Oltre la crisi economica. Guardare lontano

Mercoledì 24 novembre, ore 20.30 al Teatro Cantelli di Vignola, si tiene un incontro su “I lavoratori e i disoccupati di fronte alla crisi economica”. L’incontro è organizzato dalle liste di cittadini Vignola Cambia e Città di Vignola e vede la partecipazione di Andrea Fumagalli, docente di economia all’Università di Pavia; Donato Pivanti, segretario provinciale della CGIL; Emore Manzini, responsabile di zona della CISL. Oggi è chiaro a tutti che la crisi economica non verrà superata velocemente e che oggi più di ieri si manifestano gli effetti negativi sul mercato del lavoro. Tra i paesi avanzati l’Italia è quello che ha subito il calo maggiore durante la crisi. Ad eccezione della Spagna, è anche quello che è cresciuto meno nel periodo successivo (vedi). Ragionare sugli effetti della crisi nel nostro territorio significa innanzitutto monitorare e comprendere l’andamento del mercato del lavoro. Ma non si tratta solo del dato quantitativo di quanti posti di lavoro sono stati distrutti, cancellati in conseguenza della crisi economica (vedi). Si tratta, infatti, anche di monitorare l’evoluzione qualitativa dell’occupazione. L’apertura di un McDonald’s, infatti, non è la stessa cosa dello sviluppo di un’azienda Hi-Tech o dell’attivazione sul territorio di un pezzetto del Tecnopolo di Modena – un esempio che non è affatto casuale.

Segni della protesta dei lavoratori alla Cherry Grove di Vignola (foto del 22 luglio 2009)

Ragionare della crisi economica sul nostro territorio significa dunque ragionare della trasformazione del mercato del lavoro locale e, più in generale, della trasformazione del tessuto produttivo locale. Oggi, con il management della crisi economica, anzitutto a livello locale, decidiamo per il nostro territorio delle chances occupazionali delle generazioni che si affacceranno sul mercato del lavoro tra dieci o vent’anni. Per questo motivo – e sapendo che l’Italia nel suo complesso uscirà comunque penalizzata da questa crisi (anzi: sta già uscendo penalizzata da questa crisi) – è importante che gli enti locali e le istituzioni del territorio (penso in primo luogo alla Fondazione di Vignola) abbiano consapevolezza del potere trasformativo della crisi economica in atto. Personalmente vorrei vedere un maggior impegno a comprendere la portata della trasformazione indotta dalla crisi ed un impegno ancora maggiore ad investire sullo “sviluppo” economico, ovvero sul sostegno di un’economia sostenibile proiettata nel futuro e che dunque potrà offrire nuove opportunità di occupazione qualificata. La Fondazione di Vignola può indubbiamente giocare un ruolo più rilevante di quello, un po’ striminzito, che si è ritagliata in questi (primi) anni di crisi economica. E’ vero che essa distribuisce risorse “solo” per 1,8 milioni di euro all’anno, essendo una delle fondazioni bancarie più piccole a livello nazionale. Ma all’interno di questo monte-risorse complessivo ci sono oggi margini non trascurabili per una diversa allocazione delle risorse sui macro-settori di riferimento. Non è per alimentare un ulteriore capitolo di una polemica già portata all’attenzione pubblica, ma è mancata una discussione vera, seria sul fatto se sia preferibile investire 174.000 euro ogni anno nella stagione teatrale (vedi) o se sia preferibile investire queste risorse nel sostegno alla nascita od alla crescita di imprese innovative, impegnate nei settori maggiormente proiettati nel futuro (Hi-Tech, green economy, ecc.). La sfida dovrebbe essere quella di liberare 1 milione di euro all’anno per almeno un decennio e di mettere queste risorse a disposizione dell’innovazione dell’economia locale (mentre oggi il finanziamento alla ricerca & sviluppo non supera i 300.000 euro e ciò avviene inoltre senza un dispositivo di valutazione delle ricadute sul territorio). Comunque sia, una politica di fuoriuscita dalla crisi economica secondo il “sentiero alto”, quello dell’innovazione qualificata, richiede la combinazione di politiche su più livelli. Anche con la capacità di mettere in discussione alcuni capisaldi del “pensiero unico” neoliberista che si è affermato negli ultimi trent’anni.

Segni della protesta dei lavoratori alla Cherry Grove di Vignola (foto del 22 luglio 2009)

(1) In primo luogo occorre ripensare i meccanismi di “governo” internazionale dell’economia. Al proposito mi limito a riportare le suggestioni avanzate da Stefano Zamagni su La Stampa del 15 novembre scorso: “E’ giunto il momento che l’Onu si attrezzi con una seconda assemblea, accanto a quella delle nazioni, con un Consiglio economico e sociale che abbia poteri sanzionatori simili a quelli del Consiglio di sicurezza, per colpire chi specula sul grano, sul petrolio o sull’acqua” (vedi). Non so dire se questa può essere davvero la soluzione, ma non c’è dubbio che la mancanza di “governo” del mercato mondiale è “il problema” e bisogna avere il coraggio di smettere di pensare che esso non abbia soluzione. (2) In secondo luogo occorre una seria politica industriale volta a promuovere la ricerca & sviluppo (che in Italia è cronicamente sottofinanziata) e dunque l’innovazione del tessuto produttivo. All’interno di questo quadro le città, gli enti locali, il territorio possono e devono giocare un ruolo. Gli enti locali debbono essere in grado di definire obiettivi condivisi a livello di territorio e di contribuire agli investimenti a sostegno dell’innovazione economica. Debbono, cioè, essere in grado di innalzare la capacità di governance delle politiche territoriali, ovvero di costruire il consenso delle forze economiche e sociali attorno ad obiettivi puntuali, impostando di conseguenza politiche di medio-lungo periodo. (3) C’è inoltre una terza suggestione che andrebbe esplorata: quella dell’innovazione delle modalità di governo dell’impresa, ovvero della democrazia economica. “L’idea che i lavoratori possano e debbano essere cittadini nell’impresa, così come lo sono diventati, dopo un lungo travaglio, nella società più ampia, è un concetto basilare dell’azione sindacale, specialmente nel continente europeo. Ma quando l’economia stenta e la disoccupazione si impenna, sembra irrealistico e fuori luogo insistere sulla democrazia industriale.” Sono parole scritte da Maurizio Ambrosini, sociologo, nell’introdurre un numero della rivista Sociologia del lavoro dedicato alla “partecipazione dei lavoratori nell’impresa”. Ambrosini allora concludeva però che a dispetto della congiuntura economica (negativa) vi erano buone ragioni per non lasciare cadere il tema della partecipazione dei lavoratori (anche azionaria, agli utili o agli incrementi di produttività) e della democrazia economica. Era il 1998, dodici anni fa. Anche qui occorre la capacità di rompere pensieri consolidati tanto da rendere “naturale” ciò che invece è una costruzione del tutto artificiale: il rapporto di potere all’interno dell’impresa. Un rapporto di potere che proprio nella crisi economica manifesta con evidenza la conseguente asimmetria di chances ed oneri: lavoratori “espulsi” dall’azienda e dal mercato del lavoro, costretti a reinventarsi (non sempre con successo) un approdo lavorativo, ma anche un modo di vivere. Forse, dunque, anche il tema di una rivisitazione dei rapporti di potere e dei meccanismi di governo dell’azienda – detto sinteticamente: in direzione di maggiore democrazia economica – meriterebbe uno sguardo lucido, non timoroso di “ortodossie” consolidate, con un pizzico di utopia in più.

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