Test di ammissione all’università. Ancora una volta l’inefficienza delle istituzioni si scarica sui più deboli: gli studenti.

E’ risaputo che l’Italia non è paese per giovani (e neppure per donne; e neppure per vecchi se non autosufficienti). Per chi è giovane oggi tanto la “carriera” scolastica, quanto l’inserimento nel mondo del lavoro si configurano come un percorso ad ostacoli. La scuola non è più da tempo in grado di ridurre le disuguaglianze sociali ereditate dalla famiglia e la sua performance educativa (la capacità di insegnare) è tutt’altro che soddisfacente (come testimoniano i confronti con altri sistemi scolastici effettuati grazie ai test OCSE-PISA: vedi). Il valore stesso dello studio è sempre più messo in discussione sia da una diffusa cultura “edonista” (così la si chiamava all’inizio degli anni ’80), sia dal progressivo accumularsi di “disfunzioni” nel sistema educativo – tanto che proprio in questi giorni Ilvo Diamanti, provocatoriamente, scrive: “cari ragazzi, cari giovani: non studiate! Non nella scuola pubblica, comunque” (vedi). E’ un segno di questo malessere anche la riduzione delle percentuali dei 19enni che si iscrivono all’università (passati dal 56,5% del 2003 al 47,7% del 2009: come ricorda Luca Ricolfi su Panorma del 6 luglio 2011: vedi). A ciò si aggiunge un inserimento lavorativo che per i più è all’insegna della precarietà (ed oggi, in realtà, della disoccupazione!). In questo quadro di tribolazioni, si inserisce anche l’accesso all’università: con i test di ammissione anche la scelta del corso di laurea universitario è divenuta un passaggio impegnativo (in cui giocano un ruolo non trascurabile anche fattori che nulla hanno a che fare con il merito). Ed è proprio da questo elemento, se volete marginale, che vorrei partire per sviluppare qualche considerazione pertinente anche per il livello locale. Anche l’assessore alla scuola del comune di Vignola e dell’Unione Terre di Castelli può ed anzi deve fare qualcosa per cercare di migliorare il funzionamento del sistema scolastico ai “piani alti” (istruzione superiore ed università), pur non avendo competenze dirette in materia. Specie se si vuole dare un contributo per far sì che non vengano caricate sulle spalle delle giovani generazioni anche questi aspetti di non funzionamento del sistema-paese. Vediamo.

Tobia Ravà, I-TAL-YA, Isola della rugiada divina, 2011. Opera esposta alla 54a Biennale d'arte di Venezia (foto del 26 agosto 2011)

[1] Per iscriversi all’università oggi in Italia occorre superare una prova a test, mentre il voto di maturità (con pochissime eccezioni) è ininfluente. Per alcuni corsi di laurea la prova selettiva è definita dal Ministero ed è unica a livello nazionale: oggi, 5 settembre, è il giorno della prova d’ammissione per Medicina ed Odontoiatria. Seguono Veterinaria (6 settembre), Architettura (7 settembre), Professioni sanitarie (8 settembre), Scienze della formazione primaria (10 ottobre). In altre aree, come Psicologia, Economia, Scienze giuridiche, Biologia, Farmacia o Comunicazione il numero programmato si trova solo in alcune sedi (qui, dal Corriere di Bologna, la situazione all’Università di Bologna per l’anno accademico 2011/2012: vedi; qui invece la situazione dell’Università di Milano: vedi). Succede che i corsi universitari più richiesti sono anche i più selettivi. Per l’accesso a Medicina, ad esempio, a Bologna si sono iscritti al test in 2.937 per 363 posti (il 12% degli aspiranti medici). E succede anche che il numero dei corsi a numero chiuso sia in aumento, per cui il superamento del test di ammissione diventa praticamente la modalità normale di accesso all’università. E’ razionale tutto ciò? Ovvero, serve davvero a selezionare i migliori e ad indirizzarli verso quelle discipline rispetto a cui sono più promettenti? No, purtroppo non è così. Innanzitutto bisognerebbe chiedersi perché i test di ammissione sono previsti per alcuni corsi di laurea, ma non per tutti. Già, perché? Perché per l’ingresso a Medicina serve il test e per Agraria o Scienze Politiche no? Prima che qualcuno provi ad arrampicarsi sugli specchi con argomentazioni sul “valore” delle diverse professioni e dunque lauree (in sé; per la società; ecc.) o simili, conviene dire che molto probabilmente il vero argomento sta nella presenza di agguerriti ordini professionali che preferiscono un collo di bottiglia a monte piuttosto che il rischio di una crescita della concorrenza a valle. A parte questo, occorre però chiedersi se i test di ammissione sono strumenti efficaci per la selezione (ed efficienti dal punto di vista sociale). Personalmente trovo convincenti le argomentazioni sviluppate da Paolo Balduzzi e Andrea Monticini su lavoce.info (vedi) che osservano, innanzitutto, che le università italiane predispongono test di ammissione (oltre agli obblighi di legge) “perché il voto dell’esame di stato non viene percepito come un valido indicatore”. E qui i giovani di oggi pagano una prima volta. Poiché il voto della maturità non è ritenuto affidabile (e di chi è la responsabilità di ciò? dei giovani?) i giovani che vogliono iscriversi all’università debbono sottostare ad un test di ammissione. Ma neppure questo test di ammissione è costruito in modo razionale. Non lo è per il test di ammissione a Medicina (definito “uno spreco di capitale umano”, anche nella nuova versione 2011: vedi1 e vedi2) e per gli altri test nazionali. Ancora meno lo è per quei test disegnati dalle singole università. Faccio l’esempio dei corsi di laurea triennali in Psicologia in cui, per vicende familiari, ho acquisito una certa expertise. A Cesena (Unibo), Padova ed Urbino i test di ammissione sono disegnati in modo diverso. A Cesena il 25% delle domande sono di “cultura generale” il che può voler dire che vi viene richiesto chi ha vinto Sanremo nel 1960 o quale film ha vinto l’Oscar nel 2010. Temi fondamentali per saggiare l’attitudine a fare lo psicologo! A Padova (più coerentemente) le cento domande sono suddivise tra abilità logiche, matematica, scienze umane e sociali, fisica chimica e biologia. In nessuna delle due università, tuttavia, viene minimamente considerato il voto ottenuto all’esame di maturità. Questo è invece tenuto in considerazione a Urbino (incide per il 40%) dove contribuisce al voto del test assieme a domande di cultura generale e capacità logiche. In questi casi, poiché le date dei test sono diversi da università ad università, gli aspiranti studenti si iscrivono in genere a prove presso più sedi, così da accrescere le chances di ammissione. Ogni prova però costa, non solo in termini di preparazione (come abbiamo visto le materie sono diverse e sono diversi pure i meccanismi di calcolo del punteggio), ma anche economicamente (per sostenere il test di ammissione si paga dai 25 euro di Urbino ai 60 di Cesena; inoltre c’è il costo del viaggio: auto o treno). Il risultato è uno “stormo” di studenti che si sposta da test a test, da sede a sede nel tentativo di centrare un punteggio utile, visto che in genere si riscontra un eccesso di domanda rispetto ai posti disponibili (a Padova, ad esempio, al test del 31 agosto erano in più di 2.100 per 800 posti). Non meno di 250 euro per sostenere tre prove di ammissione – anche questi vanno conteggiati tra le inefficienze del sistema (e come sempre le inefficienze del sistema pubblico generano opportunità per il mercato privato: vi sono noti istituti “formativi” privati che oggi offrono corsi intensivi di preparazione ai test di ammissione! E si è pure sviluppato il settore “manualistica” per i test, vero business agostano di molte librerie!). Se guardiamo ai risultati dei test (quelli per l’ammissione a Psicologia sono stati pubblicati oggi sia dall’università di Padova che da quella di Bologna-Cesena) è difficile sottrarsi all’impressione che tali test siano anche una “lotteria”. La distribuzione dei risultati assume la forma di una gaussiana ed un numero molto alto di studenti (verso la sommità della curva) ha un punteggio che si differenzia di decimi o centesimi di punto. Un punto (1/100) di differenza nei pressi del valore “soglia” per l’ammissione segna una differenza drammaticamente significativa e questo può essere generato da domande di scarsissima rilevanza ai fini della verifica della preparazione degli studenti (prendo come esempio il test per l’accesso al corso di Scienze psicologiche cognitive e psicobiologiche di Padova: l’ultimo ammesso, 200°, ha un punteggio di 46,13, ma con punteggio tra 40 e 49 vi sono ben 277 studenti! In tutto i partecipanti sono stati 760). Insomma, a pensarci un attimo risulta evidente che il test di ammissione è il costo che l’inefficienza del sistema scolastico scarica sugli studenti e sulle famiglie e non garantisce neppure una selezione razionale!

Una vignetta di Sergio Staino alla 54a Biennale d'arte di Venezia (foto del 26 agosto 2011)

[2] Ci sono alternative? Certamente sì. Sempre ammesso che si debbano “selezionare” gli ammessi all’università (ed una discussione seria andrebbe fatto innanzitutto su questo) la prima soluzione disponibile è migliorare l’attendibilità del voto all’esame di maturità e dunque utilizzare questo per determinare eventuali graduatorie per l’ammissione all’università. Oggi l’esito dell’esame di stato risente troppo di fattori locali. Voti identici (es. un 70) possono nascondere diversi livelli di preparazione (in diversi istituti) e voti diversi (es. un 75 e un 85), presi in istituti diversi, potrebbero in realtà “nascondere” livelli di preparazione analoghi. Il ministro dell’Istruzione ha annunciato proprio in questi giorni una prospettiva di riduzione della discrezionalità, con la standardizzazione di almeno una parte dell’esame di stato (tramite la somministrazione dei test Invalsi). Se l’operazione riuscisse si potrebbe far pesare il voto di maturità nei test di ammissione per le facoltà a numero chiuso (vedi). E se invece proprio si deve ricorrere ad un test di ammissione è bene che questo avvenga su scala nazionale, magari su più sedi, ma con strumenti di valutazione identici e con la formazione di un’unica graduatoria (vedi). Insomma, forse queste proposte sono da perfezionare, ma è certo che l’attuale sistema fa pagare gli studenti – l’anello debole tra istituzioni universitarie, sistema scolastico, ordini professionali. Altro che centralità dell’utente! Come spesso succede l’utente è in posizione di debolezza e dunque i costi (le inefficienze altrui) sono scaricati su di lui. Per questo non sarebbe male se le forze politiche (di governo o di opposizione) riconoscessero il problema e provassero a correggere le attuali storture del sistema. Anche il PD potrebbe fare un gran figurone se identificasse con precisione il problema e se formulasse una proposta per “risolverlo”. Peccato che nel documento programmatico su Università e Ricerca non ci sia una parola sulla questione dei test di ammissione all’università e sulle facoltà a numero chiuso (vedi).

Stefano Mosena, Caino e Abele, 2009. Opera esposta alla 54a Biennale d'arte di Venezia (foto del 26 agosto 2011)

[3] Anche gli amministratori locali (assessore alla scuola dell’Unione, del comune di Vignola e dei comuni limitrofi) potrebbero non stare con le mani in mano di fronte ad una tale situazione. In primo luogo riconoscendo l’importanza del tema della “valutazione degli apprendimenti” (rilevante sia sul piano individuale – come abbiamo visto, se fossimo in grado di rendere meno discrezionali le valutazioni dell’esame di maturità vi sarebbero maggiori chances di utilizzare il voto dell’esame di stato ai fini dell’ammissione all’università, superando i test di ammissione o riducendone la portata – sia su quello del sistema, consentendo di misurarne la performance complessiva nonché dei singoli istituti) e dunque stimolando una “cultura della valutazione” negli istituti di istruzione superiore del territorio. Connesso a questo vi è il tema dell’orientamento scolastico, ad esempio rispetto alla scelta universitaria. Oggi le attività svolte dalle scuole medie superiori sono ampiamente insufficienti – vi sono ampi spazi di miglioramento (che richiedono idee, prima che risorse). Si tratta di un tema che riguarda circa 150-200 studenti vignolesi ogni anno. Se si vuole fare qualcosa per le giovani generazioni si affronti seriamente anche questo aspetto. E’ vero che la competenza sulle scuole medie superiori è della provincia, ma già oggi ci sono accordi “a tre” (provincia, Unione, scuole superiori) che testimoniano della possibilità di coinvolgere anche gli enti locali del territorio dell’Unione nell’affrontare queste tematiche. Oltre a ciò vi sono i canali politici da attivare: fossi un amministratore locale coglierei ogni occasione possibile per fare pressione e far percepire il problema ad amministratori e politici del livello superiore (amministratori provinciali e regionali, parlamentari). Molti esperti del settore considerano assolutamente inefficienti (ed inefficaci) gli attuali dispositivi di selezione degli ammessi all’università (a numero chiuso) (vedi). Essi generano costi economici e sociali che vengono scaricati sugli studenti e le loro famiglie. E’ ora di segnalare con forza anche questo problema! Non essendo molto fiducioso nell’iniziativa degli amministratori locali intanto mi sono iscritto su facebook al gruppo “aboliamo i test d’ammissione alle facoltà universitarie” (vedi). L’esperienza dell’estate 2011 mi ha sensibilizzato al tema (a proposito: mia figlia Anna ha saputo oggi di aver superato il test di ammissione a Psicologia a Padova ed ovviamente abbiamo festeggiato – ciò non toglie che io continui a ritenere assurdo il sistema).

2 Responses to Test di ammissione all’università. Ancora una volta l’inefficienza delle istituzioni si scarica sui più deboli: gli studenti.

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Stupefacente la capacità delle istituzioni italiane di produrre iperboli. E’ andata sui giornali, nei giorni scorsi, l’Università La Sapienza di Roma per il test di ammissione alla Facoltà di Medicina. Tra i quiz della sezione “cultura generale” (sic!) c’era infatti il seguente: “Nei pressi del liceo Tacito di Roma si trova la grattachecca di Sora Maria, molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare quali sono i gusti tipici serviti?”. Sì, non è uno scherzo. Una delle domande del test era questa! E giustamente è stata segnalata dagli studenti alla pubblica opinione tramite i quotidiani. Per chi non conosce il gergo romanesco la “grattachecca” è la granita, ovvero il produttore di granite. Il quesito, come gli altri, era a risposta multipla. Uno dei quesiti per la scelta dei futuri medici. Ancora più stupefacente, però, è stata la risposta del rettore dell’Università La Sapienza di Roma, intervistato in merito all’inserimento della domanda (decisa da un’équipe di docenti) nel test di ammissione. Luigi Frati, questo il nome del Rettore (prendete nota), ha infatti risposto: “Disorientare fa bene. Un infermiere o un medico devono saper prendere decisioni rapide anche davanti a situazioni impreviste o sconosciute.” Capito? Qui il testo dell’articolo:
    http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/09/09/news/sapienza_tra_i_quiz_d_ammissione_spunta_il_quesito_sulla_grattachecca-21418465/
    Secondo un articolo della rassegna stampa FLC-CGIL, sempre Luyigi Frati, Rettore, avrebbe risposto anche: “Era una domanda a cui avrebbe saputo rispondere anche un coglione, solo una delle quattro risposte possibili aveva un senso logico, perché nelle altre erano inseriti dei gusti improbabili, come zabaione o cioccolato.” Vedi:
    http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/la-grattachecca-e-il-titanic-quando-l-esame-e-una-follia.flc
    Se la sarebbe cavata meglio dicendo: “abbiamo commesso una leggerezza, non terremo conto delle risposte a questa domanda”. Ovviamente questo è un caso clamoroso ed in quanto tale richiama su di sé l’attenzione (e lo stupore) dell’opinione pubblica. Sarebbe comunque un errore pensare che basterebbe assicurarsi che domande del genere non vengano inserite nei test di ammissione per l’università. Il fatto vero è che questi, per le ragioni esposte nel post, NON SONO IN GRADO di selezionare i migliori (tranne forse il primo decile). E’ la conferma suprema che le incapacità ed inefficienze delle istituzioni vengono scaricate sugli utenti (gli studenti). Che nessuno in Italia intervenga a fronte di tali episodi (ci fosse un vero Ministro dell’Istruzione e dell’Università aprirebbe almeno un’inchiesta) è un segnale del degrado delle istituzioni in questo paese.

    PS 16 settembre 2011: Sul sito LaRepubblica.it i risultati del test di ammissione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza di Roma, in cui era inserita anche la domanda sulla “grattachecca della SorA Maria”.
    http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/09/16/news/la_sapienza_test_ammissione_56_risposte_esatte_a_domanda_grattachecca-21752805/

    PPS Vedi anche la pagina “Test di ammissione 2011” su facebook:
    http://www.facebook.com/Ammissione2011

  2. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Cala il numero degli iscritti all’università italiana.
    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/01/14/news/la_grande_fuga_dall_universita_-130049854/
    Nell’anno accademico 2012/2013 (fonte: MIUR) gli iscritti erano 1.709.408. Nell’anno accademico 2015/2016 sono calati a 1.641.696. Dunque circa 68mila in meno. Certo nel frattempo auymentano gli immatricolati (iscritti al primo anno), ma solo di 7mila unità: da 253.848 (a.a. 2012/2013) a 260.755 (a.a. 2015/2016).

    Crescono però – in palese contraddizione – il numero delle università che nei propri corsi di laurea, ora sempre più anche in materie umanistiche, introducono il “numero chiuso”. E’ notizia di questi giorni l’episodio dell’Università Statale di Milano. Non è paese per giovani – già lo si sapeva. Un paese che non trova nulla di meglio che far pagare ai giovani, alle giovani generazioni, la propria incapacità di organizzare gli studi universitari. Servirebbe davvero una mobilitazione generale. Servirebbe davvero una presa di posizione della politica.
    http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/05/23/news/milano_statale_numero_chiuso-166196189/

    Negli stessi giorni (Gazzetta di Modena del 20 maggio 2017, pag.27) il Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Angelo O. Andrisano, afferma: “occorrerebbe mettere a numero chiuso le facoltà umanistiche del nostra ateneo”. Benvenuti giovani!

    “L’assenza di cambiamenti strutturali è da imputare principalmente alle scarse risorse messe a disposizione: nel 2015, la spesa pubblica per istruzione terziaria sul Pil è rimasta ferma allo 0,4 per cento, mentre gli altri paesi dell’Unione spendono in media l’1,1 per cento, quasi tre volte tanto.”
    Qui un’analisi delle prospettive al 2020 pubblicata su LaVoce.info:
    http://www.lavoce.info/archives/46745/italiani-poco-istruiti-anche-nel-2020/

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