Centrale di cogenerazione ad olio di colza: ecco come sarà

Ricevo dall’Arch. Flavio Quintavalli, uno dei progettisti, questa foto di una centrale di cogenerazione ad olio di colza dello stesso tipo di quella oggetto della richiesta di autorizzazione alla costruzione e gestione avanzata dalla società Boschi Gino Srl di Vignola. E’ un contributo alla conoscenza del progetto, vista la discussione in atto sia su questo blog (vedi) sia tra le forze politiche in relazione alla deliberazione consiliare che formalizza le valutazioni del comune di Vignola (assunta nella seduta del 25 maggio scorso). L’autorizzazione sarà rilasciata dalla Provincia di Modena in base all’esito dei lavori dell’apposita Conferenza dei servizi (la prossima seduta è programmata per il 30 maggio) a cui partecipa, tramite un proprio funzionario incaricato, anche il comune di Vignola.

Una centrale di cogenerazione ad olio di colza come quella del progetto vignolese

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One Response to Centrale di cogenerazione ad olio di colza: ecco come sarà

  1. sergio smerieri ha detto:

    allegoo un contributo preso da Il fatto inattesa che si aggiungano cotributi al dibattito.

    Nuove energie, i biocombustibili rischiano
    di essere più inquinanti di quelli fossili
    Secondo Legambiente “Entro il 2020 l’Italia produrrà fino a 5,2 milioni di tonnellate di CO2 l’anno”. Per questo la nuova frontiera delle energia ha la necessità di essere regolamentata. Anche perché il mercato dei biocarburanti è il più promettente
    Rimedio peggiore del male? Sì, se per produrre combustibili “ecologici” si aumenta l’inquinamento. Servono urgenti norme che regolino l’uso di suolo associato alla produzione di biocarburanti. Che, ironia della sorte, nel 2020 potrebbero risultare fino al 167% più inquinanti dei combustibili fossili che sostituiranno. I guasti ambientali sarebbero dovuti innanzitutto alle grandi quantità di fertilizzanti chimici utilizzati nelle monocolture ed al massiccio uso di energia nelle fasi di trasformazione. Ma anche al fatto che i prodotti agricoli “rimpiazzati” verrebbero comunque coltivati altrove. Una tendenza che potrebbe fare aumentare ulteriormente le emissioni di gas serra a causa del trasporto ed immagazzinamento di questi alimenti, nonché trasformare una quantità di terreni che, solo in Europa, sarebbe pari a 69.000 kmq: circa due volte la superficie del Belgio.

    Lo denunciano Legambiente e Chimica Verde: “Entro il 2020 l’Italia sarà il quarto produttore in Europa di gas serra legati ai biocarburanti, con una produzione di emissioni che potrà variare dai 2,6 ai 5,2 milioni di tonnellate di CO2 l’anno”. La riconversione di terreni, primo obiettivo delle critiche delle due associazioni ambientaliste, interesserebbe solo in Europa una superficie pari a quasi il 20% dell’Italia. Terreni che, secondo uno studio realizzato dall’Institute for European Environmental Policy, nel 92% dei casi erano in precedenza destinati alla produzione di cibo.

    Il mercato dei biocarburanti sembra uno dei più promettenti. Nel 2020, nel vecchio continente, il biodiesel dovrà infatti rappresentare il 10% dei combustibili per i trasporti. Un fatto che, però, nell’arco di poco tempo potrebbe provocare quello che viene definito “un cambio indiretto d’uso del suolo”: si convertono intere colture alla produzione di biocarburanti, con ingenti danni all’ambiente.

    La voracità di territorio da destinare alla produzione di biocarburanti, inoltre, non si ferma alla riconversione delle colture. Reperire superfici così vaste di terreni può portare, come è già avvenuto in alcune parte del globo (Papua Nuova Guinea, Costa d’Avorio, Uganda e soprattutto Indonesia, diventata in pochi anni il quarto Paese per emissioni di gas serra), ad un estremo aggravarsi della deforestazione. Tutto ciò, tirando le somme, porterà i biocarburanti a causare emissioni di CO2 comprese fra i 27 ed i 56 milioni di tonnellate all’anno in più rispetto ai combustibili fossili. Risultati tragicamente lontani dall’obiettivo di sostenibilità dei propellenti verdi imposti dalle direttive comunitarie: ridurre le emissioni di gas serra del 35% rispetto ai combustibili fossili.

    Secondo Legambiente e Chimica Verde è dunque necessaria una legislazione comunitaria che assegni alle colture di biocarburanti dei valori specifici di emissioni di gas serra, che tengano anche conto delle riconversioni dei terreni. Durante un convegno tenutosi a Firenze presso Terra Futura, le due associazioni hanno spiegato che nel 2017 la riduzione di emissioni dovrà corrispondere al 50%, ma “se il cambio indiretto d’uso del suolo non verrà tenuto in considerazione, non solo non si otterrà questa riduzione, ma i biocarburanti saranno dall’81 al 167% più inquinanti dei combustibili fossili di cui prenderanno il posto”. Per questa ragione, aggiungono, è importante promuovere biocarburanti sostenibili, ovvero “prodotti da terre non utilizzate in precedenza, o da materiali di scarto, o ancora dalla rotazione delle colture”. Per Luca Lazzeri, presidente di Chimica Verde, si devono infatti “sfruttare la rotazione fra colture di cibo e colture per biocarburanti, perché alternando le une alle altre si arricchisce il terreno e non si ha una perdita di produzione alimentare”.

    L’Italia è uno dei sei Stati membri dell’Unione Europea che contribuirà per il 70% all’incremento di domanda di biocarburanti entro il 2020. Tradotto in cambio indiretto d’uso del suolo ciò significa che il nostro Paese “potrebbe essere responsabile per una superficie variabile dai 395 ai 651mila ettari di terra, pari quasi all’estensione di Valle d’Aosta e Molise messe insieme”. Se il governo italiano e l’Unione Europea non affronteranno correttamente il problema dell’uso del suolo per produrre cibo e produrre energia, rischiano di vanificare la lotta all’effetto serra e di creare ulteriori danni agli ecosistemi, afferma Beppe Croce di Legambiente: “La produzione di biocarburanti sostenibili – avverte – è possibile e doverosa per uscire dalla dipendenza dalle fonti fossili, ma solo se il cambio d’uso indiretto del suolo verrà tenuto in conto nelle direttive Ue”.

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