Il tao della decrescita. Serge Latouche a Bologna

Ospite a Bologna di Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria ed inventore del Last Minute Market (vedi), questa sera Serge Latouche ha tenuto una conferenza su “il tao della decrescita” (aula magna Ciamician, Facoltà di Chimica). Proprio oggi, tra l’altro, è uscito il suo ultimo libro in traduzione italiana: Come si esce dalla società dei consumi, Bollati Boringhieri, Torino, 2011 (pp.203, 16 euro; vedi), in cui le conclusioni si intitolano, appunto, il tao (il sentiero) della decrescita. Latouche è il “guru” della decrescita. Ovviamente questa definizione non gli farebbe piacere, ma un po’ del guru ce l’ha. Latouche è un economista francese, professore emerito di scienze economiche all’Università di Parigi-Sud, uno dei fondatori della rivista antiutilitarista “Mauss”. Da tempo è sostenitore dell’idea di “de-crescita”, ovvero dell’importanza di abbandonare la “fede” nel progresso e nella crescita economica intesa semplicemente come aumento del PIL. Non sono un esperto del suo pensiero, ma vorrei comunque riportare alcune delle cose che Latouche ha detto nell’incontro bolognese. E svolgere alcune considerazioni.

Andrea Segrè (a sinistra) e Serge Latouche a Bologna (foto del 24 febbraio 2011)

[1] “La crisi finalmente è arrivata!”. Quel “menagramo” di Latouche ha la faccia tosta di iniziare un capitolo del suo libro (p.165) con questa affermazione! Il fatto è che Latouche appartiene a quella cerchia di intellettuali che è convinta che la società occidentale stia marciando “felicemente” verso il disastro. Il disastro ecologico – di questo si tratta. Il modello di vita occidentale non può essere generalizzato agli oltre 6 miliardi di persone che popolano il pianeta. Pena la catastrofe. Occorre dunque un’inversione di rotta. Bisogna avere il coraggio di abbandonare una società dei consumi retta su tre pilastri: (1) il marketing e la pubblicità come dispositivi di produzione di una continua insoddisfazione verso ciò che si ha; (2) il sistema del credito ai consumi, all’espansione dei consumi (con ironia Latouche afferma che “per fortuna esistono istituti filantropici – si chiamano banche – che sostengono i nostri desideri di consumo”); (3) un sistema di produzione che programma l’obsolescenza di beni, ovvero che stabilisce in anticipo il ciclo di vita dei prodotti, così da pianificarne la continua sostituzione. L’attuale modello di crescita “è uscito dai pozzi di petrolio e, con i pozzi di petrolio, si fermerà”. Anzi, questo sistema si è già inceppato. A seguito della prima crisi petrolifera del 1973. Da allora ha iniziato un progressivo declino, anche se il sistema economico funziona come se quell’episodio non ci fosse stato. Per Latouche avviene come per le stelle lontane anni luce. Riceviamo ancora la “luce della crescita”, anche se questa stella già non c’è più. Insomma conviene aprire gli occhi e riconoscere che questo mondo (occidentale) sta per andare a sbattere. Dobbiamo fermarci? Possiamo fermarci?

"Dobbiamo ridurre i consumi". "E se ci scoprono?" (vignetta di Altan)

[2] Per Latouche la risposta è sì ad entrambe le domande. Ma lui è consapevole che oggi la sua risposta è una risposta decisamente minoritaria. La maggior parte delle istituzioni e delle persone promuovono, più o meno consapevolmente, il tradizionale modello della crescita. Incremento della produzione, incremento dei consumi, consumo crescente delle risorse naturali non rinnovabili, inquinamento crescente. Con la crisi economica del 2007-2008 si prefigura una seconda strada, anch’essa negativa: quella della “società della crescita senza la crescita”. Quella di una società che vuole produrre e consumare come prima, ma che non ce la fa. E’ una strada che porta alla disperazione. La disperazione della mancanza del lavoro. La disperazione dell’impossibilità dei consumi. Il modello a cui si aspira è quello tradizionale, della società dei consumi. Solo che sono venute meno le condizioni. In occidente cala il reddito e la ricchezza complessiva, anche se il fenomeno è subito solo da una fascia della popolazione. Cresce la frustrazione. E crescono i problemi di ordine pubblico. In questo caso la risposta è “austerità” – ovvero il razionamento di alcuni per consentire ad altri (pochi) il mantenimento dei vecchi modelli di vita e consumo. E poi c’è una “terza via”, che in realtà – oggi – è un piccolo sentiero. Il sentiero, il “tao”, appunto, della de-crescita. Questo sentiero mira a “disintossicarci” dalla società dei consumi (vedi). Riconosce che occorre limitare i propri bisogni. L’obiettivo è quello di costruire una “società dell’abbondanza frugale”. La frugalità non è il contrario dell’abbondanza, ma semmai la condizione, unica, che può consentire l’abbondanza generalizzata. E’ chiaro che per realizzare una tale società è necessario, secondo il pensiero di Latouche, una sorta di “rivoluzione culturale”. Che Latouche etichetta come “de-colonizzazione dell’immaginario”. Questa società dei consumi ha più di un secolo di idee e pensieri alle spalle. Che si sono diffusi nella maggioranza della popolazione. Occorrerà un periodonon breve per erodere e sostituire quelle idee. In sostanza dietro c’è l’idea che l’accumulazione di beni e la crescita del consumo dia il benessere e la felicità. E’ davvero così? Ciascuno di noi può rispondere in base alla propria esperienza. Forse, però, non possiamo cavarcela con la battuta di Woody Allen: “la ricchezza non dà la felicità. Figuriamoci la miseria”.

Serge Latouche alla conferenza bolognese su "il tao della decrescita" (foto del 24 febbraio 2011)

[3] Che cos’è dunque la “decrescita”? Lasciamo parlare Latouche: “la decrescita è semplicemente una bandiera dietro la quale si raggruppano quelli che hanno fatto una critica radicale dello sviluppo e vogliono delineare i contorni di un progetto alternativo” (Latouche S., Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p.18) Insomma si tratta di iniziare a considerare le esternalizzazioni negative dell’attuale sistema economico e di costruire progressivamente delle alternative. Per dare concretezza a questo programma Latouche propone un elenco di dieci punti: (1) ritrovare una “impronta ecologica” sostenibile; (2) ridurre i trasporti (privati); (3) rilocalizzare le attività; (4) restaurare l’agricoltura contadina; (5) trasformare gli incrementi di produttività in riduzione dei tempi di lavoro ed in crescita dell’occupazione; (6) rilanciare la produzione di “beni relazionali”; (7) ridurre lo spreco di energia (fino ad un quarto dei consumi attuali); (8) restringere fortemente lo “spazio” della pubblicità; (9) riorientare la ricerca tecnoscientifica; (10) riappropriarsi del denaro (tramite “monete locali” e “monete complementari”). Insomma maggiore attenzione all’ambiente ed alla socialità. Minore autonomia dell’economia dalla società (“dobbiamo re-incastrare l’economia dentro il sociale” – riecheggia qui un tema enucleato per la prima volta da Karl Polanyi, nel libro La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974; vedi). Certo sarebbe interessante provare ad applicare questi “principi” alla realtà locale. Quanto di queste idee si trovano nei programmi dell’amministrazione locale? Una risposta a questa domanda va data. Così come è opportuno interrogarsi sulla realizzabilità delle idee di Latouche. Vogliamo provarci?

Le 8 "R" di Latouche, descritte nella seconda parte di La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007 (foto del 24 febbraio 2011)

PS Il tema della “decrescita” è l’oggetto degli ultimi libri di Serge Latouche: Come sopravvivere allo sviluppo. Dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Bollati Boringhieri, Torino, 2005 (ed.orig. 2004); La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007 (ed.orig. 2006); Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino, 2008 (ed.orig. 2007); Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita, Bollati Boringhieri, Torino, 2011 (ed.orig. 2010).

One Response to Il tao della decrescita. Serge Latouche a Bologna

  1. Andrea Paltrinieri ha detto:

    Su La Repubblica Bologna del 24 febbraio Andrea Segré aveva introdotto l’incontro con Latouche ricordandone alcuni aspetti del suo pensiero. Questo breve articolo si conclude con un appello ai cittadini: “C’é un’evidenza che spesso trascuriamo: le nostre azioni, anche se piccole, possono veramente portare a un mondo nuovo, dobbiamo solo credere nel nostro ruolo di individui attivi nella società, fuggendo dalla passività.” Ma c’é anche un appello alla politica. Alla politica locale, a Bologna: “Perché non cominciamo da Bologna? Perché la politica non si occupa di questi temi? Sono troppo scorretti politicamente? Portano troppo pochi voti? Sono di tutti, e basta: ecco tutto. Allora facciamo in modo che quando Serge Latouche tornerà la prossima volta possa trovare una città diversa.” E allora non è affatto insensato fare lo stesso ragionamento per Vignola, come peraltro accennavo sul finire del post: “Quanto di queste idee si trovano nei programmi dell’amministrazione locale?”. Ecco se grattiamo la superficie patinata delle parole di moda che anche l’amministrazione comunale ha imparato a pronunciare, scopriremo che manca una visione. D’altro canto Vignola nel 2011 si caratterizzerà NON per promuovere l’uso dell’acqua del rubinetto, ma per mandare tutti (possibilmente in macchina) alla casa dell’acqua. Siamo lontani da un’applicazione realistica delle idee sulla “decrescita”. Siamo vicini alla politica fatta di annunci e di marketing. Speriamo che prima o poi i cittadini vignolesi se ne accorgano.

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