Conoscenza del vento. Opera prima di Marco Bini

Mercoledì 6 aprile presso la Libreria Feltrinelli di piazza Galvani a Bologna, nell’ambito del ciclo “Parola di poeta”, si è tenuta la presentazione del libro di poesie Conoscenza del vento (Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero, impresso nel mese di marzo 2011: vedi), opera prima di Marco Bini. Vignolese, classe 1984. Un’anticipazione era apparsa nel volume collettivo Pro/Testo. Versi, uscito per i tipi di FaraEditore nel 2009 (vedi). Non ho alcun titolo per parlare di poesia, se non quello del lettore curioso che avendo già apprezzato alcune poesie di Marco Bini, si è fatto attrarre dall’evento prima, dal libro poi. Forse anche con la speranza di recuperare un rapporto meno ingenuo con la poesia. Comunque, ecco alcune considerazioni ed anche alcune personalissime selezioni.

Marco Bini, in occasione della presentazione di "Conoscenza del vento", libro di poesie (Libreria Feltrinelli di piazza Galvani, Bologna, 6 aprile 2011)

[1] La partecipazione di Marco Bini all’antologia Pro/Testo testimonia della sua sensibilità ed attenzione, nel fare poesia, a tematiche definite “civili”. Fatti, eventi, episodi della vita quotidiana che riflettono tematiche sociali e politiche più ampie, in cui siamo immersi – e che di norma non sono oggetto della poesia. La violenza che connota la nostra società, lo stordimento indotto dalla cultura del consumo, le forti disuguaglianze sociali riprodotte in forme sempre nuove, i grandi eventi che segnano il corpo e l’anima di una nazione. Ma non sono immediatamente questi temi al centro della poesia, quanto piuttosto il loro riflesso sulle vite di singoli individui (sia vittime, sia osservatori coinvolti, sia testimoni inconsapevoli). Questi temi non sono rappresentati, ma evocati negli effetti sulla vita quotidiana delle persone, anche nei tratti più banali. Forse è anche per questo che nel presentare il libro, nell’evento bolognese, Guido Mattia Gallerani ha precisato che la poesia di Marco Bini non può essere facilmente collocata nel genere della poesia “neocivile”. Rimane comunque il fatto che anche una poesia che vuole appresentare temi civili è pur sempre poesia e che il successo di tale impresa è pur sempre legato alla qualità del fare poesia. L’intenzionalità “civile”, l’intento di offrire una nuova capacità di visione sui piccoli e grandi drammi che si svolgono attorno a noi (e che senza un richiamo difficilmente ottengono la nostra attenzione), non risolve il valore del fare poesia. Nel dettaglio di un’esistenza si può cogliere la Storia, ma il tradurre tutto ciò in poesia rimane comunque qualcosa di assai impegnativo. Personalmente ritengo che una tale poesia risulti tanto più convincente quanto meno esplicitamente manifesta il suo intento, meno urla i temi di cui si occupa (un’argomentazione già svolta: vedi).

Ci potevo giocare ore ogni giorno
o aprirlo a casaccio, farne un cuscino
o una capanna, scoprire persino
una Germania più del necessario.
Un dono di mio padre il primo atlante.
Capii il senso di “provvisorio”: era
l’anno millenovecentonovanta,
ne usciva una ogni mese di edizioni.

Nella sua apparente semplicità e trasparenza questa poesia ne è un perfetto esempio. Un filo sottile lega le drammatiche vicende geopolitiche dell’Europa dell’est ai giorni di un ragazzino della provincia modenese, entusiasta per il regalo ricevuto dal padre: un atlante. E di quei rivolgimenti che hanno drammaticamente cambiato la vita di milioni di persone (ricordo, ad un convegno di sociologi della salute, una sessione dedicata ai sistemi sanitari nei paesi dell’Est dopo la “transizione” dove venivano riportati dati impressionanti sull’accorciamento della vita media nei primi anni dei nuovi regimi) si ha un’eco lieve solo nel continuo aggiornamento delle mappe politiche. Ma quel dramma – che pure ha messo fine ad un dramma assai maggiore – è comunque richiamato con grande leggerezza, proprio tramite ciò che di esso potevano percepire gli occhi di un ragazzino. Stupenda, nella sua costruzione, è la coppia di poesie 10 settembre 2001 e 12 settembre 2001 (già riportate nel precedente post: vedi). Qui è la data mancante – 11 settembre 2001 – che le carica di senso. Ma esse non parlano d’altro che della quotidianità di fine vacanze di un ragazzino e del suo “filare” in bicicletta.

Marco Bini e Guido Mattia Gallerani alla presentazione di "Conoscenza del vento" (Libreria Feltrinelli di piazza Galvani, Bologna, 6 aprile 2011)

[2] “La prima raccolta di Marco Bini reca in esergo un emistichio di Roberto Roversi dedicato all’inverno e allo stile” – così l’incipit della prefazione al libro di Emilio Rentocchini, poeta sassolese. Non sembra proprio un invito ad entrare … Vien subito da chiedersi: bisogna essere poeti o letterati per apprezzare la poesia? O, anche, bisogna conoscere la storia della poesia per poter leggere, “comprendere”, apprezzare la poesia? Spero di no, senza con ciò nulla togliere alla diversa capacità di comprensione che la conoscenza della poesia può aggiungere all’esperienza della poesia. Insomma, cosa chiede il poeta al suo lettore? Quali “abilità” presuppone nel pubblico a cui si rivolge? E, dunque, quali lettori vuole avere? “Che cosa voleva dire l’autore? Non certo qualunque cosa, ma quella, proprio quella” – precisa Alfonso Berardinelli in un libro per lettori di poesie stressati (vedi). Allo stesso tempo sappiamo però che “la poesia cerca sempre di essere un po’ oscura”. Sta qui il gioco della poesia. Ed il suo difficile equilibrio, tra trasparenza del senso e sua opacità. Io sono per la trasparenza. Da un poeta d’oggi mi aspetto che renda intellegibile il suo disegno, il “che cosa” di cui tratta nelle sue poesie. Certo, non in modo banalmente trasparente. Con allusioni, evocazioni, metafore. Ma comunque in modo trasparente. Sono un lettore occasionale di poesie, così come sono un lettore “dilettante” di romanzi od un ascoltatore “dilettante” di musica. Non è il mio “mestiere”. Ma un’attività del tempo libero. In ogni caso mi piace il “linguaggio secco e pulito” di cui parla Calvino. Mi piace anche la leggerezza. Leggerezza del linguaggio, trasparenza dell’intenzione. Forse se vogliamo diffondere l’amore per la poesia questi sono, oggi, requisiti indispensabili. Questo gioco, questo equilibrio mi sembra ben esemplificato da diverse poesie, tra cui:

Ancora ci sorprende il planare a mezzaluna di una foglia,
appena staccato, ancora un po’ storditi dalla luce piena
di settembre, e il suo posarsi come una schiena inarcata
e dolorante, sull’asfalto frequentato di questo centro direzionale.
Crederesti più plausibile la caduta di calcinacci in un posto come questo
o lo sfogliarsi del tuo viso alla mattina, maneggiando una lametta.
E invece, restiamo lì impalati, a bocca spalancata,
al centro del nostro mondo, come trapassati da un equatore,
e vorremmo quasi tenerci per la mano, osservando quella foglia
che, in fondo, ognuno le si è già per un istante paragonato.

Una foglia che plana nell’aria e atterra sull’asfalto. In un centro direzionale. Lo stupore che il suo volteggiare provoca ogni volta, anche stavolta in chi la vede volteggiare nell’aria. Adombrando però anche la caducità della vita, tanto da spingerci a cercare rassicurazione e solidarietà nell’altro. Mi piace pensare che ci sia qui un riferimento alla poesia Soldati di Giuseppe Ungaretti (Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie). Solo che qui non siamo sulla linea del fronte occidentale, durante la prima guerra mondiale. Eppure un significato affine è presente. Un analogo senso della caducità delle cose e della vita. Qualcosa che assale inaspettatamente frequentando un luogo (od un non-luogo) della nostra quotidianità.

Dopo Bologna, Vignola. La presentazione di Conoscenza del vento, presente l’autore, è prevista alla libreria La Quercia dell’Elfo, sabato 9 aprile, ore 18 (vedi). Conduce l’incontro Emilio Rentocchini. Un consiglio: non mancate!

2 Responses to Conoscenza del vento. Opera prima di Marco Bini

  1. Marco Bini ha detto:

    Un grandissimo grazie ad Andrea per questa bella lettura. Hai centrato un problema che mi sta particolarmente a cuore, cioè il rapporto tra leggibilità e disponibilità della scrittura (poetica in particolare, ma non solo) e quella che mi piace chiamare “manutenzione dello stile”, cioè la capacità di scrivere facendosi intendere, ma senza snaturare la natura letteraria della poesia.
    La vedo proprio così: la poesia inizia il proprio lavoro ai margini dell’avvenimento (qualsiasi esso sia, anche la sola vita in sé), dove la Storia delle cronache e degli archivi sfuma e diventa una Storia interiore, quella che ognuno vive non come cittadino o appartenente al consorzio umano, ma come uomo/donna nella sua individualità e nel suo “mistero”.
    Ho condiviso moltissimo, per questo, e accolto con piacere il discorso fatto da G.M.Gallerani, che mi ha introdotto, discorso che hai ben riportato e sintetizzato, quello per il quale è difficile far rientrare ciò che ho scritto in un’etichetta di “neo-civilismo”: temo sempre molto il rischio di una poesia che invade altri campi (ad es.: giornalismo) per diventare puro referente al solo fine di essere immediatamente consumabile. Il che significa invecchiare subito e diventare insignificante. La sfida sta nel trovare una declinazione personale tra l’intelligibilità e la letterarietà, senza ignorare la tradizione che abbiamo alle spalle, ma presupponendo che un lettore c’è, ci deve essere. Altrimenti: perché farlo?!

  2. sergio smerieri ha detto:

    Purtroppo non oggi potrò esserci quindi raccomando a Marco di tenermi una copia autografata del suo libro. Anch’io sono refrattario alla poesia ma riesco sempre a leggere Marco e a tenere dentro qualcosa dopo la lettura…a volte riesco perfino a trovare più che tenere. Una cosa sola non condivido in questa discussione: che un lettore ci debba essere, altrimenti perchè farlo?… su questa frase aprirei un dibattito più profondo: conosco centinaia di casi nei quali un autore non ha un immediato riscontro, non trova un lettore o un fruitore, un mecenate o un suo estimatore: ma continua a produrre, continua a esprimere. Al contrario ci sono, per esempio, pittori scarsissimi (la pittrice Fiorenza per capirci) che espongono, vendono e appendono… Cantanti che non dicono niente e che vanno a Sanremo.
    Artisti che vengono spinti da leggi di mercato ma che sono bufale allo stato puro ( basta guardare le aste in televisione). Trovare uno che capisca il banale non è difficile. Quel che resta è quel che conta…un lettore si trova sempre, difficile è avere il pensiero originale. Bravo Marco, tu hai il pensiero… e anche lettori.

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