Chi paga la crisi economica in questo territorio? In primo luogo i giovani

Su La Stampa del 2 aprile Luca Ricolfi ribadisce una verità scomoda, ma oramai assodata: la crisi economica colpisce di più il mercato del lavoro degli italiani che degli stranieri. Anche gli ultimi dati Istat confermano questa tesi.  Anche a Vignola i dati dell’anagrafe fanno pensare che l’occupazione degli stranieri è meno colpita dalla crisi economica di quella degli italiani (vedi). E’ anche questo un indicatore del fatto che il nostro sistema economico perde capacità di produrre posti di lavoro a maggiore qualificazione. Ieri a Bologna l’Istituto Gramsci dell’Emilia-Romagna ha tenuto il primo di una serie di seminari, dedicato a “Essere poveri a Bologna” (vedi). Interessante soprattutto l’analisi sui redditi dei bolognesi condotta da Gianluigi Bovini, capo dipartimento programmazione del Comune di Bologna. Evidenzia che nel passaggio dal 2007 al 2008 il reddito dei bolognesi è calato, in termini reali, di circa il 2% e che negli ultimi anni è cresciuta la parte di reddito delle persone anziane, mentre è calata la quota di reddito delle persone più giovani. La crisi economica, insomma, redistribuisce la “ricchezza” in un modo che penalizza i giovani. E, nella crisi, perdiamo la capacità di produrre “buona occupazione”, quella ad alta qualificazione. La capacità di monitorare questi processi è fondamentale per impostare politiche locali che, pur in una situazione di ristrettezza finanziaria, provino a promuovere un “nuovo” sviluppo economico, creando opportunità per le nuove generazioni a cui la società italiana (e la politica) sta presentando il conto. Non è paese per giovani, intitolano in diversi. Purtroppo hanno ragione.

I fattori della povertà secondo un focus group con gli operatori dei servizi condotto dalla Provincia di Bologna a marzo 2010 (slide presentata al seminario "Essere poveri a Bologna", Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Bologna, 5 aprile 2011)

[1] Ricolfi ci informa che “nei primi tre anni della crisi, ossia tra la fine del 2007 e la fine del 2010, l’occupazione in Italia è diminuita di circa 400 mila unità (senza contare la cassa integrazione). Quella variazione, tuttavia, è il saldo fra un crollo dell’occupazione degli italiani, che hanno perso quasi un milione di posti di lavoro, e un’esplosione dell’occupazione degli stranieri, che ne hanno conquistati quasi 600 mila” (vedi). Per gli stranieri si tratta, dunque, di “un boom di posti di lavoro nel pieno della più grave crisi dal 1929”. Questo trend caratterizza ininterrottamente questi anni. Così è anche nel IV trimestre del 2010 che vede proseguire la flessione dell’occupazione italiana (-166.000 unità), ed il contemporaneo aumento dell’occupazione straniera (+179.000 unità) (dati Istat: pdf). La conclusione di Ricolfi è sconsolante: “nella crisi, il nostro sistema produttivo è diventato ancora meno capace di prima di generare posti accettabili per gli italiani”. I dati a livello locale fanno pensare che qualcosa di analogo stia succedendo anche a Vignola e dintorni: i dati sui residenti, infatti, evidenziano una crescita della popolazione straniera e la sostanziale stabilità di quella italiana (vedi). Certo, sarebbe opportuno poter lasciare il campo delle congetture per entrare quello dei riscontri empirici, ma non sembra che la politica locale voglia affrontare seriamente questo tema. Troppo scomodo. Troppo rischioso perché troppo difficile conseguire un rapido successo. E soprattutto troppo impegnativo, in quanto richiederebbe davvero di superare la logica del “ognuno fa per sé” per sviluppare, invece, delle politiche davvero di Unione, ovvero riguardanti l’intero territorio del distretto (anzi, anche di ambito provinciale). Le conclusioni di Ricolfi non sono affatto rassicuranti. Ma forse, proprio per questo, andrebbero considerate con grande attenzione, prima che ci si svegli dal “sogno” dovendo riconoscere che è troppo tardi per invertire rotta: “Il nostro guaio non è che gli stranieri ci portano via i posti di lavoro, ma che ci ostiniamo a creare posti che né noi né i nostri figli sono disposti ad occupare. Camerieri, pizzaioli, fattorini, autisti, badanti, muratori continuano a servire al sistema Italia. Molto meno ingegneri, tecnici specializzati, ricercatori”. Ricolfi è oggi una delle tante voci del coro di studiosi ed esperti che richiamano l’attenzione sulla discrepanza tra aspettative di inserimento lavorativo dei giovani e struttura del (reale) mercato del lavoro. Sembra crescere lo sfasamento tra il nostro sistema formativo e le reali opportunità di occupazione – un meccanismo che genera frustrazione ed altri costi sociali e psicologici.

Curve di reddito per età, italiani (blu) e stranieri (rosso). Dichiarazioni dei redditi 2008 a Bologna. Anche questo un indicatore della "qualità" dell'occupazione straniera - l'unica che regge anche in periodo di crisi (slide presentata al seminario "Essere poveri a Bologna", Istituto Gramsci Emilia-Romagna, 5 aprile 2011)

[2] Non meno preoccupanti sono i dati relativi ai redditi di una realtà locale importante come Bologna, presentati oggi ad un seminario promosso dall’Istituto Gramsci dell’Emilia-Romagna alla presenza dell’assessore regionale Teresa Marzocchi (promozione delle politiche sociali). Dati di fonte comunale e relativi ai redditi del 2008 (303.041 contribuenti residenti a Bologna). Nel 2008 il reddito imponibile medio è risultato pari a 23.607 €, quello mediano 17.949 € (il reddito mediano è quel valore che divide a metà la distribuzione, con il 50% dei redditi rilevati che si collocano al di sotto ed il 50% al di sopra). Nel 2007 il reddito imponibile medio era di 23.473 €, quello mediano 17.774 €. In termini nominali si ha dunque una lieve crescita del reddito (+0,6% per quello medio; +1% per quello mediano), ma se consideriamo l’inflazione (al 3% tra 2008 e 2007 a Bologna) risulta che i redditi reali sono diminuiti (-2,4% il reddito medio; -2,0% quello mediano). Ugualmente preoccupante è un secondo dato, derivante dal confronto tra la curva dei redditi (rapportata all’età del contribuente) del 2002 e del 2008. In questo periodo cresce il peso percentuale del reddito detenuto dalle persone anziane: il reddito dei contribuenti con 60 anni e oltre era il 36,0% nel 2002, è divenuto il 39,6% nel 2008. Detto altrimenti: le fasce d’età più giovani hanno perso capacità reddituale. Cresce la precarietà, cresce la disoccupazione, cresce la non occupazione – cala dunque il reddito delle persone più giovani. Plausibilmente un’analisi condotta sulla ricchezza, ovvero sul patrimonio, evidenzierebbe un’accentuazione ulteriore di questa tendenza. Nel confronto tra 2002 e 2008 i nuclei familiari maggiormente penalizzati sono: donne anziane sole, donne sole con figli, famiglie con 3 o più figli. Queste categorie esibiscono un più alto rischio di povertà. Nulla di nuovo, in verità. Da tempo altri studi locali o studi nazionali evidenziano questa situazione – per una sintesi dell’indagine sulla ricchezza delle famiglie a Modena, IcesMO2: vedi. Nel frattempo, tra 2008 e 2011, la situazione è solo peggiorata.

Curva dei redditi medi per fascia d'età: a confronto la distribuzione 2002 (curva tratteggiata) con quella del 2008 (curva continua). Risulta chiara la perdita di reddito delle fasce più giovani

[3] Anche a Vignola la fenomenologia della crisi e del post-crisi assume questi tratti? Non è dato sapere, anche se quegli scenari sono plausibilissimi anche da noi. Ciò che sappiamo riguarda le “tensioni” nel sistema del welfare locale, provocate dall’aumento della richiesta di assistenza e dalla insufficienza delle risorse messe a disposizione per gli aiuti economici alle famiglie in difficoltà. A livello locale colpisce innanzitutto la dimensione dell’intervento di realtà di “terzo settore” come il Convento dei Cappuccini e la Caritas di Brodano: 210 famiglie assistite, pari a circa 720 persone, che ricevono una busta con alimenti almeno una volta alla settimana. Mentre invece per quanto riguarda l’intervento pubblico, nonostante le rassicurazioni dell’assessore alle politiche sociali, Maria Francesca Basile, il sistema del welfare locale è in tensione a fronte della forte crescita della richiesta di assistenza (tra l’altro si riducono le risorse del “fondo anticrisi”, passate da 401.060 euro del 2010 a 214.000 euro del 2011 – le cifre sono fornite dall’assessore Basile alla Gazzetta di Modena del 30 marzo). E’ chiaro, tuttavia, che la vera sfida non sta sul versante dell’intervento di welfare, per quanto importante oggi.

Un "indicatore" della crisi finanziaria di un numero crescente di famiglie: si diffonde, anche a Vignola, la pubblicità di agenzie di "acquisto oro" (foto del 6 aprile 2011)

La sfida che, anche in questo pezzo dell’Emilia, è posta dalla crisi economica e dalla ristrutturazione che essa determina al tessuto produttivo (crisi della meccanica e, soprattutto nel bolognese, forte contrazione dell’industria motoristica; crisi dell’edilizia) è quella di far crescere nuove opportunità di sviluppo, affinché non rimangano solo i “cattivi posti di lavoro”, ma cresca invece la creazione di posti lavorativi di qualità. Di un “osservatorio economico e sociale” a Vignola e nel distretto si parla oramai da più di dieci anni, senza però essere in grado di realizzare alcunché. E’ probabile che l’idea di un “osservatorio” risulti troppo ambiziosa per le dimensioni di questo territorio. Ma ciò non dovrebbe significare il rinunciare ad una funzione di osservazione che può essere svolta da enti terzi o dalla Provincia, a patto che consenta un’analisi di livello distrettuale (qualcosa è fatto per i dati sulle forze di lavoro e la disoccupazione, ma gli strumenti oggi in essere non consentono di cogliere la “qualità” dell’occupazione) e la “qualità” dei nuovi insediamenti produttivi. Un’operazione intelligente dovrebbe comunque portare all’attivazione di una task force incaricata sia di interfacciarsi con Provincia, Camera di Commercio, Università per monitorare, anche qualitativamente, l’andamento dell’attività imprenditoriale e dell’occupazione sul nostro territorio. E’ evidente che la “consulta economica” dell’Unione Terre di Castelli (vedi) può fungere da organismo di consultazione (o anche di concertazione), ma non può comunque prescindere né da un monitoraggio sistematico ed articolato di quanto avviene sul territorio, né da un dibattito pubblico utile per interpretare i processi in atto e per la messa a punto di politiche locali (anche, eventualmente, in termini di razionalizzazione degli assetti politico-amministrativi – è il caso del dibattito stentato sulla “fusione dei comuni”: vedi). Allo stesso tempo occorrerebbe “lavorare” sul sistema scolastico almeno su due fronti: innalzamento della performance (che presuppone, in primo luogo, capacità di misurarla – si apre dunque il tema della valutazione degli apprendimenti su cui gli istituti scolastici del territorio debbono fare di più, anche sollecitati e supportati da enti locali sin qui distratti: vedi) e un’azione di “orientamento” degli studenti decisamente più efficace di quello attuale che è, sostanzialmente, un invito al fai-da-te (un tema troppo spesso trascurato, forse proprio perché non vi sono facili soluzioni a disposizione). Sono temi che, in verità, sembrano essere debolmente presidiati dalle istituzioni locali che sembrano agire nella segreta convinzione che il tempo metterà tutto a posto, consentendo di superare la crisi economica, di ripristinare i livelli di benessere di qualche anno fa, di dare alle nuove generazioni nuove chances occupazionali (di qualità). Temo che sia saggio, invece, prepararsi al peggio e dunque iniziare (siamo già in ritardo) a pensare ad interventi straordinari e di medio-lungo periodo per cambiare una traiettoria di sviluppo che oggi continua a mostrare grandi segni di fragilità. Tutto ciò, ovviamente, se si vuole dare un po’ più di futuro alle giovani generazioni di questo territorio e di questo paese.

7 Responses to Chi paga la crisi economica in questo territorio? In primo luogo i giovani

  1. Roberto Adani ha detto:

    Scusa Andrea, mi piace molto il tuo articolo, ma a volte la statistica non rende abbastanza.
    Proviamo a fare i conti in tasca a due giovani laureati con due figli piccoli entrambe in età da Nido e talmente fortunati da avere entrambi un lavoro. E’ certo che non sarà un lavoro a tempo indeterminato ma con partita IVA gestione separata INPS.
    Supponiamo che siano stati così fortunati guadagnare entrambe circa 30.000 euro + IVA in totale 60.000 euro e detto così sembrerebbe anche una buona somma. Entrambe entrano quindi nello scaglione IRPEF del 38% e pagheranno quindi 6960+38% di 2000 + addizionali comunali e regionali = 8320 che per due 16.640 euro di IRPEF.
    Poi sono iscritti alla gestione separata con aliquota oggi del 26,72% quindi 8016 a testa per contributi, che per due dà 16.032.
    Rimane quindi 60.000-16.640-16.032= 27.328 che diviso 13 mensilità da 2.102 euro mensili di reddito familiare. Certamente la mamma, per tenersi il posto è dovuta tornare al lavoro dopo qualche settimana dal parto e i bambini dopo mesi di babysitter sono finalmente entrambe all’asilo ( anche qui se hanno la fortuna di vivere in un comune che ha posti all’asilo). Il reddito ISEE familiare è 22.368 quindi superiore al massimo ISEE di 21.500 per una retta di 436 euro a figlio più 44 euro di prolungamento orario pari a 480 euro mensili che per due figli 960 euro. Ecco che 2.102 -960 diventano= 1142 euro mensili. Ho ipotizzato che con due figli abbiano avuto bisogno di un appartamento che non sia un monolocale e quindi paghino 600 euro al mese. Ed ecco che il reddito familiare scende a 542 euro mensili.Ho lasciato la tredicesima per imprevisti e regali di natale. Spese condominiali 50 euro. Le bollette saranno poi tutte aumentate per il 2011, ma siamo ottimisti 150 euro mensili più 100 per i cellulari indispensabili per il lavoro che svolgono ed ecco che il reddito scende 242 euro mensili. Con cui la famiglia dovrà vestirsi, mangiare, e cambiare le gomme alla bicicletta perchè per la benzina e la macchina non rimane niente.
    In compenso cosa riceverà dallo stato, politiche per la famiglia? politiche per la casa? sgravi fiscali? Ovviamente nulla di tutto ciò. Ma in futuro? La scuola per i propri figli? Se continua così cosa rimarrà della scuola pubblica? Una scuola privata dove ti insegnino almeno due lingue e un pò di materie scientifiche e di tecnologia indispensabili per vivere nel mondo costa circa 12.000 euro annui cioè 2000 euro al mese con due figli. Dopo le tasse rimmarebbero 102 euro per tutto il resto! Ma le tasse che questi ragazzi hanno pagato dove sono andate? In gran parte a pagare il debito pubblico. Un altra parte consistente agli anziani e il resto alla sanità. Ma i nostri due giovani pregano tutti i giorni che almeno gli rimanga la salute, altrimenti è finita. Quindi del welfare tradizionalmente inteso non ritorna quasi nulla a questi giovani nè oggi nè in futuro perchè quando loro diventeranno vecchi le risorse saranno finite da un pezzo e gli anziani rappresenteranno il 50% della popolazione. Ma tutti quei contributi? Cosa ne sarà della loro pensione. Intanto i contributi odierni servono per pagare la pensione agli attuali pensionati, un bel da sbandierare in giro che l’INPS ha il bilancio in pareggio. Vorrei sapere come sarà il bilancio INPS nel 2050. Comunque proviamo a essere estremamente ottimisti, i nostri eroi avranno versato all’INPS 240.480 euro a testa e avranno maturato a 60 anni una pensione salvata miracolosamente di circa 800 euro. Meno della metà dei loro genitori a parità di anni di contribuzione. Il bello è che questa situazione non è di oggi, anche chi ha 40 anni è in questa situazione oppure anche peggio perchè i contributi delle partite iva di alcuni anni fà si sono praticamente già volatilizzati.
    Io lavoro ad esempio da 20 anni e ho maturato una pensione fin ora di ben 202 euro mensili, bell’interesse 10 anni da sindaco se si pensa che nel pubblico impiego fino a un pò di anni fà si andava in pensione con lo stipendio intero con 20 anni di contributi. Ma in questa situazione ci sono in tanti. Torniamo ai nostri giovani. A 60 anni non saranno certo riusciti a comprare casa, nè a risparmiare qualcosa o a farsi una pensione integrativa. Quindi 800 euro a testa, in totale 1600 euro, 600 euro di affitto, 1000 euro, 200 di bollette, 800 euro. Se i figli sono ancora in casa, queste generazioni hanno fatto figli tra i 35 e i 40 anni e quindi i figli avranno tra i 25 e i 30 anni. Voi che dite? Per me saranno ancora in casa. Campare con 800 euro in quattro. Se tua figlia rimane in cinta l’ammazzi!
    Secondo me è già anche tardi per pensarci, aggiungete a queste mie considerazioni che magari uno di quei ragazzi ha perso il lavoro durante questa crisi. Stiamo massacrando delle generazioni intere e il bello è che sono i nostri figli!

  2. Luciano Credi ha detto:

    Parliamo italiano per favore, cioé…

    mettiamo da parte la politica in questo caso… perché?

    in tempo di vacche grasse si possono fare calcoli… quando le cose sono come sono… l’arte dell’arrangiarsi… quella tipica della più parte degli italiani onesti é la migliore soluzione…

    lo dico essendo ora all’estero… l’italiano é apprezzato fuori per il suo cuore buono e per saper fare le cose alla meno peggio…

    anch’io laureato, anch’io a “contratto” a gestione separata, ma ascoltando certi punti di vista io non ho diritto ad una famiglia…

    invece ci sono tante soluzioni… basta essere flessibili mentalmente… ad esempio finito questo impegno vedo che qui é possibile insegnare italiano nei licei… con una certa regolarità non rimanendo senza lavoro…

    quello che fa la differenza in tempo di precarietà, é la capacità di sapersi costruire una rete di conoscenze, di scambi per potersi garantire una certa continuità nel lavoro…

    ad esempio dove sono io (Fra…); una persona italiana secondo punto di vista del PD (forse)…
    é venuta qua dicendo che poteva occuparsi meglio di me di certe “relazioni” con la cultura italiana… che aveva un curriculum migliore del mio…(naturalmente credo che sia vero)…

    sapete cosa gli hanno gli altri dottorandi ricer… ?gentilmente… naturalmente… lei finito il suo contratto anche se torna in Italia é forse quasi meglio…(naturalemnte le cose forse non sono andate proprio in questo modo… forse ha trovato soluzioni migliori, é solo un discorso “surrealista” per spiegare un punto di vista…)

    perché?

    ma perché la politica di “tutti dentro” del PD leggendo i curriculum… non va … perché in un equipe di ricerca, ad esempio, bisogna essere capace di gestire le poche risorse che si hanno, accettando di fare alla meno peggio e di non essere troppo rigidi, bisogna cercare di accontentare tutti… nel limite del possibile come un buon padre di famiglia… si mangia assieme in mensa (3 euro a pasto) ci si aiuta… si cerca di capire la soluzione migliore per tutti, ci si scambia le informazioni… ad esempio se uno sa che in un liceo qui qualcuno ha bisogno di un insegnante d’italiano, piuttosto che d’inglese… lo si comunica… a tutti…

    e si cerca anche di capire chi in quel momento ha più bisogno di lavoro…

    é la migliore soluzione alla crisi piuttosto che farsi curriculum, da mandare a persone che non conoscono il nostro modo di lavorare in equipe…

    l’altro giorno una commissione é venuta a dirci, che non considera stipendi assegni di ricerca di 600 euro al mese… ma nessuno tiene conto ad esempio che in Romania un insegnante di francese guadagna 300 euro al mese e ne paga 200 per l’affitto…

    se Adani dice che in 20 anni di lavoro ha maturato solo 202 euro al mese io dico che non é vero, perché bisogna contare anche che se paradossalmente non aggiungesse altri contributi, da qui alla pensione… ha diritto alla pensione sociale che credo sia 250 euro…
    insomma 200 euro più 250 fa 450…

    questa sarà la realtà di tante persone che sono nella gestione separata dell’Inps…

    quindi incominciamo a pensare con l’ottica di tempi di vacche magre… se vogliamo guardare con realismo al futuro…

    la sinistra italiana deve smetterla di organizzare solo manifestazioni ad esempio per chi ha già una pensione… la grande sfida della sinistra é quella di trovare soluzioni valide, all’interno del precariato e di non guardare all’impossibile!!!!!!!!!

  3. unicode ha detto:

    Devo dire che è stato lanciato proprio un bel tema. Perchè non approfondirlo con degli incontri con i cittadini? Potrebbe essere interessante ascoltare e capire se questo problema nasce oggi, se è presente da almeno 16 anni oppure da sempre. Di buona e/o cattiva occupazione è da almeno un quindicennio che se ne parla con il risultato che sia statisticamente sia con il “conto” non se ne viene fuori. Mi pare di ricordare che una delle prime de-regolamentazioni nel mercato del lavoro sia stata, proprio, opera di un ministro del centrosinistra,ricordate Treu (?). Allora la discussione più affascinante continuava ad essere, per qualcuno, Centro sinistra con o senza trattino. qualche anno dopo, ancora un governo del Centrosinistra (era terminata la stagione dei trattini ed era iniziata quella delle piante), per evitare che 180.000 (circa) persone allungassero la permanenza al lavoro di uno/due anni, con una leggina accollò alla collettività un miliardo di euro l’anno per dieci anni……… permise, però, che persone con 35 anni di lavoro, con una età inferiore ai 60, andassero anzitempo in pensione. Nel luglio del 2010, credo il 27 o il 28 (scusate per la mancanza di precisione), nel silenzio generale (anche del PD, solo successivamente se ne è reso conto), passa la legge che anche con 40 anni di lavoro, la pensione la si percepisce dai 12 ai 18 mesi successivi al compimento del diritto e senza che questi ulteriori contributi concorrano alla quantificazione economica della quiescenza. Ricordiamo tutti, credo, l’affermazione del Ministro del Tesoro: la riforma delle pensioni, noi (ITALIA? Centrodestra?), l’abbiamo fatta senza nemmeno un’ora di sciopero. Questo per ricordare (innanzitutto a me stesso) che ci sono argomenti che pur avendo una valenza generale, poi, ognuno, verifica nel concreto cosa succede a se stesso, e a seconda di ciò che gli capita, procede a far di conto e prende posizione. Con ciò non metto in discussione le addizioni (poche) o le sottrazioni (tante) nel “far di conto” quanto un minimo di coerenza che non dovrebbe mai abbandonarci anche quando crediamo che si sta parlando/ragionando/legiferando di altri e non di se stessi. Che nel nostro Paese esista una questione, oltre che del lavoro, fiscale, non lo scopriamo adesso, purtroppo. Mi pare, però, che mai nessuno (dico nessuno), a parte i proclami, abbia veramente avuto voglia d’intervenire sui bilanci, a partire da quello dello stato. Noto con dispiacere che non sono poche le forze politiche che a seconda che governino o sono all’opposizione, fanno….diciamo così……..il gioco delle parti. Qui la discussione si farebbe lunga e non è il caso di continuare (a quando un bel dibattito senza rete e reticenze?)……… In questo Paese la cattiva occupazione mi pare si possa addebitare soprattutto (non solo ma certamente la grandissima parte) alla Pubblica Amministrazione. Se mettiamo da parte l’obbligo di assumere solo in parte chi va in quiescenza nella Pubblica Amministrazione (ultima finanziaria), mi pare che fino a ieri il datore di lavoro che più ha perseguito la cosiddetta flessibilità occupazionale siano state le Amministrazioni pubbliche, nessuna esclusa : Stato, Regioni, Province, Comuni e Unioni. Anche questo, però, ci fa(forse) sfogare ma non risponde alle domande di chi ha lanciato la “provocazione”. Complessa e variamente sfaccettata la materia è (JODA) e sarebbe il caso che non venisse fatta cadere ma che si affrontasse di petto con i propri cittadini/elettori (almeno una parte). Alle cose ricordate da Paltrinieri aggiungo: quando parliamo della SIPE e della occasione persa (per le imprese e per i giovani: possibili occupati anche come ricercatori). Veramente qualcuno pensa che un capannone possa sostituire il progetto dei poli?
    A quando una discussione (almeno quella) per verificare se esistono le condizioni per la creazione di capitali di rischio per far sì che gli spin off possano veramente essere sul mercato e non deperire di almeno un 50% nei primi tre anni di vita e le altre “galleggiano” senza lasciare l’ambiente universitario. A quando una discussione per verificare i possibili incentivi alla patrimonializzazione delle piccole aziende che non intendono diventare “spa”? Possiamo intervenire e/o immaginare strumenti per avviare l’internazionalizzazione di aziende che non hanno mai operato in tal senso? Riusciamo a immaginare qualche cosa di nuovo…….. soprattutto gli chiediamo di cosa hanno bisogno? ………… Proviamo, come si diceva un tempo, ad avere idee lunghe e non legate a miseri cinque anni amministrativi ove dopo i primi due e mezzo, si inizia a pensare come essere ri-eletti. Evitiamo, per favore, il poco degno spettacolo di cui hanno riportato i giornali a proposito del rinnovo del CdA di Hera. Se ci riflettiamo, anche in questo c’è spazio per i giovani……purtroppo però se questi non si incazzano, davvero, il nostro Paese forse avrà avuto un glorioso passato, di futuro, però, non se ne vede. Basta guardare la gerontocrazia che ora e ieri ha sempre detenuto le leve del comando. La crisi di oggi non è quella di ieri fatta di saliscendi (fase positiva/fase negativa), il mondo è e sarà in continuo cambiamento, nei prossimi anni altri milioni di persone chiederanno un “posto a tavola”, pensiamo di fare concorrenza sullo stesso piano o cerchiamo (con ritardo) si accrescere il nostro valore aggiunto. A proposito della crisi delle moto e degli scooter, pensiamo sia lungimirante continuare ad essere essenzialmente assemblatori oppure l’ideazione, la progettazione, la prototipazione, l’industrializzazione, sono i campi sui quali dovremo spingerci per il nostro valore aggiunto? Su ciò, le amministrazioni (Vignola) hanno (ha) qualche cosa da dire o pensano che le alternative (perse) ai (non più) costruendi poli per il trasferimento tecnologico (comunque non ricerca) è quella di posizionare tutto in un capannone? Cosa poi, non saprei.

  4. Roberto Adani ha detto:

    Qualche riflessione, per provare a tenere vivo un bel tema, senza la presunzione di avere la ricetta. Osservazioni certamente stimolanti le tue Unicode. Parto dal considerare che parliamo comunque di generazioni senza rappresentanza. In parte perchè comunque generazioni future, mentre gli attuali giovani sono, o stati espulsi dalla politica o si sono immediatamente allontanati o molto più spesso nemmeno ci si sono avvicinati. Politica comunque legata a vecchi schemi, quelli del confronto con le forze sociali, del sindacato, delle organizzazioni economiche, dei partiti. Non sono organizzazioni per giovani. Il sindacato è da tempo un sindacato di tesserati, occupati, a tempo indeterminato soprattutto del pubblico impiego ma ancora di più di pensionati. Le associazioni di categoria economiche rappresentano anch’esse un mondo di imprese in cui le barriere di ingresso per i giovani si sono molto alzate, Non è più certo possibile partire con un trapano usato in garage a fare impresa. Nemmeno la questione del ricambio generazionale nelle imprese è stato risolto. Non parliamo poi dei partiti che quando hanno accettato i giovani lo hanno fatto solo se debitamente conformati alle regole di quella politica fatta di clan del capo mandamento, esclusi a priori merito e capacità, apprezzati solo la fedeltà incondizionata di chi deve aspettare il proprio turno, che se mai verrà sarà sempre per gentile concessione di chi in politica c’è già da molto tempo e ci vuole comunque rimanere. Quindi difficile far pesare all’interno di questi meccanismi le esigenze dei giovani. Per prima cosa comunque si dovrebbe dotare i giovani del set di strumenti minimi per cavarsela nel mondo. Prima di tutto conoscenza ed educazione e quindi scuola e famiglia.
    Poi autonomia, un giovane europeo esce di casa a 16 anni.
    Poi cultura, internet, cinema, teatro, arte. Noi italiani abbiamo insegnato al mondo intero come vendere cultura, tappeti, arazzi, lampadari, quadri, in passato. Moda, auto, moto, gioielli e design in tempi più recenti. Gran parte del valore dei beni di maggior successo è immateriale è cultura.
    Poi sviluppo. La crescita zero lasciamola a chi ha dai 50 anni in su, se vogliamo estendere ai giovani un nuovo stato sociale e migliorare scuola, università, ricerca e opportunità di lavoro ci vogliono risorse che nello stato attuale passano per una crescita economica. Non ci sarà più il lavoro sicuro neanche per chi è a tempo indeterminato, quindi è necessario un salario minimo di disoccupazione per i momenti di difficoltà. Gli unici che possono assicurare crescita economica sono il sistema delle piccole e medie imprese manifatturiere di questo paese. Certo supportate dai territori e dalle politiche territoriali, in reti lunghe internazionali, serie e affidabili come solo i nostri artigiani riuscivano a essere. Innovative, non l’invenzione di colpo di un nuovo prodotto, raramente ne siamo capaci, ma il miglioramento continuo anche dei prodotti più maturi, per contenuto, aspetto o processo. Pensate a cosa siamo riusciti a fare dal vino al metanolo in bottiglioni ad oggi, in termini di contenuto, qualità, tecnologie e immagine della nostra enologia. Un processo portato avanti soprattutto da giovani.
    Etica, non ce l’abbiamo più ma ce la dobbiamo reinventare, perchè in un mondo globale in cui le grandi multinazionali esternalizzano i loro prodotti, si affideranno ad imprese europee solo se sapremo farli ad un prezzo concorrenziale, un po’ meglio degli altri, ma soprattutto con grande affidabilità e serietà. Nel mondo globale non c’è più spazio per i troppo furbi e questa è un altra cosa che dobbiamo tornare a insegnare ai nostri figli. Poi ci vorrebbero luoghi in cui contaminarsi, copiarsi, fare girare le informazioni, condividere conoscenza, relazionarsi e incontrarsi. Solo così può nascere il nuovo. Minimo 200, 300 giovani che si incontrano nella pausa pranzo al ristorante, in un luogo stimolante, bello anche dal punto di vista ambientale in cui semplicemente ognuno parla del progetto o dell’idea a cui sta lavorando e qualcuno origlia, copia, modifica e inventa una cosa geniale. Non è ovviamente un capannone ma si può visitare in qualsiasi città d’europa. Il più vicino è a Nizza, è un parco tecnologico si chiama sophia-antipolis. Ma forse ormai bisogna pensare già a qualcosa d’altro, perchè la politica e la classe dirigente in generale di questo paese difficilmente ha avuto il coraggio di progetti ambiziosi e scelte coraggiose, perchè poi di chi è la colpa se falliscono, chi ne paga le conseguenze? La risposta è banale: i nostri giovani.

  5. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Anch’io vorrei che il tema delle opportunità per i giovani – scuola, occupazione – non venisse lasciato cadere troppo facilmente. Dunque provo ad aggiungere qualche considerazione a quelle svolte da Roberto e da Unicode. Qui innanzitutto un articolo del Corriere di Bologna che riassume i dati presentati all’incontro dell’Istituto Gramsci Emilia-Romagna:
    http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/economia/2011/6-aprile-2011/redditi-crisi-ha-colpito-under-45–190382768474.shtml
    E qui, invece, alcune considerazioni che Elisabetta Gualmini, professore di scienza della politica all’Università di Bologna, ha svolto sugli studenti universitari e sul futuro (migliore) che meriterebbero, ma che non hanno (e non avranno) a causa della gerontocrazia italiana:
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/04/06/cari-candidati-quegli-studenti-senza-futuro-meritano.html
    Ma per stare al tema dello sviluppo locale, ovvero di quel particolare processo di insediamento di attività produttive che determina l’offerta di posti di lavoro, vorrei ricordare un dato storico. Al censimento del 1951 Vignola risultò al secondo posto, tra i 47 comuni della provincia, per incidenza della popolazione attiva del settore terziario. Questa era infatti pari al 32,6% (fatta 100 la popolazione attiva), contro il 39,1% di Modena. Tutti gli altri comuni avevano valori più bassi. In un certo senso Vignola passò da una società agricola ad una società post-industriale, saltando di fatto la fase dell’industria che invece fu assai intensa a Sassuolo, Fiorano, Maranello ecc., ma anche in diversi comuni della bassa modenese. Tutto ciò, ovviamente, era un portato dello sviluppo del commercio della frutta. Uno sviluppo spontaneo, frutto degli “animal spirits” nostrani. Non fu un fenomeno pianificato. E segnò la ricchezza di questa città, dagli anni ’30 agli anni ’70 (pensiamo a cosa significò anche in termini di occupazione femminile). Voglio dire che ci sono dei cicli di vita anche per lo sviluppo locale. Quello che ho ricordato ebbe un’ascesa intensa e portò ricchezza a gran parte della popolazione di questo territorio. Ma non fu la costruzione di pochi anni. Bensì di qualche decennio. Uno sviluppo perseguito con costanza nel tempo. Quello che allora fu il prodotto dell’iniziativa privata (alcuni imprenditori pioneristici e poi una grande diffusione sul territorio, per cui nel secondo dopoguerra in tanti si inventarono commercianti di frutta, in gran parte con successo …) deve oggi diventare il frutto di una pianificazione intelligente, che tiene conto dei caratteri del territorio e avviene su scala più ampia. Occorre infatti mobilitare risorse che vanno al di là di un singolo comune. Vedete voi qualcosa del genere in questo territorio? Vedete lo sforzo coordinato dei comuni del distretto? Vedete un’idea chiara sul futuro dell’economia di Vignola e dintorni? Io non vedo nulla di ciò. Se potete aiutarmi a vedere meglio …

  6. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Anche la BCE, tramite il proprio governatore Mario Draghi, riconosce che la crisi presenta il conto, per così dire, soprattutto ai giovani. Nell’editoriale del Rapporto 2015 della Banca Centrale Europea infatti Draghi ha messo l’accento sull’alta disoccupazione giovanile che colpisce “la generazione più istruita di sempre” e rappresenta un vulnus significativo: “Per evitare una generazione perduta dobbiamo agire velocemente”.
    http://www.repubblica.it/economia/2016/04/07/news/bce_la_debolezza_intacca_l_inflazione_ma_non_ci_arrendiamo_-137089441/
    Mario Draghi dice cose che gli amministratori locali, anche nell’avanzata Emilia, non hanno il coraggio di dire. E infatti nell’allocazione delle risorse degli enti locali di questo territorio non si percepisce nulla di significativo indirizzato ai giovani.

  7. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ancora dati negativi sui giovani. Anche i dati sui redditi (qui quelli del comune di Bologna) evidenziano il crescere, in questi anni di crisi, dello scostamento tra anziani e giovani. Ovviamente a discapito di questi ultimi (che perdono reddito).

    “La ricchezza sotto le Due Torri passa sempre di più dai contribuenti over 60. Oltre il 42% dei redditi dichiarati, infatti, ormai arriva dai cittadini più anziani (lavoratori o pensionati che siano). La percentuale una decina di anni fa si fermava al 36%. Un dato che mostra come nel tempo in città si sia allargato, e non poco, il divario tra vecchie e giovani generazioni sul fronte delle buste paga. Questo mentre la crisi si è “mangiata” oltre 15mila contribuenti e i redditi dei bolognesi anche nel 2013 sono rimasti fermi al palo: la media pro capite è pari a 23.904 euro, solo 200 euro in più rispetto al 2009. E in termini reali gli unici a salire, anche qui, sono quelli degli anziani.”

    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/04/08/news/bologna_perde_contribuenti_e_da_5_anni_il_reddito_ristagna-137169516/

    Intanto gli amministratori dell’Unione Terre di Castelli (Vignola inclusa) sono in altre faccende affacendati.

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