Sotto il pelo dell’acqua. Riconoscere le infiltrazioni della criminalità organizzata. Una testimonianza di Roberto Adani

Io sono stato un sindaco di paese tra il 1999 e il 2009. Un sindaco di paese, ve lo assicuro, è l’ultimo a sapere le cose. Andare a dirlo al sindaco è come andare a far denuncia dai carabinieri senza nemmeno avere la loro protezione e il loro aiuto. Davanti a me la gente negava anche l’evidenza. Quindi ogni tanto mi chiedo: ma se ho visto io crescere in modo preoccupante il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa, come hanno potuto non vederla le forze politiche, quelle dell’ordine, il sistema giudiziario, le banche, i commercialisti, i notai, i vari professionisti, gli stessi imprenditori e le loro associazioni, fino a singoli cittadini. Perché nessuno, dico nessuno, ha mai fatto una denuncia, nemmeno anonima, ma nonostante questo, quando ho chiesto a qualcuno se sapeva qualcosa e ho fatto qualche nome, l’ho visto sbiancare, terrorizzato, ha cambiato tono e appena ha potuto è scappato.

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, in occasione della presentazione vignolese del suo ultimo libro su mafia e antimafia (Biblioteca Auris, 27 maggio 2011)

Molti negano perfino l’evidenza, dicono di non conoscere quelli che frequentano con regolarità, minimizzano e se anche per un attimo, perché presi dalla disperazione, perché nelle mani di un usuraio, ti dicono qualcosa, stai tranquillo che il giorno dopo sono davanti alla tua porta a ritrattare tutto. Non è questione di leggi, nemmeno di appalti, è qualcosa molto più intimo che ha che fare con il nostro modo di essere o con quello che siamo diventati. Veramente qualcuno crede che la mafia sia in Emilia per intonacare in subappalto un muro o per chiedere il pizzo ad un compaesano? Certo bisogna dar da mangiare agli eserciti, ma la mafia è in Emilia-Romagna per quelli che una volta un carabiniere chiamava, minimizzandoli, i nostri vizi. I nostri vizi, i soldi in primis, la nostra capacità di farli, i soldi ad ogni costo, comunque e in fretta. Una volta si diventava ricchi per famiglia in due o tre generazioni, oggi bisogna fare velocemente e per essere veloci servono scorciatoie. Poi tra i nostri vizi c’è la cocaina, per sopportare certi ritmi è indispensabile e se analizzi l’acqua dei fiumi ce la trovi dentro. Poi c’è il gioco d’azzardo, quanti non resistono a questa emozione. Infine se sei diventato ricco, molto spesso hai una moglie ormai invecchiata, ma ti è rimasta una grande passione per le donne. Non è che devono essere tutti, basta l’1% della popolazione con cui poter entrare in contatto, offrire i propri servizi e poi ricattare coloro che se ne servono. Ci sono alcuni poi che concentrano su se stessi tutti questi vizi contemporaneamente, ed allora sono perfetti.
Nulla rende quanto gli affari illeciti, il traffico di stupefacenti sopra tutto, ma il problema è riciclare quel danaro che altrimenti non può essere speso. Mi chiedo quanti piccoli imprenditori si sono trovati sul tavolo una valigetta di soldi, la proposta di un nuovo socio, un finanziamento a tasso zero. Quanti non hanno voluto ammettere il proprio fallimento o non hanno voluto sapere perché gli stessero offrendo più del valore della loro azienda, quanti hanno accettato un pacco di fatture oscure per diminuire gli utili di un anno andato veramente bene. Mi chiedo dove sono finiti fiumi di denaro. Faccio un esempio: negli anni ottanta e novanta non conosco quasi nessuno che abbia dichiarato nel rogito di acquisto della casa il reale costo dell’appartamento. In pieno boom edilizio dove sono finiti tutti quei soldi. Quanti bancari, commercialisti, notai hanno aiutato imprenditori concentrati sul proprio saper fare a trovare le strade per far sparire quel denaro. E volete dire che una volta lastricate quelle strade, non siano state utilizzate anche dai capitali mafiosi, non era ad appalti per strade da asfaltare a cui la mafia era interessata, ma a strade per riciclare il proprio denaro. Lo ha detto chiaramente l’imprenditore casalese di Nonantola: “Zagaria non voleva impormi il pizzo od un subappalto, voleva la mia azienda“. Le mafie vogliono succhiare l’anima della nostra società, per questo sono così pericolose.

Osvaldo Licini, Angelo ribelle su fondo giallo, 1950-1952 (Museo del Novecento, Milano; foto del 27 dicembre 2010)

A proposito, anche nella mia esperienza i soli che hanno accennato qualcosa, con i loro detto e non detto, sono stati casalesi, calabresi o siciliani. Loro hanno convissuto con le mafie, sanno riconoscerle e sanno quello che si può o non si può dire. Siamo noi che non le conosciamo, che abbiamo visto tutte le puntate della Piovra, e che tremiamo se uno con accento meridionale ci dice, ma lo sa chi sono io, siamo noi che abbiamo tutto da perdere e siamo noi quindi a non parlare. A volte siamo ricattabili, abbiamo debiti di gioco, frequentiamo una giovane russa, abbiamo bisogno di qualche ausilio per tenerci su, abbiamo un conto nella stessa fiduciaria a San Marino, oppure abbiamo avuto un attimo di debolezza ed abbiamo accettato la busta appoggiata sul tavolo e allora non siamo più liberi. Tutto questo avviene in un paese tranquillo, la stazione dei carabinieri, viene valutata sul numero degli arresti, non può permettersi un indagine complessa con centinaia di ore di intercettazioni, pedinamenti, appostamenti, dall’esito incerto e comunque impopolare, molto meglio l’extracomunitario che vende i calzini abusivamente al mercato, roba da un arresto al giorno. Le grandi inchieste spesso vengono da fuori, Napoli, Catanzaro, Reggio Calabria, piovono sul nostro territorio come fulmini a ciel sereno, ma poi tutto finisce lì, nessuno riesce a mettere tutti assieme questi episodi e a darne una lettura territoriale complessiva. Tra l’altro, un giorno sono casalesi, e allora Modena feudo al nord dei casalesi, un giorno Catanesi e allora Modena feudo della mafia Catanese oppure della Stidda, poi è la volta della piana di Gioia Tauro e allora siamo la patria dell’Ndrangheta. Non abbiamo ancora capito che al nord le mafie non hanno bisogno di controllare il territorio e di farsi la guerra, c’è spazio per tutti e quindi molto meglio collaborare. Il casalese appena arrivato in paese ci mette un attimo a capire come girano le cose e immediatamente individua chi gli offre i servizi di cui ha bisogno, per i capitali e la cocaina, i calabresi, per intimidire qualcuno una squadra di compaesani, se si deve investire qualcuno sulle strisce pedonali meglio gli extracomunitari che fanno la manovalanza dello spaccio, se servisse un killer professionista allora Cosa nostra sono ancora i migliori, ma il denominatore comune rimangono gli affari e qui non si guarda in faccia a nessuno. Il tema è che tutto questo succede sotto il pelo dell’acqua senza che il bacino si increspi, da fuori appare calma piatta e qualsiasi azione viene comunque valutata in un rapporto costo/benefici che non deve elevare il livello di attenzione. Quello della società, che deve dormire tranquilla e continuare a generare affari senza particolari preoccupazioni, quello delle forze di polizia che devono rimanere concentrate sul loro quotidiano.

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, in occasione della presentazione vignolese del suo ultimo libro su mafia e antimafia (foto del 27 maggio 2011)

Anche perché succede come al marito cornuto, che è sempre l’ultimo a sapere del tradimento della moglie (o viceversa). Certi fenomeni è molto più facile leggerli da fuori e comunque servono professionisti del fenomeno mafioso che sappiano riconoscere i comportamenti, le abitudini, le frequentazioni e riescano ad inserirle in una rete, che ormai è internazionale. Un amico poliziotto mi diceva, che a Casal di Principe non entri nel bar sbagliato, se apri la porta è perché sei affiliato al rispettivo clan. Da noi le sentenze riportavano di tre calabresi appartenenti alla stessa famiglia, che mantenevano rapporti con le famiglie di origine, trafficavano in stupefacenti, ma siccome non avevano posto in essere i tipici meccanismi di controllo del territorio, vale a dire non giravano con la coppola e la lupara, sono stati condannati per traffico di stupefacenti, ma non per associazione a delinquere di stampo mafioso. Siamo rimasti convinti per anni che il soggiorno obbligato fosse una misura efficace che trasformava pericolosi mafiosi in gentili cittadini modello, salvo poi scoprire parecchi anni dopo che in quegli anni avevano ordinato efferati omicidi e governato nel pieno dei poteri la cosca di riferimento. Siamo culturalmente impreparati ad affrontare l’infiltrazione mafiosa, da una parte perché non sappiamo riconoscerla e dall’altro perché ci serve una dose da cavallo di un antibiotico che non si trova nelle farmacie, ma è un rimedio della nonna che si preparava in casa, che si chiama onestà.
Dobbiamo importare capacità investigativa aggiuntiva, la DIA regionale è importantissima, e liberare risorse investigative locali da dedicare al contrasto del fenomeno mafioso, ma contemporaneamente fare un lavoro sulle coscienze delle persone e per questo non servono semplicemente politici che facciano leggi, ma politici che diano l’esempio e che riportino al centro i valori etici di una società e mi rendo conto che per tali temi sono tempi difficili. Bisogna mettere da parte l’orgoglio, non è parlando di mafia che si infanga la reputazione di questa regione, è il silenzio che ci porterà via la possibilità di camminare a testa alta sulla nostra terra senza sprofondare.

Questa lettera di Roberto Adani, sindaco di Vignola dal 1999 al 2009, è stata pubblicata oggi, martedì 17 gennaio 2012, su Il Sole 24 Ore, con il titolo “Infiltrazioni mafiose. Una piaga dilagata grazie ai nostri vizi” (pdf). Su AmareVignola viene pubblicata la versione completa.

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10 Responses to Sotto il pelo dell’acqua. Riconoscere le infiltrazioni della criminalità organizzata. Una testimonianza di Roberto Adani

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Indubbiamente la lotta all’infiltrazione della criminalità organizzata in Emilia-Romagna, a Modena, a Vignola richiede un ventaglio di diversi “ingredienti”. Uno di questi è certamente la consapevolezza del fenomeno e del modo in cui si manifesta. Non c’é alcun dubbio circa il fatto che il modo in cui noi percepiamo noi stessi, la nostra economia e la nostra società modenese ha tratti “ideologici”. E’ cioè un’idealizzazione che enfatizza alcuni aspetti e ne lascia in ombra altri, fino a farli scomparire. Per troppo tempo è stato così per la criminalità organizzata. Una presenza minimizzata o rimossa. Forse sta giungendo il momento in cui questa fase viene superata. I segnali ci sono tutti. Un giornalista (precario) della Gazzetta di Modena (Giovanni Tizian) che finisce sotto scorta perché da tempo si occupa di “mafia” nel modenese. Vedi:
    http://www.tmnews.it/web/sezioni/videonews/20120115_video_15203896.shtml
    Altri giornalisti locali de Il fatto quotidiano che sui temi delle infiltrazioni della criminalità organizzata da noi richiamano con continuità l’attenzione, anche senza grande clamore (e questo articolo pure ti riguarda):
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/09/lex-sindaco-antimafia-lasciato-solo-da-tutti/109877/
    In questi giorni anche L’Espresso in edicola tratta del tema delle infiltrazioni in Emilia-Romagna, intitolando “Emilia Nostra”. E tu, Roberto, sei una di queste voci che con grande coraggio denuncia un fenomeno che la politica locale ha sempre fatto fatica a vedere e che non ha mai voluto sottoporre all’opinione pubblica con adeguata enfasi, temendo di dover poi pagare elettoralmente per questa immagine negativa del territorio. Sono convinto che questo parlarne sia un elemento fondamentale per contrastare la diffusione del fenomeno. E questa convinzione, come testimoniano i casi citati, sta per fortuna crescendo. Parlarne, raccontare episodi, fare confronti con quanto succede in altri territori consente di migliorare la percezione del fenomeno, consente di alzare le “difese immunitarie” di un territorio, di una comunità. La strategia del silenzio non paga. Oggi comunque è palesemente inadeguata. Grazie dunque per questa testimonianza.

  2. catia fornari ha detto:

    Condivido le vostre considerazioni…e aggiungo solo un commento: il comune di savignano (che ho amministrato dal 1999 al 2009) è dalla metà degli anni novanta (con l’allora sindaco Massimo Calzolari) che ha avviato un rapporto di confronto con su questi temi insieme all’associazione Libera di Don Ciotti… organizzando incontri annuali sul tema della mafia con il mondo della società civile, dalle scuole…alla politica…
    ma non ho mai sentito, nè i nostri parlamentari sia di destra che di sinistra, nè i nostri amministratori provinciali sia di destra che di sinistra aderire concretamente al progetto…ANZI!!!!
    Ne abbiamo parlato per più di 15 anni e ci hanno sempre criticato per questo…sostenendo che erano soldi gettati al vento poichè qui non c’erano problemi…e poi ci lamentiamo se la gente non parla!!!
    Buon lavoro a tutti.
    Catia Fornari

  3. marco cugusi ha detto:

    Va tutto bene ciò che scrive l’ex Sindaco Adani. Quello che non mi convince è il fatto che lui si chiami fuori dai partiti di cui era espressione e dal ruolo istituzionale che ha ricoperto per 10 anni possibile che non sapesse che oltre a spacciare droga, gestire il gioco d’azzardo per riciclare uno dei settori in cui le mafie sono maggiormante infiltrate e quello immobiliare. La mia domanda è: con tanto cemento che è piovuto sul territorio di Vignola è pensabile che le mafie non abbiano mai investito? Che responsabilità hanno i sindaci quando fanno i piani regolatori e cambiano destinazione d’uso ai terreni? Consiglio di visitare a questo proposito il blog adest di Gaetano Alessi dove si può scaricare un Dossier sulle mafie in Emilia-Romagna che venerdi sera abbiamo presentato alla Tenda di Modena, lo stesso Gaetano Alessi che con gli scout del Gruppo aerendil di Vignola al Castello hanno raccontato l’esperienza nei terreni confiscati e le mafie al nord.

  4. Roberto Adani ha detto:

    Caro Marco, sinceramente non mi chiamo fuori da nulla se mi volessi chiamare fuori me ne starei zitto o anzi sarei stato zitto quando di questi temi non ne parlava praticamente nessuno in questa regione. Vorrei che non cadessimo in facili luoghi comuni, le mafie non vengono al nord perché qui si costruisce molto o poco, ma perché c’è un territorio impreparato a contrastarle, c’è un tessuto ricettivo, che sta perdendo di vista alcuni capisaldi dei suoi valori morali, c’è un gran fluire di denaro e di affari, ci sono competenze, che non sono quelle di realizzare un muro diritto e di costruire una casa, ma quelle di generare e far circolare il denaro. Altrimenti potremmo stare tranquilli, ora il mercato immobiliare è totalmente paralizzato e non si costruisce nulla, gli appalti pubblici sono sostanzialmente scomparsi e quindi la mafia dovrebbe rivolgersi altrove. Invece proprio negli ultimi anni della crisi è emersa con maggior vigore la smania delle mafie ad infiltrarsi, ad appropriarsi di aziende in difficoltà, a costruire aziende fantasma, ad insinuarsi in un’economia ancora più malata. Ribadisco le mafie sono al nord perché le nostre competenze non sono più indissolubilmente legate a saldi principi morali. C’è stato un tempo in cui l’onestà veniva molto prima degli affari per la maggioranza delle persone. Oggi non è più così. Mio padre non mi ha esortato a guadagnarmi onestamente da vivere, non mi ha mai detto che dovevo arricchirmi, mi ha sempre detto che non mi dovevo fare compatire. Il chè vuol dire che prima di tutto viene il poter camminare a testa alta forti della propria onestà. Oggi tutti cercano per i propri figli una scorciatoia, una via veloce per diventare molto ricchi, poco importa che mezzi utilizzeranno per raggiungere lo scopo. La mafia è il cancro di chi non conduce più una vita sana. Non è fuori da noi è dentro di noi. Non ha importanza che tu sia muratore, costruttore o immobiliarista, ma a quali compromessi sei disposto a scendere e ancora di più, come ti giudicherà la società in cui vivi. Se non farsi compatire è infinitamente più importante dell’auto che guidi, dei vestiti che indossi, delle donne che frequenti, dell’invidia degli altri per il tuo status, c’è ancora speranza, altrimenti poco importa quale sarà l’origine del tuo denaro, l’evasione o l’elusione fiscale, la droga, la speculazione, il gioco d’azzardo perché avrà tutto lo stesso odore, profumo di soldi. Quello che voglio dire è che se una società ha il naso fino perché abituata a respirare aria buona li sente i soldi quando puzzano, ma se non sei una persona che ama l’igiene e non vivi in ambienti puliti, allora il naso si assuefà e non riconosce più gli odori, vede solo che i soldi hanno lo stesso colore. Così si chiamava la prima iniziativa che facemmo con Don Ciotti a Vignola, “il colore dei soldi” oltre 5 anni fa, non è tanto tempo, ma parlare di questi argomenti non era conveniente allora. Oggi per fortuna si parla molto di più di mafia al nord, ma se ne parla come se fosse altro da noi, un fenomeno tutto giocato tra conterranei, la battaglia per un appalto, il traffico degli stupefacenti, forse un po’ di prostituzione, roba che trovi al bar sottocasa, roba spesso da extracomunitari. Ogni tanto un arresto eccellente di un latitante o un indagine di una procura antimafia che arresta alcuni insospettabili e allora per un giorno tutti a fare proclami antimafia, e da domani maggiori controlli sugli appalti. Certo, male non fanno, ma noi alla base siamo convinti di avere una cisti di grasso, esteticamente brutta, andrebbe tolta, meglio sarebbe se venisse spontaneamente riassorbita, ma non pensiamo neanche lontanamente di avere un tumore con un forte rischio di metastasi, cioè con una quantità tale di cellule tumorali che si diffondono nel corpo che non sai più distinguere le parti malate da quelle sane. Avremmo bisogno di un intervento radicale, poi chemioterapia per un tempo medio lungo, dovremmo tornare a mangiare sano, a fare sport, smettere di fumare, fare una vita più tranquilla. Sotto attenta osservazione per i prossimi 5 anni. Un cambiamento di vita radicale. Non ho scoperto quindi la cura per il cancro, non ambisco quindi al premio nobel per la medicina, vorrei consegnare una prospettiva di vita relativamente sana ai miei figli, fatta di buone abitudini e buoni valori, ed essere capace, ma per ora non ci riesco ancora, di fare loro una sola richiesta stringente “fate nella vita quello che più desiderate con passione, a una sola condizione, non fatevi compatire”.

  5. Luciano Credi ha detto:

    Ma io sono convinto che Adani sia una brava persona, il problema è quello che ha detto lui, il sindaco di un paese è sempre l’ultimo a sapere le cose quali:
    Da dove nasce Vignolaperme e per quali motivi?
    Il gruppo Adams (ricco mondo dell’oratorio anni 90′) con animatore Marco Sirotti ha influito nella vittoria di VIgnolapertutti?
    Vignolacambia forse il gruppo con più idee, è stato in un certo qual modo sostenuto, dalla lobby dei migliori insegnanti vignolesi?
    Se a volte sono portato a criticare aspramente ADANI è ANCHE PER QUESTI MOTIVI (PROMETTO SARò PIù BUONO in futuro)…
    Il discorso sulle mafie invece è ancora qualcosa di molto più complicato, forse se ci fossero meno uomini cerniere nelle nostre banche, le cose andrebbero meglio (Carlo Lucarelli)…
    Poi con Adani abbiamo in comune la cena con Santachiara giornalista del Fatto (anche se in giorni diversi), e lui non faceva altro che ribadire che l’omicicida di un anno fà del gommista (completaemente dimenticato) puzzava di mafia calabrese…
    Cambiamo discorso dopo tanta Francia amici della sinistra vignolese (con tutti i vostri difetti) un pò mi mancate…

  6. Roberto Adani ha detto:

    Caro Luciano, ti ringrazio per la benevolenza… ma solo per precisare, non ho un idea chiara di chi sia il responsabile dell’omicidio di Marano, un fatto veramente inquietante. So che il mondo delle gomme si è piuttosto guastato negli ultimi anni, numerosi furti e tanto nero, nel mondo dei medio grandi autotrasportatori qualcuno comprava gomme per 10, scaricava 10, usava 4 e rivendeva in nero 6. Cosa sia realmente successo, non so, probabilmente un avvertimento finito male, forse la vittima non si prestava al gioco, o aveva ceduto a precedenti minacce e ne voleva uscire. Ma ritorniamo sempre ad un mondo degli affari poco limpido, a vizi, quelli ad esempio del mondo degli autotrasporti frequentati da imprenditori senza scrupoli che fanno concorrenza sleale ai tanti, la grande maggioranza onesti, che però in tal modo vengono espulsi dal mercato. Penso che sia chiaro in questi giorni di sciopero e di disperazione degli autotrasportatori, se in un sistema economico a essere espulsi, non sono coloro che non rispettano le regole e si comportano in modo disonesto, in poco tempo il sistema collassa, a morire sono i tanti onesti, a rimanere sono quelli che senza scrupoli scelgono sempre la strada più corta e veloce. Chi fa questo difficile, duro e sempre più pericoloso mestiere sa molto meglio di me come vanno le cose, non so se è troppo tardi, ma forse un azione collettiva potrebbe essere indirizzata per scrollassi di dosso questa tara, andare alla pesa e trovarsi un camion molto più leggero anche se la nafta è ancora cara, è molto complicato, me ne rendo conto, chi fa questo mestiere è stato lasciato solo, da una società e da un sistema economico che non ha voluto vedere, l’importante era avere il prezzo più basso e il servizio più veloce, poco importava se viaggiava con le gomme lisce, se truccava il tachimetro, utilizzava autisti irregolari, trasportava anche altre merci ben più remunerative di quelle legali, pagava i contributi etc.. siamo sempre al punto di partenza, se una società non condivide come valore assoluto il rispetto della legalità a tutto campo fino al punto di essere capace di espellere e isolare immediatamente i disonesti, in poco tempo chi è onesto si trova emarginato e solo a farsi un unica domanda: ma chi me lo fa fare? C’è un bel libro di uno studioso americano. Un certo Robert Putnam che analizza proprio la regione Emila-romagna e il suo successo, s’intitola “La tradizione civica delle regioni italiane” siamo negli anni che vanno dalla nascita delle regioni agli anni ottanta, al primo posto, la regione Emilia-romagna, la ragione, il nostro capitale sociale, il nostro senso civico. Bene, c’è una storiella banale nel libro che rende l’idea: dice Putnam, andai ad abitare in un paesino degli Stati Uniti, non ricordo il nome, ma tutti in quel paese spazzavano le foglie sui marciapiedi e nelle strade, non c’era un ordinanza del sindaco o una legge che lo imponesse, ma cominciarono a salutarmi solo quando feci mia questa buona abitudine. A Vignola c’è ancora qualche anziano che ha questa bella abitudine, ma capita stesso di vederlo rincorso dai figli che gli dicono : “ma papà cosa fai, vieni dentro, non è compito tuo, ma chi te lo fa fare!” Come diceva Putnam ormai 30 anni fa, abbiamo un unica strada da percorrere: ritornare alle radici di una comunità civile.

  7. mauro ha detto:

    Caro Roberto,
    ho esitato non poco a intervenire nel dibattito, e non l’avrei fatto se non fossi stato sollecitato da alcune persone e sopratutto se il discorso non si fosse allargato con l’ intervento di Marco |Cogusi (che saluto) e con i tuoi interventi successivi.
    Conservo un naturale pudore a parlare di me stesso e del mio lavoro, soprattutto perchè so, nonostante il mio modo di essere, di non apparire imparziale. Ma scrivere che negli anni ottanta e novanta, quando spesso non si dichiaravano i valori reali nei rogiti, i bancari, i commercialisti e i NOTAI hanno aiutato gli imprenditori a “trovare la strada per fare sparire il denaro…” mi sembra davvero eccessivo. Ti posso assicurare che i notai a Vignola non lo hanno mai fatto. Non solo: a livello nazionale l’azione dei nostri organi istituzionali è stata fondamentale per l’approvazione della norma sul c.d. “prezzo-valore”, che consente di pagare le imposte di rogito sulla base del valore catastale dell’immobile, dichiarando il prezzo reale (legge di Bersani) . Una norma che in qualche modo ha pulito il mondo dei rogiti e dei prezzi fasulli, nei quali peraltro, come ben sai, era caduro varie volte, con le sue operazioni immobliari, anche il P.C.I. Ma, in generale, per farti un’idea (da sinistra) della funzione fondamentale di garanzia che hanno nel nosro sistema giuridico i notai, ti consiglio di leggere qualcosa di Ugo Mattei, consigliere di amministrazione e giornalista del “MANIFESTO”, oltre che famoso giurista, e sicuramente non etichettabile come difensore delle lobbies.
    Non so in quali settori e con quali modalità prevalenti la mafia operi al nord. Sicuramente al sud (e non vorrei che parlando della mafia del nord ci convicessimo davvero che al sud sia diventata marginale) il settore edilizio è largamente inquinato e la vita dei cittadini è quotidianamente condizionata dalla mafia. E l’ho potuto constatare direttamente in un’esperienza vissuta in Sicilia.
    Non sarei comunque sicuro nell’escludere anche al nord un interessamento mafioso per il settore edile. E con questo non voglio assolutamente legare il fenomeno mafioso alla cementificazione edilizia o all’azione dei sindaci. Anzi sono d’accordo con te. L’elemento scatenante sta nello smarrimento delle radici di una società civile, nell’offuscamento dei valori della comunità, della solidarietà, della comune appartenenza, della partecipazione e della democrazia.
    Forse non siamo d’accordo sulla identificazione delle cause di questo smarrimento. Io penso che le responsabilità maggiori siano dei partiti e degli amministratori della sinistra (quelli di destra non ci hanno mai creduto), che hanno perso di vista i cittadini e la democrazia. Che non hanno più il coraggio delle scelte e non ascoltano più la gente. Che sono sigle vuote e non rappresentano più nessuno. E’ per questo che VIGNOLA CAMBIA è stata votata da tanti.
    Ciao

    • Roberto Adani ha detto:

      Caro Mauro, io sono convinto che la mafia sia al nord alla ricerca di competenze, di conoscenze, di capacità di fare. Certo è importante anche l’ambiente, permeato di soldi e attraversato da continui flussi finanziari, ma quello che a un certo punto ha fatto la differenza, è stata l’avidità e la chiusura in se stessi. Farsi da soli, diventare non benestanti, ma molto ricchi in un percorso individualistico che escludeva o addirittura sfruttava e a volte truffava l’altro. Farsi gli affari propri, in tutti i sensi è diventato un luogo comune. Quindi possiamo dirci che a molti è capitato di non voler vedere o capire per rimanere concentrati sugli affari propri. Certo qualcuno, che è rimasto solo di fronte ad una minaccia mafiosa ha avuto sicuramente molta paura. Vedi, con estrema franchezza riconosco hai notai vignolesi con cui ho avuto occasione di lavorare grande professionalità e correttezza, non ho alcun elemento per dubitare della loro ferrea etica professionale, anche sul piano personale sono persone che stimo. Detto questo ho conosciuto anche notai che hanno avvallato truffe, bancari che hanno dato credito a chi non lo meritava, avvocati capaci di ottenere l’impossibile, commercialisti esperti in elusione ed evasione fiscale, all’interno di categorie professionali popolate da tante persone normali e da diversi anche capaci di azioni e denunce molto coraggiose. Diciamo che non è che i vari albi professionali si siano particolarmente distinti nel premiare i virtuosi e cacciare i disonesti. Certo alcuni protocolli degni di nota, ma all’atto pratico non ricordo un commercialista espulso dal proprio ordine, una volta che il proprio cliente si fosse dimostrato responsabile di un colossale artificio per evadere il fisco. La mafia cercava al Nord capacità di ripulire danaro sporco. Se intersecate tra loro le strade, i metodi, i paesi, i prestanome, delle grandi evasioni fiscali con le strade, i metodi e le persone utilizzate dai capitali mafiosi per riciclarsi ci troverete delle coincidenze imbarazzanti. Possibile che questi capitali facessero gli stessi identici viaggi senza mai mescolarsi? Al capolinea del paradiso fiscale, chi è in grado di riconoscere il danaro in base alla sua origine? Probabilmente tutti i capitali indistintamente venivano reinvestiti nelle attività più proficue, prime tra tutte il traffico degli stupefacenti. Poi ritornavano a casa, con l’aiuto di un prestanome, di fatturazioni false, di uno scudo fiscale… Certo uno può riprendere i propri soldi senza voler saper nulla di tutto ciò, ma se ci fosse ancora una coscienza uno saprebbe che vivere onestamente è l’unico modo di essere liberi.
      Per andare sul concreto a proposito ad esempio di bancari, cito una storia tra le tante, ma emblematica riportata sullo studio di Enzo Ciconte sull’infiltrazione mafiosa nella nostra regione, è quella di Renato Cavazzuti, è una storia dei primi anni ’90. Cavazzuti, nato a Modena nel 1950 era entrato giovanissimo nella locale Cassa di risparmio di Modena. Fece una rapida carriera diventando funzionario e poi direttore di filiale. Diventerà un collaboratore di giustizia e parlerà, della sua partecipazione al traffico degli stupefacenti assieme alle famiglie siciliane e campane e soprattutto con le famiglie della Ndrangheta presenti tra Modena e Reggio-Emilia. Parteciperà al mondo delle truffe frequentato da personaggi mafiosi e non. In Cavazzuti i mafiosi cercavano un uomo che conoscesse i misteri, i trucchi, le vie d’accesso che schiudono porte altrimenti sbarrate e che conferiscono rispettabilità e solvenze bancarie a chi non ce l’ha e non le merita. Renato Cavazzuti era un impiegato di banca, anzi un direttore di filiale, eppure arrivò a trafficare droga dopo un periodo trascorso nelle truffe fianco a fianco con mafiosi calabresi e siciliani. Da truffatore finì per essere a sua volta truffato. Disse di essere entrato nel traffico della droga dopo che Baglio (se vi dice qualcosa questo nome è perché qualche mese fa è stato citato nelle vicende relative ad un indagine al comune di Serramazzoni), con un attività tipicamente usuraia gli aveva tolto tutto quello che possedeva. L’atto di cessione dei suoi beni venne redatto nello studio dell’avvocato B. La cifra non era di poco conto, aveva accumulato un debito di oltre un miliardo di lire. Provò a fare denuncia ma con pochi risultati. A quel punto non gli restavano molte alternative disse “O facevo tutta la vita il pezzente, ma ero rovinato e mettevo sul lastrico la famiglia, o facevo il delinquente” La conoscenza di Cavazzuti con questo mondo ha origine ad una cena. organizzata da un noto avvocato, cui partecipano diversi professionisti, bancari e insospettabili soggiornanti obbligati, a Cavazzuti viene chiesto a questa cena, semplicemente, di aprire un conto alla moglie di Baglio, certo il giorno successivo Cavazzuti in banca capisce con chi ha a che fare, ma il suo amico avvocato insiste, e Cavazzuti chiude un occhio. Ecco vorrei che cominciassimo semplicemente a capire che conseguenze possa avere chiudere un occhio. Come vedi i notai non hanno forse un ruolo chiave, ma non mi dire che tutti non sappiamo che c’era sempre una stanzetta o un androne in cui ritirarsi a saldare il prezzo vero di un appartamento lontano dagli occhi imbarazzati del notaio di turno. Certo prima di tutti tanti bravi cittadini preferivano risparmiare un po’ d’IVA e tanti imprenditori guadagnavano cifre ragguardevoli sul nero. Altri, chiudevano un occhio, formalmente corretto, ma per fortuna, lo riconosco, anche su spinta dei notai, certe abitudini ce le siamo lasciate alle nostre spalle. A essere determinante in questa partita sono i comportamenti della “brava gente”, una maggioranza, più delle azioni dei delinquenti per fortuna ancora un esigua minoranza, in ogni categoria. Chiudo quindi con questa citazione:
      “Ci sono milioni di persone di buona volontà, ma le loro voci ancora non si levano…è a questi milioni che noi facciamo appello…la storia dovrà registrare il fatto che la più grande tragedia di quest’epoca di transizione sociale non fu costituita dalle parole velenose e dalle azioni violente della gente malvagia, ma dall’orribile silenzio e dall’indifferenza della gente perbene. La nostra generazione dovrà avere rimorso non soltanto delle parole e degli atti dei ‘figli delle tenebre’, ma altresì dell’ignavia e dei timori dei ‘figli della luce’…”

      Martin Luther King Jr.

  8. Segretario commerciante ha detto:

    Assai interessante, ma altri sono i punti

    Noi ci saremmo aspettati un commento sulla vicenda Galassini.

    O sulla questione del crac CasaMia,

    O sugli appartamenti in centro e i discutibili metodi di ‘sub sub affitto’

    Non c’è bisogno di scomodare la Mafia per osservare il malaffare nell’Unione.

    • Roberto Adani ha detto:

      Caro segretario commerciante, la lettera qui riportata è stata mandata dal sottoscritto, in origine alla Gazzetta di Modena perché da diversi giorni si parlava di infiltrazioni mafiose in Emilia-romagna a seguito di un dossier comparso sull’Espresso e del fatto che un giornalista di quel giornale, Tizian, fosse stato posto sotto scorta. A me è stato chiesto un mio contributo sull’argomento. Per il resto invece penso che le mafie vadano scomodate il più spesso possibile, solo in questo modo loro non scomoderanno noi. Sulla vicenda Galassini ben prima di scrivere su un blog ho scritto e fatto scrivere prima di tutto al magistrato competente e poi a tutti coloro che erano coinvolti avviando procedimenti disciplinari a loro carico che si sono chiusi, in quanto prima della loro conclusione, gli interessati non erano più dipendenti del comune di Vignola e non essendo io, nemmeno un misero sceriffo, non ho potuto varcare i confini della contea. Comunque c’è stato un processo conclusosi con la condanna di Galassini anche se poi il reato è andato in prescrizione… ma anche qui, cosa ci vuole fare. Su Casa Mia, essa era una cooperativa di costruzione che aveva acquistato a Vignola un lotto già edificabile. Ha chiesto regolari permessi di costruire che sono stati rilasciati, anche se con diverse contestazioni e sanzioni rispetto alla loro corretta esecuzione. I problemi successivi della cooperativa li conosco e li seguo da quando sono diventati pubblici, per merito dei giornali. Mi sembra che gli inquirenti stiano comunque indagando e se ci saranno profili penali spero saranno perseguiti in tempo utile.
      Il comune aveva con Casa Mia il rapporto che si ha con qualsiasi lottizzante, a cui si chiede il rispetto delle norme, senza avere nessuna possibilità di discriminare o di scegliersi il proprietario titolare di un area, paradossalmente potrebbe essere anche Riina in persona a chiedere un permesso di costruire e se legittimo sarebbe rilasciato, rimane però la speranza che una giustizia che funzioni poi, sia capace di confiscare tali beni se frutto di un attività illecita.
      Per gli appartamenti in centro storico, sono state messe in campo con i Vigili urbani e con l’aiuto dei carabinieri diverse campagne di controllo sia rispetto agli irregolari che rispetto ai subaffitti. La prima questione è che se bussando ad una porta non ti aprono non hai l’autorità tipo “Serpico” di buttare giù la porta. Quando riesci comunque ad intervenire, è sempre piuttosto complicato dimostrare che una persona non è un semplice ospite, ma uno che paga un affitto in nero, non sempre si riesce nemmeno ad avere la collaborazione del proprietario. Quando si individuavano degli irregolari, venivano accompagnati in questura, spesso i vigili rimanevano a piantonarli per intere giornate e nottate in attesa dell’identificazione e del foglio di via. Quasi sempre l’irregolare era tornato a Vignola prima che i vigili rientrassero. Scaduto il tempo per rientrare in patria, nel successivo blitz veniva arrestato e processato per direttissima con ordine del giudice di rimpatrio, ma anche questo provvedimento rimaneva spesso sulla carta, non c’erano mai le risorse per il rimpatrio e comunque i paesi di origine normalmente non li riconoscevano come propri cittadini. Detto questo fino all’ultimo giorno del mio mandato abbiamo continuato con controlli regolari sul centro storico, mediamente si individuava una giornata a settimana. Come vede gli strumenti per affermare la legalità in questo paese sono un po’ spuntati…ma ugualmente con ostinazione non bisogna demordere, ma non mi chieda di fare un bilancio complessivo di tanta attività, non voglio dire “ma chi me lo ha fatto fare”.

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