Se il PD bussa alla tua porta. Le tre questioni che porrei sul governo locale

Il PD di Pierluigi Bersani ha lanciato in grande stile la campagna “porta per  porta”. “Tre settimane di mobiltazione per raccontare all’Italia il paese che abbiamo in mente”. Così recita uno degli slogan che accompagnano la mobilitazione. Apprezzo sinceramente. Pur non sapendo se qualcuno del PD locale verrà a suonare al mio campanello di casa. Sto in periferia. Ma se dovesse accadere mi farebbe piacere che il mio interlocutore fosse un minimo preparato su alcune questioni “programmatiche” che per me sono assai importanti. E che riguardano l’ordinamento delle autonomie locali. Tradotto: il funzionamento del (mio) comune, l’istituzione pubblica più vicina ai cittadini (ed il rapporto tra questo ed i livelli sovraordinati). Per aiutare quelli della campagna “porta per porta” (nell’improbabile caso che qualcuno mi si presenti davanti) vorrei formulare in anticipo le domande che farei loro e le osservazioni che esporrei in merito al documento programmatico del PD sul tema. Un buon punto di partenza, ma su cui c’è ancora un po’ di lavoro da fare (qui trovate la pagina web di presentazione e qui il testo in pdf).

Strumenti di partecipazione: Urban Center, Bologna (foto del 30 giugno 2009)

[1] Sappiamo da tempo che la pubblica amministrazione italiana ha un problema di scarsa efficienza. Questo vale anche per i comuni, specie per quelli più piccoli, anche se meno che per gli altri livelli. Il fatto è che il 70% degli 8.100 comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti. Troppo piccoli per garantire l’articolazione dei servizi che i cittadini, giustamente, pretendono. Sino ad ora sono state incentivate le gestioni associate e le unioni. Da noi, dal 2002, è istituita l’Unione Terre di Castelli – una delle più importanti a livello nazionale. Forse ora si tratta di pensare ad obiettivi più ambiziosi. Che ci aiutino a recuperare efficienza, a dare servizi innovativi, secondo modalità evolute. E dobbiamo farlo in una fase di risorse calanti. Anzi, dobbiamo farlo proprio per fronteggiare questa fase di risorse calanti. Con il debito pubblico al 120% del PIL lo stato italiano avrà sempre meno risorse da distribuire agli enti locali. Il mantenimento degli attuali servizi comunali potrà essere garantito solo con un recupero di efficienza della macchina amministrativa. Bisogna iniziare seriamente a pensare ad una riduzione del numero dei comuni, ovvero ad un loro progressivo accorpamento. Va fissata una soglia dimensionale minima (che so? 10.000 residenti per le zone montane; 20.000 nel resto del territorio) e vanno impostate politiche per riuscire, in tempi medio-lunghi, a realizzare questa semplificazione. Amministratori virtuosi – non ne vedo tanti a livello locale – inizierebbero a porsi questo problema (vedi). Inizierebbero a porsi il problema: la fusione di comuni offre una chances per questo territorio? Ed inizierebbero a studiarlo ed a parlarne con i propri cittadini, sapendo che per compiere un tale passo (in futuro), occorre costruire (oggi) una nuova cultura dell’amministrazione del territorio. Sono temi a cui agganciare una riflessione sul ruolo delle Province e delle Regioni. Sulle loro competenze. Su questo il documento del PD mi sembra un po’ fragile, visto che si limita a prevedere “un effettivo sostegno alle Unioni di Comuni ed alle diverse esperienze di gestioni associate” (p.4).

Strumenti di informazione: sportello PSC a Reggio Emilia (foto del 14 giugno 2009)

[2] Negli ultimi quindici anni l’esperienza delle amministrazioni comunali è risultata sempre più caratterizzata dalla “esternalizzazione” di servizi. In diverse forme. Si usa spesso l’immagine del comune-holding. Che probabilmente non è appropriata, ma rende l’idea del complesso burocratico-aziendale che le amministrazioni comunali – con ragione (lo preciso subito) – hanno fatto crescere. Per rimanere alla nostra realtà locale pensiamo ai servizi che non sono più gestiti direttamente dal Comune di Vignola: gas, acqua e rifiuti sono affidati ad Hera; scuola, sociale, polizia municipale e molto ancora sono affidati all’Unione Terre di Castelli (nel 2010, per la prima volta, il comune di Vignola ha trasferito all’Unione il 50% del proprio bilancio: vedi); una parte dei servizi sociali (seppur in riduzione) sono gestiti dall’ASP G.Gasparini (vedi); il marketing del territorio e dei prodotti tipici è affidato alla Strada dei Vini e dei Sapori (vedi); le politiche sanitarie all’Azienda USL di Modena; la gran parte degli eventi è realizzata da Vignola Grandi Idee, seppur con finanziamenti comunali; la “valorizzazione” di parte del patrimonio comunale è affidata a Vignola Patrimonio (vedi). E così via. Questo nuovo assetto che è cresciuto in complessità negli anni pone un problema di governance (vedi). Ovvero un problema circa il modo in cui si formano gli indirizzi (le politiche, gli obiettivi); circa il modo in cui viene esercitato il controllo (la verifica dell’efficienza e della correttezza); circa gli strumenti di rendicontazione (per spiegare ai cittadini – i “datori di lavoro” – come sono state impiegate le risorse; se e quanto gli obiettivi proclamati sono stati raggiunti). Sino ad oggi il PD non ha saputo produrre un pensiero ed una prassi amministrativa all’altezza della nuova complessità del governo locale. L’intero complesso si caratterizza più per opacità che per trasparenza. Il consiglio comunale risulta sempre più svuotato di poteri – una tendenza che non è affatto un destino ineluttabile, ma che testimonia del fatto che quando si governa con continuità (potrei scrivere: troppo a lungo) si tende a perdere di vista questi problemi. E allora succede che una gestione disinvolta porti ad un buco di diverse centinaia di migliaia di euro la Strada dei Vini e dei sapori, senza che la politica locale sia in grado di intervenire (vedi). Succede che le decisioni importanti sul futuro dei servizi e del territorio sono prese da gruppi ristrettissimi senza un’adeguata discussione e valutazione – vogliamo citare il caso dello “scodellamento”? (vedi) Succede che, senza ridisegnare il processo di indirizzo-controllo-rendicontazione, i processi decisionali producano sempre più decisioni di bassa qualità. Purtroppo su questo importantissimo tema – che ha qualcosa a che fare con la performance della democrazia locale – il documento del PD non dice nulla. E la prassi degli amministratori del PD dice, in termini di innovazione, ancora meno.

Strumenti di informazione presso Urban Center, Bologna (foto del 30 giugno 2009)

[3] Il terzo tema riguarda un nodo fondamentale della “democrazia locale”. Mi riferisco alla partecipazione dei cittadini. Il documento vi accenna, ma con formule assolutamente generiche. Si parla di “ricerca di nuove vie per assicurare la partecipazione civica dopo la sostanziale cancellazione degli strumenti di decentramento circoscrizionale” (p.4), senza però dire quali soluzioni sono emerse dalla ricerca sin qui fatta dal PD. Per quello che vedo in giro, abbastanza poco. Si afferma che “bisogna mettere al centro della riforma il cittadino, il suo bisogno di regole, di semplicità, di partecipazione” (p.4), ma non si dice nulla di concreto su come il PD vorrebbe farlo (anzi si dimentica che il PD in molte realtà locali è al governo e dunque dovrebbe già amministrare “in modo partecipato”). Il fatto è che “partecipazione” è una parola che oggi va di moda ed è dunque molto usata. La usa persino l’amministrazione comunale di Vignola! Finisce così per riferirsi a cose un po’ banali: il banchetto degli amministratori che vorrebbero, su due piedi ed in cinque minuti, spiegare ai cittadini “le cose fatte e quelle ancora da fare per la città”. Una spruzzata di demagogia che certo ci può stare, ma che riflette in sostanza una grande povertà di idee sul tema. Eppure ci sono esperienze interessanti da almeno vent’anni in tema di “democrazia partecipativa” e di “democrazia deliberativa”. Ma su queste esperienze manca una riflessione seria del PD (io non conosco alcun documento del PD che tratta di partecipazione dei cittadini!). Insomma, non si capisce quale idea abbia il PD per promuovere la partecipazione dei cittadini al governo della città. E questo, oggi, per una parte consistente (certo, ancora minoritaria) di cittadini orientati politicamente a “sinistra” è una questione discriminante. Perché richiedono meno marketing e più democrazia locale (vedi). Quella vera. Quella che non si limita a chiedere ai cittadini “hai un suggerimento?”. Ma quella, invece, che alimenta il dibattito, fornisce strumenti per comprendere, mantiene un flusso costante di informazioni, prende in considerazione ogni argomento prodotto e vi risponde. Insomma “trasferisce” potere (empowerment, direbbero gli inglesi). Rispetto a ciò vedo il PD locale impegnato soprattutto sul fronte del “marketing” (vedi). Ma per nulla incisivo e convincente sul modo di innestare elementi di “democrazia partecipativa” nell’impianto di democrazia rappresentativa su cui poggia il governo locale. Il lavoro da fare per il nuovo PSC costituisce il primo banco di prova – e non è affatto promettente l’avvio della vicenda (vedi).

Strumenti di informazione, Urban Center, Bologna (foto del 30 giugno 2009)

[4] Mi fermo qui. Penso che sia sufficiente almeno per far comprendere un messaggio. Non si tratta di un problema di comunicazione. E non si tratta dunque del “parlare con la gente”. Si tratta del “contenuto”. Si tratta del “cosa dire” alla gente. Ecco, io vorrei una parola chiara su queste tre questioni. E vorrei una prassi coerente degli amministratori locali. Perché il PD, qui da noi, è al governo e dunque contano i fatti. Conta la testimonianza. Conta la capacità di far vedere con la prassi di tutti i giorni cosa sarebbe l’Italia se governata da una coalizione di centrosinistra imperniata sul PD. Se non è così non c’è “porta per porta” che tenga.

Strumenti di informazione e partecipazione: lo sportello PSC a Reggio Emilia (foto del 14 giugno 2009)

PS Ai più il tema del “governo locale” potrà sembrare assolutamente secondario rispetto ad altri temi (scuola, lavoro, welfare, ecc.). Può essere vero. Però il governo locale ha un ruolo importantissimo nello sviluppo economico, nella gestione del territorio, nelle politiche di welfare. Se funziona bene crescono le chances di avere politiche di qualità. E soprattutto il governo locale è l’ambito in cui gli amministratori del PD possono, già oggi, mostrare “in piccolo” cosa significherebbe un governo PD a livello nazionale. Per questo è per me di grandissima importanza.

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