MUSA di Castelvetro & C. Riflessioni sul sistema museale del territorio

Gli amici di Castelvetro, sindaco incluso, mi perdoneranno se prendo a pretesto le vicende del MUSA – Museo dell’Assurdo per ragionare dei luoghi della cultura e del sistema museale del territorio. Mi perdoneranno – così spero – perché proverò ad argomentare che il Museo dell’Assurdo è un assurdo di museo. Come consolazione si potrebbe osservare che, in quanto “museo assurdo”, è in buona compagnia. Per certi versi vanno annoverati nella categoria anche il “Museo dell’elefante” di Savignano ed il Museo civico di Vignola. Ma anche il Museo naturalistico di Marano. Se non fosse per la loro funzione didattica, al servizio delle scuole del territorio, la loro irrilevanza sarebbe certa. Dopo alcuni anni gloriosi, subito dopo l’inaugurazione, hanno visto un progressivo declino – ogni tanto interrotto da una ripresina, magari a seguito di un intervento di restyling (come nel caso del museo civico di Vignola). Va ancora aggiunto, a ben vedere, che il gruppo dei musei “assurdi” è in realtà molto ampio in Italia. Basta considerare la realtà del sistema museale italiano, di cui disponiamo i dati per la parte statale (vedi – invece mancano, colpevolmente, dati su visitatori ed introiti dei musei gestiti dagli enti locali – un’opera su cui potrebbe svolgere qualche utile funzione la provincia o la regione). In effetti la maggior parte dei musei o luoghi della cultura ha un numero di visitatori disperatamente basso. Anche se sono pochi, anzi pochissimi, quelli che hanno meno visitatori del MUSA di Castelvetro (800 in un anno, secondo dati forniti alla stampa dalla stessa amministrazione).

Insegna del MUSA – Museo Assurdo (foto dell’1 maggio 2011)

Prima che qualcuno inizi a lanciare strali all’indirizzo del sottoscritto vorrei precisare che uso l’espressione “musei assurdi” per fare riferimento a quei musei che non svolgono adeguatamente la loro funzione. Che è triplice: (1) richiamare visitatori (e dunque generare anche economia nel territorio); (2) trasmettere cultura (argomenteremo che, per fare ciò, non basta la presenza fisica del visitatore all’interno del museo); (3) supportare le nuove produzioni culturali (locali). Mi sembra che nessuna delle tre funzioni sia svolta adeguatamente dal MUSA, cosa che vorrei provare ad argomentare. Ma se Castelvetro piange, il resto del territorio non ride – se non per qualche rara, ma significativa, eccezione: il Parco della terramara di Montale, innanzitutto. Quindi, in misura minore, la Rocca di Vignola ed il Museo dell’aceto balsamico tradizionale di Spilamberto. Ribadisco, dunque, che l’etichetta di “museo assurdo”, per quanto urtante, è usata per richiamare l’attenzione sulla grave situazione in cui versano i luoghi della cultura, anche nel nostro territorio. E soprattutto per mettere in luce l’urgenza di una programmazione consapevole, da parte delle amministrazioni e delle realtà associative (e della Fondazione di Vignola), della rete dei “luoghi della cultura” (musei, istituti, biblioteche, “grandi” eventi). Davvero non più rimandabile, anche perché il tema è stato segnalato già nel 2006 (vedi) e pure le funzioni attualmente conferite all’Unione Terre di Castelli offrono spazi di manovra in tal senso, ad oggi però ampiamente inutilizzati. Ma se questo territorio vuole fare davvero un salto di qualità occorre che anche sul versante dei luoghi della cultura (e, in aggiunta, degli eventi) inizi a ragionare e ad agire come un territorio unitario. Serve, per usare un’espressione di moda, un piano strategico per la cultura (a livello di Unione Terre di Castelli, però). In ogni caso una critica serrata, ma ragionevole (così spero venga considerata dai lettori), dovrebbe aiutare quelle amministrazioni che si accingono a progettare nuovi spazi museali. Il Comune di Spilamberto, ad esempio, che sta approntando un nuovo museo archeologico nella location di Santa Maria degli Angioli. E forse anche il comune di Vignola che – così pare – accarezza l’idea di un “museo del cinema” nei seminterrati di Palazzo Barozzi (location assolutamente inadeguata per quel contenuto) e di un “ecomuseo del ciliegio”. Tutte iniziative purtroppo slegate da una visione d’insieme dell’offerta culturale del territorio e, perdipiù, promosse da amministrazioni singole. I limiti di questa offerta museale frastagliata sono evidenti. Scarsa visibilità e dunque scarsa frequentazione di pubblico. Infrastrutture, dotazione strumentale e concezione di retroguardia. Scarso radicamento nel tessuto sociale del territorio (con qualche limitata eccezione). Bisognerebbe inoltre interrogarsi sul contributo che tali luoghi danno alla “produzione culturale” nel territorio. Se così stanno le cose è opportuno provare a voltar pagina al più presto. Vediamo.

Alain Arias-Misson, Mental Thèatre, 1987 (foto dell’1 maggio 2011)

[1] Il successo di un’istituzione museale si misura lungo tre distinte dimensioni. In primo luogo l’afflusso di pubblico, ovvero il numero dei frequentatori. Da questo punto di vista il museo, se è un museo di successo, genera benefici economici per il territorio: attrae visitatori, richiama turisti che, plausibilmente, consumano e alimentano  l’economia locale. E’ il principale motivo per cui la “cultura” è oggi sempre più vista come una “risorsa”, per cui si parla di “giacimento culturale”, di “volano per l’economia locale”, di perno per il marketing territoriale. Sarebbe tuttavia riduttivo considerare eventi e luoghi culturali solo da questo punto di vista – anche se questo è il ragionamento che oggi in italia va per la maggiore (per una critica cfr. Caliandro Ch., Sacco P.L., Italia reloaded. Ripartire con la cultura, Il Mulino, Bologna, 2001: vedi). Ma il successo in termini di visitatori di un museo o luogo della cultura è comunque un dato importante. Nel territorio dell’Unione Terre di Castelli la “classifica” è la seguente (dati 2010): Rocca di Vignola 28.000 visitatori all’anno; Parco della terramara di Montale (Castelnuovo R.) 17.000 (L’Informazione di Modena del 4 maggio 2011, p.14); Museo dell’aceto balsamico tradizionale di Spilamberto 12.000. Seguono gli altri. Sarebbe interessante disporre di dati affidabili sui visitatori dei luoghi della cultura del territorio. Così da aprire un serio ragionamento sulla loro ragion d’essere. Comunque, in questa graduatoria il MUSA si colloca piuttosto in basso, con 800 visitatori l’anno. Domenica primo maggio temo d’essere stato l’unico visitatore del museo (qui le foto: vedi). Plausibile che la maggior parte dei visitatori ci sia finita per caso, semplicemente perché in giro per Castelvetro. Vale la pena, da questo punto di vista, tenere aperto un simile museo? A me sembra di no. Ma riconosco che l’afflusso di pubblico non è tutto.

Julien Blaine, Rècit Africain, 1996 (foto dell’1 maggio 2011)

[2] Una seconda funzione che un museo dovrebbe svolgere (oltre che a muovere un po’ di economia – quando ci riesce) è quella propria, istituzionale: trasmettere cultura ai fruitori. Questo è un aspetto di norma dato per scontato: che la fruizione generi cultura. In realtà le poche indagini svolte sui modelli di fruizione evidenziano la grande disattenzione e superficialità della fruizione (visitatori intervistati all’uscita dei Musei Vaticani, ad esempio, non erano in grado di identificare le opere d’arte che avevano appena “guardato”: cfr. Antinucci F., Musei virtuali, Laterza, Bari, 2007, p.35 e segg.). Le poche ricerche empiriche forniscono dati impressionanti: una minoranza ricorda e riconosce gli autori di quadri visti ed anche i quadri visti. Ecc. Superfluo, in questa situazione, affrontare il tema della “comprensione”, ovvero della decodificazione del linguaggio artistico, del percorso di origine dell’opera (committente & C.), dell’intenzione dell’artista, della relazione con altre opere ed altri autori, ecc. Certo, in tutto ciò anche l’istituzione museale ha la sua responsabilità visto che non fa praticamente nulla per facilitare una reale fruizione. Le opere sono esposte perlopiù con la semplice indicazione di autore, titolo, anno. Pannelli illustrativi o schede descrittive asportabili – “tecnologie” elementari – sono presenti in pochi casi. Ma si potrebbe certamente fare molto di più. Ad esempio con l’uso della tecnologia (il bel libro di Antinucci è illuminante sul tema). Per far ciò, tuttavia, servono giuste competenze sul tema fruizione, conoscenza delle opere, conoscenze tecnologiche. Potenzialità trascurate, purtroppo, nei grandi musei, figuriamoci in quelli piccoli. Così avviene anche al MUSA. Che affastella in un modo illeggibile quel po’ di opere di arte contemporanea di cui dispone. Nessun ausilio viene offerto alla comprensione. Questa sciatteria espositiva, per quanto ampiamente diffusa, non è un destino dell’istituzione museale. Se essa intende prendere sul serio la propria missione culturale non può però fermarsi a collocare un po’ di opere in una stanza. Con le tecnologie visuali, ad esempio, si potrebbe fare molto, specie se abbinate alla forma narrativa. Perché, ad esempio, non raccontare la genesi di alcune di quelle opere d’arte? Oppure perché non raccontare come quelle opere d’arte si collocano rispetto a quelle di altre correnti artistiche? Altri luoghi culturali del territorio prendono sul serio questo compito. Nel “Parco della terramara” di Montale il perno della proposta è dato dall’attività laboratoriale (produzione di ceramiche, fusione dei metalli, tessitura, ecc. con le tecniche dell’età del bronzo) in cui vengono coinvolti i visitatori. Questo “museo” è dunque stato pensato per offrire in primo luogo un’esperienza: facendo fare delle cose, piuttosto che semplicemente facendo vedere qualcosa.

Opera esposta al MUSA (foto dell’1 maggio 2011)

[3] La terza funzione che un’istituzione museale potrebbe/dovrebbe svolgere riguarda il contributo alla produzione culturale locale. Non solo dunque formazione o trasmissione culturale, ma “produzione” di cultura ovvero innesco e supporto di attività artistica o culturale locale. La presenza del museo o dell’istituzione culturale alimenta processi di innovazione culturale nel territorio, spinge alla formazione di nuove professioni artistiche o culturali, promuove nuove sensibilità, nuove capacità di lettura della realtà? Ciò significa superare l’idea della cultura come “intrattenimento” a favore della cultura come ambito di formazione di cognizioni, esperienze, abilità. In questo caso rileva il contributo che il museo o l’istituzione culturale offre ad un “progetto culturale per i residenti” (non per turisti o visitatori) (cfr. Caliandro Ch., Sacco P.L., Italia reloaded. Ripartire con la cultura, Il Mulino, Bologna, 2001: vedi). Per intenderci: si tratta di misurare quanti poeti (o cultori della poesia) genera il PoesiaFestival, quanti jazzisti (o cultori del jazz) produce Jazz In It’, quanti artisti (o cultori dell’arte contemporanea) promuove il MUSA. Già, quanti?

Opere esposte al MUSA (foto dell’1 maggio 2011)

[4] Istituito nel 2002 il MUSA di Castelvetro è pomposamente definito “raccolta permanente d’arte contemporanea”. Il progetto originario era indubbiamente quello di dare stabilità al tema trattato dal Mercurdo, il “festival dell’assurdo” (una formula interessante per un evento). Ma per realizzare qualcosa di significativo necessitano risorse che il solo Comune di Castelvetro non ha saputo mobilitare. Dunque oggi abbiamo sul territorio un “museo assurdo” – nel senso specificato sopra. Queste considerazioni ci riportano al punto di partenza: la mancanza di una politica culturale di territorio e dunque l’affidarsi a processi naif di attivazione di nuovi luoghi della cultura (non è un caso – per converso – che il “museo” più riuscito, il Parco della terramara di Montale, abbia alle spalle un progetto europeo ed un network città impegnate a rivisitare e rivitalizzare la forma-museo).  In aggiunta, consideriamo che solo il Museo dell’aceto balsamico tradizionale di Spilamberto rientra tra i 130 “musei di qualità” riconosciuti dall’IBC della Regione Emilia-Romagna (vedi). Nel nostro territorio non ce ne sono altri! Tutto ciò rende palese il fatto che uno degli insuccessi della politica locale è certamente quello di non essere riuscita ad elaborare una politica culturale a livello di territorio. Dal 2002, anno di istituzione dell’Unione Terre di Castelli, tutta la politica culturale del territorio si è concretizzata nel PoesiaFestival – primo ed unico evento culturale progettato e realizzato a livello di territorio, non di singolo comune. La prima edizione del PoesiaFestival  è del 2005. Da allora il vuoto. Anche se l’Unione, con allora presidente Roberto Adani, si è cimentata nell’elaborazione di un “piano delle strategie” (nel 2006) che assegnava un ruolo di grande importanza a paesaggio, cultura, identità locale (vedi). Come troppo spesso succede si è trattato di un esercizio retorico. A me sembra urgente riprendere in mano il tema e ricominciare a pensare.

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7 Responses to MUSA di Castelvetro & C. Riflessioni sul sistema museale del territorio

  1. Simona ha detto:

    Condivido l’impostazione. Aggiungo che a mio parere, e questo non è un discorso di parte, ma politico in senso lato, le amministrazioni tendono a sopravvalutarsi. Non penso che ad esempio Vignola abbia risorse, spazi, flussi, e competenze per tenere in piedi tre o quattro musei. Non credo che un piccolo comune come Castelvetro abbia competenze risorse e capacità interne per valorizzare un museo difficile già dalla sua impostazione. Eppure ciascun comune crede di poter fare in maniera autonoma, di poter tenere in piedi progetti ambiziosi, in solitudine, senza pubblicità, senza idee…
    Il MUSA? chi vede in giro della comunicazione a parte il Mercurdo, che è comunque biennale? E anche se facessero comunicazione, poi chi ci arriva, ci ritorna? E quando arriva, cosa trova nel centro di castelvetro? Bar, gelaterie, negozi tipici aperti anche di domenica? Adesso comincia ad esserci qualcosa, ma prima si è seguita la politica di valorizzare commercialmente la parte bassa del paese a scapito di quella alta, e storica. Chiedo, come si colloca il piano del commercio, rispetto a quello strategico culturale? Tutte domande a cui non c’è risposta, spesso. Per questo credo che molte amministrazioni abbiano ambizioni superiori alle capacità concrete. E questa è presunzione…

  2. giorgio montanari ha detto:

    Caro Paltrinieri (leggo solo ora): il tentativo (la tentazione) di fornire un ” bignami” culturale su tutto lo scibile e su tutti, evidentemente non ti abbandona, o sei tu che non riesci a superarlo. Nel tuo ennesimo, kilometrico “pezzo”, considerazioni ovvie (da cultura minima appunto) si affiancano ad altre che però, e come sempre, rimandano a periodi storico politici in cui c’era sostanzialmente una cosa valida: il fatto che tu avevi un ruolo politico di decisione (e per questo, forse ed a prescindere, connotati da scelte di invidiabile e geniale capacità) .
    Mus.a è un progetto: con un obiettivo generale, degli obiettivi specifici, una programmazione, una direzione scientifica esterna di livello nazionale, una attività fra le più originali e continue degli ultimi 10 anni. Gli indicatori ed i parametri di qualità che elenchi, sono largamente soddisfatti, tant’è che il Museo dell’Assurdo fa parte del Circuito Museale della Provincia di Modena (esattamente come “Le terramare” di Montale ed il Museo della Ceramica di Fiorano, che ho contribuito ad ideare ed ho diretto per alcuni anni). Questo è riconosciuto dalla comunità tecnica ed artistica di Modena, della Regione e ben oltre.
    Lì, in quelle comunità di esperti, sono le competenze per potere esprimere giudizi: da loro, dagli esperti di settori e dagli attori di settore le accetto ben volentieri. I tuttologi, invece, quantomeno quelli prevenuti, mi lasciano perplessi…

  3. Valerio Dehò ha detto:

    E’ abbastanza paradossale, ma tipicamente italiota, criticare le iniziative culturali “a prescindere”, perchè non se ne ha cultura o semplicemente interesse. L’attacco del signor Paltrinieri al MUSA di Castelvetro rientra per genericità nelle critiche a priori, che fanno finta di citare fonti e testi che non si sono mai letti o si sono letti male. Dato il mio ruolo nell’AMACI, associazione dei musei di arte contemporanea italiani (dal MART al MAXXI), mi piacerebbe che si tenesse a Vignola o dove si vuole una giornata dedicata al tema dei musei ( ma specificando anche cosa si intenda con questa parola) e del pubblico, inteso in senso identitario e non solo come target o quantità. Criticare quelle minime iniziative dedicate alla cultura del contemporaneo senza comprenderle non è molto perspicace perchè serve solo a mettere in cattiva luce fatti e persone: ma forse è solo questo lo scopo? Il MUSA è una realtà minimale, ma coerente, con ottime opere d’arte documentate da pannelli esplicativi sul percorso (4 stanze) della collezione esposta. Certo che si può fare di più, certo che si può ricorrere alla multimedialità (parola magica), ma anche ad un’attività regolare di esposizioni e di acquisizioni/donazioni da parte degli artisti e dei collezionisti. Forse però ci vogliono investimenti da parte della pubblica amministrazione che in questo momento non ci sono. Metà del MUSA è un deposito non oneroso di una collezione privata, questo per un’amministrazione è un risultato, un’attestazione di stima. E poi non si possono mettere insieme tipologie museali diverse, senza far diventare tutto un paciugo in cui nessuno fa una bella figura, a cominciare dall’estensore dell’articolo. Quanto poi al fatto che il MUSA si definisca “pomposamente” una collezione di arte contemporanea, non vedo alternative, consiglio all’articolista un buon vocabolario anche in forma digitale, dove potrà trovare anche altri spunti di riflessione sulla lingua italiana.

  4. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Vediamo di rispondere nel modo più produttivo possibile, riservando il minimo possibile ai tentativi di screditamento. A Giorgio Montanari rispondo che il dibattito che stiamo provando a intavolare è più interessante di quello che lui è disposto a riconoscere. Ho indicato tre criteri di successo di un museo: (1) quantità di pubblico; (2) efficacia nella trasmissione culturale, ovvero nella diffusione di cultura; (3) contributo alla produzione di cultura e di innovazione. Una risposta pertinente sarebbe stata quella di mettere in campo i dati che consentono di “misurare” il successo del MUSA su questi tre fronti. Ugualmente pertinente sarebbe stato mettere in discussione i tre criteri, proponendone altri. Il sindaco Montanari invece evita di rispondere. O meglio afferma perentorio che “i parametri di qualità che elenchi, sono largamente soddisfatti”, senza citare un dato. In realtà cerca di sottrarre questa discussione allo spazio pubblico, affermando che sono titolati a valutare e giudicare solo gli esperti: “lì, in quelle comunità di esperti, sono le competenze per potere esprimere giudizi”. Confesso che una tale cesura tra critica e pubblico non me la sarei mai aspettato da un amministratore di sinistra, che immagino non propenso ad atteggiamenti esoterici. Non intende certo dire che il pubblico ha sempre ragione o che le ragioni di un “dilettante” debbano prevalere su quelle dell’artista o del critico. Ma queste figure professionali io non le considero affatto poste su di un piedistallo così alto da non risultare raggiungibili o “questionabili” dalle argomentazioni di un comune cittadino. Mi dispiace dunque per te, caro Giorgio, ma continuerò nella mia impresa di provare a descrivere, comprendere ed anche valutare ciò che avviene su questo territorio. Pur essendo disposto ad apprendere da questo come ogni altro contraddittorio debbo dire che da questo tuo intervento riconosco c’è poco da apprendere. Non citi un dato che già io non sappia e non sviluppi un argomento che mi insegni qualcosa. Ti limiti a dire che l’unico parere che prendi in considerazione è quello della comunità degli artisti (e forse dei critici). Che come tutti sanno è una comunità profondamente unita da un comune metro di giudizio (sic). Rimango pertanto convinto del fatto che il MUSA sia un insuccesso in termini di numero di visitatori (mi stupirei del contrario). Come ho riconosciuto nel post questo può non essere il criterio decisivo. Rimango però ugualmente convinto che il MUSA non assolva affatto una funzione di trasmissione culturale. Vuoi dimostrarmi il contrario? Metti qualcuno ad intervistare gli 800 visitatori/anno che ha quel museo. Chiedi loro quali emozioni hanno provato, quali nuove sensibilità ha suscitato in loro o cosa hanno appreso dalla visita. Ho anche l’impressione – ma riconosco che questo aspetto è più difficile da rilevare – che il MUSA non abbia generato granché in termini di nuovi artisti o di nuove sensibilità. Temo non tra i castelvetresi, neppure tra i giovani. Temo che lo stesso valga per gli effetti “oltre confine”. Però, su tutti e tre questi fronti sono disposto a prendere in considerazione i dati o gli argomenti che tu, promotore del museo, o Valerio Dehò, suo direttore, vorrete avere la gentilezza di produrre. In merito alle considerazioni di Valerio Dehò mi limito a una replica – sempre per tralasciare attacchi gratuiti (quando cito un libro è perché l’ho letto e non temo il confronto sulla comprensione di ciò che leggo) e cercare di stare sul produttivo. Dehò scrive: “Il MUSA è una realtà minimale, ma coerente, con ottime opere d’arte documentate da pannelli esplicativi sul percorso (4 stanze) della collezione esposta. Certo che si può fare di più, certo che si può ricorrere alla multimedialità (parola magica), ma anche ad un’attività regolare di esposizioni e di acquisizioni/donazioni da parte degli artisti e dei collezionisti. Forse però ci vogliono investimenti da parte della pubblica amministrazione che in questo momento non ci sono.” Condivido in larga parte queste considerazioni (qualche perplessità ce l’ho sulle “ottime opere d’arte”, ma diciamo pure che sia così) ed è proprio questo uno degli aspetti che mi sta più a cuore. Impiantare un museo di arte contemporanea a Castelvetro, paese di 10.000 abitanti, realtà assai provinciale, culturalmente parlando (userei lo stesso giudizio per Vignola che è 2,5 volte tanto), è un’impresa ambiziosa. Se ci si impegna in essa bisogna davvero mettere in campo risorse che un solo comune come Castelvetro non ha. Lo stato in cui si trova oggi il MUSA lo testimonia in modo inequivocabile. Occorre cioè che ci sia una convergenza di più enti locali – non a caso chiamo in causa, da tempo, in verità, l’assenza di una pianificazione strategica sulla cultura da parte dell’Unione Terre di Castelli (forse Giorgio ricorda un mio invito, scritto assieme a Giancarlo Gasparini, nel 2006). Oppure che ci sia un vero mecenate (es. un Cremonini del caso). Se non facciamo questo vendiamo fumo. Dietro a questo ragionamento c’è anche una considerazione nient’affatto positiva su quei progetti di sindaci (o assessori) che riflettono idiosincrasie personali, ma che poco hanno a che fare con i “bisogni” della comunità locale. O, meglio, che non creano una “comunità” locale. Così abbiamo Savignano città del cavallo. A Vignola imperano i “van Berkel boys”. A Castelvetro giunge la stagione del contemporaneo (che però fa fatica a mettere radici). Una bella discussione pubblica su ciò può fare solo del bene. In essa è salutare che prendano la parola anche gli esperti, i critici, gli artisti, gli imprenditori della cultura. Ma poi, ascoltati tutti, non è male che a decidere siano i cittadini. Tutti.

  5. zapata ha detto:

    Mi sarei aspettatto, avrei voluto che il sindaco di Castelvetro invece di una risposta piccata, avesse risposto con un elenco delle attività del Musa. Passate e future. Idee, progetti.
    Invece niente, abbiamo imparato dei difettucci di Andrea Paltrinieri, cose da pollaio. Polemicucce. Solo degli esperti si fida il Sindaco. Minchiuzza! Se non è arroganza questa!
    Valerio Dehò è più elegante e forse per dovere la stilettata la dà, ma scrive anche: “Certo che si può fare di più, certo che si può ricorrere alla multimedialità (parola magica), ma anche ad un’attività regolare di esposizioni e di acquisizioni/donazioni da parte degli artisti e dei collezionisti. Forse però ci vogliono investimenti da parte della pubblica amministrazione che in questo momento non ci sono. ”
    Forse! Ma forse non ci sono mai stati, questi investimenti.
    Forse è per questo motivo che al visitatore del Musa, vengono dati quattro fogli e un pieghevole
    del 2002. Tutto al risparmio. Un bel modo di diffondere e far capire l’arte contemporanea.
    Forse un programma per questo Museo,non c’è mai stato. Forse.
    Ma l’argomento di Andrea Paltrinieri, non mi è sembrato il Musa. Era altro.
    Caro Andrea i “mecenati” le collezioni e i musei li fanno per loro, al massimo ti regalano(!) un teatro, che poi se non sei bravo se lo riprendono, figurati se ti fanno gestire un museo o una collezione d’arte.
    ciao, zap

    Il canto degli italioti
    Dal centrosinistra all’autunno caldo (1963-1969)

    Siam felici, siam contenti
    del cervello che teniamo
    abbiam l’elica che ci obbliga
    ad andar sempre col vento.
    Se ci dicon: quello ruba,
    quello truffa, quello frega,
    noi alziamo la spalluccia
    e da idioti sorridiam.
    Perchè siamo gli italioti,
    razza antica indo-fenicia
    Siam felici, siam contenti
    del cervello che teniamo
    anche voi dovreste farlo
    trapanatevi il cervello
    e mettetevi anche un’elica
    per andar sempre col vento.
    Trapaniamoci festanti,
    riduciamoci il cervello
    e così sarà più bello,
    non avremo da pensar
    Se diranno: quello ruba,
    quello truffa, quello frega,
    gli daremo i nostri voti,
    tutta quanta la fiducia
    e sarem tutti italioti,
    un po’ ottusi di cervel.
    Su sbrigatevi, curatevi,
    anche voi fate così
    anche voi fate così ….

    dallo spettacolo “Settimo: ruba un po’ meno”, 1964.

    • Andrea Paltrinieri ha detto:

      Caro Zap, mi sono scompisciato dal ridere a leggere il canto degli italioti, che non conoscevo. Grazie! Ne approfitto per ribadire ciò che mi sta a cuore. A me sembra opportuno che i comuni dell’Unione Terre di Castelli provino a ragionare assieme su un progetto di luoghi della cultura di questo territorio, sapendo che per fare qualcosa di significativo (qualcosa, cioè, che provi ad avere successo secondo i tre criteri proposti) occorre una capacità d’investimento che eccede quanto può fare ciascun singolo comune. Il sindaco Montanari che è anche assessore alla cultura dell’Unione Terre di Castelli dovrebbe prendere sul serio questa sfida, come in passato ha fatto, ma in misura assai parziale, il suo predecessore Roberto Alperoli (già sindaco di Castelnuovo e ora – secondo me con buone ragioni – assessore alla cultura al Comune di Modena). Ovvero dovrebbe lavorare perché in questo territorio, nel territorio dell’Unione, si aggiunga uno o due (magari potessero essere anche di più!) luoghi della cultura pensati, progettati e realizzati da TUTTO il territorio a quelle due o tre istituzioni culturali dignitose che esistono (Parco della Terramara, Museo dell’aceto balsamico tradizionale di Spilamberto, Rocca di Vignola e poco altro). Invece, come ho già scritto, ancora oggi ogni comune va per conto suo e dunque mette in campo micro-iniziative di scarso impatto e su cui è facile fare la previsione di anni di tribolazione non appena passati i bagliori dell’inaugurazione (questa è già oggi la situazione del MUSA, collocato in locali assolutamente inadeguati! Vogliamo parlare dell’illuminazione? Della qualità della struttura che oggi accoglie le “opere”? Mi fermo qui). Questa è la sfida vera per questo territorio. Ma per coglierla occorrono requisiti non banali, a partire dalla disponibilità di ogni amministratore a ragionare pensando non solo a ciò che accade nei confini del comune da lui amministrato. Su Il Resto del Carlino di oggi, 17 maggio, il presidente della Fondazione di Vignola anticipa qualche considerazione su Villa Trenti, la vecchia sede della biblioteca. Collocata tra la biblioteca ed il teatro E.Fabbri. Ecco, forse ciò non giustifica ancora il fatto che si parli di un “polo culturale” – termine un po’ enfatico. Comunque il ragionamento riguarda cosa fare di Villa Trenti. Ristrutturarla e raccogliervi le opere d’arte di Comune e Fondazione? E’ questo un ragionamento che riguarda solo Vignola? Io sono convinto di no. Possibile che questi ragionamenti non possano alimentare una parte del PSC in corso di elaborazione? In passato il comune di Savignano (era sindaco ancora Catia Fornari) fece da capofila per la realizzazione di una sorta di PRG degli impianti sportivi (poi ovviamente finito in un cassetto). Non sarebbe il caso di ragionare di “cultura” e luoghi della cultura su scala allargata? Ce la fanno gli attuali amministratori a dimostrare coraggio e lungimiranza? Non sarei certo io a non vedere bene un luogo dedicato all’arte contemporanea sul nostro territorio (un MUSA al cubo), ma è certo – lo dico per l’ennesima volta – che servono risorse (non solo economiche, ma ANCHE economiche) che un singolo comune non è in grado di garantire. E dunque servono decisioni politiche. Che però all’orizzonte non si vedono.

  6. robertomonfredini@gmail.com ha detto:

    Mi complimento con Andrea per il bellissimo articolo, e lascia il tempo che trova la delega del sig. montanari ai critici, all’intellighenzia dell’arte, che forse non conosce nei suoi rivoli, ma reputata la rovina dell’arte proprio in quell’aspetto nella quale si erge a supremo concetto, inconcepibile per il mediocre muratore (con il massimo rispetto per il mestiere artistico) che rimane estasiato davanti al Cristo caravaggesco ma non comprende il taglio della tela di Fontana. L’arte è un mezzo quasi divino che racchiude in se l’io e gli altri, l’equilibrio e la riuscita dell’opera è il bilanciamento di questo rapporto, raccogliere come una spugna e comunicare ad altri in modo conscio o inconscio. Il decadimento dell’arte è proprio dovuto alla delega a pseudo critici del valore di un opera.

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