Buona mobilità. 150 cittadini discutono i temi del Piano Regionale Integrato dei Trasporti (PRIT)

Buona mobilità. La partecipazione dei cittadini al nuovo Piano regionale Integrato dei Trasporti” – questo il titolo della giornata che, sabato 26 febbraio, ha visto circa 150 cittadini provenienti da tutta la regione trovarsi a Bologna per un evento di “partecipazione” sui temi della mobilità. L’iniziativa è stata promossa dalla Regione Emilia-Romagna e, secondo le parole dell’assessore alla mobilità Alfredo Peri, si tratta della prima applicazione regionale della nuova legge sulla partecipazione (L.R. 3/2010; per un commento: vedi). Per una intera giornata, dalle 10.30 alle 17.30, questi cittadini hanno discusso, all’interno di 8 gruppi tematici, i temi della mobilità individuale, collettiva, sostenibile. Al termine della giornata le principali considerazioni emerse sono state confezionate in un “instant report” consegnato a tutti i partecipanti ed ai funzionari regionali (ecco il pdf). E presto disponibile sul sito web MobilitER. Tra i 150 anche due cittadini vignolesi (io e Rita Gambuzzi), entrambi coinvolti sui temi della mobilità ferroviaria e soci fondatori dell’associazione degli utenti “In prima classe per Bologna-Vignola” (vedi). Esperienza interessante. Proviamo a leggerla criticamente, riflettendo sia sui temi della mobilità (i contenuti), sia su quelli della partecipazione (lo strumento).

Buona mobilità. La partecipazione dei cittadini al nuovo Piano Regionale Integrato dei Trasporti (foto del 26 febbraio 2011)

[1] La Regione Emilia-Romagna sta predisponendo il nuovo Piano Regionale Integrato dei Trasporti (PRIT). Si tratta dello strumento regionale di pianificazione della mobilità e relative infrastrutture. Il piano precedente è stato approvato nel 1998 ed è “scaduto” nel 2010. Il nuovo piano ha come orizzonte temporale il 2020. L’iter procedurale è articolato, come di norma avviene per gli atti di pianificazione. Quadro conoscitivo e documento preliminare sono stati definiti a fine 2009 (approvati con delibera di giunta regionale n. 1877 del 23 novembre 2009) (vedi). Essi sono stati quindi oggetto di analisi e discussione nella “conferenza di pianificazione” che si è svolta, in più sedute, tra  il 24 settembre ed il 20 dicembre 2010. Alla conferenza hanno preso parte i soggetti istituzionali previsti per legge (province, comuni, aziende di trasporti, ARPA, ecc. – a proposito: nessuno del comune di Vignola vi ha preso parte!), più altri soggetti “invitati” (associazioni economiche e sociali). La successiva tappa sarà l’adozione del PRIT (seguita dalla fase di “osservazioni” e dall’approvazione definitiva), prevista entro il 2011. In questi mesi i documenti del piano saranno aggiornati sulla base delle risultanze della conferenza di pianificazione. E’ in questa fase, precedente all’adozione e dunque di “perfezionamento” del PRIT, che si colloca l’iniziativa di partecipazione dei cittadini.

Una veduta della sala riunioni per la plenaria. Circa 150 i partecipanti (foto del 26 febbraio 2011)

[2] Basta poco per rimarcare l’importanza della posta in gioco. La mobilità è infatti uno dei fronti più critici delle società moderne e, dunque, anche della nostra regione. Che risulta mediamente ben posizionata nel confronto con le altre realtà regionali, ma che appartiene però ad un paese – l’Italia – che da tempo evidenzia una grande arretratezza nei confronti dei paesi del centro e nord Europa sulla mobilità, sia in termini di infrastrutture, sia di promozione della “buona mobilità” (quella più efficiente, meno inquinante, ambientalmente più sostenibile). Qualche dato è sufficiente ad evidenziare le criticità di cui soffriamo anche in Emilia-Romagna (dati presi dall’instant report ed estratti dai documenti del “quadro conoscitivo”): il 30% delle emissioni di “gas serra” è dovuto al settore dei trasporti; 20.411 incidenti stradali in regione (nel 2009), 28.035 feriti, 422 vittime (2 a Vignola) ; l’auto è usata per il 67,7% degli spostamenti, i mezzi pubblici per il 7,3%. Il PRIT 1998-2010 ha prodotto indubbiamente risultati positivi (es. da 3,1 a 4,7 milioni di passeggeri l’anno trasportati dal servizio ferroviario regionale dal 2001 al 2009 – un dato a cui ha contribuito anche la riattivazione della ferrovia Vignola-Bologna; da 405 a 1.080 km di piste ciclabili negli ultimi dieci anni), ma siamo ancora lontani dagli obiettivi auspicati. Per cui il nuovo PRIT 2011-2020 ha come obiettivo prioritario quello di “governare la domanda di mobilità”, ovvero di spostare il più possibile la domanda di mobilità dall’auto privata al trasporto collettivo (treno, bus) o, magari, alla bicicletta.

Un momento dell'evento "Buona mobilità". Riunione plenaria (foto del 26 febbraio 2011)

[3] Su questo tema, ampiamente dibattuto dai 141 partecipanti ai gruppi tematici, mi limito a sviluppare due considerazioni, emerse peraltro in modo chiaro all’interno del gruppo di lavoro su “trasporto collettivo e individuale” a cui ho contribuito (ma poi perse nell’instant report riassuntivo – ma di questo parliamo dopo). Governare la domanda di mobilità, per spostarla ad esempio dall’auto privata al servizio ferroviario, significa lavorare in modo deciso su almeno due fronti: (a) innalzare il livello di qualità del servizio di mobilità collettiva (fattore di attrazione) e (b) evidenziare con più forza le esternalità negative dell’uso del mezzo privato (fattore di spinta, motivazionale). Che la qualità del servizio ferroviario regionale sia bassa è accertato anche dai documenti della Regione stessa (vedi). E all’interno dell’articolato concetto di qualità non c’è dubbio che affidabilità (arrivare a destinazione) e puntualità sono gli elementi centrali (lo sanno bene gli utenti della ferrovia Vignola-Bologna che tanto nel 2009, quanto nel 2010 hanno avuto circa 400 treni soppressi ed altrettanti giunti a destinazione con più di 5 minuti di ritardo: vedi). Il paradosso è che i cittadini più “virtuosi” che scelgono la mobilità “sostenibile” oggi non vengono premiati! Anzi. Sono invece trattati da “sfigati”, come ben rilevava Giuseppe Sciortino sul Corriere di Bologna del 30 luglio 2009 (vedi). Occorre dunque utilizzare tutte le leve disponibili (tra cui anche quella del rinnovo dei vertici aziendali, di FER Srl, per dotare l’azienda di vere competenze manageriali) per migliorare la performance del trasporto pubblico e la sua qualità complessiva. L’obiettivo, cioè, deve essere quello di un servizio ferroviario regionale “svizzero”. E’ davvero inimmaginabile far sì che l’uso dei sistemi di mobilità collettiva diventi uno status symbol? Il secondo fronte d’azione riguarda le motivazioni – ed in particolar modo quelle di tipo generale che possono spostare la soglia di appeal della mobilità collettiva. Insomma: bus è meglio; treno è meglio. Ma anche bici è meglio. L’importante è ridurre l’uso dell’auto – che produce congestione ed inquinamento. Vogliamo iniziare a dire in modo chiaro quali sono i “costi” e le esternalità negative dell’attuale sistema di mobilità? Vogliamo iniziare a comunicare sistematicamente, in modo martellante, quali sono gli effetti sull’ambiente e sulla nostra salute del fatto che il 67,7% degli spostamenti in questa regione avviene con l’auto privata? Manca una chiara, affidabile, generalizzata (e istituzionale) comunicazione su questi aspetti. Oggi siamo esposti a titoli di giornale che però, per quanto allarmanti, non producono alcuna reazione (anche perché non è affatto chiara la catena cause-effetti): “Sono 7 mila le morti premature provocate ogni dodici mesi dallo smog nelle regioni del Nord” (così il Corriere della Sera del 25 febbraio: vedi). Che siano effetti sull’ambiente o effetti sull’uomo occorre che questi vengano comunicati in modo chiaro, diffuso, continuo. Associati ad indicazioni sul cambiamento – cosa possiamo fare noi, cittadini ed istituzioni, per mutare questo stato di cose. Insomma, ci sarà un modo intelligente per applicare il “marketing sociale” ai temi della mobilità!

Uno degli edifici del complesso sede della Regione Emilia-Romagna, progettato da Kenzo Tange (foto del 26 febbraio 2011)

[4] Al di là dei contenuti, delle osservazioni e dei contributi alla riflessione sulla mobilità in regione, che dire di questa esperienza di partecipazione? In primo luogo siamo tutti rimasti piacevolmente sorpresi dall’alto livello di “competenza” espresso dalla maggior parte dei cittadini partecipanti (lo riconoscono gli stessi “facilitatori” dei gruppi – si vedano i resoconti nell’instant report).  E questo non è un caso, essendo in una qualche misura la conseguenza dei criteri di “arruolamento” dei partecipanti. La giornata “Buona mobilità” è infatti stata lanciata dalla Regione a fine gennaio (vedi). Ogni cittadino interessato poteva iscriversi (online), sapendo che, nel caso fosse stato raggiunto il numero massimo di partecipanti (200) sarebbero stati messi in atto criteri di selezione (provenienza territoriale, parità tra uomini e donne, composizione generazionale, ecc.). L’impegno richiesto era quello di dedicare una giornata intera – un sabato – a discutere di mobilità. Comprensibile che il driver più potente sia stato l’interesse verso il tema che, indubbiamente, è molto alto in persone già coinvolte perché pendolari o perché facenti parte di associazioni che trattano di mobilità. Ciò ha fatto sì che i partecipanti fossero mediamente persone informate o anche competenti sul tema (per converso non si può certo dire che fossero rappresentative della popolazione regionale, visto che prevalevano nettamente i “ceti medi impiegatizi”) – un fatto che indubbiamente ha reso più probabile l’offerta di contributi “qualificati”. In questo caso, cioè, risulta decisamente sensato promuovere una partecipazione “qualificata”, preoccupandosi meno del grado di “rappresentatività” dei partecipanti. In fondo si trattava di dare un contributo, anche critico, alla “visione” espressa dal nuovo PRIT. Ma è davvero così? Che cosa si aspetta la Regione da questa esperienza? Nelle parole del direttore generale Paolo Ferrecchi: “la discussione pubblica e l’ascolto dei cittadini potranno pertanto offrire spunti di riflessione, orientamenti e proposte utilizzabili nella fase di redazione del Piano, in termini di visione culturale e priorità di intervento, nonché per individuare le esigenze di informazione e le più idonee forme di comunicazione in tema di trasporti” (Instant report).  Non prendiamo immediatamente per vera questa dichiarazione d’intenti, se non altro perché le cose non sono così semplici. E’ vero che la Regione ha in mente un “percorso”, non un solo semplice evento. Questo percorso, per quanto ad oggi non definito con precisione in tutte le sue caratteristiche, risulterà così articolato:

  • evento “Buona mobilità” del 26 febbraio. Circa 150 partecipanti, divisi in 8 gruppi di lavoro, discutono dei temi del PRIT. L’evento partecipativo produce, in tempo reale, un documento: un Instant report di 44 pagine;
  • circa 15 giorni dopo funzionari e tecnici del settore mobilità della Regione (non i cittadini o loro “rappresentanti”!) “discuteranno i risultati emersi al fine di trarre un bilancio complessivo dell’intero processo e redigere il ‘documento di proposta partecipata’, che conterrà indicazioni e orientamenti alla Regione per la redazione del nuovo PRIT”;
  • “successivamente la Regione organizzerà una presentazione pubblica, rivolta in primo luogo ai cittadini che avranno partecipato a questo evento di ascolto, durante la quale verranno illustrati i risultati raggiunti dall’evento partecipativo e verrà dato riscontro ai contenuti della ‘proposta partecipata’ all’interno dei documenti di Piano”.

Un momento della riunione plenaria all'evento "Buona mobilità" (foto del 26 febbraio 2011)

[5] Abbiamo ora un po’ di elementi per valutare sia la giornata “Buona mobilità” del 26 febbraio, sia il percorso pensato dalla Regione Emilia-Romagna.

  1. Valutiamo in primo luogo la qualità del prodotto finale, l’Instant report. Che soffre di un problema che ne riduce fortemente l’efficacia. Essendo mancati i “filtri” il report finale ha assimilato di fatto tutti i temi e gli argomenti emersi nei gruppi di lavoro, mettendo assieme temi ed argomenti di grande rilevanza con temi ed argomenti banali. Mentre la discussione nei gruppi di lavoro è stata ricca, il resoconto che ne è stato fatto è decisamente banale. Per accontentare tutti, si è messo dentro tutto – ma non tutto ha lo stesso valore. E’ mancato, cioè, un sistema di “pesatura” degli argomenti e questo ha prodotto una sorta di melassa indifferenziata – certo all’insegna della buona mobilità. Questo è un grave difetto metodologico che toglie di efficacia al lavoro di gruppo. In alternativa andavano introdotti dispositivi di “pesatura” degli argomenti: quali più importanti? quali più condivisi? quali da approfondire? L’esperienza vignolese “La parola ai cittadini”, condotta da Paolo Michelotto (vedi) ha evitato questo problema perché ogni proposta avanzata è stata anche messa ai voti e ciò ha consentito di ordinare gerarchicamente le proposte in rapporto al grado di condivisione. Non sto dicendo che il meccanismo di “filtraggio” deve essere necessariamente questo. Ma è certo che se non si introduce nessun “filtro”, nessun “ordine”, allora tutte le proposte assumono lo stesso peso (cosa che non è così neppure per i partecipanti!).
  2. Questa considerazione si collega ad un secondo aspetto, anche questo nient’affatto necessario, ma frutto delle (discutibili) scelte metodologiche assunte. Come si è visto nel “percorso partecipativo” a tappe definito dalla Regione i cittadini sono chiamati a “parlare” nella prima tappa (evento del 26 febbraio). Potranno, forse, riprendere la parola nella terza tappa, la “presentazione pubblica” annunciata di “restituzione” (ma non c’è dubbio che quest’evento sarà assai di più una passerella per politici ed amministratori). Ma in mezzo non possono fare nulla. Non possono (più) dare alcun contributo. E’ chiaro che questo percorso e questo ruolo “accessorio” dei cittadini riflette null’altro che una concezione striminzita della partecipazione. Oggi, proprio grazie al web, costerebbe poco (dal punto di vista organizzativo, ma tanto dal punto di vista politico), rendere accessibili e partecipate anche le fasi intermedie. La bozza del “documento di proposta partecipata” potrebbe essere aperto ad emendamenti ed ogni emendamento potrebbe essere votato, magari ampliando i cittadini partecipanti rispetto ai 150 della fase 1. Od altro ancora. Non essendo così, è evidente che l’intento della Regione (forse anche solo un “riflesso condizionato”) è quello di una partecipazione fortemente “controllata”.
  3. Un terzo elemento di criticità è dato dal rapporto, del tutto non chiaro, tra il percorso istituzionale del PRIT (documento preliminare > conferenza di pianificazione > adozione > osservazioni > approvazione) ed il “percorso partecipativo”. In altri termini, il “documento di proposta partecipata” (anche ammesso e non concesso che sia un documento di qualità) come partecipa alla formulazione del nuovo PRIT? A nessuno dei partecipanti del 26 febbraio è stata data questa informazione. Ovvero nessuno sa se al contributo dato dai cittadini – ovviamente nel caso sia di qualità – verrà dato un minimo di rilevanza. Ed in che modo si aggancerà – cambiandone alcuni contenuti? dando maggiore enfasi ad alcuni temi, priorità, obiettivi? – ai documenti del PRIT. Sarà forse un semplice allegato, del tutto irrilevante? E’ un peccato che nessuno abbia dato una risposta a questo quesito. E sarebbe un peccato se questo tema – come probabilmente succederà – non venisse adeguatamente affrontato. Sarebbe la testimonianza di una debolezza culturale esibita in tema di partecipazione dei cittadini e confermerebbe il fatto che oggi il tema “partecipazione” è usato principalmente per fini di marketing o perché va di moda (e ad un tema con questo appeal non ci si può sottrarre). Si tratta, peraltro, di un’esperienza già fatta proprio a Vignola (vedi).
  4. C’è un ultimo aspetto che merita di essere rimarcato. Oggi la partecipazione è un tema alla moda. Si è dunque aperto un “mercato” della consulenza. Per l’evento del 26 febbraio la Regione si è infatti affidata ad Avventura Urbana, nella persona di Andrea Pillon e collaboratori (vedi). Ma quando un’attività diventa una professione (remunerata), diventa un “mestiere”, succede che metodologie e strumenti professionali vengono messi a disposizione del committente. Di colui che paga. Non dei cittadini. Questo deve essere chiaro. Non ci si venga a dire che Avventura Urbana (o chi per lei) “sta dalla parte dei cittadini”, dalla parte della “partecipazione vera”. Non è così. Come “fare partecipazione”, in questo modo, subisce i vincoli posti dal committente. Nulla di male, per carità. Ma è bene dirlo in modo chiaro. Che le cose vadano così è testimoniato anche dall’esperienza di questa giornata dedicata a la “buona mobilità”. Il percorso in tre tappe descritto sopra poteva svolgersi in modo diverso, in modo “più partecipato” – ad esempio se solo si fosse fatta la scelta di istituire una “cabina di regia” con rappresentanti dei cittadini, come prevede anche la L.R. 3/2010.

Dunque se dovessi avanzare una prognosi direi che questo percorso partecipativo risulterà insignificante ai fini della definizione del nuovo PRIT. La giornata del 26 febbraio ha evidenziato un buon livello di competenze tra i cittadini partecipanti, ma tali competenze non saranno “stressate per il meglio”. Temo invece che, anche in questo caso, la partecipazione sarà sbandierata più a fini di marketing, piuttosto che usata per dare più qualità al processo decisionale. Ovviamente spero che non sia così, ma la ragione mi porta a ritenere ciò come l’esito maggiormente probabile.

2 Responses to Buona mobilità. 150 cittadini discutono i temi del Piano Regionale Integrato dei Trasporti (PRIT)

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Ecco qua il servizio sull’evento “Buona Mobilità” sul TGR Emilia-Romagna (dal minuto 3.40 in avanti):
    http://212.162.68.77/raicdn/TG_regionali/TG_EmiliaRomagna/328806.wmv
    Ecco in questa intervista il direttore generale del settore trasporti della Regione, Paolo Ferrecchi, banalizza sulla “principale” osservazione dei cittadini, mettendola sulla scarsità dell’informazione sul trasporto pubblico. Che però NON è il principale problema. Che invece è quello della qualità e dell’affidabilità del servizio, dei tempi di percorrenza, della trasparenza sulle caratteristiche del servizio che l’utente acquista. Già questa banalizzazione non fa essere ottimisti sull’esito del “percorso partecipato”.

  2. Umberto Turini ha detto:

    Anche io ho partecipato all’incontro: condivido l’analisi di Andrea, in particolare guardando il servizio passato al TGR ho avuto esattamente lo stesso pensiero che Andrea ha esposto nel commento qui sopra.
    I cittadini non utilizzano i mezzi pubblici principalmente perchè insoddisfatti del servizio, non certo per questioni riguardanti il sistema informativo.
    A dirla tutta sono tali i problemi legati al servizio che gli (irriducibili) utenti non possono fare a meno di esternare le proprie lamentele ad amici e colleghi: forse è questo il problema “informativo” cui fa riferimento Ferrecchi.

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