Violenza sulle donne. Tentativi di politiche locali

Nell’ultimo consiglio comunale (articolato in due serate, l’ultima il 2 novembre) è stato presentato e poi discusso il primo avvio locale di una politica coordinata di contrasto al fenomeno della violenza sulle donne (promossa dal distretto sanitario e dall’Unione Terre di Castelli – Centro per le famiglie e Polizia municipale). Siamo davvero agli inizi e l’occhio attento lo vede. Lo si vede soprattutto perché le azioni messe in campo in questi ultimi mesi sono tutte sul lato dei servizi. Che indubbiamente hanno bisogno di “fare rete”, definire modelli di coordinamento e di attivazione “sistemica”, sviluppare cultura, professionalità, modelli operativi comuni e trasversali tra gli operatori (medici ed assistenti sociali, vigili ed educatrici, ecc.). Per questo è importante investire nella formazione degli operatori. Meglio se trasversale, ovvero inter-istituzionale, come si sta facendo. Ma se su questo lato delle politiche si muove, finalmente, qualcosa, dall’altro lato – quello delle azioni di sensibilizzazione, attivazione, cambiamento culturale – siamo ancora all’anno zero. In effetti anche nella seduta consiliare vignolese questo aspetto – quali sono i gruppi target della popolazione (vittime più probabili, aggressori più probabili) e quali modelli efficaci di intervento possono essere messi in campo, soprattutto sul piano della formazione di atteggiamenti, della capacità di riconoscere il fenomeno (contrastando la tendenza a minimizzarlo, tipico dei contesti familiari), insomma della “prevenzione” e del mutamento culturale – è rimasto decisamente nell’ombra. Un contributo può venire dalla circolazione di materiale di “sensibilizzazione”? Io ho trovato particolarmente ben fatto questo video (diretto da Alessio Rupalti) di cui sono venuto a conoscenza grazie all’azione di un’associazione femminile milanese (Amiche di ABCD, che sta per Ateneo-Bicocca Coordinamento Donne: vedi). Partiamo da qui.

[1] I numeri del fenomeno, assai difficile da rilevare, fanno comunque impressione. Un’indagine campionaria Istat del 2006 (su donne in età 16-70 anni) ha messo in luce che il 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner (se calcoliamo anche gli ex-partner si sale al 17,3%). Nel 93% dei casi le violenze non sono denunciate. In un precedente post avevo provato a ribaltare queste percentuali sulla realtà vignolese. Ne risulterebbe che, solo a Vignola, più di 500 donne ha subito violenza nell’ultimo anno. Per 200 di queste si tratterebbe di violenza grave (vedi). Numeri che impressionano. Solo una parte di questi casi, spesso i più “estremi”, viene alla luce (vedi). Impressiona dunque anche il fatto che nella quasi totalità dei casi il fenomeno non emerge, rimane sommerso, visto che la vittima non arriva a sporgere denuncia (od a segnalare l’episodio a qualcuno che è in grado di intervenire). Impressiona, infine, ancora di più il fatto che nella maggior parte dei casi il fenomeno non produce “reazioni” da parte della vittima la prima volta che si manifesta e, troppo spesso, non viene neppure “percepito” dalle persone in prossimità fisica e sociale. “Quando una donna chiede aiuto ha già cercato aiuto fra le 5 e le 12 volte prima di ricevere una risposta appropriata e di supporto.” Inoltre “viene aggredita più e più volte prima di cercare l’aiuto delle forze dell’ordine”. Se le cose stanno così occorre innanzitutto lavorare per far emergere il fenomeno. E per fare questo occorre dare una sensibilità nuova e nuove competenze alle reti sociali naturali, prima ancora che ad operatori e professionisti del controllo o dell’intervento sociale (visto che questi ultimi saranno contattati solo relativamente tardi, quando il fenomeno è stato “etichettato” e quando la vittima è giunta ad auto-percepirsi come vittima). E’ su questo fronte che mancano, ad oggi, le idee. E forse anche le risorse (e la volontà politica) per mettere in campo un’azione significativa. Bisognerebbe dunque poter avviare un’azione di sensibilizzazione, formazione e coinvolgimento a largo raggio – coinvolgendo centinaia, forse migliaia di cittadini residenti. Un’azione che andrebbe accompagnata da un intervento forte di diffusione del messaggio – mediante tecniche e materiali non banali (come appunto il video promosso dalle Amiche di ABCD).

Javier Marìn, esposizione a Pietrasanta (LU) (foto del 24 giugno 2008)

[2] Allo stesso tempo ci sono alcuni rischi che vanno evitati. Il primo è che l’investimento sia fortemente focalizzato (troppo) sulla “rete istituzionale”, sugli operatori, sui professionisti. Anziché sulle “reti naturali”. E non mi convince l’argomento della sequenza: prima formiamo gli operatori delle istituzioni, poi gli altri … Il secondo è che – come tutte le volte che non si sa cosa fare – si finisca per “accanirsi” sulle scuole. Con risultati spesso assolutamente insoddisfacenti. Va dunque evitato il rischio che per dare l’idea di fare qualcosa si parta dalle scuole, magari dalle scuole elementari e medie – nella convinzione (tutta da provare – e rispetto a cui io sono assolutamente scettico) che l’intervento di prevenzione efficace è quello che si realizza precocemente, sui bambini piccoli! Troppo spesso la scuola diventa il bersaglio di progetti e programmi non perché in quel contesto si realizzino interventi più efficaci, ma semplicemente per la maggiore facilità di un intervento nei confronti dell’istituzione scolastica (rispetto ad ambiti più “dispersi” e meno adattivi). Ultima cosa. E’ stata avanzata l’idea di un osservatorio provinciale. Affinché funzioni e mostri una performance accettabile occorre che sviluppi sinergi con l’Università, con chi fa ricerca sul tema. Non tutte le esperienze di osservatori, provinciali o regionali, sono risultate positive. In genere perché diano il meglio occorre che ci siano competenze forti da entrambe i lati: dal versante di chi fa ricerca e dal versante della committenza (che abbia cioè un’idea precisa del cosa richiedere e del successivo utilizzo dei dati e delle analisi). Sarebbe già importante, ad esempio, riuscire a comprendere se effettivamente il fenomeno è in crescita, se non è affatto circoscritto alle classi sociali economicamente e culturalmente meno dotate, se esistono differenze significative tra italiani e stranieri (vedi). Ci ritorneremo.

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