Il punto sull’Unione Terre di Castelli/2. Cresce la fragilità politica e l’opacità dei processi decisionali

Qual è lo stato di salute dell’Unione Terre di Castelli? Va tutto bene, come sentenzia il presidente Francesco Lamandini? Oppure crescono, anche a causa dei nuovi amministratori e della perdita di “collante”, le fragilità, i nodi critici, le incapacità di elaborare e condividere visioni di alto profilo? Prosegue qui la riflessione sul tema a partire dalla relazione di accompagnamento al bilancio di previsione 2011.

Santiago Ydanez, Senza titolo, 2008 (Artefiera, Bologna, 30 gennaio 2011)

[4] Nodi che vengono al pettine. Le considerazioni sin qui sviluppate (vedi) sono forse discutibili. E’ certo che starebbero bene discusse. In modo serio, come fin qui non è avvenuto e come di solito non avviene in politica. Purtroppo ne abbiamo avuto una prova con la principale decisione assunta in merito alla riorganizzazione del campo delle politiche locali: il ridisegno dei confini tra Unione e ASP G.Gasparini (vedi). Ovviamente non trovate nessun documento, accessibile pubblicamente, che espliciti in modo chiaro e misurabile gli obiettivi che con questa “riorganizzazione” l’Unione Terre di Castelli ha stabilito per il settore sociale. Siamo di nuovo all’interno del tema della governance: come potrà essere “misurato” tra qualche anno il raggiungimento degli obiettivi di miglioramento della performance se non sono chiari gli obiettivi e se non si predispone un adeguato sistema di monitoraggio? Oggi l’ASP G.Gasparini è stata “declassata” ad azienda produttrice di servizi residenziali, semiresidenziali e domiciliari; per anziani e disabili. La mia impressione è che nel giro di poco i problemi di performance riemergeranno tali e quali anche nel nuovo assetto organizzativo, evidenziando che il problema non era nell’ASP, ma semmai nella debolezza della catena di indirizzo, controllo, rendicontazione (vedi). Oggi una parte importante di decisioni sono assunte dal Comitato di distretto. Sono decisioni caratterizzate da più “razionalità”? Da più trasparenza? Difficile pensarlo. Si tratta, semmai, di un ulteriore ambito decisionale che si allontana e sfugge alla visione dei consigli comunali. E che dire delle dimissioni, da presidente dell’ASP, di Mauro Salici, ex-sindaco di Marano, dopo che aveva acconsentito a ricoprire quel ruolo solo un anno e mezzo fa? E’ evidente, al di là delle giustificazioni ufficiali, che qualcosa si è rotto nel rapporto tra i vertici dell’Unione e l’ASP. Che esce fortemente indebolita da una tormentatissima (e assai poco trasparente) riorganizzazione. Sono cose su cui la relazione del presidente Lamandini dice assai poco e mostra, anzi, una evidente ritrosia. Ma l’aspetto davvero singolare, sempre per rimanere al welfare locale, sono gli esiti del “programma anti-crisi” che pure è stato presentato come la priorità di questi anni in cui la crisi economica scoppiata nel 2007 ha segnato profondamente il territorio. Nella relazione si legge che “è stato ribadito che in questo momento di fortissima difficoltà a seguito della crisi economica e finanziaria internazionale il primo e imprescindibile obiettivo per il territorio e quindi dei comuni e dell’Unione deve essere il lavoro” (p.5). Però poi si legge, più avanti (p.34), che i “progetti anticrisi” avviati dal 2009 sono stati “una risposta importante anche se non sufficiente”! Nell’unico report sulle politiche anticrisi risultava evidente l’insufficienza degli aiuti e dunque il formarsi di una lista d’attesa per accedere ad essi! E questa sarebbe la politica prioritaria sviluppata dall’Unione?

federico Guida, Mirror, 2009 (Artefiera, Bologna, 30 gennaio 2011)

[5] Se non ora, quando? Nella relazione del presidente è ricordato l’impegno a “recuperare” la mancata discussione del programma di legislatura dell’Unione (un programma di legislatura scritto in fretta e furia dal presidente Lamandini dopo che Simone Pelloni, consigliere della Lega Nord, aveva ricordato a presidente, giunta e consiglio che esiste un obbligo, fissato dallo Statuto dell’Unione, ad approvarlo contestualmente al primo bilancio di previsione – cosa di cui il presidente si era “dimenticato”: vedi).  Un impegno fissato da un ordine del giorno approvato dal consiglio dell’Unione, ma poi disatteso: “La Giunta si impegna, durante l’anno 2010 e i primi mesi del 2011 a costruire tavoli di confronto e discussione anche con contraddittorio, in ogni Comune, che contribuiscano alla costruzione di un nuovo programma quadriennale 2011-2014 che integri quello in approvazione con la presente delibera. Tale nuovo programma sarà approvato prima dell’approvazione del Bilancio di previsione 2011″ (p.3). Così non è avvenuto. Questa la giustificazione offerta dal presidente Lamandini (p.3): “Questo impegno, così articolato, necessariamente viene rinviato al prossimo bilancio in quanto oggi è impossibile per i Comuni e tanto più per l’Unione programmare su un piano pluriennale, fino a quando il Parlamento non legiferi sul federalismo.” A prima vista la giustificazione sembra plausibile. Ma a pensarci bene non lo è. Per un semplice motivo. Anche l’Unione, come i comuni, è sottoposta ad un processo di downsizing, ovvero di ridimensionamento tanto del proprio bilancio, quanto del proprio organico. All’Unione sono accollati minori trasferimenti, nel 2011, per 674mila euro (oltre 55 milioni di euro è la spesa complessiva prevista per il 2011). E la restrizione del turnover del personale si traduce in un calo di 15-16 unità, pari ad una riduzione del 5% dell’organico. Questo per il 2011, mentre per il 2012 l’erosione delle risorse proseguirà. Sappiamo da tempo, non certo da oggi, che questo è il destino con cui si confronteranno gli enti locali. Il programma di legislatura, pertanto, dovrà necessariamente essere imperniato sul tema del disegno di riorganizzazione delle funzioni tra comuni ed Unione. Amministratori lungimiranti avrebbero attivato sin da subito una task force per definire al più presto una riorganizzazione che coinvolgesse tanto le amministrazioni comunali, quanto l’Unione. Sin dall’inizio l’obiettivo da perseguire con determinazione doveva essere il ridisegno del profilo dei servizi essenziali e la liberazione di risorse da investire sulle nuove politiche di sviluppo del territorio (qualche timida proposta, solo sul versante dell’Unione, è riportata a p.43). Allo stesso tempo andava aperto un confronto pubblico sulle politiche da garantire e sui diritti da ritenere esigibili (magari allargato anche alla Fondazione di Vignola che su alcuni settori, es. le politiche scolastiche, eroga annualmente finanziamenti importanti, ma senza un coordinamento forte con le politiche dell’Unione e senza alcuna puntuale rendicontazione pubblica circa l’efficacia). Insomma è un evidente segno di debolezza spostare in avanti nel tempo la discussione sul “programma di legislatura” e la corrispondente “riorganizzazione”, quando invece già oggi si è in ritardo nell’affrontare questo compito. Che manchi un sufficiente allineamento nella visione, inoltre, è testimoniato dalla reazione scomposta di alcuni sindaci a prendere in considerazione, realizzando un apposito studio di fattibilità, l’ipotesi del superamento stesso dell’Unione di comuni, a favore, invece, della “fusione” dei comuni (vedi). Si può essere scettici su questa prospettiva, ma bisognerà pur essere consapevoli che occorre “inventarsi” una nuova organizzazione od anche un nuovo assetto istituzionale per conseguire maggiore capacità di governo, maggiore peso politico, maggiore capacità di liberare risorse da investire a favore del territorio – una prospettiva che sembra avere, seppur cautamente, l’assenso anche del presidente Lamandini (p.48).

Harding Meyer, o.T. (03), 2010 (Artefiera, Bologna, 30 gennaio 2011)

[6] Il privilegio di sentirsi un guru. Doveva essere questo in origine il titolo di questo post (con riferimento al titolo di un leggero e godevolissimo libro del genovese Lorenzo Licalzi). Un titolo pensato a commento dei contenuti e, soprattutto, del tono della relazione del presidente. Dopo averla letta mi sono chiesto: perché infliggere una tale sofferenza al volonteroso lettore (specie rara) dei documenti programmatici dell’Unione? Non c’è dubbio che le relazioni illustrative dei programmi degli enti locali sono un genere letterario difficile. Dovrebbero unire scorrevolezza e analiticità, dovrebbero dare il senso di una visione ed al tempo stesso prevenire le perplessità degli scettici, dunque essere ben argomentate e supportate da quel tanto di dati che dimostra il padroneggiamento della materia (senza strafare). E soprattutto dovrebbe non essere riluttante a chiamare per nome i nodi critici, le manchevolezze riscontrate in passato, le lezioni apprese. Rispetto a questo standard la relazione del presidente Lamandini è deludente. Si compone di parti ipertrofiche, nonostante la scarsa rilevanza, e di una sostanziale sottovalutazione delle criticità (che invece ci sono e, soprattutto, sono in crescita). Da pagina 9 a pagina 20 è dispiegato un gran dispendio di parole per dire assai poco e, soprattutto, per direi assai poco di rilevante per il livello locale. Vorrei fare un esempio. La relazione contiene 4 pagine dedicate al “quadro dell’immigrazione”, prodotto a partire da un unico documento del CNEL su Gli indici di integrazione degli immigrati in Italia (più altre 2 pagine dedicate alla “realtà locale”). La maggior parte di queste considerazioni non aggiunge informazioni utili per disegnare (o ri-disegnare) le politiche locali per l’integrazione dei cittadini stranieri, che pure sono il 13-14% della popolazione residente sul territorio dell’Unione (il 16% a Vignola: vedi). Trattandosi di una relazione di accompagnamento al bilancio di previsione essa dovrebbe contenere gli obiettivi per il 2011 e le azioni, gli interventi, i programmi per conseguirli. Non trovate nulla di tutto ciò, però. Eppure sappiamo che l’unico progetto significativo realizzato la scorsa legislatura – il Forum dei cittadini stranieri – è in standby da tempo (oltre a necessitare di una ridefinizione della mission). Ed anche gli interventi, presso le scuole, di alfabetizzazione degli alunni stranieri procede a stop and go e rischia, anzi, di essere cancellato (vedi). Neppure il Centro Territoriale Permanente, per l’insegnamento della lingua italiana agli adulti, gode di buona salute (e non solo per la riduzione generalizzata delle risorse per il sistema scolastico). Mentre non c’è una iniziativa che è una per favorire l’autonomia o l’occupabilità delle donne straniere (che, soprattutto per le famiglie di Marocco e Tunisia, dove lavora in genere solo l’uomo, costituisce un elemento di fragilità che accentua il rischio di povertà). Perché dunque costringere il cittadino-lettore ad occuparsi del rapporto CNEL (che non è di certo la massima autorità in materia) e poi lasciarlo all’oscuro riguardo ciò che veramente conta: le politiche dispiegate sul territorio? Lo stesso si potrebbe dire per la parte sulle politiche per i giovani (pp.12-14), ma anche per il “quadro dell’economia” (pp.9-11). Un ultimo elemento di debolezza lo si coglie nel tono usato nella relazione. Di fronte al complesso compito di gestire il ridimensionamento dei bilanci degli enti locali bisognerebbe avere la capacità di ascolto delle perplessità che, inevitabilmente, si registrano. E dunque essere in grado di dimostrare che di quelle perplessità, di quelle osservazioni critiche si tiene conto – a testimonianza del fatto che le decisioni assunte sono il frutto di un reale confronto e dibattito. Non abbiamo bisogno di “guru” che si aspettino di essere convincenti solo per il fatto di avere proferito parola. Le società moderne – ed anche le nostre comunità – sono sempre più caratterizzate da pluralismo; capacità di strutturare punti di vista originali, competenti, concorrenti ; costruzione di percorsi informativi (o contro-informativi) autonomi. Se le istituzioni locali vogliono essere all’altezza di questa sfida e risultare convincenti all’interno di società “della conoscenza” debbono elaborare risposte improntate a trasparenza, capacità di considerare i diversi argomenti sviluppati nella “società”, processi argomentativi allargati. All’Unione ciò farebbe solo un gran bene.

Reena Saini Kallat, Synonym, 2008 (Artefiera, Bologna, 30 gennaio 2011)

Nota: Per il punto 6 ci si è ispirati al titolo (solo a quello!) del libro di Lorenzo Licalzi, Il privilegio di essere un guru, Fazi editore, Roma, 2004 (vedi). Un libro divertente sul fascino delle culture orientali ed il suo uso nella “guerra dei sessi”.

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