Gallo ripeteva, non si riprenderanno dal torpore di un freddo, gelido e imperituro letargo polare, non vedremo niente di nuovo e non potremo fare niente di nuovo su questi comuni.

  3. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Qui una rassegna del dibattito provocato nel 1972 dall’uscita del libro Limits to growth:
    http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=18&tipo_articolo=d_editoriale

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