Vignolesi comuni nel Risorgimento. Una mostra mancata

Sabato 1 ottobre è stata inaugurata la mostra “Una storia da incorniciare. Il Risorgimento italiano illustrato dai pittori dell’800”. Ospitata presso le Sale della Meridiana, nei locali a fianco dell’ingresso della Rocca e recentemente ristrutturati dalla Fondazione di Vignola, resterà aperta sino al 13 novembre. La mostra è stata curata dal Gruppo di documentazione vignolese “Mezaluna – Mario Menabue”, è stata finanziata dalla Fondazione di Vignola ed è inserita nel programma delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia (un programma né unitario, né caratterizzato da eventi significativi, quasi gli amministratori del territorio fossero stati colti di sorpresa dalla ricorrenza: vedi). Con grande onestà gli stessi curatori l’hanno definita una “mostra storico-didascalica”. In effetti non è nulla di più. Vi ci si trova quello che si troverebbe in un normale sussidiario di storia per le classi elementari. Solo due pannelli in più, curati dalla biblioteca comunale, su Francesco Selmi, patriota vignolese. Unico piccolo “cammeo” di storia locale. E’ un peccato. Visto che la celebrazione dei 150 anni dell’unità d’Italia poteva essere l’occasione per offrire ai vignolesi l’opportunità per recuperare un po’ di consapevolezza storica. E il fatto è che, se incaricati per tempo, gli amici della “Mezaluna” avrebbero avuto sia le competenze sia i materiali documentali per fare ben altro, per dare uno spaccato vivo della comunità vignolese degli anni attorno al 1860. E magari, collaborando con altri gruppi di cultura e storia locale, offrire un affresco non esangue di questo territorio. Comunque, il tema della “partecipazione” della comunità locale al Risorgimento è troppo intrigante. Per questo, in vista della prossima celebrazione, quella dei 200 anni, vorrei lasciare un appunto. Magari se il futuro vorrà concedere a questo comune di avere un assessore alla cultura come si deve potrà anche succedere di riuscire ad avere, in occasioni importanti come i “centenari” dell’unità di questo paese, eventi minimamente significativi, in grado di contribuire ad irrobustire la nostra fragile consapevolezza storica. Vediamo.

Uno scorcio della mostra "Una storia da incorniciare" (foto dell'1 ottobre 2011)

[1] L’11 e 12 marzo 1860 si tenne anche a Vignola il “referendum” per decidere se istituire un regno separato o se procedere con l’annessione delle province emiliane alla monarchia costituzionale di Re Vittorio Emanuele II. Al voto furono chiamati tutti i cittadini (maschi) che avevano compiuto i 21 anni e che godevano dei diritti civili (praticamente si trattò di suffragio universale maschile). Per Vignola, che allora contava con Campiglio 3.990 abitanti, gli elettori furono 1.019. Votarono in 902 (88,5%). I voti favorevoli all’annessione furono 900 (99,78%), nessuno per il regno separato, 2 voti nulli (ma nella storia vignolese di Luca Antonio Tosi del 1872 si annota che vi fu un unico voto contrario: p.97). Conviene partire da qui. Da questo risultato “più che bulgaro” del referendum del 1860 per interrogarsi sull’adesione reale della comunità vignolese agli “ideali del Risorgimento” (formula un po’ vaga) o, per essere un po’ più precisi, al progetto dell’Italia unita. L’adesione pari al 99,78% non è spiegabile in termini di convinzioni. Lo dico pur non disponendo di un accesso privilegiato alle menti degli uomini di allora. E’ spiegabile solo in termini di controllo sociale. Non c’è bisogno di rifarsi al “revisionismo” di Lorenzo Del Boca e colleghi (da ultimo il suo: Risorgimento disonorato, Utet, Torino, 2011) per mettere in dubbio la  “solidità” o la “veridicità” di questa massiccia adesione. Ma allora, che cosa pensavano “davvero” dell’annessione al Regno di Sardegna le élites e le masse di allora? Che cosa pensavano e come si collocavano, rispetto alle correnti ideali del tempo: monarchici, repubblicani di Mazzini, federalisti alla Cattaneo o semplici “entusiasti” garibaldini? Perché non c’è dubbio che una parte della società vignolese di allora si sia mobilitata per l’unità d’Italia, fino anche a pagare con la vita nelle guerre d’Indipendenza ed anche nella spedizione garibaldina del 1960. Ma chi erano? A quali strati sociali appartenevano: nobiltà, borghesia, piccola borghesia urbana, contadini, o semplicemente giovani? Cosa pensavano? Da quali motivazioni erano spinti, quali ideali? E, soprattutto, quanti erano? Una ristretta minoranza? Una larga minoranza? La maggioranza? Ecco. Iniziare a scavare per dare risposta a questi interrogativi sarebbe il modo migliore per celebrare – a Vignola – il Risorgimento ed i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Un po' di folklore con il Battaglione Garibaldino "Petronio Setti" di Crevalcore (foto dell'1 ottobre 2011)

[2] Non c’è dubbio che anche allora (come oggi; come sempre) la “comunità vignolese” fosse attraversata da opinioni diverse rispetto al sovrano legittimo e desiderabile (il Duca di Modena Francesco V? i Savoia?) od alle forme legittime di governo (monarchia? democrazia?). Forse, dunque, non è opportuno affidarsi del tutto a chi ha raccontato la storia di quegli anni essendone al tempo stesso parte in causa. Così nella Storia cronologica di Vignola ad uso delle scuole, del 1872 (autore Luca Antonio Tosi, ultimo podestà di Vignola, prima della nomina a sindaco di Alessandro Plessi, il 10 marzo 1860) l’adesione dei vignolesi al Risorgimento è indubbiamente sovrarappresentata. Già a partire dagli avvenimenti del 1848: di essi si dice che la rivoluzione di quell’anno “fu accolta da un’immensa maggioranza, ed ebbe il concorso non solo della parte più colta del paese, che la promosse, ma lo ebbe altresì, ed in una estensione veramente onorifica per Vignola, da tutta la gioventù, fra la quale in numero di 38 animosamente partirono come Volontari per le guerre dell’indipendenza, e combatterono a Governolo, a Roma, a Livorno, Ancona e Venezia: taluni vi rimasero feriti, tal’altro vi lasciò gloriosamente la vita” (p.87). E così via per tutto il periodo risorgimentale. Con riferimento alla seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, Tosi scrive ancora: “può dirsi che non fuvvi giovane atto alla guerra il quale si rimanesse neghittoso, ché la popolazione intera gli avrebbe manifestata evidente disapprovazione per la non giustificata permanenza. Perfino le donne furono esempio di patriottismo: in diversi casi animatrici alla partenza di loro cari: ordinatasi numerosa la Guardia Nazionale, sicché alle manovre di essa tornava opportuna una bandiera, vollero esse offrirla in seta a tutte loro spesa” (pp.94-95). L’impressione che si ricava da questa storiografia locale post-unitaria è quella di una marcata selettività. Una sorta di storia scritta dal punto di vista dei vincitori, ovvero delle élites borghesi che acquisirono e mantennero, nel passaggio dal Ducato austro-estense al Regno di Sardegna, il controllo sulla comunità locale. Con un’enfasi fortissima sugli episodi che confermano l’adesione popolare al Risorgimento. Ma è davvero così? Occorre affidare a ricerche approfondite (che tuttora mancano) la risposta a questo interrogativo. E sarebbe decisamente opportuno concludere tali ricerche con una mostra locale, così da offrire ai vignolesi di oggi una conoscenza non stereotipata delle vicende della comunità di ieri. Intanto qualche episodio mette in luce la presenza di opinioni diverse, anche in seno alla comunità vignolese. Ne dà conto Bernardo Soli, nello scritto Vignola dal 1831 al 1859, in Quadri di storia vignolese, Tipografia Ferraguti & C., Modena, 1933, a p. 164, dove riferisce che nel 1851 Don Giuseppe Barani, sagrestano e cappellano della Confraternita del SS. Sacramento (chiesa di San Pietro Martire), venne scoperto aver scritto nella sua “vacchetta” (che usava come registro delle messe): “Evviva Radetzky generale in capo dell’Armata Austriaca che difende l’Italia dagli assassini e framassoni che con un pretesto di difender l’Italia la devastano”. Anche episodi di delazione nei confronti dei cittadini avversi al governo ducale degli anni ’40 e ’50 furono registrati dalle cronache, come quello che vide coinvolto il Cursore Comunale di Ospitaletto, Guido Leonelli.

Silvestro Lega, Mazzini morente, 1873. Riproduzione dell'originale (foto dell'1 ottobre 2011)

[3] Il libro di Bernardo Soli sulla storia locale riporta in appendice, alle pp.185-188, l’Elenco dei vignolesi volontari nelle guerre dell’italica indipendenza (favoritoci dalla gentilezza del Signor Luigi Zanotti fu Marcello). Vi sono elencati 120 nomi di cittadini vignolesi, partecipanti da volontari alle campagne militari del 1848, 1849, 1859, 1860, 1866, 1867. Da Baldini Francesco (1859-1860) a Zurlini Domenico (1860-1866). Se consideriamo che nel 1860 i maschi con più di 21 anni, residenti a Vignola e Campiglio, erano poco più di mille si tratterebbe di un’adesione di circa il 10% della popolazione “reclutabile”. Non è affatto poco. Sappiamo decisamente poco, invece, della loro composizione sociale. Dei “garibaldini”, in generale, sappiamo che “tutte le componenti professionali ed economiche vi erano rappresentate”: “dai possidenti ai giornalieri, alle professioni liberali, con una presenza assai significativa dei gruppi artigianali e commerciali” (Cecchinato E., Camicie rosse. I garibaldini dall’Unità alla grande guerra, Laterza, Bari, 2007, p.151). Per quanto riguarda i volontari vignolesi, una prima indicazione è ottenuta da un’analisi dei titoli. Esattamente 12 su 120 sono persone “titolate” (1 Col.; 4 Ing.; 4 Dott.; 3 Avv.). Il 10%, dunque, apparteneva alle élites colte vignolesi. Da chi era composto, socialmente parlando, il restante 90%? Ad oggi non lo sappiamo. Diversi indizi fanno pensare che si tratti di “ceti urbani”, ovvero di persone che vivevano nella piccola cittadina di allora: piccoli artigiani e piccoli bottegai (tra gli arrestati a Vignola per motivi politici il 7 dicembre 1848 si parla di due ortolani, un fabbro, un camerante; cfr. Bernardo Soli, op.cit., p.159). Ed in special modo i figli di questi, i giovani, nella fase iniziale della carriera lavorativa. Non è improbabile, invece, che fosse praticamente assente o comunque fortemente sottorappresentato lo strato sociale dei contadini e dei braccianti agricoli. Forse non è lontana dal vero l’immagine di una comunità locale in cui il sentimento patriottico (e magari anche qualche embrionale idea repubblicana?) scorre lungo le linee di un minimo di alfabetizzazione, di capacità di lettura e scrittura, e soprattutto usufruisce dei più frequenti contatti che la vita nel pur piccolo borgo offre. E forse non è lontana dal vero l’immagine di una comunità locale in larga parte “politicamente inconsapevole” e che segue, anche sulla scia del mito di allora, il generale Garibaldi, una minoranza attiva che si schiera per l’Unità d’Italia e che, in una misura non trascurabile, partecipa pure attivamente a realizzarla.

Busto di Garibaldi e targa in ricordo della venuta a Vignola del generale, il 6 novembre 1859 (foto del 12 agosto 2010)

[4] Anche Vignola ha avuto il suo momento garibaldino. Lo ricorda una lapide ed un busto, del generale, ancora collocata nell’omonima via, davanti alla chiesa parrocchiale. “Giuseppe Garibaldi stette in Vignola il giorno 6 novembre 1859.” Così riporta la lapide. E forse dalla sosta vignolese del generale originò la scintilla che mobilitò qualche volontario vignolese nella campagna contro il Regno delle due Sicilie nel 1860. Sappiamo che nessun vignolese fece parte della spedizione dei “Mille” (1.089, secondo la certificazione del 1878; 1.162 secondo altre versioni) che salpò da Quarto il 5 maggio 1860. Diversi vignolesi, invece, fecero parte della “seconda ondata”, quella che si ebbe non appena giunse la notizia della spedizione garibaldina. I Mille sbarcano a Marsala l’11 maggio. Il 16 giugno una seconda spedizione, capitanata da Giacomo Medici, arriva a Palermo con 3.500 volontari. Il 16 luglio, invece, arriva dal continente la colonna Enrico Cosenz, con altri 1.200 volontari (in tutto i volontari della spedizione garibaldina arrivarono ad assommare a quasi 50.000 nei pressi di Napoli). A quest’ultima appartengono i garibaldini vignolesi (in numero di 15). Un secondo gruppo di volontari vignolesi (circa 30) arrivò quindici giorni dopo. Massimo Bazzani, presidente della “Mezaluna”, ha fornito una prima descrizione della partecipazione vignolese nella campagna garibaldina contro i Borboni (Gente di Panaro, n.2, 2000, pp.37-70), commentando le lettere inviate ai familiari di due volontari vignolesi: Antonio Zanotti e Giovanni Zagnoni. Zanotti (cugino di Giuseppe Zanotti, vignolese di nascita, anch’egli volontario garibaldino, poi divenuto farmacista a Frassinoro: vedi) morirà nel 1862 a causa di un’infezione polmonare, conseguenza della ferita da arma da fuoco ricevuta nello scontro di Cajazzo sul Volturno il 19 settembre 1860. Invece Zagnoni, al ritorno dalla spedizione, riprenderà la sua professione di avvocato. Stando al suo resoconto nessuno dei vignolesi partecipanti alla spedizione firmerà per rimanere nell’esercito piemontese. Per tutti, dunque, l’esperienza militare del 1860 sembra essere una parentesi della vita ordinaria. Terminata la “quistione d’Italia” (così il Zanotti nella lettera del 18 settembre 1860) si può riprendere la vita normale. Anche una lettura superficiale delle due serie di lettere evidenzia differenze significative. Anzitutto in merito all’appropriatezza del linguaggio: molto più sofisticato e retorico quello dello Zagnoni, avvocato, rispetto a quello meno “riflessivo” e più sgrammaticato dello Zanotti (evidentemente appartenente ad un ceto inferiore). Ma c’è un secondo aspetto che colpisce ancora di più. Solo nelle lettere dello Zanotti (che sa sì scrivere, ma non appartiene alle élites colte) si trovano espressioni di un coinvolgimento emotivo e manifestazioni di entusiasmo per Garibaldi – quasi a testimoniare la presa su di lui del “mito” del generale, mentre la prosa dello Zagnoni sembra riflettere un maggiore distacco. “Evviva il nostro generale Garibaldi che è quello che libererà l’Italia” scrive Zanotti il 22 luglio 1860 da Milazzo. “Viva l’Italia e Garibaldi il dio in terra” – così il 18 settembre da Napoli. Ed ancora: “Evviva Garibaldi vincitore di tutta l’Italia”, il 3 novembre da Capua (ancora convalescente dopo la ferita). Un terzo aspetto che emerge da queste lettere, forse un punto di osservazione troppo angusto, è comunque l’assenza di alcun riferimento al dibattito politico che pure allora era presente, ma forse toccava assai poco il grosso dei volontari: annessione al Regno di Vittorio Emanuele II, stato autonomo, stati federati, monarchia, repubblica, ecc. L’unico tema presente è l’Unità d’Italia. Zanotti scrive il 18 settembre 1860 da Napoli: “questa volta è quella che si termina la quistione d’Italia”. Si ha l’impressione che tali questioni “politiche” riguardassero davvero cerchie assai ristrette. E che ciò che invece mobilitò schiere di giovani e di non più giovani fu semplicemente l’avvertire la possibilità concreta di “fare l’Italia”.

Francesco Selmi (1817-1881) e la famiglia in una foto ora del Fondo documentario F.Selmi della biblioteca di Vignola (foto dell'1 ottobre 2011)

[5] “E però, senza Mazzini e Garibaldi, e le due generazioni di giovani da loro interpretate e guidate, che possibilità rimarrebbe di capire qualcosa del Risorgimento?” Così scrive Mario Isnenghi, storico, nel suo Garibaldi fu ferito (p.28). Ecco. Anche per questo sarebbe importante ricostruire, a livello locale, i reticoli sociali e culturali che hanno diffuso il “mito garibaldino” e che hanno spinto un numero non trascurabile di vignolesi a sentirsi tanto coinvolti nella “quistione d’Italia” da partire volontari nelle guerre d’Indipendenza e nelle campagne garibaldine. Dietro a questo post, ovviamente, non c’è una pretesa storiografica. Su queste vicende locali il lavoro di ricerca storica rimane in larga parte da compiere. L’intento è invece quello di formulare domande interessanti, che possono restituirci una comprensione del “nostro” Risorgimento produttiva anche per le vicende attuali del nostro paese. E mettere anche in luce il fatto che, partendo per tempo, si poteva davvero costruire un evento, per i 150 anni dell’Unità d’Italia, che offrisse ai vignolesi d’oggi di comprendere qualcosa di più della “comunità” di 150 anni fa. Come nel caso di Zanotti (sia Antonio che Giuseppe) e di Zagnoni, non c’è dubbio che almeno alcuni dei 120 volontari vignolesi hanno lasciato documenti (lettere, fotografie, cimeli) che gli eredi avrebbero potuto mettere a disposizione per una mostra locale volta a restituirci la quotidianità di allora, il modo in cui le idee del Risorgimento penetrarono nella comunità locale e le aspettative (in parte realizzate, ma assai spesso frustrate) nutrite verso la patria in costruzione. L’Italia del futuro (di allora). E’ un peccato che non si sia colta l’occasione della celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia per realizzare a Vignola e nel territorio dell’Unione Terre di Castelli un adeguato lavoro di ricerca storica e di coinvolgimento dei tanti privati cittadini che custodiscono i documenti e le testimonianze di allora nell’allestire un’adeguata rappresentazione di quel periodo. Ora toccherà aspettare la cerimonia per i 200 anni. Come anticipavo all’inizio, è la conseguenza del non disporre di un assessore alla cultura all’altezza. Peccato.

Scorcio della mostra "Una storia da incorniciare" (foto dell'1 ottobre 2011)

PS “Garibaldi fu ferito / fu ferito a una gamba / Garibaldi che comanda / che comanda i suoi soldà”. Chi non l’ha cantata da piccolo? Il riferimento è al 29 agosto 1862, quando alle quattro del pomeriggio Garibaldi fu ferito al piede destro nello scontro con le truppe piemontesi sull’Aspromonte, inviate ad arrestare la sua marcia su Roma (qui una ricostruzione: vedi). Dopo l’eroica spedizione dei Mille, l’umiliazione dell’Aspromonte. Pochi sanno che dietro a questa vicenda sta un piccolo episodio della medicina del XIX secolo, in difficoltà nel curare la ferita che Garibaldi riporta al malleolo. Tanto che per un certo periodo si teme di dover amputare la gamba del generale. Al capezzale di Garibaldi vengono chiamati i più illustri clinici e chirurghi dell’epoca, tra cui il bolognese Francesco Rizzoli (quello che con il suo lascito promosse la realizzazione dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, poi inaugurato nel 1896). Ma non sarà Rizzoli a risolvere il “caso Garibaldi”, bensì un chirurgo francese, Auguste Nélanton. Nell’articolo di Antonio Alfano (Corriere della Sera dell’11 settembre 2011: pdf) la vicenda è ricostruita in dettaglio. Un piccolo contributo alla conoscenza del nostro Risorgimento, fatto non solo di date, battaglie ed eroi.

Bibliografia minima:
Massimo Bazzani, “Lettere di due volontari vignolesi con Garibaldi nell’impresa dei Mille (Zanotti Antonio, Zagnoni Giovanni)”, in Gente di Panaro, n.2, 2000, pp.37-70.
Eva Cecchinato, Camicie rosse. I garibaldini dall’Unità alla grande guerra, Laterza, Bari, 2007.
Giuliano Grandi, “Il Comune di Vignola nella transizione tra Ducato Austro Estense e Regno di Sardegna (1859-1860)”, in Gente di Panaro, n.12, 2010, pp.5-30.
Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, Donzelli, Roma, 2007.
Bernardo Soli, Vignola dal 1831 al 1859, in Quadri di storia vignolese, Tipografia Ferraguti & C., Modena, 1933.
Luca Antonio Tosi, Storia cronologica di Vignola ad uso delle scuole, Vignola, 1872.

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