Una centrale a biomasse all’Inalca? Le ragioni dei cittadini che protestano, di Ernesto M. Amico

Mettiamo che a qualcuno di noi fosse proposto di cambiare in casa propria un impianto per riscaldare e illuminare. Quali sarebbero le nostre prime domande? Forse a cosa serve, come funziona, quanto costa e anche: porta delle migliorie, è sicuro per me, i miei famigliari e vicini e, perché no, i miei animali domestici? Mettiamo che veniamo invece a sapere che un nuovo impianto si stia progettando a nostra insaputa, non verrebbe in mente a ciascuno di noi di dire: calma, fermate tutto, fatemi capire …? L’ambiente in cui viviamo è la nostra casa. Preoccuparsi di cosa si vuole realizzare sul territorio non è – come ha detto qualcuno – rasentare l’allarmismo ma, mutatis mutandis, seguire quella che è definita la “diligenza del buon padre di famiglia”. La diligenza di chi non aspetta di intervenire quando le cose sono fatte, ma agisce per tempo.
Da cittadino e non da tecnico mi sto interrogando assieme ad altri cittadini (vedi) sul progetto che Inalca spa di Castelvetro ha presentato in Provincia per le necessarie autorizzazioni (vedi). Di cosa si tratta? In parole semplici, il gestore intende trattare scarti animali di categoria 1 cioè anche animali a rischio accertato o no di BSE (“mucca pazza”) per produrre energia elettrica e termica. Per legge, tali scarti devono essere inceneriti e non possono essere usati per produrre concimi o mangimi. Si tratterebbe di bollire leggermente questi scarti, trattarli e additivarli in vario modo per arrivare a separare una sorta di massa grassa che, debitamente disciolta e stivata, andrebbe ad alimentare due motori, che funzionerebbero 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno.

Lo stabilimento Inalca al centro dell'immagine satellitare (da Google Maps). Si vede il torrente Guerro e gli abitati di Settecani (in alto a sinistra) e Cà di Sola (in basso a sinistra).

Perché questo progetto? L’azienda dichiara di avere la necessità di energia per il proprio ciclo produttivo, non essendo sufficiente quella fornita dall’esterno. Inoltre deve smaltire tutto il materiale di scarto del proprio stabilimento e di altri stabilimenti esterni, cosa che – immaginiamo – comporta un grosso onere economico e infine può accedere ai cosiddetti certificati verdi, cioè ottenere i finanziamenti pubblici previsti per chi immette in rete energia prodotta da fonti rinnovabili, esclusi i rifiuti.
Prima domanda del buon padre di famiglia. Quelli utilizzati sono rifiuti (non utilizzabili) o sottoprodotti di origine animale e cioè scarti del processo produttivo (utilizzabili)?
Seconda domanda: il processo in progetto avverrebbe in ambiente e con percorsi separati, come previsto dalla legge, ma pur sempre nel contesto ben noto di produzione alimentare. Ci saranno l’assoluta garanzia di non contaminazioni e la sicurezza per chi lavora all’interno dello stabilimento e per i consumatori?
Terza domanda: il trasporto di materiale di categoria 1 deve essere assolutamente dedicato, sia per il materiale in ingresso (animali morti), sia in uscita (farine animali, come scarto del processo di formazione della massa grassa, che dovranno essere comunque incenerite). Ci sarà l’assoluta garanzia d’igiene ovvero un tir di trasporti pericolosi, una volta svuotato, non sarà immediatamente utilizzato per altri carichi? Sappiamo a cosa può portare la convenienza economica …
Quarta domanda: la leggera bollitura prevista è sufficiente a eliminare il prione della “mucca pazza”? E la temperatura della camera di combustione, dato non indicato nel progetto? La legge prevede che il grasso che si usa deve essere omogeneo e rintracciabile. Avrà queste caratteristiche una massa grassa proveniente dal trattamento di animali interi?

Logo del Comitato No Impianto Biomasse Inalca

Dove andrà  a finire poi l’acqua di scarico? Eventuali impianti di depurazione saranno sufficienti per evitare il rischio di contaminazioni del terreno?
La quinta domanda concerne le emissioni, attraverso il previsto camino di 15 metri. Il gestore dichiara una diminuzione dell’anidride carbonica immessa nell’atmosfera. E le polveri sottili? Sarà sufficiente il filtro previsto per trattenerle? Sarà costantemente tenuto in efficienza? Per non parlare di altro tipo di particolato che, secondo vari studi, ricade “pesantemente” al suolo, in una zona che – lo ricordiamo – non è per niente desertica (l’abitato di Settecani a settecento metri, e poi via via Cà di Sola, Castelnuovo da una parte e Spilamberto, Vignola dall’altra, senza soluzione di continuità). Una zona caratterizzata da produzioni di eccellenza come il parmigiano reggiano (uno stabilimento sorge proprio di fronte all’impianto in progetto, altri sono poco distanti), il lambrusco (varie cantine sono poco distanti), poi l’aceto balsamico e la frutta tipica di Vignola (vedi).
Altre domande si aggiungono e riguardano il riscaldamento dell’aria, i rumori, gli odori, in un’area già caratterizzata da emissioni di questo tipo, anche se con un netto miglioramento rispetto al passato.
Altre domande si potranno aggiungere. Una forse le racchiude tutte: l’impianto in progetto oltre ad essere conveniente per l’Azienda che lo propone, sarà assolutamente sicuro e porterà a un miglioramento della qualità di vita dei lavoratori e dei cittadini e a un miglioramento della qualità dell’aria con riferimento a tutti i parametri, in una zona tra le più inquinate d’Europa?  Non è meglio seguire un principio di precauzione?

Ernesto M. Amico, vicepresidente Comitato No Impianto Biomasse Inalca

Per  prendere visione del progetto dell’impianto si possono consultare i materiali presentati dall’Inalca Spa alla Provincia di Modena per la Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA): vedi.
Per seguire i lavori del Comitato dei cittadini, aderire e conoscere i luoghi di raccolta delle firme per la petizione che si oppone al progetto è possibile consultare l’apposito sito web.

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31 Responses to Una centrale a biomasse all’Inalca? Le ragioni dei cittadini che protestano, di Ernesto M. Amico

  1. Ernesto Maria Amico ha detto:

    Ad integrazione di quanto scritto, segnalo che Inalca ha risposto ad una richiesta di integrazione da parte degli organi competenti.
    Questo il link alla documentazione:
    http://www.provincia.modena.it/page.asp?IDCategoria=5&IDSezione=3900&ID=96930

    Ad una prima lettura appare chiaro che si naviga in una complessa e non univoca materia normativa e pertanto rimangono valide tutte le domande che un cittadino può porsi.

    «Secondo la Commissione (europea), il principio di precauzione può essere invocato quando un fenomeno, un prodotto o un processo può avere effetti potenzialmente pericolosi, individuati tramite una valutazione scientifica e obiettiva, se questa valutazione non consente di determinare il rischio con sufficiente certezza.» (http://europa.eu/legislation_summaries/consumers/consumer_safety/l32042_it.htm).

    E.M.A.

  2. Daniele ha detto:

    In primis ricordiamo che il torrente che che costeggia l’Inalca è il Guerro e non il Tiepido , forse sarebbe il caso che prima di aprire una centrale di tale tipo ci fossero ricerche scentifiche che escludano eventuali rischi per i cittadini , animali e territorio , ricordiamoci che a presto verra’ costruita una strada di forte passaggio proprio a qualche metro dall’Inalca .

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Giusto, errore mio. Ho corretto il testo della didascalia della foto: il torrente è il Guerro. Per il resto il tema è proprio quello che tu evidenzi: possiamo affermare con certezza che questa nuova centrale non costituisce una nuova fonte di inquinamento che introduce nuovi rischi per i cittadini (e per l’agricoltura di qualità del territorio)? Personalmente ritengo importante l’azione del Comitato proprio perché solleva questo tema, che altrimenti rimarrebbe inevitabilmente in secondo piano. Nonostante l’azione delle istituzioni pubbliche.

      • Daniele ha detto:

        Sicuramente prima la sicurezza poi il profitto …, in questo caso è una zona che avrebbe molto da perdere oltre che ad avere un caseificio con relativi animali a 200 metri, a 300 metri ci sono le vigne di produzione del lambrusco Chiarli che anche in questo momento sono in espansione con la realizzazione di nuove vigne, campi di mais e foraggio per bestiame dei vari contadini della zona, aggiugiamo a breve che l’Inalca verra’ costeggiata dal nuovo raccordo della Pedemontana. Certamente con tutte queste causali il territorio ha bisogno di certezze (di sicurezza e non di profitti).

  3. cantacann ha detto:

    Anche io avrei delle domande al vicepresidente del comitato:

    1) Lei afferma: “Da cittadino e non da tecnico mi sto interrogando assieme ad altri cittadini (vedi) sul progetto “, perchè il comitato si chiama NO inceneritore? Potreste essere più chiari?

    1) Lei afferma che la legge obbliga a bruciare le carcasse degli animali, e poi si chiede, non è meglio seguire un principio di precauzione. Cosa significa?

    3) Se la legge obbliga a bruciare le carcasse, e Inalca le produce, cosa suggerite come alternativa, bruciarla in un altro paese, così le ceneri le sniffano loro??
    Oppure suggerite ad Inalca di chiudere e creare qualche migliaio di disoccupati?

    4)Inalca già oggi produce energia elettrica bruciando metano, dopo cambierebbe il carburante dei motori. Deve spegnere anche quei motori?

  4. Ernesto Maria Amico ha detto:

    1) E’ la stessa provincia a non essere d’accordo sulla denominazione “impianto a biomasse animali”, essendo un impianto di incenerimento di resti animali di categoria 1 (sottoprodotti che vanno inceneriti e dei quali fanno parte carcasse intere e resti di carcasse, il cui destino è la distruzione per incenerimento o coincenerimento (uso come combustibile nei cementifici). Tra l’altro il bioliquido che si otterrebbe è una parte minima. Il resto sono farine non utilizzabili (che dovranno essere comunque smaltite), acqua, ecc.
    Gli stessi tecnici non sono in grado di affermare con sicurezza ciò che uscirà dal camino e ciò in riferimento, tra l’altro, alle emissioni di diossine. Principio di precauzione significa: se non sei sicuro, fanne a meno. Le indico un articolo recente che mette in correlazione il problema della proliferazione degli impianti con il rischio diossine-latte materno-salute del nascituro. Il problema non è solo di Inalca, ma di una politica energetica a mio parere sconsiderata (http://campus.cib.unibo.it/63639/1/MedicoeBambino_1108_510.pdf Medico e Bambino 8/2011).
    3) Esistono già impianti di incenerimento, dove Inalca conferisce gli scarti. Ha senso farne un altro nel contesto di uno stabilimento alimentare (hamburger, ecc.) e a poca distanza da centri abitati, caseifici, vigne, ecc.?
    Poi si potrebbe discutere se hanno senso allevamenti intensivi che producono sempre più rifiuti … arriveremo un domani ad allevare vacche solo per la produzione di energia?
    Non vogliamo che Inalca chiuda (sono centinaia i dipendenti dello stabilimento in questione), ma che garantisca prima di tutto la salute dei lavoratori, dei cittadini e dei consumatori.
    4) Non esistono forme di energia pulite? Queste dovrebbero essere incentivate!

  5. Daniele ha detto:

    Pienamente concorde con Ernesto M. Amico. Principio di precauzione significa: se non sei sicuro, fanne a meno (sarebbe meglio avere dati “sicuri” da un ente neutro come ARPA e monitorato da USL e non da qualcuno che magari potrebbe essere di parte). Chi andrebbe ad abitare a fianco dell’impianto? Penso poche persone essendoci dubbi circa le emissioni volatili. Una nota azienda francese, la Dupont, che produce polvere da sparo avendo un grado di sicurezza altissimo (in 10 anni unico infortunio una storta ad un piede di un camionista nel caricare) il titolare ha fatto costruire la propria abitazione al centro dello stabilimento come dimostrazione dello standard di sicurezza. Pensiamo solo che ci sono persone che hanno cambiato casa o non frequentano posti dove ci sono cavi di alta tensione per inquinamento elettromagnetico… Nessuno deve chiudere, ma nel dubbio, anche a lungo termine è piu’ ragionevole investire in energia pulita come ad esempio il fotovoltaico. Inalca avrebbe tutto lo spazio che gli serve, puo’ produrre energia elettrica, e anche venderla e coi soldi ricavati coprire le spese di smaltimento delle carcasse animali.
    A volte la strada piu’ breve non è quella giusta (anche se piu’ redditizia).

    D.

  6. cantacann ha detto:

    Gentile Ernesto

    – Cercherò di risponderle brevemente e in maniera semplice:
    “3) Esistono già impianti di incenerimento, dove Inalca conferisce gli scarti. ”
    Sulla base di cosa gli impianti già utilizzati sarebbero salubri e questo no?

    – Vede, il principio di precauzione non si applicherebbe a Inalca, che potrebbe ragionevolmente chiedere di costruire un impianto equivalente a quello già utilizzato, e obbligatorio per la stessa legge.

    – Sulle fonti di energia pulita purtroppo devo ricordarle che non esistono.
    Le cosiddette energie “alternative” costano molto e non producono energia quando serve, ad esempio all’ora in cui sto scrivendo, le 18, nella stagione fredda mentre il consumo è di diversi GW:
    http://www.terna.it/default.aspx?tabid=1024

    Incentivare le energie “alternative” vuole dire tassare grandemente i cittadini causando disoccupati e povertà e già nel 2011 metà della spesa è per il fotovoltaico: http://www.autorita.energia.it/it/com_stampa/11/110207.htm

    Tanto per fare un esempio, l’intero consumo di base giornaliero (il cosiddetto”baseline”) potrebbe essere soddisfatto più o meno con la stessa spesa in energia nucleare, http://it.wikipedia.org/wiki/Reattore_nucleare_europeo_ad_acqua_pressurizzata (6 centrali come quellla Finlandese)
    Questo non per dire che sia meglio il nucleare, che è considerata di fatti l’energia più costosa, ma per fare il paragone con le “alternative” che soddisferanno a parità di spesa meno del 10% dei consumi.

    • Ernesto Maria Amico ha detto:

      Non comprendo bene la risposta. Gli impianti di incenerimento non sono puliti ma non essendovi forme alternative (non ne sono convinto), ne costruiamo altri vicino a centri abitati e in zone di produzione igp, ecc.? Per non parlare dei “certificati verdi” cui Inalca aspira e che i cittadini stanno già pagando. Personalmente pago volentieri delle tasse per un’aria meno inquinata. Il problema è che l’interesse per i benefici economici è leggermente superiore a quello per la tutela dell’ambiente e della salute delle persone. Non ha l’impressione che all’affare della carne (o di altre produzioni) si affianchi quello dell’energia? Si veda il progettato ampliamento dello stabilimento di compostaggio di Nonantola, sempre di proprietà Inalca, che da anni ammorba gli abitanti.

  7. cantacann ha detto:

    Una spiegazione più semplice può essere questa:

    Inalca già brucia le carcasse, è obbligata per legge a farlo.

    Smette di bruciarle, ad esempio in Romagna, e le viene a bruciare in Emilia. Cosa cambia? Brucia meno mucche, inquina meno? no

    Sui certificati verdi ho scritto proprio sopra quanto siano una brutta spesa, ma noi li spenderemo comunque anche senza inceneritore.

    A me come a lei interessa prima di tutto la salute, proprio per questo le tasse son un problema. Come si può tutelare meglio la salute aumentando i poveri e i disoccupati?
    Come vede i benefici economici sono benefici alla salute.

    Ribadisco che i sussidi alle energie alternative causano mostri, è vero, ma non è problema di Inalca, il bersaglio è un altro. Cioè i sussidi di cui ho scritto sopra.

    • daniele ha detto:

      Gentile cantacann , lo smaltimento delle carcasse sara’ sempre da eseguire , in Emilia, in Romagna o nel Lazio , ma sara’ un problema di Inalca e mi auguro che ci siano gli inceneritori siano a norma e controllati periodicamente. Per Inalca cosa cambia ? il profitto in primis , e sul piano lavorativo nulla se viene utilizzato personale in Inalca per eliminare le carcasse sicuramente ci sara’ un taglio di personale da un’altra parte dove non arriveranno piu’ tonellate di carcasse da smaltire.
      Le tasse sono un problema ma mai quanto sa salute delle persone , una pesona ammalata non puo’ certo lavorare e pagare le tasse , sarebbe un costo per la sanita’ oltre che un problema per se’ stesso. Penso che con certezze e documentazioni ad impatto zero o quasi a lungo termine della centrale nessuno potrebbe dire nulla sul via dell’impianto.Ricordiamoci episodi successi tempo fa’ sulla fornitura di carne in scatola di Inalca in Russia e Cuba……forse qualcuno aveva pensato solo al profitto??
      Lei abiterebbe tranquillamente a fianco dell’Inalca o avrebbe dei dubbi? ci pensi……..

      Daniele

      • cantacann ha detto:

        Caro Daniele, come detto in precedenza la salute prima di tutto.

        A parità di tasse dobbiamo cercare la soluzione che crea meno danni. Penso che per “impatto zero” voglia dire a basso impatto.
        Bene, gli esperti dell’USL informati sulle attività di Inalca ci diranno quale attività ha un minore impatto.

        Tuttavia non si capisce perchè, di fronte ad un impianto equivalente in Lazio possano bruciare e qui no.
        Per avere lo stato di diritto è necessario che la legge sia uguale per tutti, anche per le aziende.

        Sul fatto che gli ammalati costino al servizio sanitario secondo lei un impianto biomasse costerebbe cosi’ tanti malati da superare gli introiti fiscali?

        Per quel che riguarda i profitti di Inalca o qualunque altra azienda, questi vanno ad aumentare gli investimenti, i posti di lavoro e il reddito delle persone, soprattutto dei poveri. Impedire investimenti ad un’azienda significa “farle pensare” che sia meglio cambiare posto in cui investire, farla emigrare. In questo momento il numero di disoccupati nel distretto di Vignola è doppio rispetto al 2007, penso sia il caso di fare rimanere le aziende sul territorio.

  8. Ernesto ha detto:

    Sul sito della Provincia sono stati pubblicati i ricorsi del comitato no-inceneritore-inalca:
    http://www.provincia.modena.it/allegato.asp?ID=174417
    http://www.provincia.modena.it/allegato.asp?ID=174418

  9. cantacann ha detto:

    Essendo un vegetariano convinto da ben più di 15 anni vorrei parlare di salute. Pur non essendo un esperto ho deciso di leggere le vostre osservazioni:

    1) Mi pare di capire dalle pagine 4 e 12 che le leggi della Regione considerano non idonee per impianti che producono elettricità le aree DOP, DOC, etc…
    Siete al corrente che già oggi Inalca ha 2 generatori a turbogas che producono energia elettrica? Questo perchè il consumo elettrico non può essere sopportato dalla rete tanto è elevato. E’ ovvio che la regione dovrebbe fare spegnere anche questi e chiudere il macello( cosa improbabile) oppure autorizzare la cogenerazione.

    2) Inoltre, riguardo al divieto di non usare il sego e al peso della massa in entrata ed in uscita, per quanto riferite un conteggio diverso nella procedura di VIA, i tecnici dell’azienda hanno già espresso l’intenzione di processare tutta la massa in entrata e di attenersi alla obbligatorietà di processare i resti animali. Per cui stando alla loro parola il progetto non è contrario alla legge.

    3) Per quello che riguarda la produzione di inquinanti dai camini e i controlli. Un solo controllo all’anno mi sembra davvero poco, purtroppo il problema sta nella legge, che non richiede un monitoraggio giornaliero costante , come per l’inceneritore di Via Cavazza a Modena.
    Qui però il nemico è quello giusto, i veleni, ma il bersaglio è sbagliato…dovrebbe cambiare la legge a Bologna, Roma e semmai Bruxelles.

    4) Sulla comunicazione sui giornali sembra che sia stato fatto sul resto del Carlino, questa estate, come previsto nella legge, dopodichè possiamo ringraziare il consigliere regionale che ne ha fatto partecipi tutti noi cittadini che non lo abbiamo letto quel giorno.

  10. dunnangall ha detto:

    Siamo alle solite…un classico italiano, il fenomeno di turno che si immola per la causa contro i devastatori del territorio che attentano alla salute del cittadino. Ci sono delle regole in questo nostro Paese?..regole che ci consentono di stare dentro in Europa ?…se queste regole vengono rispettate perchè… no! perchè non si puo’ fare? ..sempre no o meglio, non qua’ non da noi, non nel nostro territorio…magari da un’altra parte. Se in Germania sono pieni di termovalorizzatori sono dei grandi e ci meravigliamo se accettano, su compenso, anche i nostri compattati ma da noi i termovalorizzatori è meglio non farli perchè non si sà mai..è meglio di no. Se in Olanda da anni hanno centrali a biomasse animali sono mitici…ma da noi no perchè fanno puzza e inquinano l’aria che respiriamo. Se in Danimarca istallano centrali eoliche da decenni sono fantastici…ma da noi no perchè deturpano il paesaggio. Se al nordeuropa ci sono ormai più impianti solari termico_energetici che tetti che li ospitano sono avanti…ma da noi no perchè alla fine non conviene e addiritura i campi solari portano via territorio all’agricoltura (…forse non vi siete accorti che è da trent’anni che il ns paese non ha più una politica agricola se non a rotazione quelle che si ciucciano i contributi…poi puff…spariscono quando questi finiscono) Se i paesi transalpini sviluppano minicentrali locali a combustione di bio_riciclo…per carità da noi non si puo’ ammassare tonnellate di sfalci, ma dove li mettiamo ? E dunque siamo sempre a lamentarci che non ci sono più aziende produttive sul territorio, che sono andate via, che non ci sono più investimenti, che invece in Europa investono sulla ricerca sulla produttività e autonomia energetica ecc…ma da noi no, è meglio continuare a pensare che intanto lo facciamo fare agli altri, magari tra vent’anni scopriamo che non fà bene…Poi compriamo l’energia dall’estero ad un costo più che doppio ed è prodotta col nucleare o magari bruciano i nostri stracci…e le nostre ecoballe pero’ và bene perchè non è da noi. In Europa l’energia è una fonte di lavoro di occupazione e di reddito, in particolare quella alternativa ed innovativa (per noi italiani)…ripeto, e chiudo, ci sono delle regole ? se queste vengono rispettate si và avanti…altrimenti ci si ferma sino a che non si rientra nei termini prestabiliti ma poi se ci si attiene alle norme non dobbiamo dire che queste poi non vanno bene, o meglio che vanno bene in Romagna ma non a Cà di Sola. Da ultimo, quando le Aziende che non riusciranno, stando alle regole, a lavorare e a fare innovazione e ad investire se ne andranno (…in Romagna..se và bene…) e lasceranno a casa i dipendenti non preoccupatevi perchè il buon Ernesto Maria Amico vi prenderà a lavorare nella sua di Azienda….il Comune, o vi fara’ assumere in quelle dei suoi bempensanti colleghi, alla Provincia, o al Consorzio…o all’Istituto.., all’Agenzia…o alla Comunità…tutte Aziende produttive, innovative e all’avanguardia nella ricerca…
    Saluti

    • Si sta perdendo di vista quello che è il problema centrale dell’impianto dell’Inalca che è il voler trattare animali interi e resti di animali di categoria 1. Esperti stanno studiando il problema, perché la legge dice che si può utilizzare sego, ma può essere definito sego il risultato di lavorazione di teste, midollo, peli, ecc.? In Germania, caro Dunnangall, sembra stiano facendo un passo indietro, anche per il problema che hanno avuto l’estate passata, ricorda? La Merkel sembra che abbia invitato a mangiare carne solo una volta alla settimana. I regolamenti esistono ma non essendo così chiari e univoci, possono dare adito a opposte interpretazioni. In ogni caso le leggi si possono anche cambiare: da più parti infatti si stanno chiedendo moratorie riguardo il business delle biomasse, soprattutto in riferimento al problema DIOSSINE.

  11. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Caro Dunnangall, ti invito a considerare la questione da un altro punto di vista. Tu dici: le regole ci sono e dunque basta farle rispettare, basta che le aziende, coloro che vogliono realizzare centrali elettriche usando fonti energetiche alternative, rispettino le regole che ci sono. Le cose non sono però così semplici. Per due ragioni. La prima riflette ciò che abbiamo imparato in cinquant’anni di “modernizzazione selvaggia”. La regolamentazione, le leggi, riflettono più le esigenze degli interessi economici che quelle della tutela ambientale e della salute delle persone. Ce lo ricorda la storia del XX secolo dal DDT all’amianto. Gli studi sulla nocività di certe sostanze sono stati sollecitati dai conflitti sociali promossi da movimenti e comitati. La seconda è che il complesso delle norme molte volte non è di univoca interpretazione. Ed anche qui sono spesso i “poteri” in campo (in primis quello economico) a determinare come interpretare quei margini di ambiguità/discrezionalità delle norme. Mi sembra, per quel poco che ho inteso della vicenda, che questo sia un aspetto centrale della controversia rispetto alla “centrale a biomasse” Inalca. Anche per questo io valuto positivamente la funzione che esercita il “Comitato No impianto biomasse Inalca”. Che è in primo luogo una funzione di “allarme” sociale. Serve cioè a richiamare l’attenzione dei cittadini su un evento che potrebbe introdurre rischi e pericoli per l’ambiente, le produzioni tipiche (dunque l’economia), la salute. Questa funzione – richiamare l’attenzione – è fondamentale. Abbiamo visto in moltissime altre situazioni che le “procedure istituzionali” sono congegnate in modo tale da informare i cittadini su tali rischi ad uno stadio troppo avanzato del processo decisionale, quando diventa assai difficile organizzare la partecipazione per ottenere adeguate informazioni ed adeguate tutele. Anche la vicenda della centrale Inalca avrebbe seguito questo canone se non fosse stato per un’assemblea pubblica organizzata dal Movimento 5 stelle e per l’azione del Comitato che si è costituito poco dopo, quando il progetto è divenuto di pubblico dominio. Vorrei essere chiaro su questo punto. Io ad oggi non mi sono ancora formato un’opinione (innanzitutto per mia responsabilità, non avendo ancora letto la documentazione prodotta sul progetto), ma non posso che ringraziare il Comitato perché sta lavorando per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul progetto e per rendere pubblici quegli aspetti del progetto che sono forieri di rischi per il territorio e per i cittadini che vi abitano. Mi chiedo, ad esempio, perché nel momento in cui un’azienda avvia l’iter autorizzatorio per un progetto così “impattante” (o potenzialmente impattante) le istituzioni pubbliche non possano informare immediatamente i cittadini (usando il sito web, le affissioni locali, ecc.). Ma questo non avviene. E mi chiedo perché non venga istituzionalizzata la figura dell’avvocato del diavolo (così la chiama Bernard Manin, uno dei massimi teorici della democrazia), ad esempio invitando a prendere parte al procedimento, sin dall’inizio, quelle “rappresentanze” dei cittadini che esprimono il massimo livello di critica nei confronti del progetto. Sarebbe un modo per alimentare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e per promuovere processi decisionali massimamente trasparenti. E’ chiaro, infatti, che scoprire che il comune di Castelvetro era a conoscenza da luglio del progetto, ma non aveva promosso alcuna informazione diffusa, non aiuta i cittadini (specie quelli più dubbiosi) a non pensare che le istituzioni locali siano troppo accondiscendenti verso i “poteri economici” del territorio, trascurando in tal modo la funzione di tutela degli interessi della collettività. Non leggiamo queste reazioni di contrarietà a nuovi impianti come espressione di egoismo locale, come si tende a fare, etichettando queste reazioni come espressioni della sindrome NIMBY (Not In My Back Yard). Ti invito invece a riconoscere anche quella parte di ragioni che sta dietro all’azione di questi comitati: un pungolo affinché gli interessi di tutta la collettività siano adeguatamente tutelati. Considera, ad esempio, la vicenda delle “trivellazioni” della texana Hunt Oil (che ho avuto occasione di seguire da vicino). Nell’area del Secchia sono stati autorizzati dalla Regione. Nell’area del Panaro invece no, però solo perché qui c’é stata una rivolta dei sindaci (non tutti, ma molti) e di un numero significativo di cittadini. Anche in questo caso l’azione dei comitati ha svolto una funzione di sensibilizzazione importantissima. Ed alla fine l’esito è stato diverso:
    https://amarevignola.wordpress.com/2011/05/21/cacciatori-di-petrolio-nella-valle-del-panaro-cresce-la-protesta/

    • Daniele ha detto:

      Pienamente d’accordo Paltrinieri , quello che è strano e che il comune di Castelvetro era a conoscenza da luglio del progetto, ma non aveva promosso alcuna informazione diffusa, non aiuta i cittadini (specie quelli più dubbiosi) a pensare che le istituzioni locali siano troppo accondiscendenti ( ricordiamoci che Inalca essendo una “super potenza” fa’ donazioni al comune) , non per essere in malafede ma se fosse stato un pinco pallino qualunque forse la storia sarebbe stata diversa….. i dati dell’impatto ambientale e di cio’ che andra’ nell’aria non sono proprio trasparenti , pensiamo soltanto ad una ipotesi e dico ipotesi di immissione diossina dai camini , a fianco una catena di macellazione il cui prodotto va’ in tutto il mondo.

      D

  12. cantacann ha detto:

    Mi permetto di citare una frase attribuita ad Alfred Marshall:
    “Nelle discussioni di metodo, una persona può essere sicura di aver ragione quando sostiene l’utilità del proprio metodo, e di avere torto quando nega l’utilità di quello degli altri”

    Ha ragione Dunnagall quando dice che in Italia non si può fare niente, anche quando si rispetta la legge.

    Hanno ragione i comitati quando affermano che l’impianto che si vuole costruire produrrebbe sostanze nocive.

    Ha ragione Andrea Paltrinieri quando considerano i comitati una specie di tribuni del popolo, con interessi legittimi. Inoltre è anche vero che gli enti locali potrebbero essere più trasparenti, anche tramite maggiore partecipazione.

    Detto questo, la legge si può cambiare, ma non “ad personam”, o “ad aziendam”, perchè, come già scritto la nostra stessa civiltà si basa sullo stato di diritto.

    Inoltre, per quanto stia esercitando una utile funzione ispettiva e critica nel progetto di inceneritore, il nome del comitato, e la sua finalità statutaria, è quella di non fare costruire l’impianto, “no matter what”, tradotto: senza se e senza ma.
    Per questo la citazione iniziale di Marshall.
    Forse è un metodo eterodosso, però abbiamo visto cosa hanno fatto i NOTAV, NOdalmolin, NOquesto e NOquest’altro, che rientrano nei famosi gruppi NIMBY.

    Auspicando un cambio di nome e finalità del comitato, magari in comitato salute pedemontana, nel merito delle interpretazioni legali e mediche:

    1) La seconda osservazione depositata in merito al problema della BSE che potrebbe svilupparsi nel processo di rendering(la bollitura) è comprensibile. E’ anche apprezzabile lo sforzo di informazione esercitato.

    2) Tuttavia la direttiva Europea, http://eur-lex.europa.eu/smartapi/cgi/sga_doc?smartapi!celexplus!prod!DocNumber&type_doc=Directive&an_doc=90&nu_doc=667&lg=it

    – All’articlo 2, gli scarti bovini sono indicati come ad alto rischio;
    Nel Capitolo II si indica in detttaglio l’obbligo di seguire la procedura chiesta da Inalca per trattare tali scarti, cioè

    “a) I materiali ad alto rischio devono essere riscaldati per venti minuti ad una temperatura di almeno 133 gC nella parte più interna e ad una pressione di 3 bar. Le dimensioni dei pezzi del materiale grezzo prima del trattamento devono essere ridotte ad almeno 50 mm per mezzo di un frantumatore o di un trituratore.

    b) Nei punti sensibili del processo termico si usano termografi per controllare il trattamento mediante calore.

    c) Possono essere utilizzati altri sistemi di trattamento termico purché siano riconosciuti secondo la procedura prevista all’articolo 19 in quanto considerati atti a fornire garanzie equivalenti alla sicurezza microbiologica.”

    Si riferisce inoltre come gli impianti debbano essere separati e altre cautele da prendere, e queste sicuramente debbono essere rispettate tutte, nessuna esclusa, quindi anche separando i 2 impianti, poichè sono la legge.

    Rimane la discrezionalità della regione nell’autorizzare o no l’impianto, non conosco la giurisprudenza sterminata a riguardo. Dico solo che se qualunque processo di questo tipo produce veleni, a Pegognaga c’è 1/5 della popolazione, ma non sono in piena campagna.

    Infine, ritengo che questa situazione sia la naturale conseguenza di un’impostazione leguleica, statalista e burocratica. Una risposta attenta ai cavilli e ai codicilli da parte delle aziende.

    Non sarebbe meglio tassare la produzione di veleni e lasciare che le aziende libere di inventarsi i processi che ne producono meno, a parità di costo?

    • Ringrazio Andrea del riconoscimento del valore del lavoro che svolgiamo e così gli altri intervenuti al dibattito. Il comitato è sorto in riferimento a un problema specifico e dichiara apertamente il suo no. Ci sarebbe state modalità differenti, se vi fosse stata un’informazione adeguata? Non lo so. Certo è che quando si ha l’impressione che le cose si facciano di nascosto, nasce legittimo il sospetto di intrecci nocivi politica-amministrazione della cosa pubblica-poteri economici. Il comitato sta studiando le leggi e consultando esperti. Se alla fine tutto sarà fatto secondo le leggi e con la garanzia dei controlli necessari, prenderà atto del volere costruire un inceneritore in una zona che è già caratterizzata da diversi altri insediamenti che condizionano fortemente la qualità di vita. In base tuttavia a ciò che abbiamo già compreso, questo impianto non potrà essere realizzato e a tal fine produrremo ulteriore documentazione.
      Detto questo, ad alcuni la nostra campagna può apparire come espressione di un interesse particolare (io abito a Cà di Sola). Lo è senz’altro. Ma non è così che avvengono le cose? Non si parte dall’affrontare un problema concreto e contingente per poi interessarsi a una tematica di interesse universale, forti dell’esperienza maturata? Oltre tutto già vi sono persone all’interno del comitato o che stanno firmando la petizione che non abitano affatto vicino all’impianto e che mai respireranno direttamente ciò che uscirà dal camino. Fino a poche settimane fa io non sapevo neanche cosa fossero le biomasse o un rendering e neanche quali potessero essere i rischi legati a queste attività. Ora ne so di più e sono convinto che il problema è oggi a Cà di Sola, domani sarà in Calabria o in qualsiasi altro luogo.
      Comitato salute pedemontana? Perché no. Anzi, quando il comitato no impianto biomasse Inalca terminerà il mandato che si è dato per statuto, potranno nascere anche liste civiche “salute pedemontana” o altre forme partecipative che possano dire la loro, prima che i giochi siano fatti. Io sono disponibile.

  13. dunnangall ha detto:

    Signori,
    vorrei rassicurare il Sig. Paltrinieri ribadendo che quanto da me considerato, puo’ sembrar strano, già aveva preso in esame i diversi lati della cornice all’interno della quale si configura la questione, tra i quali diversi snoccialati nella sua nota precedente. Nelle mie considerazioni ero già oltre, dando per certo come è ovvio che sia che sempre più si sente nelle note del Sig. Ernesto Maia Amico, una tendenza di difesa ad oltranza del cortile anzichè una obiezione a largo respiro sull’argomento. Forse è giusto così per rincorrere interessi particolari, ma non è certo la mia idea di come dovrebbero funzionare le cose nel nostro paese e ancor più nel nostro territorio per perseguire opportunità da condividere con l’intera comunità locale, all’interno di un ambito di legalità.
    Comunque non avendo citazioni par vostre da offrire mi limito con rammarico a evidenziare come, comunque, con non nemmeno tanta abilità ci si è sottratti ad un’analisi piu’ ampia su quanto gravita attorno a questo progetto e non da meno ad un’analisi delle piccole ipocrisie e delle tante ambiguità che contraddistinguono il quotidiano di ognuno di noi, anche gli abitanti di Ca’ di Sola quindi, ed in qualche modo legate da vicino all’argomento.
    Saluti

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Ciao Dunnangall, davvero in sintesi ribadisco le cose per me essenziali. L’attivarsi di un comitato è per me cosa salutare, visto che la performance delle istituzioni pubbliche e degli enti locali nel trattare le questioni ambientali e nel preoccuparsi della salute dei cittadini sono tutt’altro che ottimali. Penso che nessuno possa smentire questa considerazione. Bisogna anche prendere atto che le grandi imprese (e per il nostro territorio Inalca è una di queste) hanno potere economico che, non di rado, viene tradotto in potere politico. Mi perdonerai la “citazione”, ma ho appena letto un bellissimo libro del sociologo Colin Crouch (Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Laterza, Bari, 2012, 16 euro) che tratta in modo chiaro ed esaustivo di questo tema, poco rassicurante per le democrazie. Su scala locale il tema è questo. Non mi sembra corretto rubricare l’impegno del comitato sotto l’espressione “egoismi”, semmai “diritti” da tutelare. Per il resto le regole sono chiare: non sarà il comitato a decidere, ma le istituzioni pubbliche, con una procedura che cerca (se in modo ottimale oppure no lo sapremo alla fine) di considerare interessi e diritti in gioco. All’interno di questa procedura è bene che anche il comitato possa giocare la sua parte. E la possa giocare sin dall’inizio ed in modo pieno, così da contribuire a prendere la decisione migliore.

      • Ernesto Maria Amico ha detto:

        A conferma di quanto scritto da Paltrinieri, sarebbe sufficiente leggersi la risposta scritta dell’assessore Muzzarelli a un’interpellanza in regione: si dice che l’impianto in progetto sostituisce un impianto esistente, migliorandolo dal punto di vista tecnico. Il riferimento è a un inceneritore spento nel 2006 e che era stato attivato nell’emergenza della mucca pazza. Inoltre l’Inalca non ha chiesto l’autorizzazione per un inceneritore ma per un impianto a biomasse. Perché Muzzarelli dice questo …?

  14. dunnangall ha detto:

    Ernesto, Andrea, salve scusate se mi permetto di evidenziare che per il semplice fatto che il nostro paese, come ben sapete, s’approvvigiona per l’80% del fabbisogno energetico dall’estero il cui contesto è altrettanto dipendente da gas petrolio e fonti tradizionali, il costo dell’energia nazionale arriva anche a raggiungere quattro volte quella degli altri paesi dell’unione che ahinoi si producono anche tanta energia con fonti rinnovabili ma sopratutto alternative (…rispetto alle nostre…sich!) e di recupero. Detto questo vorrei ricordarvi che l’energia che quest’oggi riscalda la vs villetta e che dà tepore al vostro nido viene prodotta anche con biomasse, scarti di macellazione, termovalorizzatori ecc..che per fortuna però non sono siti vicino a casetta vostra ma sono tanto…tanto lontano e vicino a casa di altri…per fortuna.
    Saluti

    • Ernesto ha detto:

      Gentile dunnangall,

      premetto che non abito in una villetta ma in condominio, per quello che può interessare.
      Il fatto di abitare vicini a un impianto in progetto non credo possa vanificare alcun argomento (stiamo preparando un altro ricorso documentato, che sarà presto depositato in Provincia). Abbiamo il diritto di essere preoccupati per l’aria che direttamente respireremo, proprio perché abitiamo a poche centinaia di metri dall’Inalca. Del resto, il TAR del Piemonte ha recentemente stabilito (sentenza del 21 dicembre 2011, n. 1340) che chi si oppone alla realizzazione di un impianto a biomassa deve trovarsi in una situazione di stabile collegamento (“vicinitas”) con l’area interessata.
      Quindi, puoi opporti ma solo se sei direttamente coinvolto.
      In altre parole: proprio perché “vicino a casetta nostra”.
      Ciò detto, anche chi abita lontano può esprimere il proprio dissenso per una questione di principio, perché prende sul serio ciò che molti medici dicono da tempo riguardo i pericoli per la salute.
      Detto questo, mi rendo conto delle problematiche legate al fabbisogno energetico, ma non spetta certo ai comuni cittadini risolvere le questioni tecniche.
      A noi spetta dire: non fate cose che possano rappresentare anche solo un pericolo potenziale e magari possiamo fare nostre le parole dell’assessore regionale Muzzarelli che,
      commentando la sentenza “Eternit” così si è espresso: “Per me quello che conta è che sia stato ribadito che la salute viene prima del guadagno facile, e che non si gioca sulla pelle delle persone.
      Il cammino compiuto dalla nostra Regione in questi anni per la sicurezza sul lavoro va in questa direzione. E’ la dimostrazione più concreta di ciò che intendiamo dire quando parliamo di sviluppo sostenibile e di responsabilità d’impresa. Diritti, salute, equità. Non sono cose astratte”. Parole che lasciano ben sperare e alquanto diverse rispetto alla laconica (e imprecisa) risposta a un interpellanza in Regione riguardo l’Inalca.

  15. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Dunnangall, in questa discussione dobbiamo fare il possibile per individuare con precisione la posta in gioco. E’ vero che all’Italia manca da tempo un serio piano energetico, che pure è indispensabile, anche in conseguenza della rinuncia al nucleare (a seguito del referendum del 1987). Ed è vero che, anche per questo, la nostra dipendenza energetica dall’estero è troppo alta. Così come è vero che, negli ultimi anni, questo paese ha comunque fatto passi in avanti significativi (ma ancora insufficienti) nell’uso delle fonti energetiche rinnovabili. Idroelettrico, fotovoltaico, eolico … su queste dobbiamo indubbiamente puntare e, in particolare sul fotovoltaico, abbiamo effettivamente puntato. E progressivamente (ma troppo lentamente) stiamo riducendo la quota originata da combustibili fossili. La realizzazione di questi progetti si scontra inevitabilmente con vincoli che derivano dalla considerazione di altri “valori”. Personalmente, ad esempio, non vorrei vedere la sostituzione di colture agricole con pannelli fotovoltaici, pur essendo assolutamente favorevole all’impiego di quella tecnologia. Si possono mettere in cave in disuso (come quella dell’Italcementi a Guiglia) o sui tetti dei fabbricati, ad esempio sui tetti dei capannoni industriali, come a Vignola sta facendo da tempo Mister Web Srl:
    https://amarevignola.wordpress.com/2011/06/30/fotovoltaico-vignolese-il-contributo-di-mister-web-srl/
    La tutela della vocazione agricola del territorio deve avere la priorità sull’installazione di impianti energetici anche basati su fonti rinnovabili. Occorre dunque ricercare le giuste compatibilità. Nel caso della centrale a biomasse dell’Inalca il tema è la compatibilità tra quell’impianto, la salute dei cittadini e la vocazione a produzioni tipiche e di qualità delle aree agricole circostanti. Il tema è questo. Il che significa che l’onda della diffusione delle fonti rinnovabili (in movimento anche grazie a progetti di privati che, come nel caso Inalca, cercano legittimamente di ottenere benefici economici da questi investimenti) va incanalata in progetti in grado di offrire garanzie rispetto a tutti i fattori in campo. E qui ribadisco l’apprezzamento per il lavoro del Comitato No Impianto Biomasse Inalca perché è un attore importante per richiamare l’attenzione sui rischi connessi, sugli effetti collaterali (negativi) che potrebbero determinarsi da un progetto economicamente conveniente per il privato. Il Comitato è un potente “produttore” di attenzione, delle istituzioni e dei cittadini, che altrimenti sarebbe certamente stata più bassa, con il rischio però che gli interessi di un privato venissero perseguiti a scapito di quelli della collettività. Sappiamo infatti che le istituzioni sono “porose” in modo diverso rispetto agli interessi di poteri economici forti (e l’Inalca lo è certamente su scala locale) ed agli interessi dei singoli cittadini. Dunque ben venga questa sua azione di “allarme” e di produzione di “contro-argomenti”. Di pungolo perché le istituzioni pubbliche, preposte al rilascio dell’autorizzazione, siano davvero recettive e trasparenti ed in tal modo tutelino innanzitutto l’interesse collettivo. Per il resto la localizzazione di tali impianti non è mai cosa agevole. Prima, però, sinceriamoci che non abbiano effetti negativi (sulla salute e sul territorio) e che rispettino pienamente le norme esistenti.

    Integro con questa dichiarazione dei consiglieri regionali SEL-Verdi:
    http://www.viaemilianet.it/notizia.php?id=10088

  16. cantacann ha detto:

    Quali passi “deve fare” l’Italia sul settore delle energie rinnovabili? Come indica il rapporto dell’autorità dell energia che ho sopra linkato, il problema è proprio il contrario, che stiamo esagerando nel distribuire sussidi per incentivare in particolare il fotovoltaico.

    Leggendo le previsioni basate sulla più autorevole fonte per quel che riguarda le energie: “BP Energy Outlook 2030” si scopre che le rinnovabili difficilmente sostituiranno le fonti fossili.

    Come scrive lei: “Nel caso della centrale a biomasse dell’Inalca il tema è la compatibilità tra quell’impianto, la salute dei cittadini e la vocazione a produzioni tipiche”.
    Questo ragionamento si potrebbe estendere a tutte le tecnologie, il cui fine ultimo dovrebbe essere di darci maggiore benessere.

    Ogni tecnologia ha impatti sia positivi che negativi. Credo nessuno sostenga il contrario. Come possiamo avere la migliore tutela del benessere delle persone? Qui compresa la salute, ma anche il reddito e le ricadute del reddito sulla vita?

    Per quel che riguarda la tutela della salute cito:” il rischio però che gli interessi di un privato venissero perseguiti a scapito di quelli della collettività.”
    Trovo che in questa affermazione e nel senso generale dell’articolo e del commento vi sia un “bias”, un’attenzione per così dire rivolta principalmente da una sola parte.
    Se siamo in uno stato di diritto, allora le istituzioni devono tutelare se stesse e la legge, e farla rispettare prima di tutto.
    In secondo luogo chi dice che gli interessi privati non coincidano con quelli collettivi?
    Quante famiglie aumentano il proprio benessere e il proprio stato di salute grazie a Inalca e altre aziende che, si producono veleni, ma anche redditi, che vengono reinvestiti in alimenti, case riscaldate, e cure mediche, istruzione, etc, etc? Se posso vorrei consigliarle di leggere un libro che parla i come sia migliorata l’Italia anche grazie a queste aziende: “In ricchezza e in povertà” di Giovanni Vecchi, Il Mulino. Inoltre il famoso studio “Stiglitz -Fitoussi-Sen” sul benessere.

    Infine concordo con lei che il comitato No impianto a biomassa abbia una funzione utile positiva, infatti si tratta di un iniziativa privata di liberi cittadini che forniscono informazioni utili alla collettività. Purtroppo come già mostrato sopra, nel merito, non abbiamo per ora scoperto un piano industriale segreto per avvelenare tutti i Castelvetresi, e nemmeno qualcosa di paragonabile alla condotta delle case produttrici di tabacco o di quelle di amianto…

    Il pluralismo per noi, forse, è differente, le lobby ambientaliste sono allo stesso pari di quelle economiche e hanno la stessa legittimità. Valgono per il numero di rappresentati. Invece si tende a considerare buone e positive e buone le prime e malefiche le seconde.

  17. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Cantacann, le previsioni sull’impiego di fonti energetiche per il futuro sono un’attività decisamente incerta, specie in tempi di cambiamento (come quelli che si prospettano). Non so dirti poi quanto sia affidabile un report della BP, che ovviamente è anche parte in causa. E’ chiaro che sul come ci approvvigioneremo di energia nel 2030 conta, non poco, cosa finanziamo in termini di ricerca scientifica oggi (oltre che di “buone pratiche”). Detto questo, provo a rispondere ad una delle questioni che tu sollevi, su cui spero di essere in grado di dire qualcosa di significativo. Certo, le istituzioni debbono tutelare se stesse e la legge. Non c’è dubbio, però, che gli esiti di una procedura di autorizzazione può cambiare anche significativamente se cambiano gli attori che vi prendono parte o se alcuni attori hanno la possibilità di attivarsi e mettere in campo contro-informazioni e contro-argomenti. Ho già detto che questo è successo, ad esempio, con la vicenda Hunt Oil dove, a fronte di progetti di esplorazione simili, la procedura relativa al fiume Secchia è stata autorizzata, quella relativa al fiume Panaro no. Unica differenza la diversa capacità di mobilitazione di amministratori, comitati e cittadini che hanno enfatizzato i rischi che il territorio avrebbe corso. In secondo luogo … nessuno dice che gli interessi privati non possono coincidere con quelli collettivi. A volte è così, a volte no. Ci sono però, per legge, interessi preminenti: quello della salute, ad esempio, è uno di questi. Proprio in questi giorni la vicenda Eternit ha richiamato l’attenzione sulla responsabilità di portatori di interessi economici privati (ed anche di governi che hanno tardato a prendere atto dell’evidenza scientifica!) che hanno “sacrificato” il bene-salute dei lavoratori. Fa dunque bene, il Comitato, a richiedere un esame massimamente rigoroso della questione. Infine, possiamo equiparare un comitato di cittadini ad una lobby, ma mi sembra che in questo modo si perda almeno una differenza rilevante. L’azione del comitato è pubblica. Anzi, il comitato ottiene la sua forza dalla pubblicizzazione (e dalla mobilitazione che riesce ad indurre sollevando pubblicamente il tema del rischio per la collettività di quell’impianto). Una lobby economica, invece, non è interessata alla pubblicità sul proprio operato. Anzi, meno clamore c’è meglio è. Il modo di operare di una lobby è dunque assai diverso. Questa seleziona le informazioni da trasmettere ai decisori (e non richiede la pubblicità) e, a volte, distribuisce vantaggi economici. Il comitato pubblicizza il tema e chiede una produzione stringente di informazioni e di argomenti, al fine di testimoniare che non c’è pericolo per la salute e che non viene danneggiato il territorio.

  18. cantacann ha detto:

    Caro Andrea, ci ho riflettutto per 2 settimane , ma le rispondo:

    1) Le previsioni, sono più o meno affidabili, ovvio che nessuno conosce il futuro, quindi possono essere completamente sbagliate. Questo non vuole dire che BP, che ha maggiore interesse possibile ad avere previsioni accurate, non sia la migliore fonte sui giacimenti di energia. Se lei ne ha di migliori, le mostri, ma mi risulta che anche l’Autorità Internazionale per l’Energia ne faccia uso.
    I consumi, sono ipotizzabili, sempre a meno di scoperte tecnologiche o guerre mondiali. Parte in causa siamo tutti, chi produce e chi consuma, non ha meno interessi il vecchietto che paga la bolletta elettrica di chi la produce.

    2) Su Hunt Oil non conosco in dettaglio, ma se i lavori sono stati fermati per rischi inutili, bene così.

    3) Sui rischi, nessuno ricorda mai i rischi positivi? o Meglio i benefici?

    4) Sulle lobby economiche può essere che alcune aziende, e anche parte di organizzazioni, vedi caso Eternit, nascondano alle persone i pericoli, ma lei sembra assumere che siano tutte così, e mi da di fatto ragione, se posso permettermi, questo è un “bias”, un pregiudizio negativo su tutte le aziende, organizzazioni, e gruppi di pressione private in ambito economico.
    Eternit rappresenta tutte le aziende? Un caso di condanna non è un’eccezione, ma bensì la regola? E questo che vuole dire?
    Invece il comitato no biomasse, come i NO tav, no nucleare pubblicizzano ogni informazione rilevante?
    Mi lasci dire che dopo aver partecipato a 20 anni di ambientalismo e avere letto di temi ambientali da fonti del settore, di verità nascoste ce ne sono moltissime anche da parte di quelli che lei considera i “buoni”. Ne sono esempio i referendum che abbiamo votato nel 2011.

    • daniele ha detto:

      Buonasera Cantacann a mio avviso le conveniva riflettere per altre 2 settimane…
      n.b. questo è solo un mio pensiero .

      Daniele

  19. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ciao Cantacann, sull’affidabilità di previsioni fatte da una società che ha forti interessi nel petrolio mantengo i miei dubbi. Le riterrò credibili solo quando confermate da agenzie indipendenti. Ribadisco anche che ciò che succederà al 2030 dipende anche da come orientiamo ricerca scientifica e trasferimento tecnologico oggi, che è ovviamente un tema controverso (certamente ci sono opinioni diverse in merito tra società petrolifere, governi, lobby e movimenti ambientalisti, case automobilistiche, ecc.). Mi preme invece precisare una cosa sul punto quattro. Io ho detto che i comitati per l’ambiente non possono essere equiparati alle lobby. Ma questo non tanto per l’eventuale selettività degli argomenti, che indubbiamente c’è sia da una parte che dall’altra. Ma, invece, per la pubblicizzazione o meno dell’iniziativa. Le lobby, infatti, non hanno bisogno di rendere pubblica la loro azione, non hanno bisogno di richiamare l’attenzione sui loro argomenti. Anzi, meno è evidente (al grande pubblico) la loro azione meglio è. Dunque nel loro caso c’è sia selettività delle informazioni e degli argomenti, sia “opacità” dell’azione. Il caso dei comitati è diverso, visto che la loro azione è pubblica. Avviene nell’agorà. Tutti vedono cosa fanno, tutti possono controbattere, tutti (coloro che vogliono) possono farsene un’opinione. In questo caso è la condizione pubblica del dibattito che costringe a “filtrare” argomenti ed informazioni. Certo il grado di “razionalità” di queste discussioni dipende da più fattori, non da ultimo l’abitudine della gente a ponderare le diverse posizioni in campo. Ma non c’è dubbio che l’azione dei comitati è strutturalmente più coerente con la democraticità dei processi decisionali rispetto a quella di una lobby. Questa differenza non deve essere livellata. Anche per questo, per l’impegno a ricercare argomenti “spendibili” in un dibattimento pubblico (e che dunque possono potenzialmente convincere ogni uditore), l’azione del comitato va apprezzata. Magari invece nella definizione delle norme sulle centrali a biomasse che utilizzano sottoprodotti della macellazione di animali c’è stato l’intervento di lobby di cui noi non siamo a conoscenza. E magari questo intervento ha indirizzato le norme verso una maggiore possibilità d’azione di interessi privati a scapito dell’interesse pubblico. Non essendo pubblica l’azione delle lobbies non lo potremo mai sapere. Purtroppo.

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