Verso la Conferenza regionale del volontariato. Riflessioni sul rapporto tra volontariato ed enti locali

Sono in corso nelle diverse province dell’Emilia-Romagna alcuni incontri di preparazione (vedi) alla VIIa Conferenza regionale del volontariato che si terrà il 26 novembre a Bologna in via della Fiera 8 (terza torre, sala A) (qui il documento preparatorio). A Modena tale incontro “preparatorio” è in programma sabato 8 ottobre, dalle 9.30 alle 13.30, presso la Sala Palazzina Pucci, in via Canaletto 110 a Modena (vedi). Il Comitato Paritetico Provinciale di Modena (organo della Provincia: vedi), con il supporto organizzativo del Centro Servizi per il Volontariato di Modena, ha ritenuto importante promuovere il confronto con le associazioni nei territori dove operano, su alcuni temi rilevanti per il volontariato e per le comunità nelle quali opera (vedi). Tra questi temi vi è anche quello del rapporto tra enti locali e volontariato. Avendo partecipato, in rappresentanza della Libera Associazione Genitori (LAG), all’incontro nel distretto di Vignola del 29 settembre scorso, ho provato in quella sede a riflettere criticamente sugli organi di “partecipazione” del volontariato che enti locali ed aziende pubbliche (penso all’azienda sanitaria locale) hanno predisposto in questi anni, anche sulla base di norme di legge volte a “valorizzare” (secondo alcuni) o ad “ingabbiare” (secondo altri) l’azione di tutela e di advocacy del volontariato. Ecco qua.

Piero della Francesca, Madonna del parto, 1450-1455 (Monterchi, AR - 22 aprile 2011)

[1] Negli ultimi vent’anni le associazioni di volontariato hanno accolto le proposte di partecipazione che le istituzioni pubbliche offrivano loro (anche sulla base di norme di legge) tramite “organi di partecipazione”, “consulte”, “comitati paritetici”, ecc. Se mi guardo attorno vedo infatti un Comitato Paritetico Provinciale (CPP) in cui siedono rappresentanti degli enti locali (in genere assessori alle politiche sociali) e rappresentanti del volontariato dei diversi distretti e che dovrebbe assicurare la partecipazione del mondo del volontariato alla definizione delle principali politiche di settore. Vedo il Comitato Consultivo Misto (CCM), istituito dall’azienda sanitaria e presente in ogni distretto (anche a Vignola), incaricato di portare la voce del volontariato sanitario nella programmazione, valutazione e miglioramento dei servizi sanitari. Vedo “consulte” del volontariato di livello comunale, in genere impostate come organi dell’amministrazione comunale per raccogliere opinioni e suggerimenti del volontariato sulle politiche di settore (diverso è invece il caso della Consulta del Volontariato vignolese che, intelligentemente, si è organizzata come una sorta di associazione di associazioni, piuttosto che come organo consultivo dell’amministrazione). Vedo anche un Comitato Consultivo degli Utenti del trasporto pubblico, sia a livello provinciale che regionale (CRUFER).

Piero della Francesca, La Resurrezione di Cristo, 1450 circa (Sansepolcro, AR - 22 aprile 2011)

[2] Questo armamentario di “strumenti” partecipativi non ha prodotto i risultati attesi – di certo non per il mondo del volontariato. La possibilità di ottenere ascolto e di influire sui processi decisionali, sull’allocazione delle risorse e sull’organizzazione dei servizi (tutti pre-requisiti della qualità) è risultata praticamente inesistente. Spesso i volontari percepiscono la strumentalità di questi tavoli partecipativi (volti più ad “addomesticare” o “sterilizzare”, che a “valorizzare”) che finiscono pertanto per generare frustrazione e disincanto. E’ opportuno dunque interrogarsi sul modo in cui enti locali ed aziende pubbliche hanno organizzato la “partecipazione” del volontariato. Il fatto è che questi strumenti di partecipazione riproducono quelli usuali adottati nel rapporto tra enti pubblici e “portatori di interessi” (particolaristici): associazioni economiche e di categoria, organizzazioni sindacali, lobbies. Si configurano cioè come tavoli consultivi-concertativi. Alla possibilità di confronto con le istituzioni pubbliche, con l’ente locale, accedono però solo realtà “privilegiate” (attori collettivi, realtà associative, organizzazioni). Rappresentanze di interessi. L’atteggiamento dominante, pertanto, è quello della negoziazione. Più si è in grado di esercitare potere di veto o di consenso elettorale, più si ottiene ascolto. Forse è giunto il momento che il mondo del volontariato prenda atto che questi strumenti non gli sono congeniali. In ogni caso sarebbe bene che il volontariato si interrogasse sull’efficacia della “strategia” sin qui seguita nel rapporto con gli enti locali e le istituzioni pubbliche. Probabilmente affinché essa funzioni debbono essere soddisfatti requisiti che oggi non lo sono. Mi riferisco tanto alla scarsa presenza di “ascolto intelligente” da parte degli enti locali, quanto alla mancanza di competenze nel volontariato sui processi politico-amministrativi (per cui rimangono sempre interventi “spot”), quanto alla frammentazione ed eterogeneità della galassia-volontariato che lo rende assai difficilmente “rappresentabile”. E che difficilmente lo potranno essere in un prossimo futuro. Allora forse serve un gesto di coraggio del volontariato, rinunciando ad una modalità di rapporto con l’ente locale che gli riconosce un briciolo di “potere”, ma che risulta in genere improduttiva.

Piero della Francesca, Polittico della Misericordia, 1445-1462 (Sansepolcro, AR - 22 aprile 2011)

[3] C’è un’alternativa? Direi di sì. Occorre che il volontariato rinunci a chiedere “tavoli” ad hoc. Occorre che il volontariato non pretenda un canale preferenziale di influenza sulle decisioni pubbliche (per poi sperimentare comunque un senso di impotenza). E chieda invece che tali canali di ascolto, confronto e di “influenza” siano messi in atto e rivolti all’intera cittadinanza! Un volontariato che si fa portavoce delle esigenze di rinnovo della democrazia locale, chiedendo agli enti locali impegni concreti in termini di (1) trasparenza dei processi decisionali; (2) rendicontazione delle politiche locali; (3) sviluppo degli istituti di partecipazione dei cittadini (es. istruttoria pubblica, bilancio partecipativo, revisione dell’istituto del referendum cittadino, ecc.). E’ chiaro che in questo modo il volontariato verrebbe a perdere quel piccolo privilegio di cui oggi gode per il fatto di essere invitato ai “tavoli” promossi dell’ente locale (che però, come esso per primo riconosce, non hanno portato a risultati significativi), ma potrebbe innescare un processo di apprendimento collettivo a cui anch’egli parteciperebbe assieme a tutta la comunità vignolese. Pensiamo ad un “discorso pubblico” in cui richiamare comuni ed Unione Terre di Castelli (ma anche la “società civile”) ad un più forte impegno nella tutela o promozione dei diritti di quelle categorie che oggi non hanno “rappresentanza” alcuna, come, ad esempio, i minori in situazione di disagio sociale ed in special modo i minori stranieri. Forse, facendosi promotore di nuovi strumenti di “democrazia locale”, il volontariato può riuscire ad esercitare un po’ di influenza verso gli enti locali (ed i loro processi decisionali sui servizi e sull’allocazione di risorse), ma anche verso la comunità entro cui opera. Al fragile potere della testimonianza (del fare concretamente) verrebbe ad aggiungere il fragile potere dell’appello e del discorso pubblico. Entrambi “poteri” fragili, perché basati sulle convinzioni, ma indubbiamente tenaci.

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